Chiacchieravo giorni fa con un amico musicista, diplomato in Composizione, in Canto, M° di coro, insomma uno serio, mica un improvvisato, come oggi ce ne sono, che conoscono quattro note e fanno musica col programma del computer.
A un certo punto, la discussione è caduta su quella categoria ossessivamente presente nelle nostre vite, pure quando quella categoria eravamo noi stessi: "i giovani".
Tra lo ieri e l'oggi, in verità, una differenza la notavamo, e la notavamo nella loro attuale incapacità di affrontare sfide e problemi del lavoro che loro stessi si sono scelti.
Oltre ad una certa diffusa pigrizia, cui spesso fa da contraltare una certa diffusa iperattività, osservavamo la costante mancanza di strumenti adeguati per affrontare e risolvere (o cercare di risolvere) le questioni pratiche che un percorso lavorativo ti può proporre; ma non quelle eccezionali, attenzione, quelle semplicemente quotidiane.
Eppure, i soggetti di cui ragionavamo sono persone che hanno studiato; cosa manca, dunque, loro?
Al che è nata una domanda: le persone che hanno studiato sono "preparate"?
Lungi da noi il volerci interrogare, davanti a un risotto e un bicchiere di vino, con metodologie sociologiche, antropologiche, scientifiche, filosofiche e/o politiche. Anzi, è molto probabile, visto che eravamo in un bar, che le nostre siano molto state chiacchiere da bar. Che facevano anche un po' vecchietti, del genere "ai miei tempi".
È decisamente curiosa questa tendenza dell'uomo a rimarcare la differenza tra l'oggi e lo ieri: quando ero un giovane appena diplomato all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "S. D'Amico" in Roma (l'unica!), sentivo gli attori più anziani dire: "Eh, ma ai miei tempi, l'accademia era un'altra cosa...", e pensavo che io mai sarei caduto in questa inutile litania, invece poi è successo... anche io ho cominciato a dire "ai miei tempi... i nostri insegnanti erano un'alta cosa... l'organizzazione di allora era fatta meglio...".
Non so se con queste frasi vogliamo affermare all'altro che anche noi siamo stati giovani, o mettere una distanza tra noi e loro che ponga il rispetto che devono all'anzianità e alla professione acquisita e praticata, o lasciarci piacevolmente velare dalla malinconia. Fatto sta che una riflessione questo curioso meccanismo in cui vedo che tutti prima o poi cadiamo, ha bisogno di una riflessione...
Comunque sia, la nostra chiacchiera da bar qualcosa di buono, una ipotesi fondata credo l'abbia prodotta.
I nostri giovani... saltano un passaggio!
Quale sia il motivo per cui ciò accade sarà oggetto del nostro prossimo risotto, intatto il dato rilevato è che un tempo si studiava, poi si apprendeva "il mestiere", quindi si avevano tutti gli strumenti o per essere un affidabile professionista o addirittura per lanciarsi in una esperienza creativa propria.
Perché quello che ci era chiaro e che chiaramente ci veniva insegnato è che lo studio non basta a fare la professione.
Oggi, per fare un esempio, molti giovani che escono da Scienze della Comunicazione, sono certi di essere giornalisti. Ma non hanno mai visto una redazione, non conoscono il baillame quotidiano del lavoro, l'accendersi improvviso di un problema cui velocemente bisogna dare risoluzione, ecc.
Oppure escono da una scuola di teatro, o di musica, e si lanciano nel fare "il loro gruppo", ma mancano di tutta una serie di informazioni e/o esperienze su quello che può essere un aspetto produttivo, organizzativo, su come gestire un gruppo, sulle problematiche sindacali piuttosto che sulle relazioni con... la gestione trasporti scene, per esempio.
Quello che oggi accade (e prometto che davvero indagheremo sui perché) è che il secondo passaggio si scavalca, viene a pie' pari saltato, ingolfando il mercato del lavoro di professionisti senza professione, di persone che hanno certamente dimestichezza con la materia, ma che non conoscono la quotidiana pratica del mestiere poiché, semplicemente, non l'hanno appresa dai più anziani. Con una aggravante: entrati con questa mancanza nel mondo del lavoro, qualora si ritrovino davanti un anziano che cerca di fargli capire o segnalargli che hanno una "gamba più corta", essi si risentono, si offendono, si rivoltano in malo modo come se tu anziano avessi commesso un delitto di lesa maestà!
La nuova riforma del Teatro prodotta dal Ministero a guida Franceschini, incentiva, ad esempio, i gruppi formati da giovani. A parte che sua Eccellenza il Ministro dovrebbe spiegarci come si sceglie la soglia discriminante tra gioventù e vecchiaia, per cui a trenta anni sono giovane, a trenta e un giorno sono anziano, e questo indipendentemente da se ho cominciato a fare l'attore a diciotto o a ventinove anni e undici mesi, se i compagni che con me costituiscono la compagnia sono miei coetanei o se io sono l'unico maggiorenne, se tutti gli altri hanno formazione e io no, ecc. ecc. ecc. A parte tutto questo e molto altro ancora, sua Eccellenza il Ministro dovrebbe forse comprendere che certe professioni non prevedono il concetto di start-up, che sono storicamente fatte in altro modo, che creando una discriminazione legata all'anagrafe si sono creati, solo negli ultimi mesi, gruppi di giovani super scritturati e gruppi di quarantenni/cinquantenni super disoccupati...
Forse ci vorranno altri risotti per sviscerare anche questi aspetti, ma la mia netta impressione è che ci sia una volontà precisa di creare fratture culturali che certamente devono portare benefici a qualcuno o a qualcosa, magari un progetto distruttivo di una cultura nazionale da sostituire con una cultura generalista-mondialista allineata al pensiero unico globale.
In conclusione - e scusate le divagazioni - io e il mio amico musicista abbiamo stabilito che uno dei seri problemi del nostro tempi e delle nostre professioni è che i giovani saltano un pezzo, saltano il secondo gradino, e questo non va bene e non potrà andar bene. Perché l'impoverimento professionale porterà sicuramente a un impoverimento della qualità e quindi della diffusione di idee che il lavoro può produrre; porterà a un impoverimento della forma, o a vantaggio di una sostanza che non ha senso, o a vantaggio di un concetto inconcludente e inconsistente di forma, generico e supportato sempre di più dal "lo famo strano".
Accostate a ciò il fatto che la perdita di professionalità porterà automaticamente a una perdita di dignità della professione, poiché se passa il concetto che non devi apprendere sul campo, e dunque sulla tua pelle, il mestiere, ma ti basta la frequentazione di libri (o magari video), chiunque abbia accesso a un libro potrà dirsi tuo pari.
Ero giovane, e stavo appresso ai vecchi per imparare, per sapere, per sentire raccontare storie, per conoscere la Storia e per guardare negli occhi coloro che l'avevano vissuta; non lo so come andrà domani il mondo, anche se sono certo che prima o poi tutti avranno la necessità di un sostanzioso passo indietro; l'unica cosa che so per certo, e perdonate l'orgoglio e la presunzione, è che so che ho fatto bene.
Sono nato a Salerno, nella Hippocratica Civitas. E sono un Attore, un hypocrita. "Un attore – insegnava Marisa Fabbri - è prima di ogni altra cosa un cittadino". Si può dunque parlare di Teatro senza porre un accorto interesse verso tutto quello che ci circonda? Non credo. E non è mia volontà. Forse alla fine il cittadino avrà il sopravvento; ma così non fosse, sarebbe ancora il Teatro, avrebbe mai avuto senso l'essere Attore? Spero così siano chiari senso e bizzarro titolo di questo blog.
Cerca nel blog
lunedì 17 ottobre 2016
giovedì 13 ottobre 2016
IL NOBEL A BOB DYLAN? E QUALE SAREBBE "LA RIVOLUZIONE"?
È morto Dario Fo.
Novant'anni.
Dispiace, ma è evidente che sono cose che, purtroppo, così è la natura, sono nell'aria.
Non fosse stato oggi sarebbe stato domani o tra un anno o tra dieci... ma questo era quello che doveva succedere.
Mi spiace solo che non potrà vedere, qui tra noi, l'esito del referendum costituzionale. Avrebbe gioito ancora una volta (mamma mia, come mi sono sbilanciato, forse per compiacere il nostro Fo...).
Nello stesso giorno arriva la notizia che il Nobel per la Letteratura è stato assegnato a Bob Dylan.
Splendido. Una cosa veramente inattesa anche se fu già proposto venti anni fa.
Vorrei però dire che venti anni fa sarebbe stato davvero inusuale, sorprendente, veramente di rottura, divertente. Così come se il Nobel a Dario Fo lo avessero assegnato venti anni prima del 1997 sarebbe stato davvero spiazzante.
Invece, se ci pensate, è tutto ordinario e senza sorprese.
Perché? Perché quei ragazzi che venti anni fa, anzi di più, diciamo quaranta anni fa ascoltavano e amavano Dylan, ora sono decisamente cresciuti e invecchiati, e magari molti di loro sono arrivati ai posti di comando, nelle alte sfere, nelle stanze dei bottoni, e in qualche modo, decidono di dare un premio "alla loro gioventù". Che ci sarà di eccezionale non so. Eccezionale sarebbe stato se i loro padri e anche i loro nonni, cresciuti con i vari "Vola colomba" che certamente ci saranno stati in ogni Paese, avessero dato un Nobel a Dylan o a Fo.
Un premio a Fo quando stava alla Palazzina Liberty o sotto le tende da circo, ancora lontano dai circuiti teatrali borghesi e ordinari, quando era l'appestato di sinistra, cacciato dalla televisione, quella sì che sarebbe stata una rivoluzione. E lo stesso per Bob Dylan.
Intendiamoci, a me questi due premi fanno enormemente piacere anche se avrei da ridire sul concetto di Letteratura che ormai viene fuori dalla Accademia di Stoccolma... ma che nessuno si stupisca, nessuno si meravigli, c'è niente di rivoluzionario, niente di straordinario. È solo che il tempo è passato, quelli che erano rivoluzionari oggi lo sono un po' meno e prendono il posto dei padri mentre altri rivoluzionari prendono il loro...
Ogni progressista diviene pian piano un conservatore.
È la stampa, bellezza, e tu non ci puoi fare niente...
mercoledì 12 ottobre 2016
HELLO, I'M ITALIANO-NAPOLITANO!
Oh, che poi, a me, questa storia che è venuta fuori del questionario inglese che chiede se sei "italiano", "italiano-napoletano", "italiano-siciliano" o "italiano-altre regioni", fa francamente ridere.
Per come la vedo io non c'è nemmeno da meravigliarsi della italica indignazione generale e generalizzata.
Tutto, infatti, rientra nella retorica e nel luogo comune che accompagna la penisola dalla sua forzata unificazione, quindi da 155 anni!
Eh sì, perché il vero problema, in questa storia, non è come ci vedono gli inglesi, ma come ci vediamo noi. Per cui, a leggere il questionario, abbiamo subito messo in azione le nostre categorie, quelle, cioè, vigenti dal 17 marzo 1861, quelle per le quali non poteva essere altrimenti, e cioè che gli inglesi (cui bisogna sempre farla pagare per la storia della Brexit) stavano denigrando i meridionali, in particolare napoletani e siciliani, ed erano anche già pronti a metterli in appositi ghetti, riconoscendoli per come la nazione italiana li ha sempre riconosciuti: sporchi, scansafatiche, furbi, imbroglioni, parassiti, ecc ecc.
Peccato non sia venuto in mente ai commentatori, che magari gli inglesi adottano categorie diverse; e magari per loro l'ordine "gerarchico" procede assolutamente al contrario; e magari loro i napoletani e i siciliani li vogliono selezionare perché li ritengono migliori degli altri, e se li vogliono crescere a parte, coccolare, curare per bene.
D'altronde, gli inglesi avevano o non avevano centinaia di investimenti in Sicilia nei secoli passati, dunque conoscono bene quella terra e quella gente; e il loro rapporto con Napoli non è stato intenso al punto da avere studiato loro (contro-storia moderna) il piano di invasione attuato poi dai Savoia (che nemmeno di approntare un piano erano capaci...); sapevano, gli inglesi, che lì di "materiale buono" ce n'era, e se c'era era perché c'era gente buona che lo aveva prodotto... altrimenti cosa andavano a razziare, 'na feluca spelacchiata?
Se fossi italiano (ma non lo sono grazie a Dio che mi fece napolitano!) e se fossi negli italiani, in realtà mi preoccuperei e forse offenderei per la discriminazione effettuata verso tutte le altre regioni che non vengono riconosciute, identificate, qualificate.
Peggio, a mio avviso, essere genericamente identificati come "italiani"; molto peggio, direi drammatico, quasi da suicidio, essere indicati come "altre regioni"! Chi sono queste altre regioni, dove sono, come si chiamano, hanno un rapporto con la perfida Albione, vengono da essa riconosciute, trovano posto sulle cartine geografiche di britannica fabbricazione?
Credo che l'indignazione collettiva nasca in realtà da un sotterraneo senso di colpa, dall'aver compreso che in quei questionari la "specificazione" poneva su di un piedistallo, esattamente il contrario di ciò che la nazione Italia ha fatto per 155 anni al Sud.
Albione stavolta è stata veramente perfida, forse involontariamente, ma ha toccato un nervo che è ancora lì, scoperto al punto da fare ormai male non solo alle vittime ma anche ai carnefici.
Se nessuno ti riconosce, sei niente, e questo è decisamente peggio che, nel bene o nel male, essere napoletani o siciliani.
Comunque sia, noi siamo. Gli altri sono... "italiani", o... "italiani altre regioni". Mi spiace per voi.
lunedì 10 ottobre 2016
HAI TAGLIATO LA SPESA PUBBLICA? MI HAI TAGLIATO IL SALARIO!
Dunque, il taglio della spesa pubblica secondo la vulgata ormai imperante sarebbe cosa buona, anzi ottima. In una famiglia assennata, diligente, costumata, gli sprechi si evitano: nostra dea sia sempre la formica, mai la cicala.
Peccato che uno Stato non sia una famiglia e che funzioni in tutt'altro modo.
Vi porto un personale esempio, pratico pratico: sono andato a fare un piccolo esame medico che il SSN non passa più. Costo € 55,00.
Il Ministero della Salute ha deciso che bisogna razionalizzare, ordinare, rimettere le cose a posto e quindi nel riordino certi esami non sono più previsti come a spese dello Stato, ma te li paghi.
Ora, se lo Stato mi avesse dato l'esame a suo carico, io non avrei dovuto togliere dal mio salario € 55,00. Li avrei quindi risparmiati, mettendoli sul librettino della nonna, oppure ci avrei comprato qualcosa che mi serviva, per esempio un paio di scarpe; oppure ancora, me li sarei andati a mangiare con mia moglie che ci faceva certamente bene alla salute...
Invece no, li ho dovuti spendere per avere una cosa che un tempo mi sarebbe spettata di diritto.
Ecco, non c'è molto altro da aggiungere: quando vi dicono che tagliano la Spesa pubblica (se vogliono essere pignoli la chiamano "improduttiva" per far sembrare che loro proprio proprio hanno ragione), quando vi dicono che tagliano la Spesa pubblica, dicevo, in realtà stanno tagliano i vostri/nostri salari in maniera indiretta, o forse in maniera molto più diretta di quanto voi/noi si immagini.
Buon euro a tutti!
(che c'entra l'euro? no, basta, vi prego, vi è stato spiegato in mille e mille modi, ci sono decine di siti seri, blogger, libri, informazioni a più non posso... basta, andatevi a cercare le risposte! Ora devo andare dal medico a fargli vedere l'esame sperando che non mi mandi da uno specialista... a pagamento.)
Peccato che uno Stato non sia una famiglia e che funzioni in tutt'altro modo.
Vi porto un personale esempio, pratico pratico: sono andato a fare un piccolo esame medico che il SSN non passa più. Costo € 55,00.
Il Ministero della Salute ha deciso che bisogna razionalizzare, ordinare, rimettere le cose a posto e quindi nel riordino certi esami non sono più previsti come a spese dello Stato, ma te li paghi.
Ora, se lo Stato mi avesse dato l'esame a suo carico, io non avrei dovuto togliere dal mio salario € 55,00. Li avrei quindi risparmiati, mettendoli sul librettino della nonna, oppure ci avrei comprato qualcosa che mi serviva, per esempio un paio di scarpe; oppure ancora, me li sarei andati a mangiare con mia moglie che ci faceva certamente bene alla salute...
Invece no, li ho dovuti spendere per avere una cosa che un tempo mi sarebbe spettata di diritto.
Ecco, non c'è molto altro da aggiungere: quando vi dicono che tagliano la Spesa pubblica (se vogliono essere pignoli la chiamano "improduttiva" per far sembrare che loro proprio proprio hanno ragione), quando vi dicono che tagliano la Spesa pubblica, dicevo, in realtà stanno tagliano i vostri/nostri salari in maniera indiretta, o forse in maniera molto più diretta di quanto voi/noi si immagini.
Buon euro a tutti!
(che c'entra l'euro? no, basta, vi prego, vi è stato spiegato in mille e mille modi, ci sono decine di siti seri, blogger, libri, informazioni a più non posso... basta, andatevi a cercare le risposte! Ora devo andare dal medico a fargli vedere l'esame sperando che non mi mandi da uno specialista... a pagamento.)
sabato 1 ottobre 2016
Referendum: il Sì a spese degli Italiani. (Niente ansie: è tutto normale)
Quello che si sta verificando nel nostro Paese sarebbe clamorosamente disdicevole se non fosse il nostro Paese.
Per cui, ci siamo abituati a tutto. Pensavamo che esistessero dei limiti, dettati dalla decenza, e invece, anche la decenza ci ha comunicato, via social si capisce, che limiti non ne ha, che i limiti sono dettati dalla morale degli umani e visto che gli italici umani hanno perso il senso più elementare della morale, ella, la decenza, non sa più dove posizionarsi. Nell'ultimo tweet, scorata comunicava con un: "Fate voi...".
Il metro delle decenza, dunque, diviene soggettivo. In particolare se i casi denunziati fanno o non fanno comodo a me e alla mia parte.
In questa campagna referendaria, i ministri della repubblica, in particolare premier e ministro Boschi Maria Elena, Riforme costituzionali e rapporti con il Parlamento, sono energicamente impegnati, al punto che Boschi Maria Elena è anche volta in Argentina per convincere i compatrioti all'estero a votare a favore della riforma.
Ieri sera abbiamo assistito su La7 alla trasmissione "Si o No" condotta dal sempre ottimo Enrico Mentana, dove partecipavano il costituzionalista prof Gustavo Zagrebelsky e il Primo Ministro Matteo Renzi.
Renzi che nel pomeriggio era in Israele ai funerali di Simon Peres. Ma, miracoli della carica, un bell'aereo di Stato lo ha condotto in tempo negli studi televisivi.
Bene, tutto bene.
Se non fosse che essendo ministri della Repubblica, Boschi e/o Renzi, devono per forza andare in giro con aerei di Stato, e scorte, e auto blindate, ecc. ecc. Questa è la regola ed è giusto che così sia.
Ma chi paga tutto questo? Ovvio che noi, noi cittadini italiani, è così facile da capire...
Qualche giornale ha già evidenziato l'incongruenza, ma la denuncia sortisce l'effetto di scuotere solo chi è contro la riforma; chi è a favore salta a pie' pari la notizia e trova tutto normale... come chi si scagliava contro un governo per avere, ad esempio, abolito la tassa di successione, ma poi era il primo ad avvalersi della nuova norma... Che ci vuoi fare, siamo Italiani, siamo così, siamo sempre stati così nel bene e nel male.
E dunque?
E dunque niente. Se non ve ne siete accorti, il Sì fa campagna a spese degli Italiani, il No a spese proprie, poi un giorno, forse, vedrà i rimborsi.
Nel mentre... tutto va bene, madama la marchesa.
Per cui, ci siamo abituati a tutto. Pensavamo che esistessero dei limiti, dettati dalla decenza, e invece, anche la decenza ci ha comunicato, via social si capisce, che limiti non ne ha, che i limiti sono dettati dalla morale degli umani e visto che gli italici umani hanno perso il senso più elementare della morale, ella, la decenza, non sa più dove posizionarsi. Nell'ultimo tweet, scorata comunicava con un: "Fate voi...".
Il metro delle decenza, dunque, diviene soggettivo. In particolare se i casi denunziati fanno o non fanno comodo a me e alla mia parte.
In questa campagna referendaria, i ministri della repubblica, in particolare premier e ministro Boschi Maria Elena, Riforme costituzionali e rapporti con il Parlamento, sono energicamente impegnati, al punto che Boschi Maria Elena è anche volta in Argentina per convincere i compatrioti all'estero a votare a favore della riforma.
Ieri sera abbiamo assistito su La7 alla trasmissione "Si o No" condotta dal sempre ottimo Enrico Mentana, dove partecipavano il costituzionalista prof Gustavo Zagrebelsky e il Primo Ministro Matteo Renzi.
Renzi che nel pomeriggio era in Israele ai funerali di Simon Peres. Ma, miracoli della carica, un bell'aereo di Stato lo ha condotto in tempo negli studi televisivi.
Bene, tutto bene.
Se non fosse che essendo ministri della Repubblica, Boschi e/o Renzi, devono per forza andare in giro con aerei di Stato, e scorte, e auto blindate, ecc. ecc. Questa è la regola ed è giusto che così sia.
Ma chi paga tutto questo? Ovvio che noi, noi cittadini italiani, è così facile da capire...
Qualche giornale ha già evidenziato l'incongruenza, ma la denuncia sortisce l'effetto di scuotere solo chi è contro la riforma; chi è a favore salta a pie' pari la notizia e trova tutto normale... come chi si scagliava contro un governo per avere, ad esempio, abolito la tassa di successione, ma poi era il primo ad avvalersi della nuova norma... Che ci vuoi fare, siamo Italiani, siamo così, siamo sempre stati così nel bene e nel male.
E dunque?
E dunque niente. Se non ve ne siete accorti, il Sì fa campagna a spese degli Italiani, il No a spese proprie, poi un giorno, forse, vedrà i rimborsi.
Nel mentre... tutto va bene, madama la marchesa.
mercoledì 21 settembre 2016
Era la festa di San Matteo.
Oggi a Salerno è San Matteo, è la festa del santo patrono.
Oggi a casa mia è San Matteo.
Casa mia è tutta la città.
La gente uscirà per le strade sin dalla mattina presto come se fosse un giorno normale, ma in cuor loro tutti sanno che non è un giorno normale. Si lavorerà mezza giornata, e qualcuno non andrà proprio al lavoro ma saranno pochi; poi a pranzo ci saranno quei tanti, tantissimi che rispetteranno le tradizioni, e allora sulle tavole imbandite arriveranno gli spaghetti con le vongole, possibilmente le nostre, quelle del nostro mare se ancora se ne trovano, e poi le mezze triglie fritte, e poi la regina delle regine: la milza. Ma la milza come la facciamo noi, cotta affogata nell'aceto, che la sgrassa, e imbottita di prezzemolo aglio e peperoncino che "toglilo il ripieno, ch'è pesante, poi non lo digerisci", "ma è buono...", "Lo so ma è pesante, poi non ti lamentare". E alla fine le paste che ognuno prenderà dal proprio pasticcere di fiducia, ma non potrà mancare la Santa Rosa, la mamma della sfogliatella, grande fragrante, imbottita di crema e con quell'amarena sopra che i bambini si contenderanno.
Sono giorni, io lo so, che si sente avvicinarsi la festa, lo senti nei vicoli, quando l'odore dell'aceto che cuoce la milza si spande per le strade, ed è un profumo che ti inebria, leggero e forte insieme, aspro e dolce come la città. E ti fermi, a annusare per strada, un profumo che sai essere solo tuo, solo della tua città, questo è sicuro. Perché i palermitani la friggono la milza, magari nella sugna, solo noi la facciamo così. Solo noi.
Poi faremo un riposino, perché il pranzo è stato sostanzioso. Ma non rilassarti del tutto, perché oggi pomeriggio si scende, si va verso il cento ché bisogna andare a vedere la processione, bisogna andare a salutare il santo. Il santo e gli altri quattro santi che lo accompagnano, ché tanto tutti gli anni ci tocca chiedere come si chiamano, ché sempre uno ce lo dimentichiamo o tutti e quattro, ma gli vogliamo bene lo stesso perché sono i santi che stanno col nostro santo. Però non lo so se ci andiamo in centro, mica mi va di prendermi tutta quella confusione e quella ressa di gente, che poi la processione passa e finisce che non si vede niente, i bambini piangono, il parcheggio non si trova, "Nina, torniamo a casa", "E aspe', fammi vedere un altro poco", "Ma che vuoi vedere che qua non si respira; Nina, 'a criatura sta chiagnenno", " E aspe'..."
Passa la processione, il vescovo, canti, saluti, benedizioni... poi ce ne torniamo a casa, ma io stasera non ceno, tengo ancora la pasta sullo stomaco. La pasta? Tu ti sei mangiato due Santa Rosa intere da solo che hai fatto schifo e mo' la colpa è della pasta che davvero ne ho fatta poca poca? Noo, ma che dici, quella è la pasta...
E piano piano tutto torna normale.
Ma non del tutto, un ultimo brivido resta, ed è per i più ostinati. la mezzanotte, i fuochi a mare.
Restiamo in giro e aspettiamo, o andiamo a casa e poi scendiamo a vedere, tanto il golfo è grande, aperto, bello, liscio come una mezza luna, e per vedere i fuochi ci possiamo mettere dove vogliamo basta che stiamo vicini al mare che quelli si vedono anche dall'altro capo della città...
Io la patente l'avevo presa da poco, e papà mi chiese se lo accompagnavo a Brindisi, perché era di servizio per la partita. Non ricordo chi giocasse col Brindisi, ma non era la Salernitana, altrimenti me lo ricorderei, forse era la Nocerina, o la Cavese. Ma comunque sia lui era di servizio. Ed era domenica. Fu la prima volta che andai oltre Bari. E scoprii la superstrada che scende sul lato oriente delle Puglie. Mi sembrò una strada da far west, dritta dritta, in mezzo alla natura selvaggia, con le case che apparivano di tanto in tanto ai lati della strada come nei film di John Wayne.
La partita finì con un pareggio, questo lo ricordo, papà scrisse il pezzo, telefonò al giornale per dettarlo, poi ripartimmo.
Quasi arrivati a Salerno, mi disse di non prendere per il centro che chissà che confusione c'era. Ah, già, è vero, pensai, è San Matteo. "Vai per dietro - mi disse papà - su per il Masso della Signora" una collina che guarda centralmente la città.
A un certo punto un botto. "I fuochi!" esclamò papà. "Aspe', aspe', fermati!".
Accostammo, e scendemmo dall'auto.
Eravamo in una posizione da principi: in alto, la città ai nostri piedi, il mare perfettamente di fronte, e nessuno, proprio nessuno intorno a noi. Eravamo soli.
Guardammo i fuochi in silenzio, come due bimbi che guardano il prestigiatore. Verso la fine papà urlò: " 'O colpo scuro, 'o colpo scuro!": invocava il gran botto finale, solo rumore, niente luce, solo rumore. E in tempo perfetto, il botto arrivò. Era finita.
"Bene - commentò - ci siamo visti pure i fuochi, meno male, ce simme fatte San Matteo, possiamo andare".
Pochi minuti, e fummo a casa, anche se lo eravamo già.
Oggi a casa mia è San Matteo, la festa del santo patrono.
Immagino quel che succederà, e non voglio sapere altro. Il tempo cambia luoghi e persone. E io immagino, e resto lontano.
Forse è meglio.
A mezzanotte dormirò: voglio sognarmi i fuochi, visti da sopra 'O masso d''a signora cu papà.
Po' ce ne turnammo a' casa. E ch' 'a Maronna c'accumpagne...
domenica 11 settembre 2016
ANDARE A BOTTEGA: TORNARE ALL'ANTICO RESTA SEMPRE IL MIGLIOR PROGRESSO.
Trovo stamane su FB, grazie alla cara amica Giorgia Ricagni, storica dell'arte, questo interessantissimo articolo che vi propongo.
La fondamentale domanda da cui si parte è: si può insegnare a essere artisti?
Luoise Bourgeois, raffinata artista contemporanea, dalle cui riflessioni il pezzo, come vedrete prende mossa, sostiene, in un primo momento, che a divenire artisti non si insegna: lo si è o non lo si è.
In un secondo tempo il suo ragionamento si fa più articolato, ammettendo che qualcosa si può insegnare, e sono le metodologie, le tecniche.
Per quanto possa contare, sono pienamente d'accordo. Attori, per stare al mio campo, non si diventa, si nasce, si nasce per una forma di disturbo che a un certo punto ti si inchiavarda dentro e si manifesta ossessivamente. Se lo sei, sarà molto possibile che tu lo sia anche se non eserciti la professione. Altrimenti, come ripeteva sempre il buon Giulio Bosetti: "Posso fare dieci scuole di pittura, ma se non sono un pittore non lo sarò mai". La rabbia di Giulio si sfogava poi, con la domanda chiave: " Perché con il Teatro si pensa, invece, che basti studiare? Se non sei attore non lo sei!".
La "soluzione" che la Bourgeois offre alla fine è decisamente apprezzabile, e anche questa mi era già stata detta da Giorgio Pressburger, segno che gli artisti tutti, in un modo o nell'altro, meditano su questo problema: "Non si può insegnare a recitare, si possono insegnare delle tecniche, e poi ognuno deve fare da sé".
Stravinskj ebbe a dire: "La Sagra mi è passata attraverso".
Io credo proprio che funzioni così: si va a bottega, come un tempo, e si apprende un mestiere, si diviene artigiani; si fa il proprio lavoro quotidianamente, con coscienza e disciplina; poi, un bel giorno, l'arte ti attraversa, e tu nemmeno lo sai. Se è arte lo si scopre dopo, e forse non sei nemmeno tu artista a scoprirlo. I nostri avi avevano già risolto il problema: andiamo a bottega, poi si vedrà. Forse dovremmo ripensare seriamente e serenamente il passato.
Buona lettura.
La fondamentale domanda da cui si parte è: si può insegnare a essere artisti?
Luoise Bourgeois, raffinata artista contemporanea, dalle cui riflessioni il pezzo, come vedrete prende mossa, sostiene, in un primo momento, che a divenire artisti non si insegna: lo si è o non lo si è.
In un secondo tempo il suo ragionamento si fa più articolato, ammettendo che qualcosa si può insegnare, e sono le metodologie, le tecniche.
Per quanto possa contare, sono pienamente d'accordo. Attori, per stare al mio campo, non si diventa, si nasce, si nasce per una forma di disturbo che a un certo punto ti si inchiavarda dentro e si manifesta ossessivamente. Se lo sei, sarà molto possibile che tu lo sia anche se non eserciti la professione. Altrimenti, come ripeteva sempre il buon Giulio Bosetti: "Posso fare dieci scuole di pittura, ma se non sono un pittore non lo sarò mai". La rabbia di Giulio si sfogava poi, con la domanda chiave: " Perché con il Teatro si pensa, invece, che basti studiare? Se non sei attore non lo sei!".
La "soluzione" che la Bourgeois offre alla fine è decisamente apprezzabile, e anche questa mi era già stata detta da Giorgio Pressburger, segno che gli artisti tutti, in un modo o nell'altro, meditano su questo problema: "Non si può insegnare a recitare, si possono insegnare delle tecniche, e poi ognuno deve fare da sé".
Stravinskj ebbe a dire: "La Sagra mi è passata attraverso".
Io credo proprio che funzioni così: si va a bottega, come un tempo, e si apprende un mestiere, si diviene artigiani; si fa il proprio lavoro quotidianamente, con coscienza e disciplina; poi, un bel giorno, l'arte ti attraversa, e tu nemmeno lo sai. Se è arte lo si scopre dopo, e forse non sei nemmeno tu artista a scoprirlo. I nostri avi avevano già risolto il problema: andiamo a bottega, poi si vedrà. Forse dovremmo ripensare seriamente e serenamente il passato.
Buona lettura.
PERCHÉ NON RIESCO AD AMARE SHAKESPEARE
Ci ho messo più di trent’anni per capirlo, ma finalmente credo di esserci arrivato: perché non riesco a relazionarmi con Shakespeare, con uno dei quattro, cinque più grandi autori teatrali di sempre, esclusi i tre sommi tragici greci?
Quando ero ragazzo, avrò
avuto quattordici o quindici anni, non di più, la Rai trasmetteva su una
neonata Rai3 un ciclo di opere del Bardo realizzate dalla BBC, ovviamente
doppiate in italiano. In perfetto sicrono, la radio mandava l’audio originale
inglese. Una operazione intelligente che anticipava le svariate funzioni che
oggi possiamo avere con un dvd.
Seguire quelle messe in
scena era davvero facile, bastava conoscere la trama, poi abbassavi il volume
del televisore e alzavi quello della radio. Così facevo, e godevo, mi ricordo
che davvero godevo.
“Giunto in Arte”, il
rapporto con Shakespeare si è mortalmente complicato per me: non riuscivo e
ancora non riesco a relazionarmi emotivamente con la sua scrittura che trovo
ampollosa, prolissa, spesso al limite della noia. I miei favori vanno
decisamente ad altri autori, a Cechov per esempio, ma sopra tutto a Pirandello
e Goldoni. Perfino il romantico Alfieri si incastra meglio con il mio animo.
Quando mi parlano del
Guglielmo, sono solito dire: “Rispetto e riconosco il genio, ma non mi piace”,
stessa cosa mi accade con il Mozart operistico.
Potevo fermarmi qui, a
questa semplice e lecita constatazione. Ma non sarei quel che sono se non mi
fossi perpetuamente sotto sotto chiesto come mai.
Ebbene, credo di avere
trovato la risposta.
Sfogliavo ieri il “Sogno
di una notte di mezza estate”, opera a mio vedere noiosissima! Nulla mi
interessa di fate e elfi e incantesimi e sotterfugi e magie... Tra le parti
tradotte in prosa, mi compaiono sotto gli occhi delle parti in versi. Le leggo,
e mi torna alla mente un passaggio dei Saggi danteschi di Borges: “Milton è stato paragonato a Dante, ma Milton non
ha che una sola musica: è ciò che in inglese si chiama “uno stile sublime”.
Quella musica è sempre la stessa al di là delle emozioni dei personaggi. In
Dante invece, come in Shakespeare, la musica segue le emozioni. L’intonazione e
l’accentazione sono ciò che conta di più”.
Ecco,
mi sono detto, il problema è qui. Oggi, come allora, da ragazzo, ascoltare in
originale mi affascina, la traduzione mi annoia mortalmente. Perché? Perché è
evidente che prima ancora di essere Teatro, Shakespeare è Poesia, e io – non so
voi – la poesia tradotta non riesco a leggerla, mi pare sempre di percorrere
una strada sconnessa, dove in più punti l’asfalto ha ceduto e devi stare
attento a dove metti i piedi invece di camminare senza pensieri, lasciando che
il passo vada fluido e leggero. Tu e la strada non riuscite mai a essere uno.
Non
conosco l’inglese - se non quelle quattro parole che tutti oggi siamo quasi
costretti a masticare - ma l’ascolto dell’originale forse mi fa pienamente
percepire che lì c’è una musica, musica che in italiano perde la propria
intonazione, la propria accentazione, per quanto il traduttore possa essere
bravo. Tradurre poesia vuol dire consentire a un’automobile di camminare, ma
dopo averle dovuto togliere un pistone. E dunque può accadere che un senso di
noia ti pervada perché senti chiaramente che sempre un passaggio manca al
raggiungimento della pienezza.
Le
tragedie o le commedie di Shakespeare che riesco a vedere e amare in teatro
sono sempre state quelle che avevano un grande attore a muovere il gioco,
perché il fascino derivava dall’arte di lui, prima ancora che dal testo. Ma
quando lo leggo, il Bardo mi resta lontano, come una meraviglioso dipinto, che
un velo posto davanti, o una faro mal piazzato, o un gruppo di turisti idioti
quanto la loro guida ti impedisce di cogliere nella sua goduriosa pienezza.
È
Poesia, e la poesia non si può tradurre. Non trovo altra spiegazione.
Etichette:
Attori,
Poesia,
Shakespeare,
teatro,
traduzioni
Iscriviti a:
Post (Atom)








