Il discorso è lungo, complicato da illustrare soprattutto ai non addetti ai lavori, e lo suddividerò in capitoli.
1.
Quello che sto per dire farà certamente saltare sulla sedia un bel po’ di persone, ma non importa. È tempo che qualcuno affermi ciò che è necessario: la genialità di Eduardo, dal punto di vista meramente teatrale, è superiore a quella di Pirandello.
Spero non si debba specificare che per Eduardo s’intende Eduardo De Filippo, sul quale l’influenza di Pirandello, come si sa, è stata grande, il commediografo napoletano aveva una vera e propria venerazione per il genio siciliano, e i fatti raccontano dell’instaurarsi di un pieno rapporto Maestro-Allievo.
Pirandello vinse giustamente in Nobel, perché la rivoluzione che egli ha apportato in campo letterario e soprattutto teatrale è stata assoluta; Eduardo, invece, lo avrebbe pienamente meritato, ma il comitato svedese non fu dello stesso avviso non ostante la sua candidatura fu presentata più volte. Altro che Dario Fo, la cui inconsistenza teatrale e letteraria è nei fatti: De Filippo è ancora sui palcoscenici di tutto il mondo, di Fo non si hanno notizie ormai da tempo immemorabile; e questo qualcosa vorrà pur dire anche se i critici storceranno il naso, ma si sa: se un critico avesse capito qualcosa di Teatro avrebbe fatto il teatrante, non il critico, e almeno in Italia quelli che ci han capito qualcosa son stati davvero pochi, D’Amico, Tian, Lunari… quelli cioè che han passato la maggior parte del loro tempo proprio in mezzo ai teatranti.
Questa sulla critica non è mera polemica, ma un aspetto necessario del mio ragionamento, poiché proprio gli studiosi hanno posto un pesante limite sul teatro eduardiano: il dialetto.
Il fatto che Eduardo venisse dal teatro popolare e in vernacolo ha fatto sì che la critica, soprattutto dopo il ’68 (data che ha una sua rilevanza), lo guardasse spesso e volentieri dall’alto in basso e non gli riconoscesse nemmeno come differenti quei testi che o non sono in dialetto o ne contengono davvero pochissimo per banalissimi motivi di ambientazione, come, ad esempio, ne “Gli esami non finiscono mai”.
Spero non si debba specificare che per Eduardo s’intende Eduardo De Filippo, sul quale l’influenza di Pirandello, come si sa, è stata grande, il commediografo napoletano aveva una vera e propria venerazione per il genio siciliano, e i fatti raccontano dell’instaurarsi di un pieno rapporto Maestro-Allievo.
Pirandello vinse giustamente in Nobel, perché la rivoluzione che egli ha apportato in campo letterario e soprattutto teatrale è stata assoluta; Eduardo, invece, lo avrebbe pienamente meritato, ma il comitato svedese non fu dello stesso avviso non ostante la sua candidatura fu presentata più volte. Altro che Dario Fo, la cui inconsistenza teatrale e letteraria è nei fatti: De Filippo è ancora sui palcoscenici di tutto il mondo, di Fo non si hanno notizie ormai da tempo immemorabile; e questo qualcosa vorrà pur dire anche se i critici storceranno il naso, ma si sa: se un critico avesse capito qualcosa di Teatro avrebbe fatto il teatrante, non il critico, e almeno in Italia quelli che ci han capito qualcosa son stati davvero pochi, D’Amico, Tian, Lunari… quelli cioè che han passato la maggior parte del loro tempo proprio in mezzo ai teatranti.
Questa sulla critica non è mera polemica, ma un aspetto necessario del mio ragionamento, poiché proprio gli studiosi hanno posto un pesante limite sul teatro eduardiano: il dialetto.
Il fatto che Eduardo venisse dal teatro popolare e in vernacolo ha fatto sì che la critica, soprattutto dopo il ’68 (data che ha una sua rilevanza), lo guardasse spesso e volentieri dall’alto in basso e non gli riconoscesse nemmeno come differenti quei testi che o non sono in dialetto o ne contengono davvero pochissimo per banalissimi motivi di ambientazione, come, ad esempio, ne “Gli esami non finiscono mai”.
Va detta una cosa: Eduardo non rinnegò mai la sua matrice dialettale, popolare, napoletana, anzi la rivendicava come un pregio, la verità è che De Filippo ha semplicemente usato gli strumenti che aveva a disposizione, come sempre fa un vero teatrante: si fa la minestra con gli ingredienti che si hanno.
Fin dal principio, quando ancora il suo teatro è in fasce, De Filippo fa un uso del dialetto fortemente legato alla classe sociale dei personaggi, al tempo e al luogo in cui si svolge l’azione. Capisco che non sia un elemento comprensibile per tutti, un piemontese o un emiliano considereranno il dialetto di “Napoli milionaria” uguale a quello di “Non ti pago”, ma così non è, da un lato abbiamo la lingua fortemente popolare dei bassi napoletani, dall’altro quella della piccola borghesia, così come in commedie quali “Mia famiglia” o “La grande magia” l’influenza del dialetto è decisamente limitata. Attenzione, sto parlando dei testi, della scrittura, e non delle note versioni televisive dove spesso e volentieri il Nostro italianizzava per un senso di rispetto verso il pubblico di tutta Italia.
Ma già qui abbiamo un primo elemento che non possiamo certo sistemare tra le genialità, ma di sicuro va collocato in uno spiccato senso della teatralità, perché il linguaggio dei personaggi di Pirandello è inequivocabilmente uniforme, per non dire unico, e le sfumature tra classi sociali o di ambientazione sono minime quando proprio inesistenti. Il linguaggio pirandelliano è singolare, inimitabile, perfettamente riconoscibile al punto di diventare oggetto d’ironia, di satira, ma indiscutibilmente quella singolarità è un pregio. È pero anche un pregio il disperato tentativo di Eduardo di ricalcare la vita, e dunque cercare voci e suoni diversi che identifichino personaggi, tempi e situazioni diversi.
La verità è che capiremo fino in fondo Eduardo solo quando vorremo dimenticare l’elemento dialettale, quando vorremo considerarlo come uno strumento della sua opera, della sua azione creatrice, e nulla di più: nella tradizione italiana, dialetto fa subito “comicità”, ma questo in Eduardo è assolutamente falso: dramma è “Filumena”, dramma è “Napoli milionaria”, “La paura numero uno”, “Bene mio, core mio”… e dramma è pure “Natale in casa Cupiello”.
Ora, venendo all’aspetto teatrale, si può con certezza affermare che Eduardo De Filippo ha teatralmente una maggiore genialità rispetto a Luigi Pirandello, una sorta di Allievo che supera il Maestro, come nella migliore delle tradizioni.
Difficilissimo dire in poche parole cosa sia il Teatro, ma una cosa almeno possiamo affermarla: esso è dialettica e sintesi, ed è scarto, sorpresa, impressione, costante risveglio dell’attenzione. Tutto questo, e molto altro ancora, i teatranti lo sanno, ma qui non parlo solo ad essi, anzi ai miei colleghi vorrei rivolgermi il meno possibile e cercare di spiegare ai non addetti ai lavori.
Deve essere dialettica perché la narrazione non procede linearmente, ma in forma indiretta, sempre attraverso un “conflitto”, e per questo motivo è anche sintesi. Un esempio, da “Natale in casa Cupiello”:
Ma già qui abbiamo un primo elemento che non possiamo certo sistemare tra le genialità, ma di sicuro va collocato in uno spiccato senso della teatralità, perché il linguaggio dei personaggi di Pirandello è inequivocabilmente uniforme, per non dire unico, e le sfumature tra classi sociali o di ambientazione sono minime quando proprio inesistenti. Il linguaggio pirandelliano è singolare, inimitabile, perfettamente riconoscibile al punto di diventare oggetto d’ironia, di satira, ma indiscutibilmente quella singolarità è un pregio. È pero anche un pregio il disperato tentativo di Eduardo di ricalcare la vita, e dunque cercare voci e suoni diversi che identifichino personaggi, tempi e situazioni diversi.
La verità è che capiremo fino in fondo Eduardo solo quando vorremo dimenticare l’elemento dialettale, quando vorremo considerarlo come uno strumento della sua opera, della sua azione creatrice, e nulla di più: nella tradizione italiana, dialetto fa subito “comicità”, ma questo in Eduardo è assolutamente falso: dramma è “Filumena”, dramma è “Napoli milionaria”, “La paura numero uno”, “Bene mio, core mio”… e dramma è pure “Natale in casa Cupiello”.
Ora, venendo all’aspetto teatrale, si può con certezza affermare che Eduardo De Filippo ha teatralmente una maggiore genialità rispetto a Luigi Pirandello, una sorta di Allievo che supera il Maestro, come nella migliore delle tradizioni.
Difficilissimo dire in poche parole cosa sia il Teatro, ma una cosa almeno possiamo affermarla: esso è dialettica e sintesi, ed è scarto, sorpresa, impressione, costante risveglio dell’attenzione. Tutto questo, e molto altro ancora, i teatranti lo sanno, ma qui non parlo solo ad essi, anzi ai miei colleghi vorrei rivolgermi il meno possibile e cercare di spiegare ai non addetti ai lavori.
Deve essere dialettica perché la narrazione non procede linearmente, ma in forma indiretta, sempre attraverso un “conflitto”, e per questo motivo è anche sintesi. Un esempio, da “Natale in casa Cupiello”:
Luca - Pasqualino s’è alzato?
Concetta - Sì, s’è alzato, chillu scucciante ‘e tuo fratello, pe’ nu raffreddore c’ha tenuto è stato capace di stare una settimana a letto.
Che Pasqualino sia fratello del protagonista non ce lo dice Luca ("buonasera, signori spettatori, sono Luca Cupiello e ho un fratello che si chiama Pasquale e vive in casa con me e la mia famiglia"), ma lo rileviamo dalla battuta seccata di Concetta, che oltre tutto ci fa già anche intendere che non ha simpatia per il cognato, dunque la narrazione è palesemente indiretta, e passa attraverso un “contrasto”, poiché solo Luca può dire la sua battuta e solo Concetta la sua, se le invertiamo cambia tutto, addirittura cambia la “struttura famigliare”.
Silvio D’Amico diceva che se in una commedia possiamo scambiare le battute tra due personaggi senza che nulla accada, allora quello non è teatro.
Ma mettiamo un primo punto: questi fondamentali elementi ci sono in entrambi gli autori? Sì, senza dubbio alcuno sì, e non si discute!
È sul resto, invece, che De Filippo mostra la sua maggiore genialità, sicuramente dovuta al suo vivere il teatro fin dalla nascita, dovuta al suo aver trangugiato teatro già col biberon; Pirandello invece arriva al Teatro, inizia con la poesia, poi la prosa, quindi il teatro. E mentre De Filippo cerca man mano i suoi temi, forma passo dopo passo il nucleo centrale della sua poetica (che potremmo sintetizzare in una unica parola: la famiglia, non a caso e non solo per le vicende personali), Pirandello forma dentro di sé la poetica che poi rovescia in ogni suo scritto. E qui scatta il limite!
Silvio D’Amico diceva che se in una commedia possiamo scambiare le battute tra due personaggi senza che nulla accada, allora quello non è teatro.
Ma mettiamo un primo punto: questi fondamentali elementi ci sono in entrambi gli autori? Sì, senza dubbio alcuno sì, e non si discute!
È sul resto, invece, che De Filippo mostra la sua maggiore genialità, sicuramente dovuta al suo vivere il teatro fin dalla nascita, dovuta al suo aver trangugiato teatro già col biberon; Pirandello invece arriva al Teatro, inizia con la poesia, poi la prosa, quindi il teatro. E mentre De Filippo cerca man mano i suoi temi, forma passo dopo passo il nucleo centrale della sua poetica (che potremmo sintetizzare in una unica parola: la famiglia, non a caso e non solo per le vicende personali), Pirandello forma dentro di sé la poetica che poi rovescia in ogni suo scritto. E qui scatta il limite!
continua...

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