martedì 24 marzo 2026

SCUOLA, ABBIAMO UN PROBLEMA!

 Uno dei motivi, penso, della vittoria eclatante del No al Sud è dovuto non solo alle appartenenze di partito, ma al fatto che molti di quei bei giovanotti che sbandierano il drappo rosso nelle piazze sono meridionali fuori sede tornati a casa per votare. 

La questione dei giovani è decisamente annosa e coinvolge il livello di istruzione e crescita delle menti che la scuola fornisce, stimola, promuove, attiva. Evidente che abbiamo tirato su una generazione di utili idioti incapaci di pensare con la loro testa, che procedono per slogan, il cui livello massimo di attenzione è quello del tempo di un reell di instagram (e a proposito, nella vecchia scuola, non dico quella del 1950, ma quella in cui noi siamo cresciuti e siamo stati istruiti, fine '70 primi '80, ci abituavano a pensare con la nostra testa, e guarda guarda siamo cresciuti comunisti, socialisti, democristiani, repubblicani, liberali, quindi non mi dite che nella scuola dei nostri tempi si indottrinava al fascismo, poiché è stato palesemente il contrario). 

Tra i mille altri, penso ci sia un serissimo problema che si chiama: genitori. 
Ma non perché, come starete subito pensando in riflesso pavloviano, i genitori "non sanno più fare il loro lavoro", ma semplicemente perché essi sono generalmente convinti che la scuola di oggi, sia esattamente la scuola dei loro tempi, che la scuola dei loro figli sia perfettamente uguale alla loro scuola, credono ancora, e ci credono seriamente, che i docenti siano quelli della loro epoca, arcigni, implacabili, con "poteri" enormi sui loro figli e possibilità di insegnamento sterminate; credono, davvero, che quando il loro figlio prende 8 o 9, quello sia il voto che davvero merita, voto che loro, negli anni dello studio, mai sono riusciti ad avere; si fidano del fatto che insegnare a scrivere cominciando dallo stampatello maiuscolo sia efficace, anche se tutto dimostra il contrario, che se uno psicologo dice che il loro figlio è dislessico, disortografico, discalculico... il bambino lo sia davvero, senza alcun dubbio; protestano perché non c'è la gita in terza media o in terza liceo, perché la scuola non compra la carta igienica o non ripara i soffitti con i milionari fondi del PNRR (senza sapere che la scuola non può farlo!), ma non si chiedono cosa fanno i figli durante le interminabili ore di: orientamento (in e fuori sede), pcto, asl-educazione alimentare, asl-educazione malattie sessualmente trasmissibili, FFOO-sicurezza stradale, FFOO-alcol e droghe, partecipazione a conferenze (in e fuori sede), a convegni di vario genere, uscite di un giorno, uscite di più giorni, uscite per il teatro, il cinema, il concerto, l'opera lirica, la mostra di pittura o di moda, progetti di varia natura, ecc. ecc. ecc. Non hanno la minima idea del numero di ore di lezione che i loro figli perdono per una serie di stupidate inenarrabili, e soprattutto sono certi che debba andare così senza porsi alcuna domanda. 
Quando il loro bambino, la loro bambina arriva alla scelta del liceo, l'unica domanda che si fanno è: "che lavoro farà dopo", e mai "che persona diventerà mio figlio, chi sarà nella vita". Pur di non avere problemi - ed in questo è il vero rifiuto di fare "il loro lavoro" - hanno accolto l'idea che si studi per lavorare, che la scuola debba solo servire a trovare un lavoro, rifiutando l'idea che l'istruzione serva a formare una persona, un cittadino, che la scuola sia la palestra della società in cui poi i loro figli vivranno, dimenticando spesso che loro stessi fanno lavori soddisfacenti ma diversi da ciò per cui hanno studiato. 
Non sanno cosa è la scuola d'oggi, e non se lo chiedono nemmeno. Il risultato è sotto i nostri occhi, con ragazzi che non sanno comporre due frasi in italiano corretto, che non conoscono la Storia o la Geografia, che soprattutto, non avvezzi ad affrontare le difficoltà, si bloccano davanti a qualsivoglia problema dichiarando ansia e stress per non si sa cosa. 

In questa ridda di pensieri mi domando anche se, capendo quanto questa scuola sia diversa dalla loro, inizierebbero a protestare. Difficile, anzi difficilissimo. Dovrebbero "elaborare un lutto", affrontare un problema, rendersi conto quanto i figli possano essere una rinuncia, una fatica, una responsabilità... e non so quanti di loro siano pronti e disposti a farlo. 

Non mi preoccupa il fatto che i ragazzi votino NO, mi preoccupa quel che leggo sui tanti social quando ne leggo le motivazioni. La scuola, in questo scenario, è diventato un problema. 

lunedì 23 marzo 2026

Musica liquida? Sì, ma con accortezza (perché il vinile ha ancora senso)

 Mi sono ritrovato in una simpatica pagina facebook a chiacchierare con altri appassionati audiofili come me, patiti di amplificatori, giradischi, casse e altre diavolerie, di musica liquida.
Il tutto è partito dalla richiesta di consiglio di un partecipante su quale lettore streamer comprare. Per chi non lo sapesse, il lettore Streamer di rete è una macchina che si collega a internet e ti dà la possibilità di usufruire di tutti quei servizi di musica che sono on line, Spotify, Qobuz, Amazon music, Youtube music e tanti altri. O meglio, i lettori di alta gamma ti offrono la possibilità di collegarti a tutto, quelli di fascia più umana soltanto ad una serie di servizi con i quali, è abbastanza chiaro, la casa costruttrice ha una qualche convenzione. È un po’ come quando sui telecomandi della tv trovate già il tasto di accesso a Netflix o a Disney channel.
Chiariamo un altro punto: quando parlo di alta gamma, mi riferisco ad apparecchi che superano 1500, o anche 2000 leuri freschi freschi, e che per suonare hanno comunque bisogno di un amplificatore, di casse acustiche ecc. La gamma bassa sta ovviamente sotto e trovate apparecchi che funzionano egregiamente anche per 150 euro. Il perché un audiofilo compri un apparecchio da duemila euro è facilmente comprensibile: all’appassionato non puoi comandare, ed è come un amante delle auto che prende una Ferrari, sia pure usata, sia pure per tenerla 350 giorni l’anno nel garage, ma si scioglie “liquido” quando la guarda.
Ultima annotazione: per funzionare lo streamer di rete ha bisogno di una ottima connessione internet, il che è un ulteriore problema. 

Fatta questa premessa per i non appassionati, diciamo che la discussione è andata verso l’eterno ed annoso problema: come supporto per l’ascolto, meglio la musica liquida, il cd, o il vecchio e glorioso vinile? Io, come ho scritto ai partecipanti al forum, non ho dubbi: su tutto vince ancora il vinile, ma ci sono sicuramente un’altra serie di riflessioni da fare, di carattere più sociologico che prettamente audiofilo/musicale. 

Dunque: tra il vinile e gli altri supporti a mio parere non c’è paragone, dato che già non ce n’era tra vinile e cd, figuriamoci col resto. 
Mi dicono che le campionature per la musica liquida siano più ampie e ricche, al mio orecchio francamente non pare e il massimo di differenza che sento è se collego al bluetooth dell'amplificatore il telefono o il pc, con un netto vantaggio per il computer.
La musica liquida, a mio vedere, come tutta la tecnologia moderna, ha un solo scopo: renderti facile la vita. Peccato che "facile" non sia "semplice", e alla fine, se osservi, la facilità diventa un danno, poiché abitua il cervello a un minor livello di attenzione, ne smorza gradualmente l’interesse. 

Quando mettevamo sul piatto del giradischi un LP di un qualsiasi cantante, o una sinfonia, o un’opera lirica, tendenzialmente ascoltavamo dall'inizio alla fine; ora ci prende la noia, come con lo scrolling, e passiamo da un cantante a un altro. Eppure - non parlo di musica classica dove il meccanismo di saltare da un primo movimento di una sinfonia di Mozart a una giga di Bach e poi a un Notturno di Chopin è a dir poco innervosente, insopportabile, intollerabile – eppure, dicevo, quando ha creato il suo Long Playing il cantante ha pensato a una disposizione di brani che costruissero, nelle sue intenzioni, un discorso composito. Non era presumibilmente per una estrazione a sorte se “Sono solo canzonette” di Eduardo Bennato iniziava con “Ma che sarà” e finiva con la canzone che dava il titolo al disco, o se “Revolver” dei Beatles inizia con “Taxman”, prosegue con “I’m only sleeping” e via dicendo. Anche nella semplice alternanza di brani più… animati e brani più “dolci” c’è evidentemente la volontà di creare una emozione. E non addentriamoci nemmeno nella sequenza di costruzione di una sinfonia di Beethoven o Brahms.
Il problema con la cosiddetta musica liquida - definizione che non casualmente riprende quella di Baumann sulla società liquida, i cui principi ho qui trovato ottimamente sintetizzati 








- il problema con la musica liquida, è che il tuo atto di ascolto non è più un atto di conoscenza, come leggere un libro o vedere un film, ma la musica diventa una sorta di mero sottofondo alle altre tue attività, una specie di colonna sonora alla tua vita, dove ogni pezzo, che magari appartiene a un determinato genere che l'algoritmo ha identificato come il tuo preferito, va bene. E per quanto possiamo amare Morricone o Williams le loro belle musiche accompagnano, favoriscono la creazione di una atmosfera, sottolineano passaggi, ma la parte predominante, quella che stiamo seguendo è il film, non la musica, al punto che nei concerti di questi splendidi autori ci esaltiamo solo quando riconosciamo il film in cui quel brano è inserito, e questo penso sia innegabile.
E' vero, mi piace il jazz, ma non è che un qualsiasi pezzo di jazz in quel preciso momento in cui voglio ascoltare musica mi va bene. E ancora peggio: nel procedere dell’ascolto tollero, aspetto, subisco uno o più pezzi che non amo attendendo quello che mi piace, oppure salto da un brano all’altro senza arrivare mai in fondo. Mi si dirà che è per questo motivo che ci sono le playlist, ma avete mai provato a usare una playlist su queste piattaforme digitali? Costruisci la tua play, ma se non paghi la sequenza che hai costruito non viene seguita, si salta comunque da una musica a un'altra, e magari non puoi ascoltare la canzone che ti piace più di un tot numero di volte e devi aspettare il giorno dopo… Almeno il lettore cd, con il suo bel telecomando, ti permetteva questo: voglio ascoltare dieci volte di seguito “Life on Mars”! Fatto! E anche l'idea che hai "tutto il mondo musicale a tua disposizione", oltre a essere una pia illusione, per il discorso, ad esempio, che esistono accordi tra le varie case e non tutte stanno con tutte, reprime quel grande atto dell'uomo che è vitale per la conoscenza: la ricerca spinta dalla curiosità, dalla voglia di conoscere e sapere. Dove saremmo oggi senza questo elemento? Ci faremmo ancora curare dagli stregoni e il massimo che avremmo è i tamburi sui tronchi di legno, o al massimo il flautino di Pan. Non mi pare propriamente interessante.

Sarò forse esagerato nelle mie riflessioni, ma io evito la musica liquida il più possibile. Non la escludo del tutto, come gli elementi contemporanei della tecnologia offre di certo una serie di vantaggi, ma non sono ancora disposto a buttare tutto il passato a mare per lanciarmi in un futuro che non vedo, anzi non sento, propriamente al servizio dell’uomo. 

martedì 24 febbraio 2026

Servitori dello Stato, una delle storie più belle che mi siano capitate.

È una delle storie più belle che mi siano capitate. 
L’altro giorno, ero a scuola, vedo nei corridoi una ex alunna, diplomata tre anni fa. 
Non mi aveva visto, mi avvicino per salutarla… e non era lei. 
Non lo era perché era la sorella, gemella. 
Già, perché Maria Francesca e Alessia sono gemelle omozigote, identiche come non te lo immagineresti nemmeno in un racconto di fantasia. Due belle ragazze alte, forti, dagli occhi scuri e profondi. 
A questi episodi di confusione sono chiaramente abituate da sempre, e da sempre si son sentite dire tutte quelle stupidate che si dicon loro quando si vuol essere banalmente spiritosi: Vi scambiate per le interrogazioni, chi esce con il fidanzato di chi, ecc. ecc. 
La ragazza, anzi, ormai la giovane donna era lì per ritirare una copia del diploma. Perché? Perché ha vinto il concorso nei Carabinieri e tra poco partirà per i sei mesi di addestramento. 
Al che ho sbarrato gli occhi dallo stupore, perché so che anche la sorella ha vinto quel concorso! 
“No – mi corregge  – lei lo ha vinto in Polizia”. 
Insomma, una andrà nei Carabinieri e l’altra in Polizia. 
Non sarei mai arrivato ad immaginare una simile situazione: due sorelle, gemelle, due nostre ex allieve, che hanno trascorso venti anni della loro vita gomito a gomito, nello stesso momento scelgono di essere due Servitori dello Stato. Non posso nascondere che in cuor mio mi son commosso. E nemmeno posso nascondere che uno dei pensieri è stato: “Signore, fa che non succeda loro mai nulla di brutto”. 
“E così, alla fine le gemelle si dividono”. 
“Già – mi ha risposto – una da una parte e una dall’altra”, e ho avuto l’impressione che, pur sorridendo, un leggero velo di malinconia passasse nei suoi occhi. 
Ho fatto loro i miei auguri e son tornato al mio lavoro. 

In questi giorni in cui per la vergogna di disprezzabili soggetti le Forze dell’Ordine si ritrovano nella buriana, davanti ai miei occhi c’era una ragazza, anzi due, che con sorriso e coraggio intraprendevano una difficile strada, una via di dedizione e rigore. 
Ma lasciandola non ho pensato alla brutta cronaca di questi giorni, davanti a miei occhi è invece passata l’immagine di loro che hanno trascorso venti anni della loro vita sempre insieme, a scuola, in casa, al mare, nella squadra di pallavolo di cui erano due imprescindibili colonne, e ora arrivava la vita, a dividerle. Se davvero ho visto malinconia nei suoi occhi, ho pensato, doveva essere per questo, per la coscienza, che rapidamente han dovuto acquisire, che la giovinezza volgeva al termine. 
Perché la giovinezza finisce, mie care ragazze, se struie, si spegne come qualsiasi candela. Forse una andrà a prestare servizio a Bolzano e l’altra ad Agrigento, le vostre storie si intrecceranno ad altre storie, ma quel che posso dirvi è che l’infanzia non sparirà mai, la giovinezza finisce, ma l’infanzia, quella sarà sempre con voi, e in voi, niente cancellerà quel che siete state, gli anni e le ore che avete vissuto l’una accanto all’altra, il vostro essere figlie e nipoti e sorelle, il vostro essere due brave giocatrici di pallavolo, e non importa chi alzava e chi schiacciava, la vittoria non è nel punto, ma nel giocare la partita, e nessuno come voi la sta giocando. Dio vi benedica. 

giovedì 26 giugno 2025

TUTTA, FORTE E CHIARA! (i fantastici detti degli attori di un tempo)

 Quando iniziai a lavorare in Teatro, c'erano una serie di vecchie e sintetiche indicazioni che ancora gli attori si lanciavano e rilanciavano, e che spesso solo loro capivano. 
Cosa vorrà dire, per esempio: "Perdi aria dal culo!". I giovani attori magari non lo sanno, ma sono certo che, come accadde a noi la prima volta che ce lo sentimmo dire, ne capirebbero subito il senso. Vuol dire che sei sul palco, stai recitando, o provando a farlo, ma non sei energico, teso, innervato, che insomma sei floscio, e l'aria, ma non quella intestinale come banalmente si potrebbe pensare, ma quella della emissione vocale, invece di uscire dalla bocca, si perde da altro orifizio. 
Oppure, ricordo, "passare la ribalta", che semplicemente era un invito a fare arrivare la voce fino in fondo alla sala, e che di sicuro se avesse passato la ribalta sarebbe appunto arrivata fino in fondo. 
Su questo c'è un simpatico aneddoto - decisamente per boomer - che una volta sentii raccontare da Giancarlo Fusco, un importante giornalista della seconda metà del Novecento, noto, oltre che per le capacità di cronista, anche per il suo amore per la buona tavola. Da giovane faceva il segretario di un importante grande attore, Ermete Zacconi. Un giorno chiacchierando con Zacconi e gli disse che un altro importante primattore aveva dichiarato di essere comunista. Al che Zacconi chiosò: "Comunista? Ma se la sua voce non si sente oltre la terza fila di poltrone!". 

Tornando a noi. Un giorno, Stefano Lescovelli, simpatico e bravo attore prematuramente scomparso, d'improvviso mi pose sotto un simpatico interrogatorio: "Giovanotto, se vuoi dirti attore devi rispondere a queste tre domande: 1) si mangia prima o dopo lo spettacolo, 2) che cos'è la decade, 3) di che colore è il bonifico?". Ero un po' perplesso, ma risposi, come si fa per rispetto verso i più anziani: "Si mangia dopo lo spettacolo, la decade sono dieci giorni di paga e si prende ogni dieci giorni... ma il bonifico... cos'è?". Già, perché almeno noi, un tempo, non avevamo l'abitudine di parlare per essere ascoltati, ai miei tempi non erano gli adulti a dover stare in silenzio per ascoltare cosa avevano da dire i giovani, ma i giovani a tacere, aprire le orecchie e apprendere da chi ne sapeva più di loro. Da troppo tempo abbiamo invertito le funzioni... e sappiamo tutti dove ci ritroviamo. 
Dunque, Stefano mi spiegò una cosa che non avrei mai potuto sapere perché davvero era di un'altra epoca: "il bonifico era un tagliando che la Compagnia dava a ciascun scritturato, che dovevi presentare alla biglietteria dei treni e con quello avevi lo sconto dato che viaggiavi per lavoro, il colore del bonifico era verde". 
Era tutto ovviamente un gioco, ma le tre domande mi spiegò, i vecchi attori le facevano davvero per verificare da quanto tempo tu fossi nel mestiere. A quel tempo il mestiere era molto fatto di fame, e gli attori andavano sul pratico, nelle loro bislacche domande c'era una capacità di sintesi che in qualche modo escludeva completamente la teoria per stare sulla pratica. Era profondamente "artigianato". Tutto questo prima che arrivasse Stanislavskji e che il suo verbo si diffondesse. 

Il gergo degli attori era ed è pieno di parole e frasi originali e divertenti, come: tinca, telefonare la battuta, impallato, spallarsi, andar di rimessa, birignao, fotta, fare burletta, soffiati, vuoto di scena e pieno di scena. 
Quella da cui però sono sempre stato affascinato è la realmente sintetica: TUTTA, FORTE E CHIARA! 

Tutta forte e chiara è il primo e più semplice consiglio che un anziano forniva a un giovane, e si riferisce al modo di dire la parte. 
Hai provato, sei arrivato a un buon risultato, ora devi andare in scena e hai ovviamente timore. Beh, non preoccuparti di mille cose, pensa a una cosa essenziale: di' la tua parte tutta, forte e chiara. 

Non è difficile da comprendere.
Dilla TUTTA, che evidentemente significa: abbi una perfetta memoria e non dimenticare nessuna battuta.
Dilla FORTE, in pratica: figliolo, fatti sentire fino all'ultima fila di poltrone e anche oltre.
CHIARA! E questo, a mio immodesto avviso, è il punto realmente interessante. Cosa vorrà dire CHIARA? 
Certo, per "chiara" si intende un banale "fatti capire", scandisci bene, metti timbro in tutte le parole, ecc. Ma ho il sospetto che nel sapiente artigianato dei nostri avi si nascondesse qualcosa di più. 

Io penso che per "chiara" si intenda non solo fai capire le parole, ma fai capire l'intenzione che c'è dietro, fai capire il senso che ti ha portato a decidere di dirla in un certo modo piuttosto che in un altro. Insomma, non serve solo che le parole siano intellegibili ma che sia limpido anche ciò che le determina in quel momento scenico e che realmente le riempie di senso. 
Denùdati, fammi capire davvero chi sei, chi è il personaggio che stai rappresentando, fammi capire i suoi pensieri, ed anche il senso dei suoi silenzi, lasciati attraversare dalla nettezza della scena e del tuo personaggio, lascialo vivere in te perché lo si possa "chiaramente" vedere vivere. 
Ed ecco che "chiara" non è più solo riferito alle parole, ma a te stesso interprete e allo sforzo che devi metterci per arrivare al risultato, al pubblico, al compimento effettivo dello spettacolo, al valore stesso del Teatro. 

Gli antichi non scrivevano teorie, tranne qualche primattore che raccoglieva le sue memorie e le proprie riflessioni sulla professione, non compilavano libri, ma per il resto tutto era artigianato, un modo sapiente di recepire il mestiere e di passarlo, capendosi su ciò che non poteva essere spiegato davvero a parole, intuendosi reciprocamente per ciò che le parole non potevano spiegare se non che con grandi e complicati giri. 

Gli artigiani fanno, non teorizzano. E deve essere per questo che quel "chiara" mi ha sempre affascinato: c'è un mondo, in una sola parola, che in verità solo chi è salito sul palcoscenico può comprendere, e non importa se non riuscirà mai a spiegarlo a parole, quel che conta è che salga sul palcoscenico e agisca, che sia attore, nella maniera più chiara che gli sia possibile.  

martedì 17 giugno 2025

ASTENSIONISMO, CHE CI SIA UNA RAGIONE TERRA TERRA?

 Lasciamo perdere il Referendum abrogativo dell'8 - 9 giugno, ché lì il quorum ha un senso costituzionale preciso, ragionato e a mio parere (che poco conta) più che corretto, per cui l'astensione ha un chiaro valore come modo di esprimere la propria opinione, per il resto delle consultazioni elettorali ho sempre sostenuto e continuo a sostenere che chi si astiene ha sempre torto. E non mi toglierete questo pensiero.
Nel resto delle tornate elettorali il quorum non c'è, dunque chi non sceglie non ha poi moralmente alcun diritto di recriminare o lamentarsi, anche se gli è assolutamente consentito dalla Costituzione... e dalla nostra pazienza. La verità è che per la democrazia, per essere veri democratici ci vuole un fegato di ferro, per ingoiare, digerire, filtrare tutte le sciocchezze che senti dagli altri, ma che gli altri hanno tutto il diritto di pensare e dire, anche perché è molto probabile che loro penseranno lo stesso di te. 

Ma al netto di tutto questo, è fin troppo evidente che da almeno venti anni a questa parte la partecipazione popolare alle tornate elettorali di vario ordine e grado vada scemando in modo preoccupante. Sul perché troverete certamente spiegazioni e teorie di alto valore scientifico, io ho una mia idea molto terra terra. 

La verità, secondo me, è che l'italiano ha sempre avuto una sorta di fastidio verso la politica, pur essendo uno degli animali più politici del globo. Il fatto è che egli vede la politica, e l'elezione del politico, come una delega, ma non in senso nobile, cioè: "Tu mi rappresenti", ma in senso pratico, talvolta eccessivamente pratico, poiché quando vota l'italiano medio vuol dire: "pensaci tu a 'sta cosa, io non ci voglio pensare ho altro da fare, e vedi di far funzionare il tutto. Insomma, fai bene e nun me scuccià!". 
Ora, tutto andava bene finché il danaro c'era e circolava, ma con l'ingresso nella UE, lo sappiamo, e con l'arrivo dell'euro, le cose si sono complicate e molto, per cui il politico, non trovandosi più in mano le disponibilità economiche di prima, non ha potuto fare quel che ci si aspettava da lui. Inoltre, impoverendosi la classe media, lo "stipendio del politico" al quale nessuno nel periodo della Lira faceva davvero caso, è diventato un parametro scatenante rabbia (sia pur scioccamente, ma così è). Ed ecco che le persone che delegavano han cominciato a vedere il politico come uno che non risolve - ma che senza denari non si cantano messe, a pochi viene in testa! - e che rispetto a me povero impiegato si prende pure un sacco di soldi (come se 5000 leuri al mese, che questo è l'effettivo stipendio di un parlamentare, fossero chissà quale cifra). 
Dunque: che ci vado a fare a votare gente che non mi serve e campa sulle mie spalle? (ditemi che non avete mai sentito questo tipo di ragionamento). 

Ma c'è una ragione ancora più profonda e legata sempre al sistema economico in cui ci siamo infognati: molte persone semplici, ma anche quelle non semplici (sic), andavano a votare perché conoscevano personalmente un politico, il quale era in grado di trovare un posto di lavoro al figlio, di velocizzare una pratica per l'invalidità o la pensione, farti avere il trasferimento più vicino a casa... Quello che insomma qualche moralista alla Alberto Sordi definiva come voto di scambio strettamente legato alla preferenza. Intere famiglie votavano per Tizio o Caio perché gli risolvevano i problemi. 
Oggi Tizio o Caio non hanno più potere, non possono più alzare il telefono e fare assumere il figlio del sig. Giovanni alle Poste, o di fare trasferire il carabiNIere Stelluti da Martina Franca a Rovereto, paese della sua famiglia. E questo sempre perché, per i motivi economici suddetti, hanno le mani legate. Tutti, bene o male, avevano un politico di riferimento, uno cui potevano rivolgersi per un problema, problema che quasi sempre poteva essere risolto in modo lecito, a differenza dell'idea che la narrazione ha diffuso e inculcato nella testa dei cittadini. 

Si potrà dire che oggi la politica, avendo perso la sua parte di "voto di scambio" sia più pura. Può darsi, ma quanto sarà mai pura una politica una politica in cui comunque sia il rappresentante dei cittadini ha le mani legate? 

Io trovo che votare sia sempre meglio, che gli assenti hanno sempre torto (tranne nell'abrogativo, come detto all'inizio), ma invece di stracciarsi le vesti dopo ogni elezione sulla non partecipazione al voto, proponendosi di far qualcosa per riportare gli italiani alle urne, chiediamoci davvero quali siano le ragioni profonde dell'astensione. Il malcontento? D'accordo, ma questo malcontento da dove nasce?

Capisco che la mia sia una spiegazione molto terra terra, ma magari ha un qualche senso. Chissà... 

venerdì 6 giugno 2025

SOVVEZIONI AL CINEMA, UN PRINCIPIO DA RIBALTARE

 La polemica sui soldi che lo Stato italiano destina alle produzioni cinematografiche non accenna a diminuire, come è nella logica delle cose quando un dibattito perde il suo valore di riflessione collettiva e diviene solo strumento di contrapposizione politica. 

L'attore Elio Germano



Da un lato, lo sappiamo, c'è il Governo del Paese che afferma di non poter sperperare i soldi dei cittadini, dall'altro gli uomini del Cinema che affermano che il governo fascista vuole togliere i soldi alla Cultura. 
Entrambi i modi di porre la questione sono a mio parere errati: se da un lato non si può valutare un'opera dell'ingegno sulla base dello sbiglettamento, dall'altro non si deve pretendere un contributo, a volte molto ma molto sostanzioso, sulla fiducia. 

Conosciamo i nomi di artisti che nel corso della Storia sono stati considerati meno di nulla per poi essere valutati come geni che producevano capolavori. da Van Gogh a Pirandello, da Wolfe a Manet, fino a qualcuno che ebbe il coraggio di affermare che Caravaggio aveva distrutto la pittura. 
Dunque, valutare un'opera come di scarso valore perché l'hanno vista i dodici non è un criterio valido. "I cancelli del cielo" di Michael Cimino è stato uno dei più grandi insuccessi della storia del cinema, ma dopo ci siamo accorti che era un film superlativo. Perché il valore artistico delle opere lo decide, sul serio, solo il tempo e la loro resistenza nel tempo. 

Ma dall'altro lato, parlare di Governo che non vuole sovvenzionare la Cultura è una bufala. Per un motivo simile al precedente, perché se un Governo vuole o no sostenere la Cultura non lo si decide sulla base della cifra che mette a disposizione. Un Governo, essendo un organo politico, deve fare azioni politiche, creare condizioni e criteri perché le attività culturali (non "la cultura" che è definizione molto generica) possano svilupparsi, perché i lavoratori dello Spettacolo abbiano occasioni di lavoro e siano tutelati, perché le produzioni possano nascere e andare in porto. Ed è possibile che tutto questo venga fatto con una spesa minima o addirittura senza spesa. E se così fosse, se arrivasse un governante che con una brillante idea (che io in questo momento non ho, mentre ne ho sul mio specifico, il Teatro, non so se brillanti ma ne ho), se arrivasse un parlamentare e avesse quella illuminazione che permette alle produzioni di agire pienamente con una minima spesa per lo Stato, sarebbe un male, chi avrebbe il coraggio di dire, in un Paese dove si creano le condizioni per il lavoro che questo sarebbe un male solo perché non arrivano tutti i soldi che noi vorremmo? 

Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni


Come si può vedere, i due modi di affrontare il problema non sono corretti e avranno il solo risultato di perpetuare la ormai noiosa diatriba. 
Cosa dunque andrebbe fatto? Con franchezza non lo so, anche perché come dicevo, il mio specifico è il Teatro e non il Cinema, ma una perplessità in testa ce l'ho e da parecchio tempo. 
La sovvenzione teatrale esiste, ed è sacrosanta come qui ho potuto illustrare, non serve a tutelare il padrone ma il lavoratore, soprattutto quello di qualità (e per qualità intendo professionale).Ora, la sovvenzione teatrale viene elargita dopo che lo spettacolo è stato prodotto ed ha circuitato nei teatri. Per accedervi, come tanti amici Amministratori di Compagnia potrebbero raccontarvi, ci sono pacchi di moduli da riempire a volte anche con richieste folli, e questo anche a fronte di piani di produzione preventivi che vengono richiesti periodicamente, anch'essi con informazioni fuori da qualsiasi logica. Ma in pratica, i soldi si hanno dopo, ribadisco dopo, che il lavoro è stato prodotto ed è arrivato al pubblico. 
Quello che con il Cinema non torna, è che i soldi vengono assegnati prima, prima e sulla base di cosa? Di un progetto. E cosa sarebbe in realtà "un progetto"? Non vorrei dispiacervi, ma... un foglio di carta. Sì un foglio di carta (più o meno lungo), sul quale è scritto quel che si vorrebbe fare, cosa racconta la storia, chi sono i personaggi, gli interpreti... 
Mi pare evidente che questo sistema può presentare tante, troppo incrinature, di diverso genere, da quelle più facilmente immaginabili, alle più sottili e sotterranee. 
Poiché nessuno sa, sulla carta, come sarà quel film. E se tutte le inquadrature dovessero venire male, e se la storia fosse meno efficace di quanto si immagina, e se...?

E qui va inserito un altro aspetto: cos'è l'Arte e in conseguenza la Cultura. 
Per prima cosa: chi decide cosa è cosa non è Cultura. 
Faccio sempre questo esempio, e mi pare funzioni: se Cultura fosse il contenuto, allora la filodrammatica parrocchiale che mette in scena Medea, varrebbe più della farsa messa in scena da Peppino De Filippo. Quindi, può avere un senso giudicare sulla base di "un progetto"? No, perché quella storia potrebbe essere realizzata malissimo, e se anche il regista o gli interpreti fossero di comprovata fama e abilità, potrebbero "toppare" il film. Sappiamo bene che è successo! 
Non solo, ma siamo proprio certi che le storie che raccontiamo sono nuove, originali, o alla fin fine raccontiamo sempre le stesse dieci storie, che mutano solo in luogo e tempo?

E l'Arte, cos'è? Con franchezza non lo so, o meglio quel che so è troppo lungo e complicato da spiegarlo adesso. Di sicuro, l'Arte è una cosa che si vede dopo, nel tempo. Nel senso che quel che facciamo con il nostro mestiere è artigianato, è lavoro manuale (o intellettuale, il concetto non cambia) che si replica ogni giorno con perizia, poi un giorno qualcosa ci sfugge dalla mani e nel tempo gli altri, non noi esecutori, ma gli altri, si accorgono che è Arte. Un tal Francesco I chiese a Benvenuto Cellini di fargli una saliera, e il Cellini eseguì il compito come un bravo artigiano qualsiasi, una volta terminata ci si accorse che si era di fronte a un capolavoro. 

E potremmo continuare con gli esempi, ma in sintesi, io penso che la Cultura sia "il saper fare", la capacità di avere quotidianamente il mestiere tra le mani e svolgere il proprio compito, poi un giorno, senza che ce ne accorgiamo, ci sfugge il capolavoro. Forse. Chissà... 

Dunque, come si componga la diatriba Cinema-Governo non lo so, mi chiedo solo per quale motivo non si debbano pensare per il Cinema tempi e modi di sostegno economico simili a quelli del Teatro: fate, poi rendicontate, poi valutiamo ed elargiamo. Non è un sistema perfetto, ve lo dico subito, ma almeno ci sarebbe più trasparenza e meno discussioni. Noiose discussioni.    

lunedì 12 maggio 2025

L'ABBAGLIO, ROVINARE UN BEL FILM PER UNA BATTUTA




Dato che imperversano le polemiche sul cinema italiano e le sue crisi, perenni crisi se vado alle mie più lontane memorie, ci siam visti un atteso film proprio del cinema italiano: "L'abbaglio" di Roberto Andò. 
Vista la bella prova con "La stranezza" c'erano tutti i presupposti per un'ennesimo buon film. 
E così è stato... fino agli ultimi trenta secondi! 

Sintetizzando, "L'abbaglio" è un bel film rovinato dalla battuta finale!
Io comunque vi consiglio vivamente di vederlo perché, innanzi tutto, Ficarra e Picone sono bravissimi, per certi versi ancor più bravi che ne La stranezza dove comunque mantenevano una vena comica che qui è totalmente espulsa.
Su Servillo sorvolo: non lo amo, non l'ho mai amato, non mi soddisfa mai, trovo che sia didascalico, non credibile, sempre retorico e professorale, perpetuamente intento a trasmettere un messaggio morale più che a recitare. Ha il pieno difetto degli attori/registi legati a doppio filo alla sinistra italiana, attuale e storica: l'intelletto sopravanza il mestiere, mortificando così, sempre, l'espressione artistica. 
La sceneggiatura è azzeccatissima, la storia intensa, con soluzioni e spunti decisamente interessanti e divertenti (non nel senso che si ride!). In alcuni momenti non nascondo di essermi commosso: il sacrificio del ragazzino sulla rocca, per esempio, è un bel colpo; bei costumi, belle scene - anche se la parte computerizzata meritava forse un po' più di cura - e splendida la scelta dei luoghi che esalta una Sicilia, dura, antica e magnifica. 

Ma allora, cos'è che rovina il film?
A bene vedere la storia ricalca quella di un capolavoro del cinema non solo italiano: "La grande guerra", di Mario Monicelli con Gassman e Sordi, dove c'è il riscatto dell'italiano vigliacchetto e truffaldino, debole e pauroso che alla fin fine può, a suo modo, rivelarsi un eroe. 



Un film straordinario, La grande guerra, che essendo stato realizzato una ventina scarsa di anni dopo il fascismo, porta in sé uno straordinario messaggio: contro il virilismo fascista, il debole, il vigliacco ha pieno diritto di essere difeso e considerato, poiché da tutti, dai comportamenti più impensabili e non omologati possono venire delle sorprese. 

Anche nel caso de "L'abbaglio" la storia procede sorprendendoci, ma simpaticamente, i due furfantelli alla fine non solo riprendono la loro strada di piccoli lestofanti, ma fanno, se così possiamo dire, addirittura carriera, mettendo su una bellissima casa di tolleranza con annessa bisca clandestina. 
Il gesto che hanno compiuto è stato davvero eroico e rischioso, ci si aspetta verso di loro un sorriso di comprensione e comunque di ringraziamento. 

Ed invece, eccolo il moralismo che ha smontato e triturato tante speranze e molte possibilità del nostro Paese dal dopoguerra ad oggi, quando una certa parte politica decise che l'Italia era un paesucolo di lestofanti, vigliacchetti e imbroglioncelli, per cui il protagonista, il colonnello Orsini, che tanto realmente ha fatto per l'Unità d'Italia, decide che le loro fatiche, tutta l'impresa dei Mille, è stata inutile poiché questa penisola, Nazione di imbroglioni era e Nazione di imbroglioni è rimasta. 

Dov'è il problema? Il problema è che pure in questo caso, l'intellettualizzazione si sovrappone a uno spontaneo flusso narrativo: non si lascia che la storia proceda per dove essa vuol condurre, ma la si forza a una soluzione, a un tema, a una morale che dopo tanta bellezza, va sottolineato, ti fa cascare le braccia. Hai fatto tutto questo, costruito questa sceneggiatura, questo film, solo per dirci che alla fine che si è combattuto per nulla, per avere lo stesso paese di gattopardi? Beh, caro Andò: banale, scontato, visto e rivisto, e ne siamo anche stanchi. 
Forse questo Paese merita qualcosa di più della solita denigrazione, forse merita il vostro talento che sa condurre ottimamente un film, film che non merita di perdersi per voler dire la noiosa battuta finale. 



lunedì 28 aprile 2025

MEGALOPOLIS di F. F. COPPOLA, UN FILM BRUTTO MA APPREZZABILE!


 


Ieri sera ho visto Megalopolis, l'ultimo film di Francis Ford Coppola. Grande regista. Dovrebbe essere una garanzia. Invece il film è dannatamente brutto, brutto e pretenzioso che tutto ciò che riesce a mettere in scena è il provincialismo americano. 

I titoli di testa la indicano come "favola di F. F. Coppola", e tale è, vista l'ambientazione pseudo antica Roma, i nomi dei personaggi: Cesare Catilina, Cuius Crasso e roba del genere. Costumi e truccature da richiamare la città eterna, e poi sparse come il granone, a iosa, citazioni di Marco Aurelio, Shakespeare a gogò (a un certo punto il protagonista ci declama, non si capisce il perché l'Essere o non essere dell'Amleto... boh!), battute recitate in latino, cast stellare, dispendio di luci e costumi e scene e montaggio acrobatico, storia più banale che sconclusionata, gli USA come Roma conosceranno la stessa decadenza perché i suoi cittadini non credono più nel loro Stato, un po' di morale, un po' di lesbo, qualche nero piazzato ad hoc... Il tutto per due ore abbondanti di noia, noia pura, nelle quali un americano mostra come sia sotto sotto sempre abitato da quel senso di inferiorità che gli comporta l'essere nato in un Paese che non ha una storia antica. 

Insomma, quel Coppola che ci ha regalato - lo sappiamo tutti - capolavori assoluti come Dracula, la saga del Padrino, Apocalypse now, L'uomo della pioggia, il delizioso Tucker - un uomo e il suo sogno, il fantastico Cotton Club, e tanti altri bei film, stavolta ha proprio "lisciato". Succede, anche ai più grandi capita di far bruciare la torta, mancare il buco della ciambella, di inciampare in un brutto film che, a dirla tutta, non è nemmeno recitato benissimo. 

Un pregio, a mio parere, va però rilevato: Coppola il film lo ha scritto, diretto, ma soprattutto se lo è prodotto. A differenza di certi simpatici registi nostrani che pretendono di far capolavoro con soldi altrui o, peggio ancora, con soldi dello Stato, il vecchio Francis, potendolo ovviamente ormai permettere, rischia il suo per il suo. E fa più che bene. Se il film è brutto, questo aspetto è tutto da apprezzare. 
In fondo, quante volte, nei nostri sogni, abbiamo pensato: "Se vinco al Superenalotto mi tolgo questo sfizio", chi con l'arte, chi con i viaggi, chi con la casa, ecc? 
Io, per esempio, avessi la possibilità scommetterei sul nostro Giardino dei ciliegi in napoletano, e allora è più che giusto che Coppola con i suoi soldi faccia quel che vuole. I suoi, non dei contribuenti.