venerdì 24 luglio 2026

2. UN GENIO CHIAMATO EDUARDO - perché il genio teatrale di De Filippo è superiore a quello di Pirandello

 



Sarò sincero: amo Pirandello? Follemente. 
Penso che il Teatro mondiale sarebbe rimasto lo stesso senza di lui? È molto probabile che sarebbe rimasto lo stesso per chissà quanto tempo ancora, poi qualcosa sarebbe certamente avvenuto, ma è indiscutibile che don Luigi sia stato un terremoto per la scena mondiale. 
E dunque Pirandello stravolge la scena? Completamente, ed è questo che affascina, fa innamorare il giovane De Filippo. 

Solo una mente superiore, coraggiosa, libera nel profondo da schemi convenzionali, fuori dal normale insomma, può immaginare e scrivere una cosa come “Sei personaggi in cerca d’autore”, un fatto ad oggi unico nella Storia del Teatro mondiale, che noi, abituati come siamo alle stranezze, agli stravolgimenti, alle invenzioni fuori parametro, abituati insomma all’avanguardia come a un noioso pasto domenicale tra parenti, non riusciamo a immaginare, ma provate per un momento a mettervi nello stato d’animo di uno spettatore di inizio ‘900, abituato al teatro borghese, a vedere il sipario aprirsi su di un finto salotto, o un giardino, o una camera da letto, il quale va in teatro e trova il sipario già aperto, la scena vuota, un macchinista che inchioda… Capiamo ora chi urlò: “Manicomio, manicomio!”? 
Ma, ripeto, siamo onesti: Pirandello scrive sette, otto capolavori inarrivabili: Sei personaggi, Enrico IV, Così è (se vi pare), Giganti della Montagna, Questa sera si recita a soggetto, Berretto a sonagli, e qualche altro. C’è poi una serie di belle commedie come “Il giuoco delle parti” o “Il piacere dell’onestà”, ma il resto è una noiosa ripetizione sempre dello stesso tema. Non ditemi che se pensate a Pirandello le prime commedie che vi vengono in mente sono: “Diana e la tuda”, “La signora Morli uno e due”, “Bellavita”, “All’uscita”, “Sogno (ma forse no)”, “Come prima, meglio di prima”, “Ma non è una cosa seria”, “Sagra del signore della nave”, “O di uno o di nessuno”, ecc. ecc. Non me lo dite perché non ci credo! 
E non ditemi nemmeno che avete amato follemente i suoi romanzi, quelli che vi hanno fatto leggere a scuola, in particolare “Il fu Mattia Pascal” e “Uno, nessuno e centomila”. 
Hanno a mio parere un certo fascino le “Novelle per un anno” e soprattutto i “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”, ma c’è, a mio immodesto parere, sempre un limite, dato dalla supremazia dell’intelletto. Pirandello è immenso lì dove lascia scorrere, fluire la sua idea di mondo e di vita, lascia andare la sua poetica, lascia che questa esca come istinto irrefrenabile dalla sua penna, altrimenti annoia o stancamente si ripete. 

Diverso il discorso per De Filippo le cui commedie “sbagliate” sono davvero poche, la dimenticata “Il monumento”, per esempio, oppure la commedia musicale scritta per Domenico Modugno “Tommaso d’Amalfi”, o certi giovanili atti unici come “Farmacia di turno”, “Quinti piano ti saluto”, “È arrivato ‘o trentuno”. Anche le commedia meno gettonate di Eduardo, come forse “Mia famiglia”, “La bugie con le gambe lunghe”, “La paura numero uno”, hanno sempre dentro dei momenti di altissima qualità di scrittura e di inventiva scenica. Fondamentalmente perché la sua capacità di tenere viva l’attenzione dello spettatore è data, oltre che da una spettacolare abilità di dialoghista (si guardi ad esempio il dialogo del primo atto in “De Pretore Vincenzo”, tra Ninuccia e Vincenzo), è data, dicevo, da una precisa visione della vita. 



Si sa che il tema centrale dell’opera di De Filippo è la famiglia, ma la famiglia va intesa come nucleo fondante la società, nella quale tutte le cose non solo avvengono ma si mescolano. Il dramma, la risata, il comico e il drammatico, la tristezza e la gioia, la malinconia, il silenzio e la pena, sono tutti come aggrumati in un unico centro vitale che non conosce soluzione di continuità. 

Tale visione consente al drammaturgo napoletano di sfruttare una delle più consolidate ed efficaci armi della costruzione teatrale, l’alternanza, sapientemente combinata, tra comico e drammatico: alleggerire per poi affondare il colpo, affondare per poi far sorridere, sospendere per poi velocizzare, creare il vortice per poi fermarsi ad osservare. E in questo “schema/non schema”, personaggi, fatti e situazioni, si rincorrono, a volte appaiono, si sviluppano, per poi chiudere la loro azione diverse scene dopo, o ritrovare una appendice che con un leggero riferimento, riporta alla mente dello spettatore quanto visto in precedenza. Il tutto sempre con una precisa funzione drammaturgica. 

Prendiamo per esempio il terzo atto di “Napoli milionaria”, quando si ricerca la medicina per salvare la piccola Rita. A un certo punto arriva con varie scatole di farmaci tra le mani ‘o miezo prevete, ma essendo tutte quelle confezioni inutili, ne nasce tra lui e il medico una discussione che, seppur seria, risulta spiritosa agli occhi dello spettatore. Passano varie scene, entra a parlare col protagonista, Gennaro Iovine, l’antagonista, Settebbellizze, lo spasimante della moglie. Il dialogo è drammatico, Settebbellizze parla, cerca di giustificare quanto avvenuto in assenza di Gennaro, ma in risposta riceve solo un tragico silenzio. 
Finita la scena, l’aria è pesante, ma ecco che la porta del basso si apre e passa con una nuova, inutile scatola di medicinali, ‘o miezo prevete, dice una sola battuta che, riportando alla memoria dello spettatore la discussione precedente col medico, risulta immediatamente spiritosa. 
Con pochissimo, un veloce passaggio e una battuta dunque, l’aria sulla scena si alleggerisce, e questa lievità serve per quanto accadrà dopo, poiché si ricade nel dramma, fino al famoso finale di “Ha da passà ‘a nuttata”. 
In un atto drammatico, nel quale si tirano le fila del commedia, i passaggi se non comici certamente più leggeri, sono come la ripresa di fiato per un pescatore di perle, che dopo una esplorazione del fondale, torna a galla per poi riaffondare alla ricerca della sua preziosa gratificazione. Non è semplice gioco, è aria che serve, che aiuta a scrutare meglio il fondo del mare. 

Di queste alternanze Eduardo è pieno, fanno parte del suo modo di scrivere, perché, come detto, è così che intende la vita, l’arte, il teatro. 
Il punto interessante è la quantità di soluzioni imprevedibili, quasi spericolate, vere e proprie invenzioni delle quali dissemina le sue commedie, soluzioni che non nascono semplicemente da una fantasia ricca e viva, ma da una profonda conoscenza del teatro a livello direi viscerale. Quanto ci sia di istinto e quando di sapienza è veramente difficile dirlo, si può solo rilevare che le storie si dipanano e hanno sempre una sorta di conseguenza logica che ci appare perfettamente credibile. 

Facciamo qualche esempio:  
1. In “Bene mio, core mio”, al terzo atto, la soluzione del protagonista, un restauratore di quadri antichi, passa attraverso l’invenzione di una favola, che narra di un drappo magico che se indossato libera dei proprio mostri, e la protagonista femminile, che ha subito una sorta di malefica suggestione da parte del cognato, improvvisamente rinasce; è una soluzione totalmente inaspettata, un vero e proprio colpo di teatro. 
2. In “La grande magia”, il funambolismo verbale del povero prestigiatore Otto Marvuglia, trova la sua sublimazione certamente nella scena dei canarini, quando alla morte delle figlia di un suo collaboratore, per spiegare all’altro protagonista, Calogero Di Spelta, cosa sta accadendo, gli mostra la condanna umana all’illusione che invece quei canarini, che egli uccide per i suoi giochi di prestigio, non possono avere. 
3. Sublime resta ne “Le voci di dentro” l’invenzione del personaggio, preso dalla realtà, dello zi’ Nicola, il ribelle che ha smesso di parlare perché inutile, perché l’umanità non capisce, e si esprime solo con i fuochi d’artificio; il suo silenzio contrasta con il profluvio di parole con cui i vari personaggi negativi cercano di giustificare la loro miseria umana. 
4. Già nel giovanile “Sik-Sik, l’artefice magico” il passaggio in cui il protagonista riesce a malapena a salvare la moglie incinta facendola uscire dalla cassa della quale si è persa la chiave del lucchetto, è un segno evidente di questo continuo mescolare alto e basso, comico e drammatico, di far brillare l’umanità anche in un contesto totalmente comico, almeno in apparenza, come quello di “Sik-Sik”. 
5. Il mutismo in cui volontariamente si rifugia il protagonista di “Mia famiglia”, il quale riesce, in questo doloroso modo, lui, speaker alla radio, a far rinascere i rapporti umani all’interno del suo nucleo familiare ormai allo sbando totale. 
6. Potremmo continuare per ore, con le situazioni che si ritrovano nella più pirandelliana della sue commedie, “Uomo e galantuomo”, oppure in quella più potentemente cristologica, “Il sindaco del rione Sanità”, un dramma talmente altro e profondo con il quale Eduardo stesso ha voluto fare i conti fino alla fine dei suoi giorni, e che fu infatti l’ultima commedia che registrò per la televisione, un testo che pare in qualche modo come essergli sfuggita dalle mani, dove sembra che il Nostro abbia scritto qualcosa anche più grande di lui.  
7. Il finale di “Natale in casa Cupiello”, quando l’amante della figlia Ninuccia entra in casa per “baciare la mano a don Luca” che è nel suo letto di morte, e il protagonista, scambiandolo per il genero, ne unisce la mano a quella della figlia benedicendo l’unione proprio mentre entra il marito, scena che all’epoca della prima rappresentazione provocò un vero e proprio scandalo. 
8. Ma io penso che l’esempio più interessante, quello che pur essendo molto noto è il meno rilevato è ancora in “Natale in casa Cupiello”, al finale del secondo atto. È  la sera della vigilia di Natale, tutto è pronto per la cena della festa, ma come sappiamo, marito e amante di Ninuccia vengono alle vie di fatto, il dramma esplode, i due scendono in strada per una sorta di duello rusticano, la madre Concetta è come immobilizzata dal terrore, Ninuccia dopo averne invocato disperatamente un intervento che non può esserci si lancia dietro i due, Concetta resta sola, è persa… e in quel momento, entrano Luca, Nennillo e zio Pasqualino mascherati da re Magi per il loro comico “tu scendi dalle stelle”, Concetta ride e piange insieme senza saper cosa fare, mentre i tre le girano intorno gioiosi sventolando le stelline di Natale (la bravura di Pupella Maggio è per me, ad oggi, inarrivata, sul suo volto c’è tutto e anche di più). 
Bene, penso questo lungo discorso possa chiudersi su questo esempio: quando vediamo la scena dei tre abbigliati comicamente da re Magi, con i tappeti sulle spalle, le corone di carta e le stelline in mano, noi ridiamo, e il sorriso, quasi spiazzato, spaesato, che ci accompagna al dramma dell’ultimo atto, è il frutto di quella mescolanza di comico e drammatico che è la vita stessa, quella vita dove ogni cosa è collegata implacabilmente all’altra. Quando il figlio del protagonista di “Mia famiglia” afferma che “ognuno è padrone della sua vita”, la risposta implacabile di Alberto Stigliano è che non è assolutamente vero, siamo tutti “ammagliati” e la caduta di uno trascina con sé anche altri, se dobbiamo rispondere a una serie di regole sociali, allora “non siamo liberi”. E come non siamo liberi noi, nemmeno gli aspetti della vita lo sono, quello che può apparire drammatico, spostando l’ottica diviene ironico, umoristico, anche comico, ed è in ciò che Eduardo mostra di avere assorbito la grande lezione di Pirandello sull’umorismo. 
L’ingresso dei re Magi ha una potenza dirompente per la scena, la sfonda, la apre a una convergenza di emozioni contrastanti che riepilogano il senso stesso della vita e del teatro, che ce lo mostrano, questo senso, come un grumo caldo, un magma in ebollizione, pulsante. È una invenzione sublime, un colpo di scena purissimo, assoluto, che raramente trova eguali, almeno nella drammaturgia del ‘900. 
Forse solo Cechov, altro autore a cui Eduardo appare chiaramente legato nel profondo, ha saputo in questo modo “sfondare” la scena, disseminandovi un realismo che realismo non è, illudendoci che i racconti cui assistiamo sia paratattici, mentre non lo sono. 

Se Pirandello sconvolge la scena, la trasforma, le fornisce mondi e modalità nuove, Eduardo De Filippo la conquista ad una esistenza che pur affermandosi nella sua natura scenica, non distingue più tra il suo esser finzione ed esser quella verità della vita che l’ha invasa, gremita, affollata come e con una umanità che essendo viva non può conoscere alcun limite intellettuale alla sua capacità di sorprenderci, spiazzarci, rigenerarci, farci uscire sempre da teatro diversi da come vi siamo entrati.   


lunedì 20 luglio 2026

UN MONDIALE DI MMERDA!


 

Ora che il sipario è calato, poche parole: è stato un Mondiale di mmerda!
E preparatevi, sarà sempre peggio. Non solo perché la qualità del calcio è crollata in tutto il mondo - che poi vuol dire sempre e comunque Europa e Sud America, giacché l'80% dei calciatori partecipanti gioca prevalentemente in Europa - ma soprattutto perché questo torneo è stata una follia. 

Un fatto era giocare un Mondiale a 16, al limite 24 squadre in un mese (meno partite, più riposo), altra giocarlo a 48 e sempre in un mese, cui comunque si somma una stagione che tra campionati e coppe varie è perpetuamente più lunga. Per non parlare della storia dei trasferimenti in aereo magari da Los Angeles a Vancouver! Come se un viaggio in aereo non stancasse, non fosse uno stress per fisico e mente (non è che se non guido io non mi stanco!).

Il risultato ci è arrivato in faccia come un pugno di Jack La Motta mentre assistevamo alla più brutta finale che io ricordi, e con questa ne ho viste ben quindici! 

Non era bollita solo l'Argentina, come ripetevano i funambolici commentatori tv, ma anche la Spagna. E il tutto è stata una pena. 

Questo Mondiale segna, se ce ne fosse ancora bisogno, il fallimento della gestione Infantino. E pensare che ci lamentavano di Blatter.

Perché, ad esempio, immaginare questa gestione, finta, a tre nazioni, quando in realtà si è giocato quasi solo negli USA? Allargare così tanto la platea ha davvero giovato agli introiti FIFA? Avere partite di bassa qualità e una finale pessima è stato un buon spot pubblicitario per il calcio? Dopo lo schifo di ieri sera, per esempio, gli americani guarderanno di più il calcio o continueranno a vedere il loro football? 



Insomma, cala il sipario, grazie al cielo, ma nella certezza che andrà sempre peggio. Ora ci aspetta un altro Mondiale, che ci lascia perplessi prima ancora di iniziare, in Marocco, e quindi un altro in Arabia Saudita. Ed è divertente (eufemismo!) vedere come si è finiti in Arabia: si voleva giocare un torneo tra Grecia e Egitto, va a capire il perché... Non si sa bene quale dei due Paesi si sia rifiutato e alla fine solo l'Arabia si è offerta. Ma, udite udite, forse si gioca a Gennaio 2035 per rispettare il solito Ramadan, che se no i calciatori islamici affronterebbero le partite digiuni... 
Non aggiungo altro, mi chiedo solo quando si tornerà alla normalità, a giocare dove il calcio davvero si gioca: Europa o Sud America, punto. 

Quanti anni avrò nel 2034? Forse così tanti da poter immaginare di andarmene in una casa in riva al mare su un'isoletta greca, impiegando il tempo ad imparare a pescare mentre guarderò con piacevole malinconia i culi delle belle ragazze che passeranno. Sperando passino.  

martedì 14 luglio 2026

UN GENIO CHIAMATO EDUARDO - perché il genio teatrale di De Filippo è superiore a quello di Pirandello

 Il discorso è lungo, complicato da illustrare soprattutto ai non addetti ai lavori, e lo suddividerò in capitoli. 




1. 
Quello che sto per dire farà certamente saltare sulla sedia un bel po’ di persone, ma non importa. È tempo che qualcuno affermi ciò che è necessario: la genialità di Eduardo, dal punto di vista meramente teatrale, è superiore a quella di Pirandello. 
Spero non si debba specificare che per Eduardo s’intende Eduardo De Filippo, sul quale l’influenza di Pirandello, come si sa, è stata grande, il commediografo napoletano aveva una vera e propria venerazione per il genio siciliano, e i fatti raccontano dell’instaurarsi di un pieno rapporto Maestro-Allievo. 
Pirandello vinse giustamente in Nobel, perché la rivoluzione che egli ha apportato in campo letterario e soprattutto teatrale è stata assoluta; Eduardo, invece, lo avrebbe pienamente meritato, ma il comitato svedese non fu dello stesso avviso non ostante la sua candidatura fu presentata più volte. Altro che Dario Fo, la cui inconsistenza teatrale e letteraria è nei fatti: De Filippo è ancora sui palcoscenici di tutto il mondo, di Fo non si hanno notizie ormai da tempo immemorabile; e questo qualcosa vorrà pur dire anche se i critici storceranno il naso, ma si sa: se un critico avesse capito qualcosa di Teatro avrebbe fatto il teatrante, non il critico, e almeno in Italia quelli che ci han capito qualcosa son stati davvero pochi, D’Amico, Tian, Lunari… quelli cioè che han passato la maggior parte del loro tempo proprio in mezzo ai teatranti. 
Questa sulla critica non è mera polemica, ma un aspetto necessario del mio ragionamento, poiché proprio gli studiosi hanno posto un pesante limite sul teatro eduardiano: il dialetto. 
Il fatto che Eduardo venisse dal teatro popolare e in vernacolo ha fatto sì che la critica, soprattutto dopo il ’68 (data che ha una sua rilevanza), lo guardasse spesso e volentieri dall’alto in basso e non gli riconoscesse nemmeno come differenti quei testi che o non sono in dialetto o ne contengono davvero pochissimo per banalissimi motivi di ambientazione, come, ad esempio, ne “Gli esami non finiscono mai”. 


Va detta una cosa: Eduardo non rinnegò mai la sua matrice dialettale, popolare, napoletana, anzi la rivendicava come un pregio, la verità è che De Filippo ha semplicemente usato gli strumenti che aveva a disposizione, come sempre fa un vero teatrante: si fa la minestra con gli ingredienti che si hanno.  
Fin dal principio, quando ancora il suo teatro è in fasce, De Filippo fa un uso del dialetto fortemente legato alla classe sociale dei personaggi, al tempo e al luogo in cui si svolge l’azione. Capisco che non sia un elemento comprensibile per tutti, un piemontese o un emiliano considereranno il dialetto di “Napoli milionaria” uguale a quello di “Non ti pago”, ma così non è, da un lato abbiamo la lingua fortemente popolare dei bassi napoletani, dall’altro quella della piccola borghesia, così come in commedie quali “Mia famiglia” o “La grande magia” l’influenza del dialetto è decisamente limitata. Attenzione, sto parlando dei testi, della scrittura, e non delle note versioni televisive dove spesso e volentieri il Nostro italianizzava per un senso di rispetto verso il pubblico di tutta Italia.  
Ma già qui abbiamo un primo elemento che non possiamo certo sistemare tra le genialità, ma di sicuro va collocato in uno spiccato senso della teatralità, perché il linguaggio dei personaggi di Pirandello è inequivocabilmente uniforme, per non dire unico, e le sfumature tra classi sociali o di ambientazione sono minime quando proprio inesistenti. Il linguaggio pirandelliano è singolare, inimitabile, perfettamente riconoscibile al punto da diventare oggetto d’ironia, di satira, ma indiscutibilmente quella singolarità è un pregio. È pero anche un pregio il disperato tentativo di Eduardo di ricalcare la vita, e dunque cercare voci e suoni diversi che identifichino personaggi, tempi e situazioni diverse. 
La verità è che capiremo fino in fondo Eduardo solo quando vorremo dimenticare l’elemento dialettale, quando vorremo considerarlo come uno strumento della sua opera, della sua azione creatrice, e nulla di più: nella tradizione italiana, dialetto fa subito “comicità”, ma questo in Eduardo è assolutamente falso: dramma è “Filumena”, dramma è “Napoli milionaria”, “La paura numero uno”, “Bene mio, core mio”… e dramma è pure “Natale in casa Cupiello”.
  
Ora, venendo all’aspetto teatrale, si può con certezza affermare che Eduardo De Filippo ha teatralmente una maggiore genialità rispetto a Luigi Pirandello, una sorta di Allievo che supera il Maestro, come nella migliore delle tradizioni. 
Difficilissimo dire in poche parole cosa sia il Teatro, ma una cosa almeno possiamo affermarla: esso è dialettica e sintesi, ed è scarto, sorpresa, impressione, costante risveglio dell’attenzione. Tutto questo, e molto altro ancora, i teatranti lo sanno, ma qui non parlo solo ad essi, anzi ai miei colleghi vorrei rivolgermi il meno possibile e cercare di spiegare ai non addetti ai lavori. 
Deve essere dialettica perché la narrazione non procede linearmente, ma in forma indiretta, sempre attraverso un “conflitto”, e per questo motivo è anche sintesi. Un esempio, da “Natale in casa Cupiello”: 

Luca - Pasqualino s’è alzato?
Concetta - Sì, s’è alzato, chillu scucciante ‘e tuo fratello, pe’ nu raffreddore c’ha tenuto è stato capace di stare una settimana a letto. 


Che Pasqualino sia fratello del protagonista non ce lo dice Luca ("buonasera, signori spettatori, sono Luca Cupiello e ho un fratello che si chiama Pasquale e vive in casa con me e la mia famiglia"), ma lo rileviamo dalla battuta seccata di Concetta, che oltre tutto ci fa già anche intendere che non ha simpatia per il cognato, dunque la narrazione è palesemente indiretta, e passa attraverso un “contrasto”, poiché solo Luca può dire la sua battuta e solo Concetta la sua, se le invertiamo cambia tutto, addirittura cambia la “struttura famigliare”.
Silvio D’Amico diceva che se in una commedia possiamo scambiare le battute tra due personaggi senza che nulla accada, allora quello non è teatro.  
Ma mettiamo un primo punto: questi fondamentali elementi ci sono in entrambi gli autori? Sì, senza dubbio alcuno sì, e non si discute!
 
È sul resto, invece, che De Filippo mostra la sua maggiore genialità, sicuramente dovuta al suo vivere il teatro fin dalla nascita, dovuta al suo aver trangugiato teatro già col biberon; Pirandello invece arriva al Teatro, inizia con la poesia, poi la prosa, quindi il teatro. E mentre De Filippo cerca man mano i suoi temi, forma passo dopo passo il nucleo centrale della sua poetica (che potremmo sintetizzare in una unica parola: la famiglia, non a caso e non solo per le vicende personali), Pirandello forma dentro di sé la poetica che poi rovescia in ogni suo scritto. E qui scatta il limite! 


continua...

lunedì 18 maggio 2026

SALERNO 2026, LE AMMINISTRATIVE INESISTENTI

#elezioniamministrative2026 #Salerno 
Vi racconterò un fatto che non sapete, e non vedo nemmeno perché dovreste sapere, ma potrebbe servire a qualcuno per capire come funzionano le cose in alcune parti del nostro Paese. Tra una settimana esatta si va al voto per l'elezione del Sindaco in alcuni comuni italiani tra cui la mia Salerno. Ebbene, qui non c'è nemmeno l'ombra di una campagna elettorale! Niente inviti a incontri, niente comizi, pochissimi, ma credetemi pochissimi manifesti elettorali, parecchi di quei tabelloni che vengono appositamente messi per le elezioni sono vuoti, senza nemmeno un manifesto, non si sa chi siano i candidati nelle liste e quali le stesse liste. La città tutta appare come rassegnata, e in conseguenza anche molto disinteressata all'evento, perché tutti già sanno che "tanto vince Vicienzo". 
Ci sono non so quanti candidati a sindaco e non c'è campagna elettorale, una cosa che non ho mai visto in sessantuno anni, mai. 
Allora perché tanti candidati? L'ipotesi più credibile è che se si andasse a un ballottaggio, cosa quasi impossibile, ognuno scambierebbe il suo pacchetto di voti con una poltrona. Ma non accadrà. Vincenzo De Luca vincerà a mani basse, e a dirla tutta nemmeno lui si vede più di tanto in giro. Perché - e qui veniamo all'altro punto - Vicienzo è stato un genio, Vicienzo è un piccolo genio della Politica. 
Per prima cosa: fa i due mandati stabiliti dalla legge, poi per una legislatura mette un suo uomo, il quale lascia pian piano che la città si ritrovi nel degrado, abbandonata a se stessa, e così invochi il ritorno di Vicienzo. Poi: De Luca è stato così geniale da creare un sistema di governo in cui ciascuno ha il suo piccolo spazio di sopravvivenza, anche quelli della opposizione, i quali, dato loro il giardinetto in cui vivere, vengono colti dal timore di perderlo; di conseguenza, alla fin fine, nessuno vuole che nulla si muova, tutti vogliono che la situazione resti come è. 
Tutti, tranne quei cittadini, in genere del ceto medio, che davvero vorrebbero una città migliore in cui vivere. Per il resto, i ceti bassi sopravvivono grazie a cooperative e municipalizzate, quelli alti si muovono tra incarichi e compiti vari, diretti e indiretti, l'opposizione campa grazie al suo posto in politica. 
Sono decenni che lo dico: Salerno è una città distrutta, degrado, sporcizia, caos, volgarità e bruttezza profuse a piene mani, una città che aveva una sua piccola e salda dignità, una sua grazia, eleganza, bellezza, che è stata devastata prima di tutto dalla disattenzione, dalla non curanza, dalla superficialità, dalla pochezza, dei suoi cittadini, poi dalla politica, ma la politica è un effetto dei suoi abitanti, non la causa di questo degrado. 
Faccio i miei sinceri complimenti a chi ha saputo approfittarne, e merita il posto che ha: la poltrona di sindaco in un posto dimenticato prima che da Dio dai suoi stessi abitanti, un luogo in cui nessuno conosce più il significato della parola "vergogna".  

venerdì 27 marzo 2026

I senza nome e senza memoria. 27 marzo, Giornata mondiale del Teatro, e del silenzio!

 27 marzo. È la giornata mondiale del teatro. 
Non mi piacciono le giornate mondiali, non so che cavolo vogliano significare. Mi pare altresì un becero modo per cercare di sostituire le feste locali, le tradizioni religiose e nazionali, per inventare appuntamenti globalisti, e mi domando spesso quanto una cosa come la giornata mondiale del teatro, o dei nonni, o del gatto, o della bicicletta abbiano rilevanza in Vietnam, in Congo, nel Paraguay o alle isole Samoa, quanto siano sentite in Olanda o in Estonia, se se ne parla allo stesso modo a Malta o in Canada. 
Francamente, delle giornate mondiali di qualsiasi genere o su qualsivoglia argomento, me ne importa meno di zero, ed ancor più sinceramente non ho bisogno di una giornata mondiale per ricordarmi di chi sono, di tutti coloro che mi hanno preceduto, di guardare a coloro che verranno dopo di noi, di ringraziare di cuore tutti, i grandissimi come gli sconosciuti del teatro di ogni tempo e di ogni epoca, quelli che io chiamo “i senza nome e senza memoria”, quelli senza i quali, ne sono più che certo, il teatro non sarebbe mai e poi mai arrivato fino a noi, e senza i quali non arriverà mai ai nostri bisnipoti e anche oltre. 
Invece di guardare una immagine di Eduardo, di Molière, di Miller, di Cechov o di Goldoni, oggi, se veramente volete pensare al Teatro e alla sua primaria ed unica essenza, gli attori, provate a immaginare chi potevano essere quelli sulle carrette che portavano in giro i fescennini, o che si lanciavano sui palchi delle sacre rappresentazioni medievali, che in un villaggio del Giappone o della Cina si cimentavano nel Nō, o nel Kabuki, ai comici che sotto una tenda ricorrevano ai più bassi stratagemmi del mestiere per commuovere o far ridere un pubblico rozzo di poveri contadini bruciati dal sole nel corpo e nell’anima. 
A che serve una Giornata mondiale del Teatro se non pensiamo per un attimo a chi non viene mai ricordato. Lasciamo per un giorno perdere i personaggi famosi, ma inventiamo i nomi di quegli sconosciuti, diciamoli nella nostra mente, immaginiamo i loro volti segnati dalla passione per un’arte che chiede solo d’essere amata come un figlio o un padre, come chi è giusto che abbia tutto l’amore senza chiedere, come chi è giusto che dia tutto l’amore senza che gli sia chiesto. 
Stiamo in silenzio, a guardare la nostra piccola stanza, i ritratti di quei volti mancanti sulle nostre pareti, ricordiamo ogni attimo trascorso nei nostri camerini, case comuni, immaginiamo tutti coloro che vi sono passati e ringraziamoli. 

In silenzio. 

Null'altro.  


Un attore e un tecnico riposano stanchi dietro le quinte

martedì 24 marzo 2026

SCUOLA, ABBIAMO UN PROBLEMA!

 Uno dei motivi, penso, della vittoria eclatante del No al Sud è dovuto non solo alle appartenenze di partito, ma al fatto che molti di quei bei giovanotti che sbandierano il drappo rosso nelle piazze sono meridionali fuori sede tornati a casa per votare. 

La questione dei giovani è decisamente annosa e coinvolge il livello di istruzione e crescita delle menti che la scuola fornisce, stimola, promuove, attiva. Evidente che abbiamo tirato su una generazione di utili idioti incapaci di pensare con la loro testa, che procedono per slogan, il cui livello massimo di attenzione è quello del tempo di un reell di instagram (e a proposito, nella vecchia scuola, non dico quella del 1950, ma quella in cui noi siamo cresciuti e siamo stati istruiti, fine '70 primi '80, ci abituavano a pensare con la nostra testa, e guarda guarda siamo cresciuti comunisti, socialisti, democristiani, repubblicani, liberali, quindi non mi dite che nella scuola dei nostri tempi si indottrinava al fascismo, poiché è stato palesemente il contrario). 

Tra i mille altri, penso ci sia un serissimo problema che si chiama: genitori. 
Ma non perché, come starete subito pensando in riflesso pavloviano, i genitori "non sanno più fare il loro lavoro", ma semplicemente perché essi sono generalmente convinti che la scuola di oggi, sia esattamente la scuola dei loro tempi, che la scuola dei loro figli sia perfettamente uguale alla loro scuola, credono ancora, e ci credono seriamente, che i docenti siano quelli della loro epoca, arcigni, implacabili, con "poteri" enormi sui loro figli e possibilità di insegnamento sterminate; credono, davvero, che quando il loro figlio prende 8 o 9, quello sia il voto che davvero merita, voto che loro, negli anni dello studio, mai sono riusciti ad avere; si fidano del fatto che insegnare a scrivere cominciando dallo stampatello maiuscolo sia efficace, anche se tutto dimostra il contrario, che se uno psicologo dice che il loro figlio è dislessico, disortografico, discalculico... il bambino lo sia davvero, senza alcun dubbio; protestano perché non c'è la gita in terza media o in terza liceo, perché la scuola non compra la carta igienica o non ripara i soffitti con i milionari fondi del PNRR (senza sapere che la scuola non può farlo!), ma non si chiedono cosa fanno i figli durante le interminabili ore di: orientamento (in e fuori sede), pcto, asl-educazione alimentare, asl-educazione malattie sessualmente trasmissibili, FFOO-sicurezza stradale, FFOO-alcol e droghe, partecipazione a conferenze (in e fuori sede), a convegni di vario genere, uscite di un giorno, uscite di più giorni, uscite per il teatro, il cinema, il concerto, l'opera lirica, la mostra di pittura o di moda, progetti di varia natura, ecc. ecc. ecc. Non hanno la minima idea del numero di ore di lezione che i loro figli perdono per una serie di stupidate inenarrabili, e soprattutto sono certi che debba andare così senza porsi alcuna domanda. 
Quando il loro bambino, la loro bambina arriva alla scelta del liceo, l'unica domanda che si fanno è: "che lavoro farà dopo", e mai "che persona diventerà mio figlio, chi sarà nella vita". Pur di non avere problemi - ed in questo è il vero rifiuto di fare "il loro lavoro" - hanno accolto l'idea che si studi per lavorare, che la scuola debba solo servire a trovare un lavoro, rifiutando l'idea che l'istruzione serva a formare una persona, un cittadino, che la scuola sia la palestra della società in cui poi i loro figli vivranno, dimenticando spesso che loro stessi fanno lavori soddisfacenti ma diversi da ciò per cui hanno studiato. 
Non sanno cosa è la scuola d'oggi, e non se lo chiedono nemmeno. Il risultato è sotto i nostri occhi, con ragazzi che non sanno comporre due frasi in italiano corretto, che non conoscono la Storia o la Geografia, che soprattutto, non avvezzi ad affrontare le difficoltà, si bloccano davanti a qualsivoglia problema dichiarando ansia e stress per non si sa cosa. 

In questa ridda di pensieri mi domando anche se, capendo quanto questa scuola sia diversa dalla loro, inizierebbero a protestare. Difficile, anzi difficilissimo. Dovrebbero "elaborare un lutto", affrontare un problema, rendersi conto quanto i figli possano essere una rinuncia, una fatica, una responsabilità... e non so quanti di loro siano pronti e disposti a farlo. 

Non mi preoccupa il fatto che i ragazzi votino NO, mi preoccupa quel che leggo sui tanti social quando ne leggo le motivazioni. La scuola, in questo scenario, è diventato un problema. 

lunedì 23 marzo 2026

Musica liquida? Sì, ma con accortezza (perché il vinile ha ancora senso)

 Mi sono ritrovato in una simpatica pagina facebook a chiacchierare con altri appassionati audiofili come me, patiti di amplificatori, giradischi, casse e altre diavolerie, di musica liquida.
Il tutto è partito dalla richiesta di consiglio di un partecipante su quale lettore streamer comprare. Per chi non lo sapesse, il lettore Streamer di rete è una macchina che si collega a internet e ti dà la possibilità di usufruire di tutti quei servizi di musica che sono on line, Spotify, Qobuz, Amazon music, Youtube music e tanti altri. O meglio, i lettori di alta gamma ti offrono la possibilità di collegarti a tutto, quelli di fascia più umana soltanto ad una serie di servizi con i quali, è abbastanza chiaro, la casa costruttrice ha una qualche convenzione. È un po’ come quando sui telecomandi della tv trovate già il tasto di accesso a Netflix o a Disney channel.
Chiariamo un altro punto: quando parlo di alta gamma, mi riferisco ad apparecchi che superano 1500, o anche 2000 leuri freschi freschi, e che per suonare hanno comunque bisogno di un amplificatore, di casse acustiche ecc. La gamma bassa sta ovviamente sotto e trovate apparecchi che funzionano egregiamente anche per 150 euro. Il perché un audiofilo compri un apparecchio da duemila euro è facilmente comprensibile: all’appassionato non puoi comandare, ed è come un amante delle auto che prende una Ferrari, sia pure usata, sia pure per tenerla 350 giorni l’anno nel garage, ma si scioglie “liquido” quando la guarda.
Ultima annotazione: per funzionare lo streamer di rete ha bisogno di una ottima connessione internet, il che è un ulteriore problema. 

Fatta questa premessa per i non appassionati, diciamo che la discussione è andata verso l’eterno ed annoso problema: come supporto per l’ascolto, meglio la musica liquida, il cd, o il vecchio e glorioso vinile? Io, come ho scritto ai partecipanti al forum, non ho dubbi: su tutto vince ancora il vinile, ma ci sono sicuramente un’altra serie di riflessioni da fare, di carattere più sociologico che prettamente audiofilo/musicale. 

Dunque: tra il vinile e gli altri supporti a mio parere non c’è paragone, dato che già non ce n’era tra vinile e cd, figuriamoci col resto. 
Mi dicono che le campionature per la musica liquida siano più ampie e ricche, al mio orecchio francamente non pare e il massimo di differenza che sento è se collego al bluetooth dell'amplificatore il telefono o il pc, con un netto vantaggio per il computer.
La musica liquida, a mio vedere, come tutta la tecnologia moderna, ha un solo scopo: renderti facile la vita. Peccato che "facile" non sia "semplice", e alla fine, se osservi, la facilità diventa un danno, poiché abitua il cervello a un minor livello di attenzione, ne smorza gradualmente l’interesse. 

Quando mettevamo sul piatto del giradischi un LP di un qualsiasi cantante, o una sinfonia, o un’opera lirica, tendenzialmente ascoltavamo dall'inizio alla fine; ora ci prende la noia, come con lo scrolling, e passiamo da un cantante a un altro. Eppure - non parlo di musica classica dove il meccanismo di saltare da un primo movimento di una sinfonia di Mozart a una giga di Bach e poi a un Notturno di Chopin è a dir poco innervosente, insopportabile, intollerabile – eppure, dicevo, quando ha creato il suo Long Playing il cantante ha pensato a una disposizione di brani che costruissero, nelle sue intenzioni, un discorso composito. Non era presumibilmente per una estrazione a sorte se “Sono solo canzonette” di Eduardo Bennato iniziava con “Ma che sarà” e finiva con la canzone che dava il titolo al disco, o se “Revolver” dei Beatles inizia con “Taxman”, prosegue con “I’m only sleeping” e via dicendo. Anche nella semplice alternanza di brani più… animati e brani più “dolci” c’è evidentemente la volontà di creare una emozione. E non addentriamoci nemmeno nella sequenza di costruzione di una sinfonia di Beethoven o Brahms.
Il problema con la cosiddetta musica liquida - definizione che non casualmente riprende quella di Baumann sulla società liquida, i cui principi ho qui trovato ottimamente sintetizzati 








- il problema con la musica liquida, è che il tuo atto di ascolto non è più un atto di conoscenza, come leggere un libro o vedere un film, ma la musica diventa una sorta di mero sottofondo alle altre tue attività, una specie di colonna sonora alla tua vita, dove ogni pezzo, che magari appartiene a un determinato genere che l'algoritmo ha identificato come il tuo preferito, va bene. E per quanto possiamo amare Morricone o Williams le loro belle musiche accompagnano, favoriscono la creazione di una atmosfera, sottolineano passaggi, ma la parte predominante, quella che stiamo seguendo è il film, non la musica, al punto che nei concerti di questi splendidi autori ci esaltiamo solo quando riconosciamo il film in cui quel brano è inserito, e questo penso sia innegabile.
E' vero, mi piace il jazz, ma non è che un qualsiasi pezzo di jazz in quel preciso momento in cui voglio ascoltare musica mi va bene. E ancora peggio: nel procedere dell’ascolto tollero, aspetto, subisco uno o più pezzi che non amo attendendo quello che mi piace, oppure salto da un brano all’altro senza arrivare mai in fondo. Mi si dirà che è per questo motivo che ci sono le playlist, ma avete mai provato a usare una playlist su queste piattaforme digitali? Costruisci la tua play, ma se non paghi la sequenza che hai costruito non viene seguita, si salta comunque da una musica a un'altra, e magari non puoi ascoltare la canzone che ti piace più di un tot numero di volte e devi aspettare il giorno dopo… Almeno il lettore cd, con il suo bel telecomando, ti permetteva questo: voglio ascoltare dieci volte di seguito “Life on Mars”! Fatto! E anche l'idea che hai "tutto il mondo musicale a tua disposizione", oltre a essere una pia illusione, per il discorso, ad esempio, che esistono accordi tra le varie case e non tutte stanno con tutte, reprime quel grande atto dell'uomo che è vitale per la conoscenza: la ricerca spinta dalla curiosità, dalla voglia di conoscere e sapere. Dove saremmo oggi senza questo elemento? Ci faremmo ancora curare dagli stregoni e il massimo che avremmo è i tamburi sui tronchi di legno, o al massimo il flautino di Pan. Non mi pare propriamente interessante.

Sarò forse esagerato nelle mie riflessioni, ma io evito la musica liquida il più possibile. Non la escludo del tutto, come gli elementi contemporanei della tecnologia offre di certo una serie di vantaggi, ma non sono ancora disposto a buttare tutto il passato a mare per lanciarmi in un futuro che non vedo, anzi non sento, propriamente al servizio dell’uomo. 

martedì 24 febbraio 2026

Servitori dello Stato, una delle storie più belle che mi siano capitate.

È una delle storie più belle che mi siano capitate. 
L’altro giorno, ero a scuola, vedo nei corridoi una ex alunna, diplomata tre anni fa. 
Non mi aveva visto, mi avvicino per salutarla… e non era lei. 
Non lo era perché era la sorella, gemella. 
Già, perché Maria Francesca e Alessia sono gemelle omozigote, identiche come non te lo immagineresti nemmeno in un racconto di fantasia. Due belle ragazze alte, forti, dagli occhi scuri e profondi. 
A questi episodi di confusione sono chiaramente abituate da sempre, e da sempre si son sentite dire tutte quelle stupidate che si dicon loro quando si vuol essere banalmente spiritosi: Vi scambiate per le interrogazioni, chi esce con il fidanzato di chi, ecc. ecc. 
La ragazza, anzi, ormai la giovane donna era lì per ritirare una copia del diploma. Perché? Perché ha vinto il concorso nei Carabinieri e tra poco partirà per i sei mesi di addestramento. 
Al che ho sbarrato gli occhi dallo stupore, perché so che anche la sorella ha vinto quel concorso! 
“No – mi corregge  – lei lo ha vinto in Polizia”. 
Insomma, una andrà nei Carabinieri e l’altra in Polizia. 
Non sarei mai arrivato ad immaginare una simile situazione: due sorelle, gemelle, due nostre ex allieve, che hanno trascorso venti anni della loro vita gomito a gomito, nello stesso momento scelgono di essere due Servitori dello Stato. Non posso nascondere che in cuor mio mi son commosso. E nemmeno posso nascondere che uno dei pensieri è stato: “Signore, fa che non succeda loro mai nulla di brutto”. 
“E così, alla fine le gemelle si dividono”. 
“Già – mi ha risposto – una da una parte e una dall’altra”, e ho avuto l’impressione che, pur sorridendo, un leggero velo di malinconia passasse nei suoi occhi. 
Ho fatto loro i miei auguri e son tornato al mio lavoro. 

In questi giorni in cui per la vergogna di disprezzabili soggetti le Forze dell’Ordine si ritrovano nella buriana, davanti ai miei occhi c’era una ragazza, anzi due, che con sorriso e coraggio intraprendevano una difficile strada, una via di dedizione e rigore. 
Ma lasciandola non ho pensato alla brutta cronaca di questi giorni, davanti a miei occhi è invece passata l’immagine di loro che hanno trascorso venti anni della loro vita sempre insieme, a scuola, in casa, al mare, nella squadra di pallavolo di cui erano due imprescindibili colonne, e ora arrivava la vita, a dividerle. Se davvero ho visto malinconia nei suoi occhi, ho pensato, doveva essere per questo, per la coscienza, che rapidamente han dovuto acquisire, che la giovinezza volgeva al termine. 
Perché la giovinezza finisce, mie care ragazze, se struie, si spegne come qualsiasi candela. Forse una andrà a prestare servizio a Bolzano e l’altra ad Agrigento, le vostre storie si intrecceranno ad altre storie, ma quel che posso dirvi è che l’infanzia non sparirà mai, la giovinezza finisce, ma l’infanzia, quella sarà sempre con voi, e in voi, niente cancellerà quel che siete state, gli anni e le ore che avete vissuto l’una accanto all’altra, il vostro essere figlie e nipoti e sorelle, il vostro essere due brave giocatrici di pallavolo, e non importa chi alzava e chi schiacciava, la vittoria non è nel punto, ma nel giocare la partita, e nessuno come voi la sta giocando. Dio vi benedica.