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domenica 11 settembre 2016

PERCHÉ NON RIESCO AD AMARE SHAKESPEARE




Ci ho messo più di trent’anni per capirlo, ma finalmente credo di esserci arrivato: perché non riesco a relazionarmi con Shakespeare, con uno dei quattro, cinque più grandi autori teatrali di sempre, esclusi i tre sommi tragici greci?
Quando ero ragazzo, avrò avuto quattordici o quindici anni, non di più, la Rai trasmetteva su una neonata Rai3 un ciclo di opere del Bardo realizzate dalla BBC, ovviamente doppiate in italiano. In perfetto sicrono, la radio mandava l’audio originale inglese. Una operazione intelligente che anticipava le svariate funzioni che oggi possiamo avere con un dvd.
Seguire quelle messe in scena era davvero facile, bastava conoscere la trama, poi abbassavi il volume del televisore e alzavi quello della radio. Così facevo, e godevo, mi ricordo che davvero godevo.
“Giunto in Arte”, il rapporto con Shakespeare si è mortalmente complicato per me: non riuscivo e ancora non riesco a relazionarmi emotivamente con la sua scrittura che trovo ampollosa, prolissa, spesso al limite della noia. I miei favori vanno decisamente ad altri autori, a Cechov per esempio, ma sopra tutto a Pirandello e Goldoni. Perfino il romantico Alfieri si incastra meglio con il mio animo.
Quando mi parlano del Guglielmo, sono solito dire: “Rispetto e riconosco il genio, ma non mi piace”, stessa cosa mi accade con il Mozart operistico.
Potevo fermarmi qui, a questa semplice e lecita constatazione. Ma non sarei quel che sono se non mi fossi perpetuamente sotto sotto chiesto come mai.
Ebbene, credo di avere trovato la risposta.
Sfogliavo ieri il “Sogno di una notte di mezza estate”, opera a mio vedere noiosissima! Nulla mi interessa di fate e elfi e incantesimi e sotterfugi e magie... Tra le parti tradotte in prosa, mi compaiono sotto gli occhi delle parti in versi. Le leggo, e mi torna alla mente un passaggio dei Saggi danteschi di Borges: “Milton è stato paragonato a Dante, ma Milton non ha che una sola musica: è ciò che in inglese si chiama “uno stile sublime”. Quella musica è sempre la stessa al di là delle emozioni dei personaggi. In Dante invece, come in Shakespeare, la musica segue le emozioni. L’intonazione e l’accentazione sono ciò che conta di più”.
Ecco, mi sono detto, il problema è qui. Oggi, come allora, da ragazzo, ascoltare in originale mi affascina, la traduzione mi annoia mortalmente. Perché? Perché è evidente che prima ancora di essere Teatro, Shakespeare è Poesia, e io – non so voi – la poesia tradotta non riesco a leggerla, mi pare sempre di percorrere una strada sconnessa, dove in più punti l’asfalto ha ceduto e devi stare attento a dove metti i piedi invece di camminare senza pensieri, lasciando che il passo vada fluido e leggero. Tu e la strada non riuscite mai a essere uno.
Non conosco l’inglese - se non quelle quattro parole che tutti oggi siamo quasi costretti a masticare - ma l’ascolto dell’originale forse mi fa pienamente percepire che lì c’è una musica, musica che in italiano perde la propria intonazione, la propria accentazione, per quanto il traduttore possa essere bravo. Tradurre poesia vuol dire consentire a un’automobile di camminare, ma dopo averle dovuto togliere un pistone. E dunque può accadere che un senso di noia ti pervada perché senti chiaramente che sempre un passaggio manca al raggiungimento della pienezza.
Le tragedie o le commedie di Shakespeare che riesco a vedere e amare in teatro sono sempre state quelle che avevano un grande attore a muovere il gioco, perché il fascino derivava dall’arte di lui, prima ancora che dal testo. Ma quando lo leggo, il Bardo mi resta lontano, come una meraviglioso dipinto, che un velo posto davanti, o una faro mal piazzato, o un gruppo di turisti idioti quanto la loro guida ti impedisce di cogliere nella sua goduriosa pienezza.

È Poesia, e la poesia non si può tradurre. Non trovo altra spiegazione.