Sarò sincero: amo Pirandello? Follemente.
Penso che il Teatro mondiale sarebbe rimasto lo stesso senza di lui? È molto probabile che sarebbe rimasto lo stesso per chissà quanto tempo ancora, poi qualcosa sarebbe certamente avvenuto, ma è indiscutibile che don Luigi sia stato un terremoto per la scena mondiale.
E dunque Pirandello stravolge la scena? Completamente, ed è questo che affascina, fa innamorare il giovane De Filippo.
Solo una mente superiore, coraggiosa, libera nel profondo da schemi convenzionali, fuori dal normale insomma, può immaginare e scrivere una cosa come “Sei personaggi in cerca d’autore”, un fatto ad oggi unico nella Storia del Teatro mondiale, che noi, abituati come siamo alle stranezze, agli stravolgimenti, alle invenzioni fuori parametro, abituati insomma all’avanguardia come a un noioso pasto domenicale tra parenti, non riusciamo a immaginare, ma provate per un momento a mettervi nello stato d’animo di uno spettatore di inizio ‘900, abituato al teatro borghese, a vedere il sipario aprirsi su di un finto salotto, o un giardino, o una camera da letto, il quale va in teatro e trova il sipario già aperto, la scena vuota, un macchinista che inchioda… Capiamo ora chi urlò: “Manicomio, manicomio!”?
Ma, ripeto, siamo onesti: Pirandello scrive sette, otto capolavori inarrivabili: Sei personaggi, Enrico IV, Così è (se vi pare), Giganti della Montagna, Questa sera si recita a soggetto, Berretto a sonagli, e qualche altro. C’è poi una serie di belle commedie come “Il giuoco delle parti” o “Il piacere dell’onestà”, ma il resto è una noiosa ripetizione sempre dello stesso tema. Non ditemi che se pensate a Pirandello le prime commedie che vi vengono in mente sono: “Diana e la tuda”, “La signora Morli uno e due”, “Bellavita”, “All’uscita”, “Sogno (ma forse no)”, “Come prima, meglio di prima”, “Ma non è una cosa seria”, “Sagra del signore della nave”, “O di uno o di nessuno”, ecc. ecc. Non me lo dite perché non ci credo!
E non ditemi nemmeno che avete amato follemente i suoi romanzi, quelli che vi hanno fatto leggere a scuola, in particolare “Il fu Mattia Pascal” e “Uno, nessuno e centomila”.
Hanno a mio parere un certo fascino le “Novelle per un anno” e soprattutto i “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”, ma c’è, a mio immodesto parere, sempre un limite, dato dalla supremazia dell’intelletto. Pirandello è immenso lì dove lascia scorrere, fluire la sua idea di mondo e di vita, lascia andare la sua poetica, lascia che questa esca come istinto irrefrenabile dalla sua penna, altrimenti annoia o stancamente si ripete.
Diverso il discorso per De Filippo le cui commedie “sbagliate” sono davvero poche, la dimenticata “Il monumento”, per esempio, oppure la commedia musicale scritta per Domenico Modugno “Tommaso d’Amalfi”, o certi giovanili atti unici come “Farmacia di turno”, “Quinti piano ti saluto”, “È arrivato ‘o trentuno”. Anche le commedia meno gettonate di Eduardo, come forse “Mia famiglia”, “La bugie con le gambe lunghe”, “La paura numero uno”, hanno sempre dentro dei momenti di altissima qualità di scrittura e di inventiva scenica. Fondamentalmente perché la sua capacità di tenere viva l’attenzione dello spettatore è data, oltre che da una spettacolare abilità di dialoghista (si guardi ad esempio il dialogo del primo atto in “De Pretore Vincenzo”, tra Ninuccia e Vincenzo), è data, dicevo, da una precisa visione della vita.
Si sa che il tema centrale dell’opera di De Filippo è la famiglia, ma la famiglia va intesa come nucleo fondante la società, nella quale tutte le cose non solo avvengono ma si mescolano. Il dramma, la risata, il comico e il drammatico, la tristezza e la gioia, la malinconia, il silenzio e la pena, sono tutti come aggrumati in un unico centro vitale che non conosce soluzione di continuità.
Tale visione consente al drammaturgo napoletano di sfruttare una delle più consolidate ed efficaci armi della costruzione teatrale, l’alternanza, sapientemente combinata, tra comico e drammatico: alleggerire per poi affondare il colpo, affondare per poi far sorridere, sospendere per poi velocizzare, creare il vortice per poi fermarsi ad osservare. E in questo “schema/non schema”, personaggi, fatti e situazioni, si rincorrono, a volte appaiono, si sviluppano, per poi chiudere la loro azione diverse scene dopo, o ritrovare una appendice che con un leggero riferimento, riporta alla mente dello spettatore quanto visto in precedenza. Il tutto sempre con una precisa funzione drammaturgica.
Prendiamo per esempio il terzo atto di “Napoli milionaria”, quando si ricerca la medicina per salvare la piccola Rita. A un certo punto arriva con varie scatole di farmaci tra le mani ‘o miezo prevete, ma essendo tutte quelle confezioni inutili, ne nasce tra lui e il medico una discussione che, seppur seria, risulta spiritosa agli occhi dello spettatore. Passano varie scene, entra a parlare col protagonista, Gennaro Iovine, l’antagonista, Settebbellizze, lo spasimante della moglie. Il dialogo è drammatico, Settebbellizze parla, cerca di giustificare quanto avvenuto in assenza di Gennaro, ma in risposta riceve solo un tragico silenzio.
Finita la scena, l’aria è pesante, ma ecco che la porta del basso si apre e passa con una nuova, inutile scatola di medicinali, ‘o miezo prevete, dice una sola battuta che, riportando alla memoria dello spettatore la discussione precedente col medico, risulta immediatamente spiritosa.
Con pochissimo, un veloce passaggio e una battuta dunque, l’aria sulla scena si alleggerisce, e questa lievità serve per quanto accadrà dopo, poiché si ricade nel dramma, fino al famoso finale di “Ha da passà ‘a nuttata”.
In un atto drammatico, nel quale si tirano le fila del commedia, i passaggi se non comici certamente più leggeri, sono come la ripresa di fiato per un pescatore di perle, che dopo una esplorazione del fondale, torna a galla per poi riaffondare alla ricerca della sua preziosa gratificazione. Non è semplice gioco, è aria che serve, che aiuta a scrutare meglio il fondo del mare.
Di queste alternanze Eduardo è pieno, fanno parte del suo modo di scrivere, perché, come detto, è così che intende la vita, l’arte, il teatro.
Il punto interessante è la quantità di soluzioni imprevedibili, quasi spericolate, vere e proprie invenzioni delle quali dissemina le sue commedie, soluzioni che non nascono semplicemente da una fantasia ricca e viva, ma da una profonda conoscenza del teatro a livello direi viscerale. Quanto ci sia di istinto e quando di sapienza è veramente difficile dirlo, si può solo rilevare che le storie si dipanano e hanno sempre una sorta di conseguenza logica che ci appare perfettamente credibile.
Facciamo qualche esempio:
1. In “Bene mio, core mio”, al terzo atto, la soluzione del protagonista, un restauratore di quadri antichi, passa attraverso l’invenzione di una favola, che narra di un drappo magico che se indossato libera dei proprio mostri, e la protagonista femminile, che ha subito una sorta di malefica suggestione da parte del cognato, improvvisamente rinasce; è una soluzione totalmente inaspettata, un vero e proprio colpo di teatro.
2. In “La grande magia”, il funambolismo verbale del povero prestigiatore Otto Marvuglia, trova la sua sublimazione certamente nella scena dei canarini, quando alla morte delle figlia di un suo collaboratore, per spiegare all’altro protagonista, Calogero Di Spelta, cosa sta accadendo, gli mostra la condanna umana all’illusione che invece quei canarini, che egli uccide per i suoi giochi di prestigio, non possono avere.
3. Sublime resta ne “Le voci di dentro” l’invenzione del personaggio, preso dalla realtà, dello zi’ Nicola, il ribelle che ha smesso di parlare perché inutile, perché l’umanità non capisce, e si esprime solo con i fuochi d’artificio; il suo silenzio contrasta con il profluvio di parole con cui i vari personaggi negativi cercano di giustificare la loro miseria umana.
4. Già nel giovanile “Sik-Sik, l’artefice magico” il passaggio in cui il protagonista riesce a malapena a salvare la moglie incinta facendola uscire dalla cassa della quale si è persa la chiave del lucchetto, è un segno evidente di questo continuo mescolare alto e basso, comico e drammatico, di far brillare l’umanità anche in un contesto totalmente comico, almeno in apparenza, come quello di “Sik-Sik”.
5. Il mutismo in cui volontariamente si rifugia il protagonista di “Mia famiglia”, il quale riesce, in questo doloroso modo, lui, speaker alla radio, a far rinascere i rapporti umani all’interno del suo nucleo familiare ormai allo sbando totale.
6. Potremmo continuare per ore, con le situazioni che si ritrovano nella più pirandelliana della sue commedie, “Uomo e galantuomo”, oppure in quella più potentemente cristologica, “Il sindaco del rione Sanità”, un dramma talmente altro e profondo con il quale Eduardo stesso ha voluto fare i conti fino alla fine dei suoi giorni, e che fu infatti l’ultima commedia che registrò per la televisione, un testo che pare in qualche modo come essergli sfuggita dalle mani, dove sembra che il Nostro abbia scritto qualcosa anche più grande di lui.
7. Il finale di “Natale in casa Cupiello”, quando l’amante della figlia Ninuccia entra in casa per “baciare la mano a don Luca” che è nel suo letto di morte, e il protagonista, scambiandolo per il genero, ne unisce la mano a quella della figlia benedicendo l’unione proprio mentre entra il marito, scena che all’epoca della prima rappresentazione provocò un vero e proprio scandalo.
8. Ma io penso che l’esempio più interessante, quello che pur essendo molto noto è il meno rilevato è ancora in “Natale in casa Cupiello”, al finale del secondo atto. È la sera della vigilia di Natale, tutto è pronto per la cena della festa, ma come sappiamo, marito e amante di Ninuccia vengono alle vie di fatto, il dramma esplode, i due scendono in strada per una sorta di duello rusticano, la madre Concetta è come immobilizzata dal terrore, Ninuccia dopo averne invocato disperatamente un intervento che non può esserci si lancia dietro i due, Concetta resta sola, è persa… e in quel momento, entrano Luca, Nennillo e zio Pasqualino mascherati da re Magi per il loro comico “tu scendi dalle stelle”, Concetta ride e piange insieme senza saper cosa fare, mentre i tre le girano intorno gioiosi sventolando le stelline di Natale (la bravura di Pupella Maggio è per me, ad oggi, inarrivata, sul suo volto c’è tutto e anche di più).
Bene, penso questo lungo discorso possa chiudersi su questo esempio: quando vediamo la scena dei tre abbigliati comicamente da re Magi, con i tappeti sulle spalle, le corone di carta e le stelline in mano, noi ridiamo, e il sorriso, quasi spiazzato, spaesato, che ci accompagna al dramma dell’ultimo atto, è il frutto di quella mescolanza di comico e drammatico che è la vita stessa, quella vita dove ogni cosa è collegata implacabilmente all’altra. Quando il figlio del protagonista di “Mia famiglia” afferma che “ognuno è padrone della sua vita”, la risposta implacabile di Alberto Stigliano è che non è assolutamente vero, siamo tutti “ammagliati” e la caduta di uno trascina con sé anche altri, se dobbiamo rispondere a una serie di regole sociali, allora “non siamo liberi”. E come non siamo liberi noi, nemmeno gli aspetti della vita lo sono, quello che può apparire drammatico, spostando l’ottica diviene ironico, umoristico, anche comico, ed è in ciò che Eduardo mostra di avere assorbito la grande lezione di Pirandello sull’umorismo.
L’ingresso dei re Magi ha una potenza dirompente per la scena, la sfonda, la apre a una convergenza di emozioni contrastanti che riepilogano il senso stesso della vita e del teatro, che ce lo mostrano, questo senso, come un grumo caldo, un magma in ebollizione, pulsante. È una invenzione sublime, un colpo di scena purissimo, assoluto, che raramente trova eguali, almeno nella drammaturgia del ‘900.
Forse solo Cechov, altro autore a cui Eduardo appare chiaramente legato nel profondo, ha saputo in questo modo “sfondare” la scena, disseminandovi un realismo che realismo non è, illudendoci che i racconti cui assistiamo sia paratattici, mentre non lo sono.
Se Pirandello sconvolge la scena, la trasforma, le fornisce mondi e modalità nuove, Eduardo De Filippo la conquista ad una esistenza che pur affermandosi nella sua natura scenica, non distingue più tra il suo esser finzione ed esser quella verità della vita che l’ha invasa, gremita, affollata come e con una umanità che essendo viva non può conoscere alcun limite intellettuale alla sua capacità di sorprenderci, spiazzarci, rigenerarci, farci uscire sempre da teatro diversi da come vi siamo entrati.
Nessun commento:
Posta un commento
dite pure quel che volete, siete solo pregati di evitare commenti inutili e volgarità.