mercoledì 18 aprile 2018

L'ILLUSIONE DEL VIAGGIO

Ieri, mentre ero in auto, ho visto alla fermata del bus per l'aeroporto due ragazzoni di oggi, sani, nerboruti, le barbe folte e ben scolpite, ed ovviamente il trolley al loro fianco. 
Chissà dove andranno, mi sono chiesto; oggi puoi andare dove vuoi, basta che ti organizzi per tempo, tipo sei mesi prima, e trovi un biglietto da Torino a Barcellona anche per 20 leuri andata e ritorno. Certo, poi devi sperare che nel periodo stabilito non ti capiti qualcosa che ti faccia saltare il viaggio, che non necessariamente deve essere qualcosa di grave, ma è evidente che può capitare. 
I due ragazzi, secondo me, erano studenti, avranno avuto al massimo un 25 anni a testa. Chissà dove andavano? Forse già lavorano e l'azienda li mandava per quelle che una volta si chiamavano "missioni" e oggi avranno certamente un nome inglese che fa tanto figo ma del quale frega più niente a nessuno perché tanto vuol dire solo che ti mandano a risolvere una rottura di scatole, mentre con il nome italiano, il più delle volte, mi raccontavano quelli che ci andavano, si aveva diritto a una serie di trattamenti speciali che per andare in "missione" si faceva a botte. 
Comunque sia, siccome io ho bisogno di una seria vacanza, voglio immaginare che i due ragazzotti se ne siano andati in vacanza! Anche se era lunedì! Ma si sa, partire di lunedì per certe mete, quando gli altri non partono, costa meno; e magari si torna in un altro giorno lavorativo, il giovedì o il venerdì, o se sei fortunato il lunedì successivo, così anche il rientro costa meno. 
Voglio immaginare che siano andati a Barcellona, perché è una città che mi è molto piaciuta e nella quale tornerei. Avranno prenotato una albergo, o una pensione, o magari un appartamento alla Barceloneta, il quartiere popolare, vicino al bellissimo mercato non da turisti, dove possono farsi la spesa, cucinare in casa e risparmiare ulteriormente rispetto all'albergo e al ristorante tutti i santi giorni. E per far questo avranno smanettato sui siti, alla ricerca della offerta più conveniente, diciamo il miglior rapporto qualità/prezzo, perché loro non si buttano proprio nel primo tugurio che trovano: quindi un po' di tempo ce l'avranno messo, scambiandosi le informazioni, sentendosi decine di volte per decidere quale casa prendere e per vedere quel fosse il mezzo migliore per pagare la prenotazione senza il rischio di rimanere fregati. 
Andare all'aeroporto in fondo non è complicato, basta prendere il pullman apposito, che passa ad orario, ma se lo perdi son guai, e quindi meglio prendere quello prima, anche perché se il pullman trova del traffico o ha un qualsiasi disguido... si rischia di non arrivare a tempo all'imbarco. 
A Barcellona poi, ci si muove bene, arrivati allo scalo catalano c'è la metropolitana, che non ricordo se arriva proprio fino a Barceloneta, ma al limite ci sono degli ottimi autobus, e il trolley è comodo da tirarselo dietro per quei trecento metri che separano la fermata dalla casa.
E magari quando tornano un amico o un parente che li venga a prendere a Caselle ci sarà, oppure riprenderanno il pullman, poco danno! 

Certo, avessero voluto risparmiare davvero, c'era un bell'aereo che partiva alle h 6,15, del mattino, ovvio! Ma c'era il problema di come arrivare in aeroporto un'ora prima del decollo. A meno di non andarci già dalla sera prima e farsi qualche ora di sonno su di una panca. 
E lo stesso al ritorno: c'era un bel volo alle h 6,45, ma non sapevano se i collegamenti li avrebbero fatti arrivare in tempo, si rischiava di prendere il taxi... 
Ecco: il taxi! 
Deve essere davvero figo andare a Barcellona con un biglietto da 10 leuri all'andata e 10 leuri al ritorno, anche se ci devi comunque aggiungere i biglietti del pullman Torino - Caselle che quasi costano uguale, sia all'andata che al ritorno, e poi gli spostamenti barcellonesi, e poi tutto il resto, con una organizzazione di ferro fatta almeno sei mesi prima che se soltanto a uno dei due capita una qualsiasi cosa, anche minima, salta tutto per cui più si avvicina la data della partenza e più cresce l'ansia invece della gioia... Ma ogni tanto penso a qualche mio amico manager ben pagato che una settimana prima della vacanze ancora non si è preoccupato di decidere dove andrà con i figli, al momento di partire chiama un taxi e si fa portare in aeroporto, quando sbarca idem, prenota un bell'albergo quattro o cinque stelle che tanto quelli una camera ce l'hanno sempre, mangia dove preferisce, anche in una bettola se gli va o da Burger's King se i figli vogliono... 
Di certo l'ansia non gli viene, nemmeno il giorno prima di partire, perché se accade qualcosa, si rimedia. 
Allora voi mi direte: ma dunque i poveri non devono viaggiare. Secondo me no, ma è un discorso diverso, non legato al censo, ma a quanto il turismo di massa sta brutalizzando il mondo, ma lasciamo stare, sarà per un'altra volta.
Io, quando ero ragazzo, viaggiavo. Ricordo che proprio con il mio amico manager, a vent'anni facemmo un grande viaggio tra Parigi e i castelli della Loira. Andavamo di sacco a pelo, e viaggiavamo in treno, con l'inter rail, che come studenti ci dava uno sconto, ma se facevi il biglietto un mese prima o due giorni prima era sempre quello, ché costavano al chilometro, e se per un qualsiasi motivo dovevi rinunciare al viaggio, c'era il rimborso o la commutazione in altro titolo di viaggio, e arrivati a Parigi o a Tours non sapevamo dove avremmo dormito e chiedevamo all'ufficio informazioni dell'ostello della città, mangiavamo baguette o piatti caldi, andavamo per musei e cercavamo con alterne fortune di rimorchiare belle ragazzotte del luogo. Ogni tanto, da una cabina telefonica parigina (che pensa un po', andava a franchi) telefonavamo alla famiglia solo per fargli sapere che era tutto a posto, e per sms mandavamo cartoline.
Avevo amici un po' più grandi di me, che sempre con sacco a pelo erano partiti per l'isola di Wight, qualcuno era arrivato anche a Woodstock; giravano l'Europa per musei e concerti, andavano a Londra a comprare le ultime prelibatezze della musica dell'epoca e conoscevano le isole greche meglio delle loro tasche.
Ma allora, quale sarà la differenza tra quella generazione di ragazzi viaggianti e questa? Perché i soldi sono sempre stati una discriminante, anche allora c'era chi si faceva portare in aeroporto in taxi. 

Sapete cosa penso, che la differenza stia nell'ansia: noi facevamo le cose con serenità, e il giorno prima, se decidevi, si poteva pensare di partire per Milano, perché non c'erano tariffe speciali da trovare, offerte su cui gettarsi come cani sull'osso; i modi per dormire erano pochi e semplici: hotel o ostello, a meno che qualcuno non ti ospitasse in casa sua; e sopra tutto quando si partiva si staccava davvero con tutto: niente internet, niente telefoni, niente di niente.
Dice: "Ma sei un nostalgico". 

Un po', ma non in modo così grave da non capire quali vantaggi ci abbia dato la tecnologia e questo nuovo mondo.
La sola cosa che mi infastidisce è il modo in cui mi vengono vendute le cose. Capisco che il marketing faccia il proprio gioco, ma non mi raccontate, non cercate di convincermi che poter andare da Milano a Madrid con 9 leuri sia per forza di cose una conquista, perché se osservo l'intero quadro, potrebbe anche non esserlo. 

Oltre tutto, mi chiedo spesso, quando vedo le foto dei miei giovanissimi amici in festa su una spiaggia o in un locale di un paese straniero: ma che senso ha che tu sia partito da qui, dal tuo paese o paesino, che sia Torino, Milano o Roma o Salerno, ma anche Battipaglia o Pinerolo, per ritrovarti a 1500 km di distanza ad ascoltare la stessa musica e a bere lo stesso Negroni che bevevi nel locale sotto casa tua?  

lunedì 26 marzo 2018

SE IL CASO MORO RISCHIA DI DIVENIRE UN ROMANZO

In questi giorni ho perso un po' di tempo con il mio amico Luca Scognamillo a ragionare di un argomento che ci appassiona entrambi: il caso Moro. 
Considerando che l'uomo è fatto di tempo, perdere tempo con un amico è uno dei massimi privilegi che ci si possa concedere. Oltre tutto quello con Luca non è propriamente tempo perso soprattutto se si parla di Moro, per il semplice motivo che Luca sull'argomento ha letto tutto, ma proprio tutto, al punto, dico sempre per prenderlo in giro, che ha già letto anche la relazione finale della prossima commissione parlamentare! Sono quasi certo che solo Gero Grassi ne sa più di lui (del quale Gero Grassi si consiglia la visione della lunga intervista a Byo blu). 

Come era ovvio, in questi giorni di commemorazione della tragedia di via Mario Fani, abbiamo entrambi seguito le varie trasmissioni televisive, in particolare quella di La7 di Andrea Purgatori , quella di Rai3 di Ezio Mauro e quella di Rai2 di Vecellio per TG2Dossier. 
L'impressione che ne abbiamo avuta è la stessa che poi ci ha fatto sapere il 18 marzo dalla sua pagina Facebook ne ha avuto Gero Grassi. La qual cosa ci ha lusingato non poco.
Grassi scrive: "
Ho visto tutte le trasmissioni su Moro di questi giorni. Con le dovute eccezioni, penso ai giornalisti Gaeta e Frittella del Tg1, Vecellio del Tg2, Purgatori della Sette, Damilano dell’Espresso, De Tomaso della Gazzetta del Mezzogiorno, la certezza che ho, indipendentemente dalle posizioni, è che qui anche chi fa trasmissioni importanti o scrive su autorevoli giornali non studia e non legge. 
Hanno parlato di Moro e del suo omicidio come se la II Commissione Moro non ci fosse stata. Perché? Leggere e studiare comporta fatica e poi è facile sostenere oggi la posizione precedente. In alcuni casi è una posizione autoassolutoria in senso lato." 

A queste trasmissioni si è aggiunto un commento di Enrico Mentana che discutendo con i visitatori della sua pagina FB ha ad un certo punto chiosato (vado a memoria) che a via Fani c'erano le BR e basta, che il resto è solo esercizio per dietrologi e complottisti, nonché per i webeti, categoria cui il direttore è particolarmente affezionato avendola egli inventata. 

Che chi scrive su autorevoli giornali non studia è cosa che chi segue le vicende "euro" ha compreso da molti anni. Il dato caratterizzante è addirittura un altro: non lasciarsi mai sfiorare dal dubbio. E l'altro elemento che caratterizza i comportamenti di costoro è l'assertività.
La combinazione di tutti questi elementi, come si può facilmente comprendere, diviene esplosiva, sopra tutto nel momento in cui si procede dall'alto della televisione al basso del vostro divano, calando nelle vostre povere e indifese orecchie (che come diceva Marìas non hanno palpebre), e davanti ai vostri occhi, "verità" che non sapreste come controbattere. 


Qual è però, ci siamo chiesti con Luca, il motivo di tale comportamento? Perché negare cose che sono state accertate da inchieste ufficiali?
Nei servizi televisivi qualche cosa delle "nuove scoperte" in maniera più o meno estesa, si diceva, ma pareva che si desse una sorta di contentino a "complottisti, dietrologi e webeti" più che entrare davvero in nuovi spazi, nuovi mondi, nuovi possibili verità. Ma alla fine, in realtà, come Grassi rileva, non ci si discosta dalla narrazione precedentemente acquisita; si fatica a staccarsi dalla verità processuale che è quella dettata dai brigatisti e che è ormai chiaro essere quasi totalmente falsa. Perché i giudici di allora, pur di altissimo livello, abbiano acquisito come verità quella delle BR è proprio un pezzo del problema, ma per ora lasciamo stare. Altro interessava me e Luca, ci interessava il comportamento dei giornalisti. 


Siamo giunti a questa doppia conclusione che offro alle vostre riflessioni (senza averlo detto a Luca che mi bastonerà prima, poi mi perdonerà - lo so per cui ne approfitto). 
I motivi, noi crediamo, sono due: 
1 - il caso Moro è talmente ancora vivo tra noi che se si andasse a scavare sul serio molte teste salterebbero tutt'oggi; la tendenza è dunque quella a trasformare la cronaca in romanzo, a porre la verità su di un piano di narrazione tale, cioè, che lo distacchi da noi completamente quasi non fosse un caso avvenuto davvero: l'affaire Moro è racconto, libri, film, non è vita. 
2 - in un momento estremamente difficile per il main stream, un momento in cui il mondo che esso ha contribuito a costruire e determinare e sul quale ha scelto di giocare la propria esistenza sta letteralmente crollando sotto i colpi della rivolta popolare (non sapremmo come altri definirla), vedi le varie tornate elettorali in giro per il mondo e in particolar modo in Europa, costoro si pongono su di un piedistallo e utilizzando la stessa assertività di sempre si impongono (o cercano di farlo) ancora come i soli narratori della Verità; utilizzano, cioè, anche la più profonda tragedia della nostra Repubblica, quella sulla quale è certamente se non morta, ma rimasta pericolosamente imbrigliata la nostra democrazia, per riaffermare la la loro condizione di sacerdoti della informazione, di vestali della verità. 
Ingabbiati nel tristo ruolo che si sono scelti, lasciano in tal modo vedere la profondissima difficoltà in cui ormai si muovono e la consapevolezza del crollo imminente del sistema che hanno alimentato e dal quale sono stati alimentati. 
Non parliamo, voglio chiarirlo, di persone "vendute", ma dell'aver abbracciato una sorta di ideologia senza essersi mai posti il minimo dubbio sul valore della stessa. Si sono lanciati, come il generale Custer, supponentemente contro il nemico, ora vedono il loro esercito soccombere minuto dopo minuto, ma non ostante ciò vogliono riaffermare la loro posizione. Perché il vento sta cambiando, ma nessuno si illuda, la battaglia sarà ancora lunga e dura, e questi soldati, con la loro capacità di convincere le menti deboli, serviranno e serviranno ancora. Il Sistema frana ma non è ancora morto. 
Moro purtroppo sì. Dio lo benedica. 

domenica 25 marzo 2018

TORINO CITTA' SENZA IDENTITA'















La notizia di un forte calo delle presenze turistiche a Torino, circa un 20%, appresa nei giorni scorsi dalle pagine del quotidiano in foto (Corriere della Sera - Torino), paradossalmente, non deve sconcertare. Non poteva che essere così.
Non sono però certo che questo ai torinesi si possa dire. Prima di tutto perché non si sa dove siano i torinesi; quindi perché significherebbe obbligare la cittadinanza a confrontarsi con una amara verità: la riconversione della città da polo industriale a turistico è fortemente limitata dalla storia stessa del capoluogo di regione e non può portare i risultati sperati.
Le ragioni di questi limiti vanno ricercate proprio nella sua “vocazione industriale”, ricordando però che Torino non nasce industriale per volontà di natura, ma lo diviene per mano dell’uomo, e le scelte che furono fatte, soprattutto nel secondo dopoguerra, mostrano oggi le loro conseguenze. 
Tralasciando quel caso unico al mondo che è Venezia, al di là di Colosseo o Cristo velato, di Uffizi o Cappella Palatina, quel che un turista va a cogliere in una città è il suo spirito, il suo profumo, la sua identità.
Torino, amaro dirlo, è una città che non ha più identità. L’ha perduta, e da tempo.
La ragione può spiegarcela un grande torinese, Carlo Levi, che per tutta la vita si occupò di emigrazione, fondando la FILEF e basando su tal tema la sua vita da parlamentare del PCI.
Nel discorso al Senato del 9 aprile 1970, fiducia al governo Rumor, Levi ci spiazza con una osservazione che, riletta oggi, suona quasi blasfema. Con grande nettezza afferma: poiché l’emigrazione è sempre una violenza subita dall’emigrante, l’integrazione, egli sostiene, è “lo sradicamento definitivo”, quindi: “uguali diritti sì, integrazione NO”.
E in altre sue pagine ci offre una ulteriore curiosa considerazione: se è vero che le diversità sono una splendida ricchezza, va considerato che l’integrazione non le esalta, ma le annacqua fino al dissolvimento.

C’entra tutto questo con la crisi turistica torinese? Sì, se si valuta il fatto che dagli anni ’50 in poi la città è stata quasi costretta “dalla fabbrica” a un costante processo di integrazione.
Nella mia passione per i dialetti italiani, chiesi un giorno a un tassista come mai non sentissi parlare il torinese dai torinesi. Mi rispose con chiarezza, che quando nelle scuole elementari degli anni ’50 e ’60 arrivarono i bambini pugliesi o calabresi si era praticamente costretti a parlare italiano. Risultato: oggi nessuno conosce più il dialetto.
Ragionamento semplicistico, si dirà, ma davvero così privo di fondamento? Se uno “straniero” dovesse fare la caricatura del torinese tipico, tolta la storica immagine di Macario, cosa gli verrebbe in mente? E se chiedesse quale sia il classico cibo da strada cittadino, quale risposta avrebbe? Quante vere piole trova ancora in città, e dov’è finito il repertorio canoro torinese?   
Vai a Napoli anche per la napoletanità, a Roma anche per la romanità, a Siena anche per sentire i senesi disprezzare i fiorentini, o a Catania per annusare il perenne scontro con i Palermitani. Dov’è la “torinesità”? 
Questa sorta di multiculturalismo prima di tutto italico, per cui “il colonizzatore” piemontese - come direbbero i neo-borbonici - si è alla lunga ritrovato colonizzato da pane pugliese, mozzarelle campane, gelaterie siciliane, arrosticini abruzzesi… e poi l’allargamento al mondo tra kebab e sushi, cibo libanese o indiano... non va considerato un male. Ma un pezzo della “offerta turistica”, quello che nessuno può vendere perché non si può fabbricare, l’identità di una città, da tempo è venuto a mancare; e i monumenti da soli non bastano. 
Tutto ciò rischia di rendere “la bella d’Italia”, citando il Goldoni, in realtà scarsamente attrattiva, considerando anche che a un passo ci sono paesi, paesaggi e storie delle sublimi Langhe o delle splendide Alpi.
Dunque la riconversione della città da industriale a turistica è destinata a fallire?
No. No se si prosegue sulla strada percorsa fino a poco tempo fa: inventare, proporre, investire copiosamente in grandi eventi. Eventi unici, particolari, di alta risonanza nazionale e internazionale che possono trascinare tutto il resto.
Se la tendenza sarà invece quella del “braccino corto”, la voglia di turismo di Torino è destinata a sgonfiarsi, a ricadere nella abulia, nella noia, nelle nebbie. 




 









tutte immagini tratte da Corriere della Sera - Torino del 22 e 24 marzo


domenica 18 marzo 2018

Gent. sig.a Balzerani, ha capito chi sono le vittime?

Gent. Sig.a Balzerani,
      trovo francamente superfluo segnalarle che le sue esternazioni in occasione del quarantennale del rapimento di Aldo Moro e dell'omicidio degli uomini della sua scorta, di cui lei e i suoi compagni siete colpevoli, siano di una pochezza, nonché di una inutilità a dir poco imbarazzante.
Troppo facile rinfacciarle che le sue parole giungono in concomitanza con la pubblicazione del suo secondo libro, del quale, se non fosse stato per questa "sparata", nessuno avrebbe avuto notizia; perché a mio vedere la colpa è più dei Media che sua, Media che nell'enfasi "scandalistica " che ormai li domina non han fatto altro che fornirle pubblicità gratuita.

Ritengo più interessante, invece, gent. sig.a Balzerani, lasciarle un paio di questioni sulle quali lei e suoi sodali fareste bene a riflettere. Perché, che a vent'anni si possa essere invasati da una ideologia che rende sordi e ciechi a qualsiasi sollecitazione razionale esterna, è fatto comprensibile, ma che dopo quaranta non si sia capito quel che davvero si è fatto, e ciò che effettivamente è successo, per cui ci si sente in diritto di dileggiare le proprie vittime come se quelle azioni compiute non dipendessero più nemmeno da noi colpevoli... beh, questo è di una gravità che non solo fa cascare le braccia, ma chiude pacificamente qualsiasi tipo di canale comunicativo, anche quelli sostenuti dalla cristiana comprensione.

Perché veda, gent. sig.a Balzerani, quello che pare proprio lei e i suoi compagni non avete compreso - quanto meno non ce ne avete dato notizia, e dovreste se, come lei in qualche modo dice, non volete che solo le vittime scrivano la storia - è di quale portata sia stato il vostro fallimento.
Io vi immagino, lì, nelle vostre riunioni giovanili, carbonare, appassionate, combattute, a ripetere una sequela di frasi che contenevano parole come "imperialismo", "finanza", "capitale", "mondialismo", "globalismo"... tutte parole che, come avrà visto se non vive fuori dal mondo, siamo tornati purtroppo a ripetere.
E sa perché, gent. sig.ra Balzerani?
Perché voi siete stati gli artefici della eliminazione, in questo Paese (e non solo), proprio di colui - o di uno dei pochissimi - che a quel processo imperialista si stava tenacemente opponendo; voi i paladini dell'anti-capitalismo, siete stati gli utili idioti del Capitalismo.

Che non lo abbiate compreso all'epoca... beh, non ve ne si può fare una colpa, visto che tanti di noi, in quegli stessi tempi, non avevano compreso. Non c'erano i mezzi, gli strumenti; ma il tempo ha giocato a nostro favore, e per quanto ancora nebuloso, il quadro si sta pian piano rivelando.
Contribuire alla totale evaporazione di questa nebulosa, questo sì, vi renderebbe dignità di cittadini che, sia pur colpevoli, meriterebbero l'atto della riconciliazione.
Ma ormai da voi noi ci aspettiamo tanto.
Riascoltando in questi giorni, alcune vostre telefonate, come quella alla Sig.a Eleonora Moro e l'ultima al prof. Tritto, si comprende oggi la vostra inconsistenza militare e ideologica. Mi riferisco a quei tentennamenti, a quella pietas che si rilevano in voce e parole: par d'essere di fronte a ragazzi che vogliono fare la rivoluzione con l'approvazione del re, non avendo cioè il coraggio d'essere fino in fondo ciò che hanno scelto di essere.
Se già questo era il livello, perché dovremmo oggi aspettarci qualcosa di nuovo da voi, un colpo a sorpresa, un ribaltamento reale del tavolo, un impeto di coraggio. Non vogliamo più nemmeno saperlo il motivo del vostro silenzio e delle vostre palesi menzogne, tanto ci è chiaro che siamo di fronte alla pochezza.
Alla verità, sia pur lentamente, ci arriveremo da soli, questo Paese ci arriverà da solo, non dubitatene.

Quale sarebbe dunque, gent. sig.a Balzerani, questo ruolo "altro" rispetto alle vittime che ella rivendica? Vorrebbe forse dirci che sarebbe anch'ella una vittima con il diritto e la dignità per poter scrivere la Storia? Ma a parte che la Storia voi già la scriveste in quei 55 giorni, vittima ella ci si fece da sola con le sue scelte e insieme ai suoi sodali; e quando dopo avreste potuto contribuire alla riscrittura proprio di quella Storia... avete persa l'occasione.
E l'avete persa due volte, perché voi non avete ancora compreso realmente chi sono le vittime.

Rilegga oggi la Storia, quel che è accaduto dopo quel 9 maggio 1978, il succedersi degli avvenimenti politici, economici, sociali, il declino perpetuo che da quel giorno ha conosciuto il nostro Paese e la nostra democrazia, la situazione in cui oggi con chiara evidenza ci ritroviamo, situazione in cui siamo costretti a riutilizzare, come le dicevo, proprio quelle che erano le parole delle vostre battaglie.
Aldo Moro (e i pochissimi come lui, le cui morti sono ancora avvolte dal mistero), gent. sig.a Balzerani, era il nostro muro contro la definitiva sconfitta, contro il divenire irrimediabilmente una colonia dello straniero, una terra di conquista, un bacino di forza lavoro sfruttata e senza diritti... Aldo Moro (il punto più alto di quei pochissimi!), con le sue idee, le sue azioni, i legami che con una tenacia incredibile a guardare l'uomo mite costruiva, le politiche messe pazientemente in campo, l'azione costante e coraggiosissima contro tutto il Potere, quello vero e feroce, era la nostra voglia di divenire una Repubblica adulta e autonoma dopo gli anni bui, con tutte le sue storture, le sue frizioni, gli errori, gli orrori, le difficoltà, le ansie e le paure, ma una vera Repubblica.
Qualcuno di voi, come Anna Laura Braghetti, lo ha compreso, mi pare, che in quell'uomo mite c'era molto di più di quanto voi immaginaste. C'era - mi ascolti - la speranza di una Nazione. Voi avete contribuito ad asservirci al più bieco Potere capitalista, che sta facendo di noi carne da macello.
Le vittime, gent. sig.a Balzerani, non sono soltanto coloro che direttamente colpiste, i familiari degli agenti di scorta e del Presidente, le vittime siamo stati da quel momento tutti noi, tutti noi Italiani siamo le vittime della vostra azione scellerata. Noi Italiani che siamo qui, oggi, costretti quotidianamente alla lotta con quel Capitalismo che è riuscito lentamente a smembrare i diritti che i lavoratori si erano duramente conquistati, e a rubare la ricchezza che i nostri anziani avevano faticosamente costruito. Noi, come ha sintetizzato lo storico Gotor, eravamo il Paese che aveva perso la guerra ma vinto il dopoguerra. Voi ci avete ricacciati indietro, come con un calcio in bocca, alla nostra condizione di colonizzati.

Io credo che i giovani abbiano sempre il diritto di pensare di cambiare il mondo, e possono fare errori anche giganteschi; ma giunge il giorno in cui si comprende e si agisce in conseguenza.
Nella figura di Aldo Moro voi avete contribuito all'assassinio di un popolo. Le vittime siamo tutti noi.  Commemoreremo i 40 anni, i 50, i 60 e i 70... e ce ne sentiremo sempre nel pieno diritto.
Lei, invece, ascolti il mio consiglio, gent. sig.a Balzerani, alla prossima occasione, taccia!
Anche perché dovrà sapere che nessuno le darà più ascolto, se non che una banda di altri utili idioti vostri pari che oggi vi hanno sostituito pur senza esserne ancora minimamente consapevoli al servizio di quel Capitale che credono di criticare.

Noi, gent. sig.a Balzerani, abbiamo altro da fare che ascoltare le sue estemporanee pulsioni. Dobbiamo ricostruire un Paese dalle macerie che ci avete lasciato. Senza di voi, e soprattutto senza i vostri metodi.

mercoledì 7 marzo 2018

IL POPOLO DEGLI SCRUTATORI, L'ENTITA' DIMENTICATA

Alla fin fine a noi è andata anche discretamente, il nostro seggio ha finito di scrutinare alle 5,00 del mattino, e se si considera che avevamo cominciato alle h 6,30... non sono nemmeno state 24 ore continuate.
Presidente e segretario (il sottoscritto) sono andati a consegnare il materiale - come previsto qui a Torino e non mi si chieda il perché - e diciamo che alle h 6,00 potevamo fare una sola cosa: entrare in un bel bar, prendere cappuccino e cornetto, e poi andarsi a stendere sul divano davanti alla tv per vedere i risultati nazionali attendendo che il sonno, ormai svanito, ci cogliesse.

E' stata veramente dura questa volta. Nemmeno alle Comunali, che pure sono complicate, per le liste, le preferenze, i voti disgiunti, si è sofferto in tal modo. La mia povera presidente non ha potuto allontanarsi nemmeno venti minuti per mangiare un panino, l'abbiamo dovuta nutrire in loco, e per andare al bagno quasi doveva chiedere il permesso. In tutte le altre elezioni si riusciva a fare delle pause perché tre persone erano sufficienti a far funzionare il seggio (presidente e due scrutatori, vice-presidente e due scrutatori), stavolta il delirio dei bollini antifrode ci ha impedito qualsiasi tipo di "ripresa di fiato". E va detto che siamo stati fortunati ad avere dei rappresentati di lista molto collaborativi ed obiettivi, per cui lo spoglio ha proceduto senza discussioni particolari, per ogni situazione "confusa" si è sempre trovata una soluzione condivisa e di buon senso, altrimenti...
Quando sentite che alle dieci del mattino successivo ci sono ancora seggi che non hanno finito lo scrutinio, può certamente dipendere da mille cose: errore nei conteggi schede, contestazioni e verbali conseguenti da redigere, discussioni di varia natura, incomprensioni tra presidente e vice,  tra scrutatori, incapacità di alcuni di comprendere i funzionamenti del seggio e il lavoro che va svolto...
Quello che la gente non conosce e comprende, se non lo ha mai fatto, è veramente il grande lavoro che c'è dietro ad una elezione. Oltre agli addetti dei comuni, delle prefetture, le forze dell'ordine... c'è questo popolo sconosciuto, il popolo degli scrutatori, che ormai per pochi euro si sobbarca uno sforzo disumano. Dovrebbe parlare, talvolta, questo popolo, non tanto per chiedere più soldi, ma per chiedere maggiore rispetto, maggiore rispetto da parte delle istituzioni, poiché loro sono, in quel momento l'istituzione massima. Questo concetto si è completamente perso.
Mi spiego: con il bollino antifrode il regolamento prevede che la scheda nell'urna la debba depositare il presidente di seggio e non più l'elettore. In molte foto e filmatini giornalistici, avete visto i politici depositare loro stessi la scheda, addirittura Bersani è stato colto a compiere l'operazione senza nemmeno aver fatto staccare il bollino. Roba da matti, come se non conoscesse la normativa.
In troppi casi i presidenti hanno derogato alla regola, sbagliando clamorosamente.
Clamorosamente non perché scavalcassero il regolamento, ma perché scavalcavano il senso dei ruoli nel momento delle elezioni. L'idea  - cerco di essere semplice - che abbiamo completamente perso è che il momento delle elezioni è il momento più alto di una democrazia in quanto il popolo si mette al di sopra di tutte le altre istituzioni, il popolo, nelle figure dei presidenti e degli scrutatori, cittadini comuni e impiegati occasionalmente, non professionisti, rivendica il fondamentale principio che il governo è suo. Certamente, Ministero dell'Interno e Prefetture, insieme ad altri organi istituzionali guidano le operazioni, coordinano, indicano e gestiscono, ma il governo è del popolo. E lo potete rilevare in un semplicissimo fatto: i membri di un seggio costituito sono durante lo svolgimento del loro compito pubblici ufficiali; se arriva la massima autorità dello Stato, il Presidente della Repubblica, è compie, all'interno del seggio una qualsiasi cosa scorretta, il presidente di seggio o anche un semplice scrutatore, hanno il potere di rilevare il comportamento scorretto del cittadino, di redarguirlo, correggerne gli atti e se fosse il caso anche di fare intervenire le forze dell'ordine. Presidente di seggio e scrutatori sono in quel momento più importanti di tutti poiché sono loro a rappresentare il popolo e non un parlamentare sia pure noto o un'alta carica dello Stato.
E' ovvio che quando un Presidente della Repubblica, o della Camera si presentano al seggio, cose strane non ne accadono, poiché loro stessi sono consapevoli che il loro comportamento deve essere di esempio per tutti, da qui la vecchia tradizione di vederli in filmati e foto mentre compiono il loro diritto/dovere di cittadini. 


In questo caso, però, si è vista spesso e quasi volentieri una pericolosa deroga alle regole che il Paese, attraverso i suoi rappresentanti, si era dato: la scheda deve essere imbucata dal presidente di seggio dopo che questi ha tolto i tagliandini antifrode dalle schede.
Pare nulla quello che - vado a memoria - si è visto per Gentiloni, Bersani, Meloni... e invece è decisamente grave. E già, perché la storia del tagliando ha creato fortissimi problemi, grandi rallentamenti nelle operazioni di voto, con la registrazione del numero, il controllo prima e dopo il voto, lo strappo che poteva essere eseguito solo dal presidente... con tutte le discussioni che poi ne sono conseguite, poiché molti elettori, non conoscendo il meccanismo, vedendo il numero della loro scheda annotato vicino al loro nome nell'elenco votanti, temevano che si potesse riconoscere la loro preferenza, altri non volevano che la loro scheda fosse toccata, altri hanno cercato di imbucare da soli comunque... Alla fine, volenti o nolenti, tutti si sono attenuti alle regole. In molti hanno ringraziato, in tantissimi si sono fidati ciecamente di noi scrutatori lasciandoci le schede e andandosene sereni. Quando gli dicevamo di fermarsi a guardare che tutto veniva svolto correttamente, sorridevano e dicevano che non c'era problema. E questa è stata una delle cose più commoventi della giornata.
A qualcuno è stato invece consentito di non attenersi alle regole. Perché? Perché era "uno importante"? Gravissimo errore, quasi che qualcuno abbia sempre in tasca un privilegio da poter utilizzare. I fotografi si mettano l'anima in pace, ma finché c'è questa legge le foto del segretario di partito che butta la sua scheda nell'urna, andranno man mano diminuendo anzi si spera non ce ne saranno più.












La giornata è stata costellata da mille e mille altre difficoltà, impicci, incongruenze... qualcuna l'avete sentita dai tg, ma anche dove le cose sono andate bene i problemi non sono mancati. Basti pensare che questa storia della scheda "manovrabile" solo dal presidente aveva dell'assurdo e ha creato situazioni imbarazzanti, perché il povero presidente di seggio è stato praticamente sequestrato dalle h 7,00 alle h 23,00 e se doveva andare a fare una semplice pipì, si era costretti a sospendere momentaneamente le operazioni di voto... Verso le h 21,30 qualche "luminare" ha compreso, date le mille segnalazioni forse giunte - non ne ho certezza - è arrivata una circolare dalla prefettura (e dunque dal ministero) che diceva che le schede potevano essere toccate anche dal vicepresidente di seggio.
Ciumbia! Ve site addunate ambresso! (Cavolo! Ve ne siete accorti presto!) Tanto per mettere insieme due dialetti. A un'ora e mezzo dalla fine delle operazioni di voto qualcuno ha compreso che qualcosa non andava... complimenti vivissimi.

Ma lasciamo stare. Alla fine ce l'abbiamo fatta. Come sempre. E ci siamo regalati un meritato cornetto e cappuccino. Che altro potete desiderare per avere aiutato la Patria ad essere per quel che si può ancora se stessa?
Ci vediamo alla prossima elezione. Forse... Non lo so... non ho più l'età per certe maratone senza senso. Se rimettiamo il voto di domenica e lunedì... beh, se ne potrà parlare.
Non è questione di soldi (perché se un lavoro non si può fare per cento leuri, non si può fare nemmeno per trecento), è questione di rispetto, e pare proprio che per il popolo degli scrutatori non si abbia alcun rispetto, da ormai troppo e troppo tempo. Anche noi abbiamo diritto alla nostra lucidità, alle nostre pause per riprendere fiato, a staccare un'ora per un pasto decente, a fare qualche ora di sonno tra una giornata e l'altra per svolgere le operazioni di scrutinio, forse la parte più importante, con la dovuta calma, serenità, energia. Nelle condizioni date, nessuno ha il diritto di lamentarsi se non arrivano i dati per soddisfare i tempi televisivi.


(PS - non ho riletto... perdonate, mi sto ancora riprendendo) 

mercoledì 21 febbraio 2018

PER L'AUMENTO DELLA LUCE RINGRAZIA LA UE (ancora una volta)

"Un decreto silenzioso di fine dicembre ha stabilito che bisogna fare lo sconto a chi energia ne consuma molta."
Così recita Milena Gabanelli in un suo servizio per Corriere tv nel quale si occupa dei prossimi aumenti in bolletta di luce e gas stabiliti appunto da un decreto dell'attuale governo Gentiloni.
In pratica chi più consuma meno paga. E va a farsi benedire la litania della mamma: "spegni le luci. spegni le luci. spegni le luci...". 
"I risparmiatori verranno puniti", pare invece questa la nuova litania dal giorno dell'entrata in vigore del bail-in, e ancora una volta così è con la costante che a risparmiare sono le grandi aziende, le grandissime, anzi, aziende, come ILVA o Marcegaglia o Lactalis, De Cecco, Rana... zia Costanza invece ci rimette.
Queste grandi imprese sono 2800, ci dice sempre la Gabanelli, e il conto che sarà scaricato su famiglie e piccole imprese è di 1 miliardo e 700 milioni di leuri. 1.700.000.000 avete letto bene!
E sempre come ci racconta Gabanelli, dal prossimo gennaio o consumate come pazzi o vi vedrete arrivare un aumento del 46%. Ribadisco

46% ! 
Il servizio della Gabi nazionale è al link ve lo vedete e ci scoprite altre cosucce.
Parrebbe buon giornalismo.
Manca un pezzo...

Alla fine, vedrete, la Gabanelli sintetizza il pensiero del legislatore in un "tutto questo è stato fatto per rendere più competitive le nostre aziende", cioè abbiamo pensato di favorirle togliendogli delle spese che poi sarebbero andate a ricadere sul prodotto finale; che dite, è facile, no? Ti tolgo un costo di modo che il tuo prodotto costando meno possa attirare la gente a comprarselo.
Lo avete capito o lo devo rispiegare? Perché vedo delle facce inebetite come se avessi sciorinato dodici trattati di fisica nucleare.
Cavolo, è facile: Dentro al prezzo del pacco di tortellini Rana che compri ci sono tutti i costi per produrlo, tutti più il guadagno - lo hai capito? - c'è un pezzetto del costo dell'operaio, del costo della corrente elettrica, del costo della scatola che contiene i tortellini, del costo di spedizione, ecc. ecc. ecc. Hai capito adesso? Alla fine il costo è 2.50 €. OK???!!!
Come ti ho detto, dentro c'è anche la corrente elettrica. Se questo costo (diciamo) lo tolgo, il prezzo alla vendita si fa più basso... magari 2,35 € e tu li preferisci al finto tortellino prodotto da un'altra ditta che potrebbe essere di proprietà straniera.
Così l'azienda sta in piedi, i lavoratori lavorano, guadagnano, ecc.
Una buona cosa, direte voi.
Certo, se non fosse che uno sconto del genere il Governo poteva anche farlo tramite una agevolazione fiscale e non farla pagare a zia Costanza. Oppure dando un incentivo in denaro alle aziende, e non sempre ricaricandolo su zia Costanza. Oppure... Insomma c'erano mille modi senza dissanguare zia Costanza!

Ma non lo puoi fare!
Perché (e qui la Gaba non unisce i puntini per noi), perché la Unione Europea non lo consentirebbe, sarebbe "aiuto di stato". Quindi, se vuoi che la tua azienda rimanga competitiva, puoi fare diverse cose, per esempio abbassare gli stipendi ai lavoratori, oppure togliergli un costo e farlo pagare ai cittadini. Questo perché le regole della UE non consentono altre soluzioni.

Basta?
No, perché il main stream è partito alla carica con una storiella che è solo la minima parte del racconto, ma agita così bene le acque da oscurare tutto il resto (che se non fosse stato per la Gaba nazionale chissà se avremmo saputo): Pagherai di più per colpa di chi è moroso!
Ci sono lunghi e articolati pezzi sulla faccenda, come questo del Sole24ore. Ma ci sono in giro anche feroci sintesi che si limitano ad aizzare "le persone corrette contro le scorrette".
Ed è stato proprio questo meccanismo a stuzzicare la mia curiosità, un meccanismo tanto simile proprio a quello del racconto dei fallimenti di Banca Etruria, Carimarche, ecc. basato su un concetto: mettere i cittadini contro i risparmiatori e i risparmiatori contro i cittadini, o pagava l'uno o l'altro.
Come se i cittadini non fossero risparmiatori e i risparmiatori non fossero cittadini ma due distinte categorie sociali.

Anche qui, si replica: cittadini contro cittadini, per nascondere il semplice fatto che a causa delle disposizioni della Unione (Unione Europea), il Governo per sostenere le grandi aziende poteva solo far pagare i cittadini. Eventualmente, le grandi aziende potevano sempre ridurre lo stipendio agli operai, sia ben chiaro. Il che voleva dire... sempre e comunque far pagare i cittadini. O vi vorrete bere anche in questo caso la bufala che cittadini ed operai sono due categorie distinte e separate? 

lunedì 12 febbraio 2018

FAVINO, IL PROGRESSISMO DEL CONSERVATORE


Ma cosa c’era di così stupefacente nel pezzo che Pier Francesco Favino ha recitato a Sanremo?
È sintomatico che nemmeno i suoi colleghi se ne siano accorti, il che ci dice a che livello è scesa la professione, poiché l’abitudine all’orrore è divenuta quotidiana frequentazione.
Eppure proprio voi, cari colleghi, dovreste lasciare agli inesperti le considerazioni sul contenuto, dovreste lasciarle ai giornalisti superficiali, ai politici e ai legulei, dovreste lasciarle a coloro che non sanno che Favino poteva fare un monologo sull’emigrazione o sulla lavastoviglie, l’effetto che avrebbe ottenuto sarebbe stato lo stesso.
Perché la vera forza del pezzo di Favino è LA FORMA, il fatto di avere mostrato come la recitazione sia un’arte che ponendo in campo i suoi strumenti, agendo sul palco secondo i propri dettami tecnici crei meraviglia. È fatta apposta, ma in troppi lo hanno dimenticato.
Lo hanno dimenticato perché quello da cui quotidianamente veniamo bombardati (ormai da decenni) è l’insipienza tecnica e artistica di pseudo attori spacciati per validi interpreti da un sistema mediatico che o vuole venderci un prodotto o vuole venderci una ideologia; bombardati dal doppiaggio che non può essere e non sarà mai una espressione recitativa pura, per due motivi: non c’è il corpo, è mimesi di altra recitazione; lo hanno dimenticato, i miei colleghi, perché ci ritroviamo mille volte su cento a confronto con registi che non sanno più cosa sia la recitazione e ti chiedono di fare cose che sono contrarie alla natura stessa dell’arte recitativa, e tu, per potere sopravvivere, sei costretto ad assecondarli; perché ci siamo abituati ad attori che biascicano e non si capisce che cazzo dicano, perché conviviamo con gente che in teatro usa il microfono dato che non conosce i fondamentali della voce, per non parlare dell’uso del corpo; lo abbiamo dimenticato perché anche noi, per sopravvivere, siamo costretti o a convivere con degli amatoriali o a osannarne alcuni facendoli passare per attori professionisti…
Quello che di Favino ha sconvolto non è la storiella del migrante, ché se ne potevano raccontare cento e centro diverse, più o meno intense. Io, quando l’ho ascoltato (su YT!) ho anche pensato che Pier Francesco pareva fare l’imitazione di Fernandel. 
Quello che vi ha sconvolto è di rivedere, da un attore, che viene dall’Accademia, dal teatro e al teatro torna quando vuole e può, è di rivedere l’arte della recitazione, di rivedere l’arte della recitazione ITALIANA, con i suoi stilemi, le sue pause, i suoi respiri, la sua espressività, la sua credibilità, il suo pensiero che si dipana nell’attore, nel suo corpo, nella sua voce.
Improvvisamente ci siamo ritrovati a fare un salto indietro nel tempo, un salto di almeno 50 anni, nelle puntate televisive di Maigret o in uno sceneggiato di Majano, quando era la norma ascoltare la recitazione italiana. Abbiamo improvvisamente rivisto noi stessi per quel che siamo e che abbiamo perso o almeno stiamo perdendo in nome di una globalizzazione culturale e dunque anche recitativa.
La recitazione è sempre un atto politico, Favino non so quanto fosse convinto di esprimere una idea progressista, di sicuro ha avuto una espressione fortemente rivoluzionaria: aver rimesso in gioco l’attore e la recitazione italiana, aver guardato al futuro nel solo modo che può darci una speranza, l’essere fortemente conservatori.
Ancora una volta è parso evidente che il progresso è tornare all'antico.   

lunedì 5 febbraio 2018

ATTORE PROFESSIONISTA E ATTORE DILETTANTE (le differenze fondamentali)

Quand'ero un giovane attore, alle prime armi, la mia amata e mai dimenticata Isabella Guidotti mi insegnava: "meglio l'ultimo dei primi che il primo degli ultimi". 

Non era nemmeno mio particolare interesse, ma ho dovuto seriamente interrogarmi su quali fossero, nella mia professione, le fondamentali differenze tra un professionista e un dilettante (o amatoriale, termine che gli dà una punta di dignità in più, ma non cambia la sostanza). 
In un'epoca in cui chiunque, poi, si sente in diritto di salire su un palcoscenico o mandare alle stampe i propri pensieri, il cercare di fissare dei termini, dei paletti, delle regole, il cercare di riflettere su parametri che possano in qualche modo definire con chiarezza, diviene ancor più importante anche se più complicato. 

Una prima cosa ve la voglio dire: tutti i cosiddetti "talent" che invadono la tv, andrebbero chiusi e/o vietati, ma soprattutto coloro che vi fanno da giudici andrebbero radiati dagli albi professionali (se vi fossero). Non perché non sia diritto delle persone esibirsi, ma perché dei professionisti che avallano con la loro presenza le performance di autodidatti, non fanno che gettare discredito sulla professione e instillare la certezza che "chiunque lo possa fare". 
Il meccanismo, a mio immodesto parere, vale tanto per i talent artistici, che per quelli di cucina. Cosa ce ne frega della cucina? Nulla, se non fosse per il fatto che ci interessano i meccanismi! 
Indecente che uno che sa fare una capriola (poiché di questo spesso si tratta, di una qualità da circo Barnum) possa essere considerato alla stregua di un vero circense che si è fatto il culo per decenni, così come indecente è che uno che mette in ordine quattro spaghetti nel piatto possa essere considerato alla pari del compianto Gualtiero Marchesi; e la colpa del riverberarsi di questo meccanismo perverso non è di chi si propone, ma di chi, a fronte di una paccata di denaro, si mette a fare il giudice. 
Dal mio punto di vista, questi fenomeni si combattono in un solo modo: cambiando canale. Ricordate sempre che se l'audience crolla, la pubblicità non viene più venduta e quel programma, se non vende pubblicità, sparisce. 
Questo, cari colleghi professionisti che vi divertite a guardare Xfactor o MasterChef pensando di assistere ancora a "La corrida" di Corrado, se vi interessa proteggere la vostra professionalità, se vi interessa unire un paio di puntini tra cose che vi sembrano lontane dal vostro quotidiano e invece lo influenzano profondamente, altrimenti fate come ve pare. 
Mi piacerebbe però che la smettesse di blaterare contro... i cachet elargiti a Sanremo se poi ogni anno state lì a guardare la kermesse. "Ma se non vedo come faccio a criticare?... Ma è solo per vedere che cavolo fanno... Voglio proprio capire come li spendono tutti quei soldi..."
Ragazzi cari, tutte queste sono emerite stronzate. Se sei un professionista lo sai benissimo cosa faranno quelli su quel palco, non hai nessun bisogno di "verificare", non ci sarà alcuna sorpresa. Quindi, cambia canale, ché ormai ce ne sono mille e non dirmi che non trovi un'altra cosa interessante da vedere. 

L'inconfessabile verità è che tu guardi Sanremo perché vorresti essere a Sanremo, guardi la D'Urso perché vorresti essere sulla poltrona di fronte a lei, perché i 'ntomila leuri dati alla Littizzetto di turno, li vorresti tu. 
E allora, che male c'è? Confessalo, non fare il finto indignato, confessalo e basta e noi ti apprezzeremo, io, almeno, ti apprezzerò. 

Detto ciò, quali sono le fondamentali differenze tra un professionista e un dilettante?
Mi direte: il fatto che uno vive fondamentalmente con i proventi di quel lavoro e l'altro no
Verissimo, ma questa sostanziale distinzione, che disegna la questione dal punto di vista pratico, implica delle diversificazioni che sono ancor più impalpabili, profonde e determinanti. Io ne identifico due che scherzosamente definisco: "la tensione di sopravvivenza" e "la tensione da precisione". 

La tensione da sopravvivenza è determinata proprio da quella semplice considerazione che anche voi avete fatto: il professionista vive solo dei guadagni che gli vengono da quel lavoro, il dilettante no. Pare nulla, ma questo cambia completamente la vostra tensione mentale, poiché ogni volta (e ribadisco "ogni volta") che salite sul palco sapete, spesso inconsciamente, che vi state giocando la pagnotta, vi state giocando un pezzo della vostra vita, non soltanto dal punto di vista pratico (bollette, affitto... prossima scrittura), ma anche psicologico: per esempio, la considerazione dei colleghi, nonché l'autostima. Ovvio che per il dilettante così non è, per il semplicissimo motivo che egli non vive dei guadagni che gli derivano dal recitare; la sua sopravvivenza dipende da altro introito, dallo stipendio che percepisce come bancario, o dalle parcelle che emette come avvocato. 
Non mi pare dunque complicato comprendere che la tensione psico-fisica del professionista sarà sempre diversa poiché agisce senza "reti di protezione". Ogni volta egli si gioca tutto! 
Una diversa tensione psico-fisica fa, per forza di cose, diversa l'espressione artistica. Dubbi, su questo, non ce ne sono. Come non ce ne sono sul fatto che la performance potrà non piacerti ma sarà sempre di qualità superiore a quella del dilettante perché costruita con strumenti che derivano da una competenza ricercata e voluta con il lavoro quotidiano e nel lavoro quotidiano, totale e totalizzante, e non con i ritagli di tempo.
Il medico potrà anche sbagliare una diagnosi, ma le sue competenze, rispetto a te che tutti i giorni leggi l'enciclopedia medica, non possono essere messe in discussione.    


Sulla base di quanto detto, non ci possono nemmeno essere dubbi sul fatto che l'espressione artistica di un professionista - sempre indipendentemente dal fatto che ne sia consapevole o no - è perpetuamente tesa verso la ricerca della precisione
Questa, a mio vedere, è in realtà la differenza fondamentale, quella che segna compiutamente il guado tra professionismo e dilettantismo.  

Chiariamo un momento un punto: come tutti i lavori che si basano su una forte componente di artigianato, il lavoro dell'attore e del teatrante in genere, non ha bisogno della formazione teorica, né prima di affrontare il lavoro né dopo. Ogni teorizzazione è frutto di personali riflessioni che restano esterne al "gesto perfomativo", che non lo influenzano in alcun modo. Si può, insomma, recitare benissimo, sapere sempre quel che si sta facendo, senza avere mai alcun bisogno di spiegarlo, a se stessi e agli altri. Ecco perché succede che io scriva: "lo sa - o non lo sa - sia pure inconsciamente - o inconsapevolmente".   

Ebbene, in questo lavoro, fatto di consapevole incoscienza e/o inconsapevole coscienza, c'è una sorta di condizione "naturale", quella dell'essere sempre tesi alla ricerca della "recita perfetta". Un po' come Faust cerchiamo l'attimo da fermare, cerchiamo quella perfomance recitativa che ci catapulti in un'altra dimensione, una dimensione sganciata dallo scorrere del nostro tempo, una dimensione che ci rapisca e ci sospenda in un "perfetto presente" avulso dalla nostra miseria, dalla nostra quotidianità, dalla nostra caducità. Combattiamo una disperata battaglia contro il Tempo, una battaglia che sappiamo persa in partenza ma che non possiamo fare a meno di combattere. La precisione è la più forte delle armi a nostra disposizione, la cerchiamo pur sapendo che non potremo mai raggiungerla.
Attenzione: "precisione" non significa "orologio svizzero", meccanica senza scarti. Perché sappiamo benissimo che gli errori, le disattenzioni, sono parte dell'esistenza, parte della vita di un uomo, e una "esecuzione precisa" non può escludere una parte di "improbabile". Cos'è, allora, "preciso"?

Io credo che "preciso" sia un flusso del pensiero, nel quale andare a incanalarsi per esserne alla fine fine trascinati. Per far questo abbiamo bisogno del "mestiere", ne abbiamo un disperato bisogno come un chirurgo ha bisogno dell'anatomia per sapere dove fare il taglio giusto. 
Abbiamo bisogno del mestiere che ci insegna il modo di usare il corpo, la voce, la ragione, la gerarchia, il rapporto con l'altro, in scena e fuori, la conduzione di se stessi, la quotidianità della disciplina, il valore della cultura e quello dell'esperienza... ne abbiamo bisogno per tentare di condizionare questo nostro incanalarci: usiamo il controllo per cercare di perdere il controllo.  
Ma perché un dilettante non può anch'egli far questo, mi si chiederà?
Per il motivo detto in precedenza: la mancanza di dedizione totale, l'arte fatta a "ritagli di tempo", la "pittura della domenica", la non necessità

Il professionismo ha bisogno della necessità, in tutte le sue declinazioni. 


Il mattone fondamentale per essere un professionista è la totale conoscenza del mestiere.
Il mestiere è artigianato. 
L'artigianato si apprende solo a bottega, cioè da uno più grande di te che te lo insegna.
L'autodidatta non sarà mai un vero professionista.  

Per questo motivo le leggi che prevedono che i giovani possano fare da soli senza avere adeguatamente appreso il mestiere da quelli più vecchi di loro, sono contro la natura stessa della professione attoriale. La non conoscenza, da parte dei giovani, di coloro che li hanno preceduti, è offensiva per la loro stessa professione. Il tentativo tutto politico di tagliare le radici con il passato e tutto il suo portato culturale, solleticando un giovanilismo d'accatto e proponendo ai vertici del nostro Teatro attori che, come si evince dai loro CV, non sono mai stati a bottega, è infamante per un Teatro che ha insegnato al mondo l'arte della recitazione: il nostro, il teatro italiano. 
Per questo e per molti altri motivi saremo qui, per quanto piccoli, a non consentire che il nostro mestiere, e quindi la nostra professionalità, sia liquefatta nel mare magno della globalizzazione culturale. Il Teatro, e dunque l'Attore, per crescere ha perennemente bisogno di interscambio culturale. L'omologazione può solo essergli nemica poiché sopprime questo interscambio. Il Teatro ha bisogno di confini, nazionali quando non addirittura regionali. Solo così potrà seguire a pieno la sua vocazione che è quella di uscire dai propri confini per portare la propria particolarità, la propria unicità.  

La fondamentale differenza tra un professionista e un dilettante è la ricerca della precisione. Vi fareste mai operare da un chirurgo che non tagli precisamente? 
Io no.