venerdì 16 giugno 2023

NAZIONALE DI CALCIO, L'ERRORE E' NELLA FILOSOFIA

Conosco l'obiezione: "Ma ha vinto un Europeo". 
Capita! 
Anche Bearzot vinse un Mondiale, anche Lippi, poi, a un certo punto, difronte ai pessimi risultati, se ne andarono o furono mandati via. 
Capita! 
Questo è il momento che Mancini venga mandato via dalla poltrona di Commissario Tecnico della Nazionale. Anche se le responsabilità non sono soltanto sue, anzi, forse le maggiori responsabilità ce le ha proprio la Federazione. 
Il problema è in una errata filosofia, o se preferite in una sbagliata visione del problema. 

Sappiamo perfettamente che in questo momento il calcio italiano non esprime grandissimi talenti, sappiamo altresì che spesso le squadre di club vanno in campo senza nemmeno un italiano tra le proprie fila. Questi due elementi sono fondamentali per comprendere il problema, assieme a un terzo di uguale importanza: che cosa vuole il tifoso? 
Capire cosa vuole il tifoso è decisamente centrale, forse più importante di tutto il resto, perché fin dagli albori del calcio la risposta è sempre la stessa: il tifoso vuole vincere.
Al tifoso non gliene importa nulla del bel gioco, è falso, falsissimo che se vede la propria squadra perdere ma giocare bene si è divertito lo stesso. Questo può accadere una volta, magari due: ma non è nemmeno questione di vederla giocare bene, è questione di vederla lottare, che è diverso. Ma comunque, uscire dal campo sconfitti ma a testa alta, può andar bene ogni tanto, ma soltanto perché vedi che la tua squadra è viva e presente, e speri nella prossima partita. Per il resto, la teoria sacchiana, che fu funzionale alla nascita delle televisioni commerciali e alla globalizzazione della tattica (e dunque al suo impoverimento), secondo la quale il tifoso se vede la squadra giocare bene anche se perde si è divertito lo stesso, è - lasciatemelo dire - una sesquipedale stronzata! 

Però, come fai a vincere se non hai grandi giocatori?
L'Italia, lo sappiamo, è il paese dei campanili e delle provincie, e proprio dalla provincia venne la risposta a questo annoso quesito, con una tattica che poi il mondo ha conosciuto come "calcio all'italiana" o "italianismo", e che nacque, come storiografia ha riconosciuto, a Salerno, e che poi si consolidò in un'altra piccola provincia del Bel Paese: Padova. Ma non basta, quando poi l'italianismo arrivò nelle grandi squadre, vedi Milan e Inter, dunque avendo a disposizione anche i grandi giocatori, fu un vero e proprio botto sentito da Est a Ovest! 

Orbene: la Federazione è ancora convinta - peccato che risale ai tempi di Matarrese - che sia necessario un allenatore, o meglio un CT, che dia un gioco alla Nazionale perché questa possa fare spettacolo (e quindi ascolti tv e quindi pubblicità e introiti, perché alla fin fine sempre intorno al soldo giriamo).
Ma non abbiamo gli uomini per fare spettacolo. E dunque? 

E dunque proprio adesso, proprio in questo grigio periodo bisognerebbe fare italianismo a tutta forza, fregarsene dello spettacolo e cercare di vincere (che poi è il solo metodo per riprendere a fare ascolti e incassi...). Anche perché, paradosso dei paradossi, mentre noi abbiamo dimenticato il "difesa bloccata e contropiede", questa idea di gioco è ritrovabile bene o male in tutte le altre nazionali. 
Spero sia chiaro che Mancini non è l'uomo giusto per tutto questo. 
Rispettabilissimo tecnico, ma forse quel ruolo non è per lui, o forse ha già esaurito la sua vena migliore. 
Chi mettere al suo posto? Altro problema, perché finché la Federazione non cambia filosofia saremo sempre punto e a capo. Per me, prima che diventi decrepito, l'uomo giusto è Claudio Gentile, ma quando una volta lo suggerì in una trasmissione tv mi dissero che non si poteva, il perché non si è mai saputo. (così sapete anche quali sono le mie preferenze!)

L'altra parte del nostro discorso va rivolta ai club: una Nazionale che fa risultati fa bene al calcio italiano ad ogni livello. I club mal digeriscono il fatto di mandare i calciatori in Nazionale per paura degli infortuni. E dunque, pare che a molti di loro questa inconsistenza della primissima squadra vada anche bene, ma forse dimenticano, i nostri presidenti, che avendo le squadre imbottite di stranieri, se nei tornei di Nazionali non ci vanno gli italiani, ci vanno gli altri loro tesserati. Dunque il problema gli resta sul groppone senza averne i vantaggi.
Non sarebbe meglio avere una Nazionale vincente, e che sia la nostra allora? Lo capiranno? Qualcuno forse sì, qualcun altro... mah! 

In conclusione, la prospettiva di un esonero di Mancini sarebbe auspicabile, ma per quel che vedo e sento anche inutile, perché tanto, finché non cambia la filosofia, c'è poco da stare allegri (senza riferimenti!) e a noi poveri spettatori resterà solo la noia, e un telecomando per cambiare canale.  

lunedì 12 giugno 2023

BERLUSCONI, UNA PICCOLA STORIA CHE POCHI CONOSCERANNO

La storia mi fu raccontata da Vittorio Esposito al tempo della nostra collaborazione al Napoli Teatro Festival. 
Vittorio è scomparso qualche anno fa, è stato uno dei maggiori organizzatori teatrali italiani, figlio di una attrice e sposato con una brava attrice, Dely De Maio, anche lei scomparsa da poco.
Vittorio conosceva il teatro a menadito. 
Fu organizzatore e amministratore per Peppino De Filippo e soprattutto per Vittorio Gassman, che si fidava ciecamente di lui. 
Siamo nei primi anni 80 e Gassman vuole mettere in scena il suo Macbeth. Uno spettacolo importante, dove non si poteva e non si doveva badare al risparmio. Scene, costumi, tanti attori, musiche, effetti speciali... tutta roba che costava. Di quella produzione ci restano video interessanti delle prove, immagini dello spettacolo e soprattutto la meravigliosa traduzione firmata da Gassman stesso, ancor oggi pubblicata da Mondadori, una versione fortemente teatrale, fatta per la scena e che di scena palpita. 
Vittorio (Esposito) parte alla ricerca di un partner economico. Nasceva in quegli anni la tv commerciale berlusconiana, sotto il marchio Rete Italia che aveva per simbolo uno stilizzato biscione. Berlusconi aveva anche rilevato il teatro Manzoni nella sua Milano, salotto della buona borghesia meneghina, altrimenti destinato a divenire un garage o un supermarket. 
Esposito ottiene un appuntamento con il Cavaliere. 
Si reca all'incontro e il presidente non c'è, si scusa ma è preso da mille impegni. Dall'altro lato del tavolo, davanti al nostro organizzatore una schiera di manager pronti a fargli le pulci. 
Vittorio espone tutto il progetto: la cifra necessaria per condurre in porto la produzione è davvero importante, circa due miliardi di lire.
I mega manager cominciano a fare una serie di domande, e soprattutto vogliono essere rassicurati sul fatto che si rientrerà della grossa quota che investiranno, vogliono anzi la certezza! Certezza che, come Vittorio spiegò, non si poteva avere: dipendeva da come sarebbe venuto lo spettacolo e dal successo che avrebbe avuto, insomma da mille variabili. Certo, sulla carta l'operazione era abbastanza sicura, ma è sempre necessario considerare l'imponderabile sopra tutto in teatro. 
I manager nicchiano, la cosa non li convince, il matrimonio non si può fare, non possono avventurarsi in una impresa che non sanno cosa renderà. Inutili le parole di Vittorio Esposito sull'impegno culturale, sulla figura di indiscutibile valore di Gassman, su Shakespeare... nulla da fare. 
Sono quasi due ore che parlano, Esposito capisce che la faccenda non si sblocca, comincia dunque a raccogliere le sue carte per andarsene. Quando la porta si apre, entra il presidente Berlusconi, che con tutta la sua amabilità si scusa con l'ospite per non esser stato presente all'incontro, lo fa riaccomodare e chiede una sintesi della discussione. Vittorio espone nuovamente e rapidamente il progetto, e il Cavaliere dice solo: "Bene, facciamolo". 
A questo punto i suoi uomini si agitano, sono perplessi, espongono i loro dubbi sulla operazione, sui rischi che comporta, e Berlusconi risponde: "Ho capito, ma è Gassman, è una operazione importante. Facciamolo". Stringe la mano a Vittorio Esposito e va via. 
1983, quel Macbeth si fece, col simbolo del "biscione" sui manifesti, fu un clamoroso successo e tutti ci guadagnarono. 
Oggi, lo sappiamo, Silvio Berlusconi ci ha lasciato. Faccio parte di coloro che lo hanno detestato, avversato per poi capirne piano piano il valore sia come politico che come uomo e cambiare il mio giudizio. Quando pensiamo a "Silvio", ci vengono certamente in mente le sue tv commerciali, ma Berlusconi era anche questo, uno che prendeva in mano un importante teatro milanese per non farlo morire, e che non si faceva problemi a dire "facciamolo" e metter mano alla tasca perché era Gassman, era Shakespeare, era una cosa importante. E sono certo che il suo fiuto imprenditoriale gli aveva anche suggerito fin da subito che non ci avrebbe perso. E così fu. 

RIP

   

martedì 30 maggio 2023

LA SIGNORA PINA

La signora Pina è nata ad Imola e vive a Castel San Pietro. Ha 75 anni, è vedova e pensionata. Ha lavorato per quarant'anni nell'industria agroalimentare e ha una discreta pensione. 
La signora Pina ha due figli, un maschio e una femmina. Lei e suo marito Giovanni ci han tenuto a farli studiare, e così son tutti e due diplomati. La ragazza è ragioniera part-time presso uno studio di commercialista, ha un figlio, ed è separata dal marito che, impiegato di banca, le passa l'assegno stabilito dal giudice col quale sopravvive a malapena. Teresa, questo il suo nome, come la mamma della signora Pina, vorrebbe lavorare di più, anche perché il figlio è ormai abbastanza grande da potersi gestire una serie di cose da solo, ma non trova un altro posto o quelli che trova sono sottopagati, con contratti farlocchi o sfacciatamente al nero. Teresa resta dunque dal commercialista, dove almeno è regolarmente inquadrata e le vengono versati tutti i contributi per la pensione, perché la pensione, come la signora Pina le ha insegnato, è una cosa importante. 
Alberto, invece, il figlio maschio che porta il nome del nonno paterno, ha fatto l'istituto tecnico e lavora in una fabbrica di componentistica. Anche Alberto ha un figlio, diciannovenne diplomato da poco al suo stesso istituto tecnico ma con un indirizzo sui computer. La moglie di Alberto, Rosaria, fa parte di una cooperativa che si occupa di nettezza urbana, si alza alle tre di notte per andare al lavoro e ha un basso stipendio, ma non possono rinunciarvi perché Alberto guadagna 900 € al mese, prima ne prendeva 1.200, poi lui e i suoi colleghi han dovuto venire a un accordo perché l'azienda straniera proprietaria della fabbrica ha minacciato di delocalizzare. 
Nel quartiere dove vive la signora Pina da un po' di tempo sono arrivati una serie di stranieri, molti sono brave persone, alcuni andrebbero rimessi in riga perché non si comportano proprio bene, peccato che ogni volta che la signora Pina o qualche altro suo vicino chiamano la polizia municipale, questa non si presenta. Anzi, un vigile ha confessato a uno del quartiere che, soprattutto la sera non vengono perché hanno paura. Nella zona ha cominciato a girare anche qualche senza fissa dimora che dorme sulle panchine, si lava alla fontanella del parco e fa i suoi bisogni dove capita. Gli abitanti hanno provato a chiamare i servizi sociali, ma anche questi non intervengono. 
La signora Pina è preoccupata, ma preoccupata sul serio: lei e suo marito han lavorato duramente, son riusciti a comprare una casa, a far studiare i figli e mettere da parte un po' di soldi; quel gruzzoletto, veramente poca roba, ora è però finito perché la signora Pina ha aiutato i figli nei momenti difficili; Alberto ha comprato una casa, sia pur piccola, ma deve finire ancora di pagare il mutuo, ne avrà per altri dieci anni; Teresa, invece, vive in affitto, spesso lei e il bambino mangiano a casa della madre, così risparmiano. Ma questo sarebbe nulla se la signora Pina sapesse che il nipote è riuscito a trovare un lavoro decente con un contratto onesto, che il figlio non rischia più di rimanere disoccupato, che la figlia ha avuto dal suo commercialista il tempo pieno, se sapesse che per le visite mediche che deve fare non ci sono mesi di attesa; se sapesse di non dover stare in pena quando la figlia, dopo aver cenato da lei, deve tornare a casa perché non sa che incontri potrà fare. Sente poi dalla televisione che dovrà spendere tanti soldi per mettere a posto la sua casa altrimenti ai figli lascerà un immobile di scarsissimo valore col quale potranno far poco o nulla. Sente che il figlio dovrà cambiare la vecchia auto perché tra un po' non lo faranno più circolare e questo sarà un problema per quando ha i turni in orari in cui non ci sono mezzi pubblici. Sente che il nipote è meglio che si trovi un lavoro all'estero se vuole immaginare di sopravvivere decentemente: un emigrante come il suo bisnonno che solo per miracolo è sopravvissuto nelle miniere del Belgio per poi morire al suo paese ma con i polmoni completamente distrutti. L'altro nipotino non riesce proprio a immaginare cosa farà, ma di una cosa la signora Pina si consola: la loro situazione è comunque migliore di molte altre. 
La signora Pina è anziana, non sa nulla dei marchingegni tecnologici che usano i suoi nipoti. La signora Pina guarda solo la tv, e ci sono tante cose che non capisce, vede tante cose brutte e non si spiega perché i governi non intervengano, sente le storie di fabbriche che chiudono, di lavoratori sottopagati, di malattie devastanti, di donne molestate e stuprate, di ladri che la fanno franca, di valigie piene di soldi, e dalle sue parti ha anche sentito di bambini sottratti alle famiglie con modi che non capisce, 
Non è serena la signora Pina. E chi nella sua condizione lo sarebbe? 
La signora Pina era iscritta al PCI, lo è sempre stata, fin da giovanissima. Suo padre è stato partigiano, e il partito per lei, ma non solo per lei, per i suoi compagni di lavoro, e anche per la sua famiglia, era una sicurezza, uno scudo dietro al quale ripararsi fiduciosi. Andava alla sezione, la signora Pina, e quando arrivava il momento, senza indugiare indossava il grembiule per andare a cucinare alle feste dell'Unità. Le piaceva tanto quel senso di popolo, quel modo di stare tutti insieme e condividere una passione, una idea, un sogno, una lotta che anche se non finiva mai aveva portato nel tempo dei risultati importanti. Lo sapeva bene, la signora Pina, che aveva conservato il suo posto di lavoro quando era rimasta incinta, che aveva visto reintegrare compagni licenziati ingiustamente, che quando aveva un problema sapeva di poter contare sul sindacato. Ma soprattutto, quando c'era un problema si andava alla sezione, si parlava con il responsabile, e dopo qualche giorno ti arrivava una risposta, qualche volta era negativa ma non importava perché una risposta arrivava! 
Oggi la sezione non c'è più, quando ha un problema non sa a chi rivolgersi, quando i lavoratori come suo figlio hanno avuto problemi il sindacato si è mosso poco e male, e anche quando il nipotino deve fare lo sport non c'è più il campetto della casa del popolo dove portarlo. 
La signora Pina ha sempre sostenuto il suo partito, dal PCI, è passata a iscriversi al PDS e poi al PD, detestava Berlusconi e amava Romano Prodi che è anche della sua terra. 
Oggi, però, la signora Pina è stanca, a votare non ci va più. Non lo capisce più il suo partito. Certo, pensa lei, i diritti delle persone diverse sono importanti, non vorrei mai dicessero che sono omofoba; certo, pensa lei, i diritti degli immigrati sono importanti, non vorrei mai mi dessero della razzista; certo, pensa ancora, salvare la terra dall'inquinamento è importante, non vorrei mai dicessero che sono una inquinatrice; faccio tutta la raccolta differenziata, anche se alla mia età costa un po' di fatica e la devo pure pagare più di quanto mi avevano detto; sono andata a fare tutti i vaccini perché io credo nella scienza, e poi l'han detto alla televisione; aiuto anche alla parrocchia dove stanno i figli degli stranieri a fare il doposcuola e a giocare a calcio, anche se i preti non li ho mai amati, gli stranieri la chiesa non la rispettano, e per mio nipote un posto per giocare non ci sta; faccio tutto, ma il mio partito non lo capisco più, anzi non lo sento più che è mio, è diventato una cosa lontana che a noi non ci pensa più, che ci ha abbandonato per una serie di questioni che non ci riguardano, sempre appresso a questa Europa che non ho capito cosa abbia fatto di buono per me, per noi, per i miei figli e i miei nipoti. Io sono ignorante, sicuramente sono ignorante, ma mi pare che le cose vadano sempre peggio, e vanno peggio da quanto il mio Prodi mi ha portato in questa Europa, che era una bella idea, affascinante, ma qualcosa deve essere andato storto perché non funzione più niente. E io mi sento sola, sento che i miei figli sono soli, siamo soli difronte a un mostro grande, troppo grande perché noi riusciamo a vincerlo. Non ci vado a votare, lo so che sbaglio, ho sempre votato e non votare è sbagliato, ma io a questi non li voglio votare più; a votare quegli altri non ce la faccio, forse un giorno, chi lo sa, mio figlio li vota, dice che è meglio, almeno un po' si occupano della gente come noi, forse poco ma sempre più di "quegli altri, i traditori" come li chiama lui, io non ce la faccio. Di fianco a me è venuta ad abitare una coppia di due ragazzi, che si amano e hanno adottato una bambina. Sono simpatici, educati, bravi ragazzi e la bambina è proprio bella e la crescono bene. Solo che ora uno dei due è stato licenziato dalla cooperativa dove lavorava, facevano le pulizie nelle case di riposo, dice che non hanno avuto l'appalto o che so io. Ieri il compagno di questo mi ha detto che anche loro non li votano più, perché non ha senso avere tanti diritti se poi non puoi avere un lavoro sicuro. L'amore non basta a fare una famiglia, mi ha detto, ci vuole il lavoro. Non ho saputo dargli torto, anzi non aveva alcun senso dargli torto perché mi ha detto una semplice verità, sulla porta di casa, sul pianerottolo, con la bella bambina in braccio, come i vicini di un tempo che si cambiavano il sale o un barattolo di pelati, solo che noi adesso abbiamo poco da scambiarci, ciascuno cerca di sopravvivere come può, chiudendo la porta di casa per difendersi, soli, come non siamo mai stati.

giovedì 25 maggio 2023

RICORDO DI UNA VECCHIA OSTERIA

 




Non me lo ricordo il mio ultimo giorno di scuola. E nemmeno l’ultimo giorno di Università, o di Accademia. A ben pensarci c’è un sacco di ultimi giorni che non ricordo.
Questo vuol dire due cose: la prima è che non sono avvenuti in quei giorni accadimenti traumatici, tali da consolidare il ricordo; la seconda è che non li ricordo, e sono certo non li ricordiamo, perché siamo proiettati, in quei momenti, sul futuro.
Chi di noi esce da scuola pensando a tutto quel che è stato? Sono convinto che tutti arrivano al loro ultimo giorno di scuola pensando alla università che li attende, oppure al lavoro che li attende, anzi facciamo festa perché un periodo che ha certamente avuto i suoi momenti difficili, bui, è finito. La gioia della liberazione, in quel momento, cancella anche i momenti belli, ove mai ce ne siano stati.
La chiave di tutto, secondo me, però, è proprio nel fatto che pensiamo al futuro. D’altronde chi è che a diciotto o venticinque anni si mette a pensare al passato.
Ecco che allora ci accorgiamo che non ci ricordiamo del nostro ultimo giorno di scuola soltanto quando siamo avanti con l’età, quando abbiam fatto il giro di boa ed è cominciato il ritorno, il ritorno all’oblio. In quel momento cominciamo pian piano a rivedere una serie di cose, il più delle volte cerchiamo di rivederle perché non ce le ricordiamo, non le ricordiamo più, come l’ultimo giorno di scuola. Come ero vestito, chi c’era con me, dove siamo andati, cosa abbiamo fatto. Chi di noi lo ricorda con certezza, lo ricorda dettagliatamente? Nessuno, tranne coloro cui è capitato un qualche accidente, dai più seri ai più banali: il terremoto, la morte di un parente, il motorino cui si buca una gomma, la fidanzata che ti lascia, cose così. Ma se non è per qualcuno di questi motivi, seri o ilari, nessuno di noi ricorda, dopo trent’anni, come è stato il suo ultimo giorno di scuola.
Noi non ricordiamo, ci illudiamo di ricordare, il più delle volte costruiamo ricordi sulla base di pochi frammenti fermi nella nostra memoria, ci inventiamo un passato che certamente abbiamo, ma che non possediamo più. Diveniamo scrittori del nostro personale romanzo. Quelli bravi vendono libri, gli altri consumano bottiglie di vino con gli amici ricordando un’altra osteria.

lunedì 22 maggio 2023

L'EMOZIONE DI ESSERE PICCOLI

https://fb.watch/kH7TsJi89q/

                   Vedi, io guardo queste immagini di un anno fa e mi domando: potete capire quanto può essere bello essere piccoli, quanto può essere emozionante, quanto può prenderti il cuore raggiungere un risultato che credevi impossibile, che non era alla tua portata e soprattutto che tutti pensavano non fosse alla tua portata? 

E' solo una salvezza, ma per te è molto, ma molto di più di una Champion's. E' essere riusciti a scalare una montagna senza avere le scarpe, è avere attraversato la manica a nuoto senza poter respirare, è vedere la tua gente, il tuo popolo, quelli come te che per una volta ce l'hanno fatta, hanno tagliato il traguardo, è l'emozione che prova un ragazzo al suo primo bacio, è la vita che ti sorride ancora e ancora. 

Che ne possono sapere quelli grandi, quelli che sono abituati a vincere, che un anno sì e un altro pure scendono in piazza a festeggiare. La loro festa dura un giorno, poche ore, perché tanto il prossimo anno ne faranno un'altra. Per noi no. Noi non sappiamo quando festeggeremo ancora, non sappiamo se capiterà di nuovo. Noi dobbiamo stare per forza sul momento, non possiamo pensare immaginando un futuro. La nostra festa deve durare un anno, anche senza festeggiare, dura un anno nel nostro cuore, ogni giorno, e ogni giorno è un sorriso, fino alla prossima festa. 

Noi siamo piccoli, e forse non cresceremo mai, ma sappiamo capire chi sventola la propria bandiera per una promozione dalla C alla B, o dalla B alla A. Quando nel 1990 vincemmo il campionato di Serie C, ricordo ragazzi della curva che ai microfoni urlavano pieni di emozione: "Non l'ho mai vista la serie B, non l'ho mai vista", perché loro non c'erano ai tempi di Pierino Prati, non c'erano ma sono stati lo stesso su quegli spalti tutti gli anni, all'acqua, al sole, al freddo e al vento a sventolare la loro bandiera. Ed erano felici, solo perché andavano in serie B, una volta, dopo trent'anni. Riesci a capire cosa possa voler dire essere piccoli e raggiungere quello che per te è un piccolo traguardo? Io penso di no, e qualcosa penso ti manchi nella vita, ti manca la gioia delle piccole cose, ti manca il sorriso di un fatto che non si ripeterà forse più nella vita, che hai avuto la fortuna di vivere quel giorno e non si sa se lo rivivrai ancora. Tu vinci sempre i grandi trofei, ma quello che ti manca è l'eccezionalità dell'evento, ecco perché non puoi capire cosa sia una salvezza, cosa sia esser piccoli e aver raggiunto il traguardo in mezzo ai giganti. Io non sono Davide, Dio non è con me, quel poco che ho fatto l'ho fatto tutto da solo, ed è meraviglioso. 

#macteanimo

martedì 9 maggio 2023

GIORNATA DELLE VITTIME DI TERRORISMO: CHI VUOLE CANCELLARE LA MEMORIA?

E niente, ormai tocca tornarci su ogni anno chiedendosi quale volontà vi sia dietro, o quale stupidità supporti la scelta di mettere tutto nello stesso calderone, e questo sperando di sollecitare la riflessione di qualcuno. 
Ci si sente ormai come "voce che grida nel deserto" di fronte alla indifferenza generale, difronte alla superficialità, disinformazione, alla imbecillità conclamata delle nuove generazioni che nulla si chiedono e vanno come sorci dietro al pifferaio di turno. 
Un mondo senza domande e senza dubbi, dove a regnare è il facilismo, la piaga delle piaghe. E dunque, ancora una volta: 

Oggi è il 9 maggio, in questa data si ricordano una serie di importanti avvenimenti, di portata mondiale, a cominciare dall'Armata Rossa che entra a Berlino e sconfigge definitivamente Hitler e il Nazismo; c'è poi il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro nella Renault 4 rossa in via Caetani: i giovani non lo sanno (mi chiedo cosa cazzo sanno!), ma il caso fu di portata mondiale, non solo italiana; altro caso di portata mondiale - mi spiace per i più - non è il ritrovamento del cadavere di giuseppe Impastato, ma la prima rappresentazione al Teatro Valle in Roma di "Sei personaggi in cerca d'autore" di Luigi Pirandello. 

La morte di Impastato, come ho avuto già modo di scrivere, è una cosa certamente grave, ma non è come l'assassinio di Moro per una serie di questioni geopolitiche, di lotte di potere, di battaglie su principi ideologici che attraversano questo caso. 
Dalla morte di Moro è dipeso il destino della democrazia in Italia, democrazia che non è più stata la stessa; la morte di Impastato rientra nel triste novero dei casi di omicidio di mafia di cui purtroppo è nutrito questa Nazione. Sono certamente più determinanti le morti di Falcone e Borsellino, stragi che hanno fatto cambiare strada alla Storia dello Stato. Non intendo sminuire, ma essere oggettivo. 

E invece, qualche buontempone ha pensato di istituire in questo giorno, che non a caso è anche il giorno in cui si festeggia la nascita della Unione Europea (datemi pure del complottista, me ne fotto!), il giorno di commemorazione delle vittime del terrorismo. 
Ora: Terrorismo e Mafia sono la stessa cosa? NO! 
L'ho già spiegato e non posso ripetere ogni volta ragionamenti che potete fare da soli (cazzo!) 

Qui il link del vecchio articolo 

Ma ormai questa è una piaga che non si riuscirà a risanare se non nella consapevolezza dei singoli. 
Foto come questa, pubblicate oggi su molti social e pure da molti politici (questa l'ho presa da un twitt di Salvini) mostrano superficialità e malafede. 


e viene da chiedersi: se parliamo di "vittime del terrorismo" il dato storico è che vittima del Terrorismo è stato Moro, non Impastato che è vittima di Mafia. 
Ma allora perché Impastato è al centro dell'immagine, il punto su cui prima di tutto casca l'occhio? Ma allora, se è tutto uguale, perché non c'è Falcone?

Resta la domanda che da un po' di anni ha soppiantato anche il "chi ha davvero ucciso Moro?", e cioè: perché si vuole cancellare la memoria di questo fatto epocale usando il subdolo sistema di equipararlo a tutti gli altri quando non lo è? A chi giova questa cancellazione della memoria? 


Lo dico ai giovani, a quei pochi che vorranno ascoltare e cercheranno di capire, per il bene del loro stesso futuro: credetemi, il caso Moro non è come tutti gli altri casi. 

lunedì 8 maggio 2023

CARI AMICI NAPOLETANI, FORSE E' MEGLIO CHIARIRSI.

 

Cari amici napoletani,
ero molto, molto contento della vittoria del Campionato che per il Napoli sempre più si avvicinava; mi sono anche arrabbiato per l’uscita dalla Champion’s che a mio parere si poteva evitare se la squadra partenopea avesse avuto un allenatore un po’ più "furbo". Non si può incontrare il Milan tre volte in circa un mese, giocarci sempre allo stesso modo, lasciando che i rossoneri impostino la loro gara sempre allo stesso modo, e non pensare a un sistema diverso per batterli. Questo è il mio pensiero. So che qualcuno dirà che in Italia siamo 58 milioni di CT, ma d’altronde si dice pure che in Italia ci sono 58 milioni di attori, non vedo dunque perché non possa esprimere opinioni sul lavoro degli altri.
Poi c’è stata Napoli-Salernitana, e il risultato che sappiamo. E da quel momento, della vittoria della squadra del capoluogo di regione, della capitale del nostro Regno delle due Sicilie sempre nel mio cuore, della più importante città del Sud italiano, non me ne è importato più nulla.
Troppe volgarità, schifezze, offese sono state dette contro Salerno, i salernitani, la Salernitana. Da quel convinto “pisciaiuolo” che sono, non voglio nemmeno tornarci su, se non per dirvi che la vostra vittoria sta ora nel mio cuore come quella di un Milan o di una Juve: non me ne frega niente!

C’è però una cosa che in quanto attore, uomo di teatro, sento di volervi dire.
Con franchezza, di tutta la retorica su Napoli e i napoletani non se ne può davvero più: ho sentito ancora parlare di “riscatto”, di “vittoria contro l’odio”, di “orgoglio partenopeo”, e tutto il repertorio che tra frasi e immagini avrei preferito aveste risparmiato all’Italia, perché sarò anche salernitano, un “pisciaiulo” appunto, ma sono di origini napoletane e borbonico nel sangue, ed alla dignità del mio Sud e della mia capitale, nonché al fatto che questa non venga offesa dai terroni del Nord e da tutti i razzisti d’Italia ci tengo, in tal senso mi guardo bene dal prestare il fianco e mi piacerebbe che tanti facessero come me.
Ma tanto lo so come risponderete a questa obiezione: noi siamo così, questo è il nostro modo di gioire, invidia, non siete capaci e ci odiate, un popolo come il nostro non c’è… E anche qui, tutto il repertorio di retorica.
Bene fa Vincenzo Salemme a cercare di alleggerire la sua amata città dagli stereotipi che la affliggono a volte più della disoccupazione stessa, ma non so quanti di voi lo abbiano capito.
Ebbene, proprio nell’ottica di questa insopportabile retorica vi ho visto ritirare fuori le “bandiere cittadine”: Eduardo, Totò, Pino Daniele, Massimo Troisi… E dunque è arrivato il momento che ci chiariamo una volta per tutte. Parlo in prima persona, ma sono certo di parlare a nome di tantissimi italiani, meridionali, campani.

Io amo Eduardo, Totò, e Pino Daniele, e Troisi, e Raffaele Viviani, Scarpetta… e Matilde Serao, e Striano e la Ortese, e Ruccello e ovviamente Patroni Griffi. Ma non basta, perché nelle mie felici memorie c’è anche un certo Giuseppe “Peppino” Pacileo che molti di voi giovani tifosi nemmeno sapranno chi sia, un giornalista limpido e geniale che era una vera gioia leggere il lunedì mattina nel racconto delle gesta del grande Napoli di Maradona e compagni. Qualcuno lo definì "il Brera del Sud", ma questa definizione non mi è mai piaciuta, poiché sottintendeva sempre una sorta di superiorità settentrionale, un modello nordico a cui riferirsi. Avessi mai sentito dire che Brera era il Pacileo del Nord! 

Ebbene, dovete sapere, perché è obbligatorio che lo sappiate, che io amo Eduardo De Filippo perché è un attore sublime e un grandissimo autore, amo Totò perché è un comico immenso, e Pino Daniele perché è un grande musicista. E lo stesso tipo di specificazioni valgono anche per gli altri che ho nominato e per tutti quelli che amo e che ora non mi vengono in mente: perché sono dei grandi artisti, non perché sono napoletani!
Il fatto che loro siano napoletani e che io sia campano, rende più semplice la vicinanza, a volte più profondo il comprendere, più spassoso o più amaro il cogliere le sfumature, ma amando in loro la loro arte, li amerei anche se fossero di un’altra regione o di un altro mondo.
Anzi, vi dirò di più, l’essere “esterno a Napoli” favorisce in me una visione che è prima di tutto nazionale, quando non internazionale addirittura, della loro opera, mentre il fatto che per voi siano bandiere cittadine vi porta a limitarne lo splendore e l’apprezzamento extraterritoriale.
Eduardo è un attore di valore immenso, che riesce ad abitare il palcoscenico con una semplicità che è frutto di un faticoso e intenso lavoro di anni, di dedizione e sacrificio; suo fratello Peppino oltre a essere un magnifico attore di teatro è forse il miglior attore italiano di cinema che abbia mai visto, più dei Sordi o dei Tognazzi, poiché ha la capacità di essere sempre perfettamente credibile, e non c’è un solo film nel quale lo abbia visto non centrare il personaggio. Fossero stati romani o genovesi o veneti avrei certamente provato per loro lo stesso amore e apprezzamento così come amo un Fabrizi o un Govi, Sciascia o Berto o Morante. 

Non continuo, mi fermo qui. Penso solo che quando Napoli si deciderà ad abbandonare le sue retoriche, autoalimentate e autoalimentantesi, forse ritroverà un po’ di fulgore e raccoglierà una maggiore attenzione da parte dell’Italia, ma attenzione vera ai suoi problemi e ai suoi splendori.
Se una persona è simpatica non ha bisogno di rappresentare la simpatia, se una città è grande non ha alcun bisogno di rappresentare la grandezza.

Buon terzo scudetto a voi.

venerdì 28 aprile 2023

Esiste solo la Salernitana!

Sono un tifoso della Salernitana. 
Posso solo essere un tifoso della Salernitana. 
Sono nato nel vecchio Stadio Vestuti al centro della città, e quando ci passo davanti non posso fare a meno di pensare a quando ero bambino, a quando papà mi ci portava, a certi pomeriggi di freddo e pioggia, quando guardavamo la partita andando avanti e indietro per scaldarci e gli adulti bevevano quel Caffè Borghetti che a noi piccoli non era ancora concesso. 
Quando le maglie granata entrano sul tappeto verde io ancora mi emoziono come il primo giorno che le ho viste. Ed anche ora che sono lontano, la domenica penso sempre, almeno per un secondo, alla Salernitana. 
I Napoletani sono fortunati! Lontani dalla loro città hanno cento cose per rivendicare la propria appartenenza: la pizza, il babà, il Vesuvio, il mare, le canzoni, il Regno delle Due Sicilie, San Gennaro... ed anche i tanti luoghi comuni che pure sono segno di esistenza. 
Quel che Salerno era, la sua piccola ma specifica importanza nella Storia si è persa. Il Regno Longobardo, la Scuola Medica, l'ostinata devozione a San Matteo, il nostro piatto tipico, la milza cotta nell'aceto, e pure l'invenzione del calcio all'italiana, sono ricordi per pochi che non ci identificano davanti al mondo. 
Ma San Gennaro no, la pizza no, "'O sole mio" no. Se solo nomini una di queste cose, il mondo intero pensa a Napoli. E va bene così, io sono sinceramente felice per questo. 
A noi salernitani cosa resta? Ebbene sì, resta solo la Salernitana. Ché finché ci sarà, anche in terza serie, sapremo di appartenere a quella città ricca di Storia, e di problemi. Sapremo che Alfonso Gatto è il nostro poeta, che Torquato Tasso cresceva tra le nostre mura, che Gregorio VII riposa nel nostro Duomo, che la prima rappresentazione grafica al mondo del crollo della Torre di Babele è nel nostro Museo Diocesano, che la pizza "scarola ulive e capperi" è nostra e non napoletana, che il castello d'Arechi dove Foscolo ambienta la sua "Ricciarda" ci protegge ogni giorno, che il cuore della città vecchia conserva le sole alzate civili longobarde che ci sono al mondo, che la cripta del Duomo è un gioiello di purezza e luce, che la "Scazzetta" di Pantaleone è semplice e unica come la nostra testardaggine, che la ferita dell'Alluvione del '54 non è ancora completamente rimarginata, che abbiamo fischiato Caruso prima che lo fischiassero a Napoli e il grande tenore decidesse di andarsene, e che abbiamo lasciato costruire il Crescent perché oltre che pieni di Storia e virtù siamo pure parecchio fessi. Tutte cose che il mondo non sa, o certamente non sa più, e che quella maglia granata quanto meno ricorda ogni giorno a noi che siamo lontani da casa, lontani a volte per sempre. Quella maglia, indossata in onore della tragica fine del grande Torino, come è il loro sangue è anche il nostro, con amore e devozione. 
Soltanto così riesco a spiegare il viscerale attaccamento dei salernitani alla Salernitana, non mi viene in mente un altro motivo, attaccamento che ho visto crescere esponenzialmente in chi vive lontano dalla città delle antiche saline romane. 

Domenica, come vittime predestinate, assisteremo al meritato trionfo del Napoli. Non lasciamoci prendere dall'invidia, dalla stizza, dal rancore, sentiamo invece un po' di orgoglio meridionale, perché gli azzurri sono i soli, sotto Roma, ad avere vinto trofei nazionali, nessun altro, e ogni meridionale deve a loro qualcosa, alla nostra capitale qualcosa. Guardiamoli con piacere e distacco, con letizia e cordialità. Dopodiché pensiamo alla nostra salvezza, è a portata di mano, e ce la siamo meritata ancora una volta, se l'è meritata il Presidente, tutto il suo staff, l'allenatore, i giocatori, e soprattutto i tifosi, quei tifosi che così tanti elogi raccolgono andando in giro per l'Italia, per passione e educazione. Restiamo come siamo. 
Abbiamo cuore granata, pulsa nel golfo di una città stanca ma viva, palpita silenzioso nelle nostra parlate lontano da casa, discrete e mai invadenti, sorride a un futuro di ricordi e dolci malinconie. 
Macte animo, esiste solo la Salernitana!