Sono nato a Salerno, nella Hippocratica Civitas. E sono un Attore, un hypocrita.
"Un attore – insegnava Marisa Fabbri - è prima di ogni altra cosa un cittadino".
Si può dunque parlare di Teatro senza porre un accorto interesse verso tutto quello che ci circonda?
Non credo. E non è mia volontà.
Forse alla fine il cittadino avrà il sopravvento; ma così non fosse, sarebbe ancora il Teatro, avrebbe mai avuto senso l'essere Attore?
Spero così siano chiari senso e bizzarro titolo di questo blog.
Esercizio di autosuggestione: non fa caldo non fa caldo non fa caldo non fa caldo non fa caldo ...
Niente da fare, non funziona. È un agosto infuocato e fuori dal normale quello che stiamo attraversando. Ieri ho ceduto le armi, e sono andato verso un centro commerciale. Me ne vergogno profondamente, ma c'era davvero poco altro da fare.
Le ferie le ho già fatte: memore di mesi di luglio torridi e agosto miti, abbiamo scelto con mia moglie di andare al mare a inizio dello scorso mese. E c'è andata male, perché tutto ci potevamo aspettare tranne che questo signor lucifero che sta letteralmente devastandoci le membra e il cervello.
Dovrei lavorare e non ne ho la forza. Dagli amici di FB scopro di non essere il solo. Ma il mal comune, nel mio modo di vedere, certo sempre un po' pessimista, non è mezzo gaudio, è solo mal comune.
Così, tutto si appesantisce in un mese che per noi attori, lì dove non si lavori (ma chi avrebbe il coraggio, con questo clima, di andare in giro per autostrade e siti marini dove la gente fa il bagno mentre tu soffochi in un costume certamente pesante?...), lì dove non si lavori, è una vera e propria Quaresima.
La conoscete tutti la storiella del perché il viola è considerato in teatro un colore nefasto: nel periodo della Quaresima la Chiesa vietava le rappresentazioni teatrali, il crocifisso veniva coperto con un panno viola, e da qui l'associazione tra il colore e l'impossibilità di fare incasso e quindi nutrirsi. I tempi sono cambiati, e non è certo per la Quaresima che si rischia di rimanere senza piatto in tavola.
Gli attori, però (e quando dico "attori" mi riferisco sempre a quelli veri), hanno sempre saputo volgere gli impedimenti a loro favore. Così, il periodo del crocifisso in viola diventava quello delle nuove scritture, degli spostamenti da una compagnia all'altra, delle prove per la nuova stagione. Altro che ferie. E chi le voleva le ferie. Nella mente di un attore, le ferie sono stare in teatro e andare in scena. Niente retorica, solo percezione di un piacevole stato d'animo determinato dalla propria profonda passione. È così, punto!
Torrido o non torrido, l'agosto, però si presenta ormai da anni come la nostra nuova Quaresima.
Perché? Perché tutto si blocca, uffici chiusi, assessori in vacanza, impiegati in organico ridotto, telefoni staccati, impresari irraggiungibili... non si sa con chi parlare per un progetto, nessuno che abbia voglia di darti cinque minuti di attenzione, e tutte le menti, spesso anche quelle dei tuoi colleghi, sono altrove. Il Crocifisso, insomma, si rimette, che noi lo si voglia o no, che la Chiesa lo abbia ordinato o no, il panno viola. E tu puoi solo stare fermo e aspettare.
Aspettare. E l'ansia cresce. E sì, perché per chi fa un lavoro come il nostro l'attesa non ha nulla di piacevole, alla faccia della pubblicità. La nostra inclinazione è al "fare", al fare e basta. Toglieteci il "fare", ci avrete rimandato in Quaresima.
E allora... nulla, aspettiamo pazientemente che passi, respirando profondo e cercando di controllare l'ansia. Leggiamo dei testi, scriviamo minchiate come questa, cerchiamo di far finta di essere normali, di convincerci che le ferie ci piacciano, e che il riposo ce lo siamo meritati... ma chi diavolo lo voleva 'sto riposo?!
Io no. E sono certo, nemmeno decine e decine di miei colleghi.
Adesso mi sparo un bel Peppino Gagliardi... e aspetto.
Buone ferie, a voi, mentre... Settembre tornerà ma senza sole...
Io, da buon meridionale, all'onomastico ci tengo. Mi piace che mi facciano gli auguri. Il mio onomastico, però, ha un problema: si festeggiava il giorno 2 di agosto, parecchi anni fa, almeno quaranta, in una revisione del proprio calendario, la Chiesa lo ha spostato al 1° dello stesso mese.
Da qui, una tenace opposizione soprattutto da parte degli anziani: ricordo perfettamente mio nonno che si ostinava a fare festa iil 2 con invitati in casa, paste e bibite.
La mia era "nuova generazione" e quindi prese a festeggiare secondo i nuovi dettami della Chiesa.
Anche perché, da bambini, la diatriba diveniva vantaggiosa, in quanto ti sparavi due giorni di festeggiamenti, con tutti i piccoli piaceri che ne derivavano.
Oggi, legge di natura, nonno non c'è più e io resto serenamente attaccato alla MIA abitudine e non alla sua.
Dunque, per me, sant'Alfonso Maria de' Liguori si festeggia il 1° di agosto.
Ora, accade che tantissimi amici mi chiamano da giù o mi mandano messaggi sempre con il dubbio: "ma tu festeggi l'1 o il 2?", oppure "non sapevo se farteli oggi o domani - oggi o ieri"... nessun problema. Solo il fatto che tu mi abbia pensato e abbia fatto un gesto per me, ti farebbe perdonare pure se mi mandassi gli auguri il 14 aprile, giorno di Sant'Alfonso di Siviglia, o il 31 ottobre, Sant'Alfonso Rodriguez.
Ma c'è un gruppo che mi diverte profondamente e al quale va tutta la mia più sfrenata simpatia, è quello che inserisce nei suoi auguri la frase: "ancora nun s'è capito si è oggi o dimane...". Io questi davvero li adoro! Perché il "Non si è capito" è sublime nel suo essere il retaggio di una opposizione inconscia al cambiamento ecclesiastico, un po' come uno che se ne stia ancora sui monti a combattere contro i Savoia, come il giapponese che persiste nella sua difesa dell'atollo...
Il gioco su "è oggi o domani" è per me bello. Ma l' "ancora non si è capito" è fantastico. Perché si è capito benissimo, sono più di quarant'anni che la Chiesa ha detto senza tema di smentita "è il 1° agosto".
Ho amici, miei coetanei, che rifiutano gli auguri il giorno 1 per un legame familiare dato che da noi moltissimi portano il nome dei nonni, ma questi lo sanno che vanno contro le disposizioni della Chiesa Cattolica Apostolica Romana.
Quelli del "nun s'è capito" non stanno né al governo né all'opposizione, e sono quelli che amo di più. Dal prossimo anno sarò io che farò gli auguri a loro. Di cuore.
Ho un caro amico, l'unico del liceo con cui intendo intrattenere rapporti, perché io ho un pessimo carattere e sopra tutto perché non mi piace ricordarmi di come ero, quindi i compagni di scuola preferisco non vederli, con il quale, dopo anni di litigate politiche ed economiche abbiamo deciso di non parlare, quando ci incontriamo di economia e politica.
Funziona. Non litighiamo più, evitando di mettere a rischio la nostra ormai quasi quarantennale amicizia.
Il motivo del contendere è presto detto: lui è eurista, io sono contro l'euro.
Chiariamo: non sono "euro-scettico", come si sente sempre nei Media con una definizione a mio vedere errata per molti, poiché se fossi "euro-scettico" farei parte di coloro che sostengono che la UE va cambiata da dentro e che un altra Europa è possibile e che l'€ non ha propriamente tutte le colpe... No! Io sono proprio contro l'€.
Dice: "Ma vuoi il ritorno alla Lira?". Nemmeno. Perché il "ritorno alla Lira" per come lo intendono gli euristi, e per come lo fanno intendere alla gente, con la loro stra-ordinaria potenza mediatica, è impossibile. Per una volta il TINA (there is no alternative) possiamo usarlo noi nemici del liberismo, dato che il casino che questi signori (gli euristi) hanno combinato è immenso. Tornare indietro non si può. E io, per mia natura, non lo voglio nemmeno. Quindi, laggente che sognano di rivedere in busta paga invece di mille leuri, due milioni di Lire si rassegnino. Nun se pò ffà!
Se però per "ritorno alla Lira" si intende "riconquista della sovranità monetaria", allora siamo d'accordo. È la sola possibilità che abbiamo e verso la quale, nella mia idea di mondo, dobbiamo andare. Con tutto quello che di positivo comporta (se non sapete, leggete qualcosa in proposito). Perché chi detiene la moneta detiene il potere, e in una Repubblica se la moneta non appartiene al popolo, quella Repubblica è fittizia, non esiste e la Democrazia va a farsi fottere.
Il mio amico, ovviamente, non crede a tutto questo, ma pensa che la colpa è della corruzione, della burocrazia esagerata, della eccessiva sindacalizzazione, della casta ecc. ecc. ecc. Ciò non mi impedisce di volergli bene, e tanto. Dunque, onde salvaguardare un rapporto che è certamente d'amore, si è fatta una scelta semplice: quelle due volte l'anno che ci vediamo, non se ne parla.
Anche se la tentazione è forte e stimolata dai lavori che facciamo (lui si occupa di giornali), quindi accade che spesso, con lievità, giriamo attorno all'argomento.
Ma qualche sera fa, per la prima volta negli ultimi dieci anni, da quando cioè fu presa la inderogabile decisione, ci siamo trovati improvvisamente d'accordo almeno su di un punto: ci vuole coerenza. Ed entrambi ne abbiamo, grazie al Cielo.
Si chiacchierava di quotidiani, e poi di agenzie pubblicitarie e poi di sindacati e quindi ancora di... il solito ginepraio. Dalla discussione veniva fuori un dato chiaro: c'è in giro troppa gente che la pensa come il mio amico, ma vorrebbe un mondo come lo penso io.
Cerco di spiegarmi meglio: l'€ non è un problema, il libero mercato è la salvezza, la colpa è de la corruzzzzzione e de la casta... ma poi voglio il mondo che c'era con gli investimenti pubblici, il quotidiano salvato dall'intervento statale, i diritti sociali ipergarantiti, il sindacato forte...
Al che ci siam fermati, guardati, e in una rapidissima analisi mentale siamo giunti alla medesima conclusione: è questione solo di coerenza.
Ti piace il libero mercato? Bene, sei libero di farlo, ma se poi non vendi chiudi (vedi il caso L'Unità); vota i partiti che sostengono le tue idee (a costo di essere di destra e votare uno di sinistra o viceversa), goditi l'euro e viviti il mondo che ti sei scelto fino in fondo, sii competitivo e fregatene della solidarietà sociale.
Non ti piace il libero mercato e vorresti "tornare indietro"? Bene, sei libero di farlo, ma allora devi prendere coscienza che la tua non può che essere una lotta al sistema nelle sue molteplici manifestazioni, vota i partiti che sostengono le tue idee (a costo di essere di destra e votare uno di sinistra o viceversa), opponiti da cittadino e da consumatore tutte le volte che puoi, e viviti totalmente la tua battaglia.
Il vero problema, abbiamo concluso, sono quelli che tengono il piede in due scarpe.
E qui la discussione si è chiusa. Un altro sorso di gewurztraminer e siamo andati oltre.
Era già troppo per i nostri accordi.
Nella testa continua a girarmi quella discussione con una domanda fondamentale: perché costoro lo fanno?
I motivi sono certamente tanti, gioca un ruolo fondamentale l'ignoranza, la non voglia di applicarsi a comprendere, quel delegare che ormai è abitudine costante del nostro mondo, il non mettere mai veramente in dubbio ciò che i Media dicono, e in particolare l'idea, secondo me, che ci si possa salvare da soli.
In fondo, la nostra è una non-nazione, in cui prevale ancora un DNA da comuni medioevali. Non trovo sia un danno visto che quel criterio esistenziale ha creato poi la diversità che fa bello e grande il nostro Paese.
Ma se prima della Nazione viene il Comune, non vedo per quale motivo prima della società, nella mente dei più, non debba venire il singolo.
Come al solito, dovremo trovarci spalle al muro, e allora forse, offesi per l'ennesima volta da un Monsieur de la Motte, partirà una nuova Disfida di Barletta.
Vediamo se anche stavolta ci andrà bene.
"Pe nuje ca ce chiagnimmo 'o cielo 'e Napule" è un verso della famosissima canzone partenopea, "Lacreme napulitane".
Il brano di Bovio - Bongiovanni è stato interpretato praticamente da tutti i più grandi cantanti nostrani e non solo, se ne ricorda, ad esempio, una felicissima versione di Mina
Impagabile, per me, oltre le versioni di un giovane Massimo Ranieri, e la classicissima di Roberto Murolo, l'edizione sanguigna, popolare, scostumata, sgraziata, verace, straziante di Mario Merola
Di Mario ricordo la definizione preziosa di un altro Mario che è passato nella mia vita in un momento importante e con effetto determinante, Mario Maranzana. Maranzana non c'è più. È stato un bravissimo attore italiano, che ha fatto anche cose importanti, e che quelli che cominciano ad avere i capelli bianchi come me, ricorderanno certamente come uno dei sottoposto dello splendido Gino Cervi nel Commissario Maigret. La notizia della sua dipartita è passata in sordina come quella di tanti altri bravi attori italiani. Qualche tempo fa ci ha lasciato, per esempio, Marina Bonfigli. Oltre che compagna di Giulio Bosetti per una vita, Marina è stata la prima interprete italiana, con Strehler, di Polly ne "L'opera da tre soldi" di Brecht, ha interpretato decine di importanti personaggi in teatro e in tv... ma questo è ormai un Paese irriconoscente e di memoria cortissima. Un tempo usava un annuncio nei principali telegiornali Rai, con una foto che richiamasse nella mente del pubblico il volto dell'interprete scomparso, se la figura era davvero importante anche un servizio, ma ora, più nulla.
Va bene così. I tempi cambiano e forse siamo noi a sbagliare pensando ancora nelle modalità di un antico rispetto quando il rispetto non usa più.
Mario Maranzana, dunque, di Merola mi disse una sera a tavola dopo spettacolo a Caserta vecchia: "Fa schifo ma è il più grande", e mentre lo diceva si sbatteva la mano sul petto come a indicare quella predominanza senza limiti del cuore su qualsiasi altro organo funzionale a una qualsiasi interpretazione artistica. La gioventù non ti fornisce mai gli strumenti per capire le sintesi di un qualsiasi artista che abbia passato trenta o quarant'anni sul palcoscenico, ci arrivi sempre irrimediabilmente dopo. "Fa schifo ma è il più grande" con quella mano sbattuta ngopp' 'o pietto ci ho messo anni a capirla, e credo, oggi, che volesse dire: se devo dare un giudizio da uomo di spettacolo ortodosso, vi dico che è pessimo, ma se guardo alla forza, alla passione che riversa sul pubblico, a quanto riesca ad essere dirompente, posso solo inchinarmi e dire sei stra-ordinario.
Certo, c'è un abisso tra la classe di Mina e Merola, tra l'eleganza di Murolo e Merola... ma ho avuto la fortuna, io giovanissimo, di vederlo in teatro proprio nella sceneggiata omonima, e alla fine, in una platea delirante di amore, posso assicurarvi che non c'era uno che non piangesse Lacreme tutte napulitane. Chapeau! Mille volte Chapeau! avrò avuto dodici anni e quel brivido me lo ricordo ancora.
Pe nuje ca ce chiagnimmo 'o cielo 'e Napule.
"Lacreme napulitane" è una canzone che ho sempre avuto grande difficoltà a cantare in pubblico, perché mi provoca una commozione che un interprete non dovrebbe mai mettere in mostra, e che mi rende difficoltoso il cantare. Quando sei sul palco - io, figlio di una vecchia regola - penso sempre che sia il pubblico a doversi emozionare, nel riso o nel pianto, e non tu. Cosa gliene può importare alla gente che tu pianga o rida se loro non piangono o ridono? È uno scambio commerciale: io pago, tu mi devi emozionare; non pago per vedere te che ti emozioni. Nessuno compra un paio di scarpe per vederle indossare alla commessa, a meno che non sia particolarmente carina!
Una sera, però, feci una eccezione. Fui invitato a un raduno dellaFILEF, a Vietri sul Mare, in un ristorante dove, dopo la cena, avrei dovuto intrattenere i gentili ospiti con canzoni napoletane.
La FILEF è la meritevole organizzazione fondata da Carlo Levi che si occupa fin dal suo primo giorno di vita degli emigranti e delle loro famiglie.
Gli ospiti, quella sera, erano tutti giovanissimi, tra i venti e i venticinque anni, figli di emigranti italiani in Argentina, Canada, Brasile, Germania... Ragazzi e ragazze nati in quei paesi, emigranti, come si direbbe oggi, di seconda o terza generazione.
Fu un concerto piacevole, divertente, ed alla fine tutti loro vollero ascoltare quella canzone. Dapprima mi negai, poi li accontentai sapendo il rischio che correvo, che ad un certo punto non sarei più riuscito ad andare avanti, ma era così tenera quella gioventù che era impossibile dirgli di no.
E feci bene, perché mai e poi mai dimenticherò la scena cui assistetti.
A un certo punto la canzone dice: "Je so' carne 'e maciello, so' emigrante". Da quel passaggio in poi, quei ragazzi, la maggior parte dei quali per la prima volta veniva in Italia, cominciarono a piangere, come fontane, e non si fermarono che molto dopo la fine della canzone, tra gli applausi scroscianti per una interpretazione che non so come fosse, forse mediocre.
Ero stupefatto: loro non erano gli emigranti, emigranti erano stati i loro nonni o genitori, eppure qualcosa li legava, in quel canto, indissolubilmente alla terra di origine, al punto che non riuscivano a trattenere le lacrime. Chissà quanti e quali erano i racconti che avevano ascoltato, chissà come erano i volti dei loro nonni o padri, segnati certo, immaginai, da dolore, tenacia e fatica per dare ai propri figli una vita migliore.
Solo un'altra volta ho visto una scena del genere, qui a Torino, in un ristorante argentino dove andammo con due nostre amiche originarie di quel paese, Mariel e Lorena.
Mariel e Lorena non sono certo figlie di poveri emigranti, hanno sposato degli alti dirigenti di azienda e vivono qui per il lavoro dei loro mariti, hanno una vita serena e tranquilla... ma c'era nel ristorante un cantante che, chitarra in braccio, deliziava gli avventori con vecchie canzoni argentine. Mariel sopra tutto, ha cominciato chiedere al posteggiatore vecchi motivi del loro paese, canzoni meno note, nelle quali passava una intesa degli occhi che a un certo punto hanno cominciato a velarsi di lacrime.
A guardarli, anche io mi sono commosso, io che sono solo a 900 km da casa, io che basta che prenda un treno per essere nel cielo che me chiagno tutte 'e juorne, perché capivo per l'ennesima volta, che nessuno può volere davvero lasciare la terra in cui è nato. E capivo che aveva ragione Carlo Levi quando diceva che l'emigrazione è sempre una violenza per chi vi è costretto, aggiungendovi un pensiero troppo raffinato per essere compreso senza una lunga meditazione: che l'integrazione è uno sradicamento definitivo. Perciò, dice Levi a proposito degli emigranti: "uguali diritti sì, integrazione no!". Chi, tra i nostri politici e intellettuali, capirebbe oggi una tale sottigliezza? Forse solo Papa Benedeto XVI (che Dio lo conservi a noi).
Pe nuje ca ce chiagnimmo 'o cielo 'e Napule.
Scrive Saramago ne "Una terra chiamata Alentejo" che c'è una sola cosa di cui ci sarà sempre abbondanza, ed è il paesaggio. Costruiremo case, palazzi, abbatteremo alberi o ne pianteremo, cambierà la linea dei nostri colli o il profilo delle nostre spiagge, eppure il "paesaggio", nel suo perenne divenire, sarà sempre lì, diverso sempre e pure sempre "paesaggio".
Ma nel "paesaggio", penso io, c'è un'altra cosa che l'uomo non riuscirà a modificare e di cui ci sarà sempre abbondanza, e sarà l'elemento che ce lo farà sempre riconoscere come nostro, come il punto in cui siamo nati: la luce.
Cosa avrà mai di diverso il "cielo di Napule" per essere così desiderato da quegli emigranti?
Niente.
Ma è il cielo che riconosci poiché ne riconosci la luce.
"Venire alla luce", usato come "nascere", è forse l'espressione che più ci caratterizza poiché la prima luce che vedemmo è sempre quella che riconosciamo anche se non ce ne accorgiamo, anche se non ci abbiamo mai riflettuto, anche se non ci abbiamo mai fatto caso. Perché un azzurro, non è uguale a un altro. Io la riconosco, la luce della mia terra, la luce della mia città, e la vedo diversa dalla luce del luogo in cui ora, sia pur serenamente, vivo. Non è il cielo in sé, di cielo anche ce ne sarà sempre in abbondanza in ogni parte del mondo. Ma oggi che vivo tra i monti, mi accorgo che la luce dove c'è il mio mare è diversa. Non è più bella o più brutta di quella di ora, come quella di ora non è più brutta o più bella di quella della mia città. Semplicemente cambia, è diversa, e io la riconosco.
Forse era questo che si piangeva l'emigrante, ma dovendo concretizzarlo in una "cosa", ecco che "la luce" diviene "il cielo".
Siamo "venuti alla luce" ognuno di noi in un luogo del caso, ma il caso ci ha fatto il regalo di riconoscere sempre quella luce. Ho vissuto ventisette anni a Roma, e pure quella luce vedo come diversa: per me è la luce di Roma; che è diversa da quella della mia Salerno, e diversa da quella di Torino. Sono a casa, perché riconosco la luce, anche di notte. Chi se chiagne 'o cielo 'e Napule, pò essere ca se chiagne a luce 'e quanno era guaglione, 'a luce d' 'a giuvinezza, 'a luce 'e na vita ch'ancora s'ha da fa' vedé, 'a luce d' 'a speranza e d' 'a bellezza. 'A terra cagna, 'a luce resta, te resta dint' 'a ll'uocchie, sempre.
Poi sarà buio, e pe nuje ca ce chiagnimmo 'a luce 'e casa... comme è amaro stu pane.
A mio modesto parere i risultati delle ultime elezioni amministrative mostrano un dato che è totalmente passato sotto silenzio: il fallimento di una legge elettorale, quella appunto per l'elezione di sindaco e consiglio comunale, che viene da sempre sbandierata come "la sola buona legge fatta in Italia, l'unica che funziona, il grande modello da ricopiare anche a livello nazionale" ecc.
Questa legge, nella sua replica a livello regionale, conferma la sua scarsissima efficacia.
I motivi sono tanti, mi soffermo su uno soltanto: trasforma i Comuni in condomini, trasforma cioè il primo organismo politico della nostra organizzazione sociale in un semplice organismo da amministrare. Non importa, alla fin fine, quale sia la tua visione politica del mondo, basta che tu copra le buche e faccia funzionare i tram.
L'idea che un Comune non sia il primo luogo della scelta politica, ma solo una "fabrichètta" da gestire manda letteralmente in soffitta la politica, tagliando quindi alla radice il fondamentale rapporto tra il cittadino e la Politica stessa, che viene quindi percepita, fin dalla sua base, come inesistente se non inutile. Eppure, investire soldi pubblici per finanziare degli asili nido piuttosto che per abbassare le tasse ai commercianti, potenziare i mezzi pubblici o renderli privati... SONO scelte politiche, legate alla propria visione del mondo. Ma questo non ha più importanza: il sindaco deve FARE FUNZIONARE la macchina. Punto.
Il rapporto diviene commerciale: io cittadino pago (una tassa), tu mi dai una merce (il servizio). E questa concezione del rapporto ha invaso ormai tutti i livelli della politica rendendo complicatissimo far comprendere che le tasse non si pagano per avere un servizio: la Politica, lo Stato, non sono supermercati.
Il concetto, pare nulla, ha in realtà ammazzato la Politica. E lo ha fatto partendo dal livello base: il rapporto cittadino-comune.
Per ottenere questo effetto (non casualmente, ma del perché potremo parlare un'altra volta), si è dovuta scegliere una legge che non badasse alla rappresentatività, ma puntasse tutto sulla governabilità, i cui effetti per la DEMOCRAZIA sono devastanti e sotto gli occhi di tutti. Sempre che si voglia guardare.
Il sindaco eletto, infatti, si prende il 60% del consiglio comunale, ma potrebbe essere stato eletto con il 15 o 20% dei voti degli aventi diritto. In molti casi, dunque, il primo cittadino governa "contro" la cittadinanza.
E la scarsissima affluenza alle urne di questa ultima tornata, conferma la tendenza e svela anche un altro dato. Cittadini e Politica, infatti, non camminano più a braccetto come dovrebbe essere, ma si pongono in netta antitesi. Sì, perché giunti al fatidico momento del ballottaggio, la stragrande maggioranza dei cittadini, si trova di fronte a due opzioni: o astenersi o "votare contro"!
Il sistema "tripolare" che si è venuto a determinare nel nostro Paese, conferma e fortifica tale tendenza. Se infatti al ballottaggio ci sono i candidati di X e Y, gli elettori di Z possono solo scegliere di non andare alle urne o di non far vincere quello dei due contendenti che gli piace meno, o gli sta più antipatico. Sarebbe già qualcosa se scegliessero X perché ritengono inadeguato Y, ma essendo elettori di Z è evidente che li trovano inadeguati entrambi.
La disaffezione verso le urne, quindi, è evidente che nasce dalla impossibilità di essere rappresentati.
A questo punto, se ai ballottaggi sono andati mediamente a votare meno della metà degli aventi diritto, si può concludere che: 1 - gli effettivi elettori di un sindaco sono davvero pochi rispetto alla totalità della cittadinanza; 2 - la stragrande maggioranza è contro l'eletto. E più la percentuale scende, maggiore è il numero degli avversi alla elezione del soggetto vincitore.
"La sola buona legge fatta in Italia, l'unica che funziona, il grande modello da ricopiare anche a livello nazionale" ecc. questo elemento, insomma, che i Media si ostinano a definire democratico e perfettamente funzionante, in realtà non funziona e decreta la sconfitta della democrazia.
Ieri sera ho goduto della bella vittoria della nazionale di calcio Under 21 sulla sua omologa tedesca durante gli Europei di categoria che si stanno svolgendo in Polonia.
Una partita splendida degli azzurrini, che soprattutto nel secondo tempo hanno messo i bianchi di Germania alle corde impedendogli di costruire gioco e imponendo un ritmo che gli avversari non hanno saputo sostenere. Detta in soldoni: da un certo momento in poi i tedeschi ci hanno capito più nulla!
Alla fine, il risultato, sia pur risicato - ma come è d'altronde nostra tradizione - non era giusto, ma giustissimo, un 1 - 0 secco e implacabile.
Ho goduto, certo, perché battere la Germania è un classico del nostro calcio, tranne quando si presenta in panchina un tal signor Conte, il solo ad aver perso con i tedeschi in competizione ufficiale; una partita che non voglio ricordare perché si poteva perfettamente vincere... se non avessimo avuto quel Commissario Tecnico.
E poi perché quei ragazzi hanno mostrato davvero un gran calcio.
La situazione era complicata, rischiavamo l'eliminazione, e invece ora siamo in semifinale.
Ho goduto, dicevo... fino a che non sono arrivati i commenti. E da quel momento è partito il nervosismo.
Perché i resoconti - e stamane non erano cambiati - parlavano di "impresa... miracolo... cuore cuore cuore...". Come se i nostri ragazzi fossero un gruppo di mezzi brocchi che per un tiro fortunato del destino hanno raggiunto il risultato.
E invece non è così: i nostri ragazzi hanno conquistato la semifinale perché erano più forti, perché hanno espresso calcio migliore, perché hanno grandi qualità tecniche e tattiche che sicuramente ci torneranno utili anche in vista del Mondiale russo del 2018.
Per come la raccontano i commentatori, invece, pare che i nostri valgano poco!
"Il cuore... il cuore... il cuore". Ma cosa vuol dire?
Vuol dire che se io e un gruppo di amici ci mettiamo tanto tanto tanto cuore possiamo scendere in campo e battere la Germania o la Spagna? Ma è ovvio che NO!
Diciamoci la verità: Buffon, Pirlo, Totti, Cannavaro... e prima ancora Tardelli, Cabrini, Zoff... sono Campioni del Mondo. Tanti di loro hanno vinto scudetti e coppe... eppure, se dobbiamo parlare di grandi campioni, si sente sempre e solo parlare di stranieri, del Cristiano Ronaldo di turno, del Messi di Turno, ecc.
A me questa cosa ha un po' rotto le palle, se permettete. Fa parte di quella tendenza autorazzista degli italiani, che giustifica la vittoria mai con la grande qualità ma sempre con un motivo altro legato a un dato non tecnico.
Uno come Bruno Conti ce lo ha invidiato il mondo, eppure quante volte (e dico "quante volte" perché è il numero che conta, un una tantum ci sarà certamente stato) ne avete sentito parlare come un Dio del Calcio?
NO, noi siamo sempre quelli della disfida di Barletta, che raggiungono il risultato solo perché fanno Unità d'Italia. Ma tu puoi fare tutte le Unità che vuoi, se non c'è la qualità i risultati non li raggiungi. Punto.
Per sentire parlar bene e benissimo dei nostri campioni bisogna sempre aspettare che diano l'addio al calcio, come Baggio o Totti, prima esiste sempre uno straniero di cui si raccontano meraviglie.
E io francamente sono stanco. Stanco dell'autorazzismo italico che invade ormai ogni campo, dal calcio alla scuola, dalla politica all'industria.
Sto aspettando con ansia che qualcuno mi venga a dire che i limoni sud africani sono meglio di quelli della Costiera amalfitana. Prima o poi costui sbucherà fuori.
Ieri sera, quei ragazzi hanno vinto perché avevano le qualità per vincere. Non c'è miracolo, non c'è impresa, non c'è cuore che tenga, solo qualità.
Certo, loro stessi hanno parlato di cuore, ma in rapporto a qualcosa che era accaduto prima e quel "cuore" intendeva altro che psicologicamente era mancato. Ma oltre questo, non è possibile far credere che loro valevano meno degli avversari. Perché questo la narrazione rimanda a me spettatore. Quando ci ribelleremo a questa narrazione autorazzista, francamente, sarà sempre troppo tardi.
Anche basta. Grazie.
Sono in treno, sul solito treno abitato, come ormai tutti i luoghi pubblici della nostra vita, da una massa informe eppure perfettamente distinguibile di maleducati.
Informe, perché questa massa non ha alla fin fine alcuna identità, non ha pensiero, non ha etica, non ha coscienza nemmeno dei suoi gesti; ché se uno avesse a che fare con un maleducato consapevole, con uno che volontariamente si presenta e agisce come contrario alle regole, io, dal canto mio, farei anche tanto di cappello, per il coraggio, la voglia di scassare tutto, il desiderio di infrangere i limiti imposti da leggi e convivenza civile; tale massa, invece, è maleducata senza saperlo, crede che sparare a tutto volume una musica dal suo cellulare sia un fatto normale, e si stupisce quando gli segnali che deve abbassare il volume, che tu e gli altri non siete obbligati ad ascoltare la sua musica (la quale il più delle volte è musica di merda, diciamocelo!), così come si stupisce quando il controllore gli chiede di togliere le scarpe dal sedile che ha davanti e sul quale si è mollemente disteso, o si rivolta male se gli viene chiesto di abbassare suoneria del cellulare e tono della voce.
Lui, l'informe, non capisce cosa stia facendo di male, egli non considera mai come esistente il limite tra la sua azione e la vostra; ed infatti, se foste voi a sparare la musica a tutto volume, egli non ci troverebbe nulla di strano, perché la confusione e lo stordimento che ne deriva sono il suo habitat naturale, a lui piace il casino, anzi il casino gli piace un casino, ma proprio un casino casino e più può andare fuori come un balcone e più è felice. Felice di cosa, poi, non si sa e non si saprà mai perché egli stesso è il primo a non saperlo. E a non chiederselo, poiché per il maleducato informe e inconsapevole, la prima regola per raggiungere la felicità è non farsi domande, mai. Non si è mai fatto domande, fin dai tempi della scuola, anzi non capiva perché ci fosse uno dietro a una cattedra a fargliene; e quando si trovava costretto a rispondere, prendeva quel passaggio chiamato interrogazione come un rapporto di stampo economico: io ti dico le cose che tu vuoi sapere, tu mi dai un voto, più cose ti dico, più il voto me lo devi dare alto. Egli "comprava" i voti come oggi compra abiti e telefonini, senza alcuna differenza.
Questo prima parte di lui, che si è perfettamente definita nel corso degli anni, trova impeccabile compimento nella seconda: il maleducato informe e inconsapevole è perfettamente riconoscibile.
Innanzi tutto, di questi tempi, ha sempre un tatuaggio. E non nascosto da qualche parte, lo ha ben in evidenza, altrimenti cosa lo ha pagato a fare! Entra nei luoghi sempre facendo una gran confusione come se fosse entrato a casa propria; veste alla moda, il che significa che il 95% delle volte veste una merda!, cafonissimo in tutto e per tutto. D'estate non concepisce l'esistenza di pantaloni lunghi, anche se di tessuti leggerissimi, e ugualmente non concepisce che possano esistere le maniche in una maglietta, onde per cui, delizia la nostra vista con i suoi peli ascellari. Anelli, braccialetti, ciabattoni con piedi bene in vista, oppure in scarpe da ginnastica puzzolenti. Il giorno in cui vi dovesse capitare di vedere il cafone con un libro, un giornale, o almeno un fumetto tra le mani, scappate, sta per succedere qualcosa di terribile: quelli sono segni del cielo.
Sorvoliamo sul cafone a tavola, vi auguro di non incontrarne mai perché sarà fortemente a rischio la tenuta del vostro stomaco.
Ecco, lui è così, padrone di tutto e padrone del nulla, appare e lo riconosci, un segnale luminoso cammina dietro di lui, accendendo e spegnendo la scritta "Pericolo - Pericolo - Pericolo...".
Cosa fare in queste circostanze? Stroncarlo sul nascere, subito, immediatamente, al primo, al primissimo comportamento proprio alla sua natura. Lasciategli un solo centimetro di spazio... e sarete fottuti, per tutto il viaggio!
Diciamoci la verità, cari colleghi: quando ci arriva per un buon provino per una fiction, pur nel nostro animo di puristi teatrali, siamo decisamente contenti. E' lavoro, e al lavoro non si rinuncia mai, sopra tutto quando, come quello televisivo, ci mette nelle condizioni di ottenere il massimo del compenso con uno sforzo minimo rispetto all'attività teatrale. Per non parlare del ritorno di popolarità con la cara signora del pianerottolo, che un bel giorno ti guarda stupefatta e ti chiede se eri proprio tu quello che ha visto in televisione, e da quel giorno ti saluta con deferenza: è poca cosa - noi lo sappiamo - ma perché negarci che ci fa piacere e che anche l'ego vuole la sua parte?
Quindi, va tutto bene.
Va tutto bene fino a quando via mail non ti arriva il foglietto (al massimo sono due) con la scena da usare per il provino. E qui, se si ha un minimo di logica, cominciano i problemi.
Perché improvvisamente ti trovi di fronte a una lingua che ti chiedi cosa sia. E' zambiano, giapponese, colombiano o lituano scritto da un congolese?...
Pare tutto, tranne che italiano. O quanto meno un italiano che possa aiutare un attore a svolgere il proprio lavoro, che possa essere comprensibile per un ascoltatore medio, che abbia i criteri minimi di consecutio e di grammatica di base (sia linguistica che attoriale).
C'è questo piccolo esempio che credo ricorderò sempre. La scena presentava questa situazione: un maturo signore che cercava di abbordare una ragazza, tale Carlotta. Di fronte allo sconcerto di lei, l'uomo si giustificava dicendo: "E' la natura Carlotta".
Mi chiesi subito se la Natura si chiamasse Carlotta, o se Carlotta fosse un aggettivo a me sconosciuto.
Dopo un momento di perplessità, l'errore mi parve chiaro. Mancava una fottutissima virgola: "E' la natura, Carlotta".
Sono passati molti anni e continua a chiedermi se fosse così complicato mettere una fetente di virgola...
Ma la punteggiatura, in queste paginette che ti giungono, pare sia una illustre sconosciuta, e così ti trovi di fronte a virgole e punti messi letteralmente a caso, gettati a manciate in mezzo alle parole come un seminatore lancia il seme del grano nella terra: da qualche parte cascherà e farà il suo lavoro.
E sì, perché pare che per costoro, il problema sia totalmente rimandato all'attore, che deve prima decriptare quell'assurdo linguaggio e poi cercare di farsi una interpretazione.
Non parliamo poi della sinossi. Altra sconosciuta! Per cui di quel personaggio o proprio di quella scena sai praticamente nulla, e dunque non puoi fare altro che procedere a tentoni, scegliere una strada (come gettare una fiche sulla roulette) e sperare che sia quella giusta (il che ti fa anche pensare che tutto sarà questione solo di "faccia" e non di quel che sai fare, e ancor più che sarà questione solo di... puro culo!)
Capita così, come a me capitò, che mi chiamarono per una "posa" (per i non addetti, una giornata di lavoro), mi diedero in mano una scena, la imparai, feci della cose generiche... e me ne andati. Era una fiction importante che è stata più e più volte replicata. Un bel giorno, al bar, il caro amico prof. Giuseppe Gentile, detto Geppino, grande ispanista della Università di Salerno, mi disse che il mio era un personaggio importante per quanto piccolo, perché punto di svolta di tutta la storia. La piccola azione che io avevo interpretato era un nodo drammatico fondamentale! Geppino vide lo smarrimento sul mio volto, e dovetti ammettere che non sapevo nulla.
Perché spesso trovi un regista che ti spiega cosa stai per fare, altre volte gente che non ha nessun interesse a fartelo sapere.
Mettete insieme tutti gli elementi che vi ho fornito (e non sono nemmeno tutti) e saprete perché i prodotti televisivi hanno questa bassa qualità... senza che aggiunga altro.
Quello della scrittura, però, mi angoscia più di tutti.
Ora voi lo vedete, io non sono un eccelso scrittore, ma diamine!, cosa ci vorrà a mettere in fila delle parole e qualche segno di interpunzione pulito che aiuti il povero attore a capire?
Quali siano i motivi di questa sempre più diffusa sciatteria non lo voglio sapere, me li immagino, ma non lo voglio più sapere, sono stanco.
Una sola volta mi è capitato di leggere sceneggiature di fiction ben scritte: per "Rocco Schiavone", il vice commissario di Antonio Manzini. Non mi meravigliai per il semplice motivo che Manzini, prima attore e oggi scrittore, ci aveva messo le mani. E mi è anche capitato di sentire scrittori che si lamentavano di come fossero rimasta incomprese e distorte alcune semplici battute tratte dai loro romanzi...
Cosa bisognerebbe fare? Forse consigliare a coloro che scrivono di... leggere, ma leggere grandi autori, grandi classici e possibilmente prima quelli italiani. E magari, leggendo, porre un minimo di attenzione a come procede la scrittura (ma non vogliamo chiedere troppo a dei "professionisti"). Perché io sono certo che chi sa leggere sa scrivere, e chi sa scrivere sa leggere.
Capisco che nella ricerca del "quotidiano", lo sceneggiatore possa scegliere di scrivere una lingua sciatta perché "così si parla nella vita"; lo capisco, ma non capisco chi frequentiate, perché io non parlo così e nemmeno tanti e tanti miei amici e persone che ascolto per la strada.
Non sarà che vi siete fatti una opinione sbagliata (o al limite frequentate solo analfabeti)?
Ma allora, se questo è il motivo, li invito a leggere la Ginzburg, Natalia, il suo teatro che volutamente è scritto in una lingua semplice ma non dimessa, quotidiana ma non sciatta.
L'effetto "quotidianità" è assicurato, l'orecchio del povero spettatore è salvo... e il povero attore ha un solido terreno su cui poggiare i piedi.
Non credo sia chiedere troppo.
(perdonate gli errori, non ho riletto, devo tornare a studiare per un provino)