martedì 27 giugno 2017

ELEZIONI COMUNALI NEL SISTEMA "TRIPOLARE" (o della sconfitta della Democrazia)

A mio modesto parere i risultati delle ultime elezioni amministrative mostrano un dato che è totalmente passato sotto silenzio: il fallimento di una legge elettorale, quella appunto per l'elezione di sindaco e consiglio comunale, che viene da sempre sbandierata come "la sola buona legge fatta in Italia, l'unica che funziona, il grande modello da ricopiare anche a livello nazionale" ecc.
Questa legge, nella sua replica a livello regionale, conferma la sua scarsissima efficacia.
I motivi sono tanti, mi soffermo su uno soltanto: trasforma i Comuni in condomini, trasforma cioè il primo organismo politico della nostra organizzazione sociale in un semplice organismo da amministrare. Non importa, alla fin fine, quale sia la tua visione politica del mondo, basta che tu copra le buche e faccia funzionare i tram.
L'idea che un Comune non sia il primo luogo della scelta politica, ma solo una "fabrichètta" da gestire manda letteralmente in soffitta la politica, tagliando quindi alla radice il fondamentale rapporto tra il cittadino e la Politica stessa, che viene quindi percepita, fin dalla sua base, come inesistente se non inutile. Eppure, investire soldi pubblici per finanziare degli asili nido piuttosto che per abbassare le tasse ai commercianti, potenziare i mezzi pubblici o renderli privati... SONO scelte politiche, legate alla propria visione del mondo. Ma questo non ha più importanza: il sindaco deve FARE FUNZIONARE la macchina. Punto.
Il rapporto diviene commerciale: io cittadino pago (una tassa), tu mi dai una merce (il servizio). E questa concezione del rapporto ha invaso ormai tutti i livelli della politica rendendo complicatissimo far comprendere che le tasse non si pagano per avere un servizio: la Politica, lo Stato, non sono supermercati.
Il concetto, pare nulla, ha in realtà ammazzato la Politica. E lo ha fatto partendo dal livello base: il rapporto cittadino-comune.
Per ottenere questo effetto (non casualmente, ma del perché potremo parlare un'altra volta), si è dovuta scegliere una legge che non badasse alla rappresentatività, ma puntasse tutto sulla governabilità, i cui effetti per la DEMOCRAZIA sono devastanti e sotto gli occhi di tutti. Sempre che si voglia guardare.
Il sindaco eletto, infatti, si prende il 60% del consiglio comunale, ma potrebbe essere stato eletto con il 15 o 20% dei voti degli aventi diritto. In molti casi, dunque, il primo cittadino governa "contro" la cittadinanza.
E la scarsissima affluenza alle urne di questa ultima tornata, conferma la tendenza e svela anche un altro dato. Cittadini e Politica, infatti, non camminano più a braccetto come dovrebbe essere, ma si pongono in netta antitesi. Sì, perché giunti al fatidico momento del ballottaggio, la stragrande maggioranza dei cittadini, si trova di fronte a due opzioni: o astenersi o "votare contro"!
Il sistema "tripolare" che si è venuto a determinare nel nostro Paese, conferma e fortifica tale tendenza. Se infatti al ballottaggio ci sono i candidati di X e Y, gli elettori di Z possono solo scegliere di non andare alle urne o di non far vincere quello dei due contendenti che gli piace meno, o gli sta più antipatico. Sarebbe già qualcosa se scegliessero X perché ritengono inadeguato Y, ma essendo elettori di Z è evidente che li trovano inadeguati entrambi.
La disaffezione verso le urne, quindi, è evidente che nasce dalla impossibilità di essere rappresentati.
A questo punto, se ai ballottaggi sono andati mediamente a votare meno della metà degli aventi diritto, si può concludere che: 1 - gli effettivi elettori di un sindaco sono davvero pochi rispetto alla totalità della cittadinanza; 2 - la stragrande maggioranza è contro l'eletto. E più la percentuale scende, maggiore è il numero degli avversi alla elezione del soggetto vincitore.
"La sola buona legge fatta in Italia, l'unica che funziona, il grande modello da ricopiare anche a livello nazionale" ecc. questo elemento, insomma, che i Media si ostinano a definire democratico e perfettamente funzionante, in realtà non funziona e decreta la sconfitta della democrazia.

domenica 25 giugno 2017

UNDER 21 DI CALCIO E AUTORAZZISMO ITALICO

Ieri sera ho goduto della bella vittoria della nazionale di calcio Under 21 sulla sua omologa tedesca durante gli Europei di categoria che si stanno svolgendo in Polonia.
Una partita splendida degli azzurrini, che soprattutto nel secondo tempo hanno messo i bianchi di Germania alle corde impedendogli di costruire gioco e imponendo un ritmo che gli avversari non hanno saputo sostenere. Detta in soldoni: da un certo momento in poi i tedeschi ci hanno capito più nulla!
Alla fine, il risultato, sia pur risicato - ma come è d'altronde nostra tradizione - non era giusto, ma giustissimo, un 1 - 0 secco e implacabile.
Ho goduto, certo, perché battere la Germania è un classico del nostro calcio, tranne quando si presenta in panchina un tal signor Conte, il solo ad aver perso con i tedeschi in competizione ufficiale; una partita che non voglio ricordare perché si poteva perfettamente vincere... se non avessimo avuto quel Commissario Tecnico.
E poi perché quei ragazzi hanno mostrato davvero un gran calcio.
La situazione era complicata, rischiavamo l'eliminazione, e invece ora siamo in semifinale.
Ho goduto, dicevo... fino a che non sono arrivati i commenti. E da quel momento è partito il nervosismo.
Perché i resoconti - e stamane non erano cambiati - parlavano di "impresa... miracolo... cuore cuore cuore...". Come se i nostri ragazzi fossero un gruppo di mezzi brocchi che per un tiro fortunato del destino hanno raggiunto il risultato.
E invece non è così: i nostri ragazzi hanno conquistato la semifinale perché erano più forti, perché hanno espresso calcio migliore, perché hanno grandi qualità tecniche e tattiche che sicuramente ci torneranno utili anche in vista del Mondiale russo del 2018.
Per come la raccontano i commentatori, invece, pare che i nostri valgano poco!
"Il cuore... il cuore... il cuore". Ma cosa vuol dire?
Vuol dire che se io e un gruppo di amici ci mettiamo tanto tanto tanto cuore possiamo scendere in campo e battere la Germania o la Spagna? Ma è ovvio che NO!
Diciamoci la verità: Buffon, Pirlo, Totti, Cannavaro... e prima ancora Tardelli, Cabrini, Zoff... sono Campioni del Mondo. Tanti di loro hanno vinto scudetti e coppe... eppure, se dobbiamo parlare di grandi campioni, si sente sempre e solo parlare di stranieri, del Cristiano Ronaldo di turno, del Messi di Turno, ecc.
A me questa cosa ha un po' rotto le palle, se permettete. Fa parte di quella tendenza autorazzista degli italiani, che giustifica la vittoria mai con la grande qualità ma sempre con un motivo altro legato a un dato non tecnico.
Uno come Bruno Conti ce lo ha invidiato il mondo, eppure quante volte (e dico "quante volte" perché è il numero che conta, un una tantum ci sarà certamente stato) ne avete sentito parlare come un Dio del Calcio?
NO, noi siamo sempre quelli della disfida di Barletta, che raggiungono il risultato solo perché fanno Unità d'Italia. Ma tu puoi fare tutte le Unità che vuoi, se non c'è la qualità i risultati non li raggiungi. Punto.
Per sentire parlar bene e benissimo dei nostri campioni bisogna sempre aspettare che diano l'addio al calcio, come Baggio o Totti, prima esiste sempre uno straniero di cui si raccontano meraviglie.
E io francamente sono stanco. Stanco dell'autorazzismo italico che invade ormai ogni campo, dal calcio alla scuola, dalla politica all'industria.
Sto aspettando con ansia che qualcuno mi venga a dire che i limoni sud africani sono meglio di quelli della Costiera amalfitana. Prima o poi costui sbucherà fuori.
Ieri sera, quei ragazzi hanno vinto perché avevano le qualità per vincere. Non c'è miracolo, non c'è impresa, non c'è cuore che tenga, solo qualità.
Certo, loro stessi hanno parlato di cuore, ma in rapporto a qualcosa che era accaduto prima e quel "cuore" intendeva altro che psicologicamente era mancato. Ma oltre questo, non è possibile far credere che loro valevano meno degli avversari. Perché questo la narrazione rimanda a me spettatore. Quando ci ribelleremo a questa narrazione autorazzista, francamente, sarà sempre troppo tardi.
Anche basta. Grazie.

sabato 24 giugno 2017

CAFONE, MASSA DISTINGUIBILE

Sono in treno, sul solito treno abitato, come ormai tutti i luoghi pubblici della nostra vita, da una massa informe eppure perfettamente distinguibile di maleducati.
Informe, perché questa massa non ha alla fin fine alcuna identità, non ha pensiero, non ha etica, non ha coscienza nemmeno dei suoi gesti; ché se uno avesse a che fare con un maleducato consapevole, con uno che volontariamente si presenta e agisce come contrario alle regole, io, dal canto mio, farei anche tanto di cappello, per il coraggio, la voglia di scassare tutto, il desiderio di infrangere i limiti imposti da leggi e convivenza civile; tale massa, invece, è maleducata senza saperlo, crede che sparare a tutto volume una musica dal suo cellulare sia un fatto normale, e si stupisce quando gli segnali che deve abbassare il volume, che tu e gli altri non siete obbligati ad ascoltare la sua musica (la quale il più delle volte è musica di merda, diciamocelo!), così come si stupisce quando il controllore gli chiede di togliere le scarpe dal sedile che ha davanti e sul quale si è mollemente disteso, o si rivolta male se gli viene chiesto di abbassare suoneria del cellulare e tono della voce.
Lui, l'informe, non capisce cosa stia facendo di male, egli non considera mai come esistente il limite tra la sua azione e la vostra; ed infatti, se foste voi a sparare la musica a tutto volume, egli non ci troverebbe nulla di strano, perché la confusione e lo stordimento che ne deriva sono il suo habitat naturale, a lui piace il casino, anzi il casino gli piace un casino, ma proprio un casino casino e più può andare fuori come un balcone e più è felice. Felice di cosa, poi, non si sa e non si saprà mai perché egli stesso è il primo a non saperlo. E a non chiederselo, poiché per il maleducato informe e inconsapevole, la prima regola per raggiungere la felicità è non farsi domande, mai. Non si è mai fatto domande, fin dai tempi della scuola, anzi non capiva perché ci fosse uno dietro a una cattedra a fargliene; e quando si trovava costretto a rispondere, prendeva quel passaggio chiamato interrogazione come un rapporto di stampo economico: io ti dico le cose che tu vuoi sapere, tu mi dai un voto, più cose ti dico, più il voto me lo devi dare alto. Egli "comprava" i voti come oggi compra abiti e telefonini, senza alcuna differenza.
Questo prima parte di lui, che si è perfettamente definita nel corso degli anni, trova impeccabile compimento nella seconda: il maleducato informe e inconsapevole è perfettamente riconoscibile.
Innanzi tutto, di questi tempi, ha sempre un tatuaggio. E non nascosto da qualche parte, lo ha ben in evidenza, altrimenti cosa lo ha pagato a fare! Entra nei luoghi sempre facendo una gran confusione come se fosse entrato a casa propria; veste alla moda, il che significa che il 95% delle volte veste una merda!, cafonissimo in tutto e per tutto. D'estate non concepisce l'esistenza di pantaloni lunghi, anche se di tessuti leggerissimi, e ugualmente non concepisce che possano esistere le maniche in una maglietta, onde per cui, delizia la nostra vista con i suoi peli ascellari. Anelli, braccialetti, ciabattoni con piedi bene in vista, oppure in scarpe da ginnastica puzzolenti. Il giorno in cui vi dovesse capitare di vedere il cafone con un libro, un giornale, o almeno un fumetto tra le mani, scappate, sta per succedere qualcosa di terribile: quelli sono segni del cielo.
Sorvoliamo sul cafone a tavola, vi auguro di non incontrarne mai perché sarà fortemente a rischio la tenuta del vostro stomaco.
Ecco, lui è così, padrone di tutto e padrone del nulla, appare e lo riconosci, un segnale luminoso cammina dietro di lui, accendendo e spegnendo la scritta "Pericolo - Pericolo - Pericolo...".
Cosa fare in queste circostanze?
Stroncarlo sul nascere, subito, immediatamente, al primo, al primissimo comportamento proprio alla sua natura. Lasciategli un solo centimetro di spazio... e sarete fottuti, per tutto il viaggio!

Buona estate.

giovedì 22 giugno 2017

IL PROVINO PER LE FINCKSCION (cose da attori)

Diciamoci la verità, cari colleghi: quando ci arriva per un buon provino per una fiction, pur nel nostro animo di puristi teatrali, siamo decisamente contenti. E' lavoro, e al lavoro non si rinuncia mai, sopra tutto quando, come quello televisivo, ci mette nelle condizioni di ottenere il massimo del compenso con uno sforzo minimo rispetto all'attività teatrale. Per non parlare del ritorno di popolarità con la cara signora del pianerottolo, che un bel giorno ti guarda stupefatta e ti chiede se eri proprio tu quello che ha visto in televisione, e da quel giorno ti saluta con deferenza: è poca cosa - noi lo sappiamo - ma perché negarci che ci fa piacere e che anche l'ego vuole la sua parte?
Quindi, va tutto bene.
Va tutto bene fino a quando via mail non ti arriva il foglietto (al massimo sono due) con la scena da usare per il provino. E qui, se si ha un minimo di logica, cominciano i problemi.
Perché improvvisamente ti trovi di fronte a una lingua che ti chiedi cosa sia. E' zambiano, giapponese, colombiano o lituano scritto da un congolese?...
Pare tutto, tranne che italiano. O quanto meno un italiano che possa aiutare un attore a svolgere il proprio lavoro, che possa essere comprensibile per un ascoltatore medio, che abbia i criteri minimi di consecutio e di grammatica di base (sia linguistica che attoriale).
C'è questo piccolo esempio che credo ricorderò sempre. La scena presentava questa situazione: un maturo signore che cercava di abbordare una ragazza, tale Carlotta. Di fronte allo sconcerto di lei, l'uomo si giustificava dicendo: "E' la natura Carlotta".
Mi chiesi subito se la Natura si chiamasse Carlotta, o se Carlotta fosse un aggettivo a me sconosciuto. Dopo un momento di perplessità, l'errore mi parve chiaro. Mancava una fottutissima virgola: "E' la natura, Carlotta".
Sono passati molti anni e continua a chiedermi se fosse così complicato mettere una fetente di virgola...
Ma la punteggiatura, in queste paginette che ti giungono, pare sia una illustre sconosciuta, e così ti trovi di fronte a virgole e punti messi letteralmente a caso, gettati a manciate in mezzo alle parole come un seminatore lancia il seme del grano nella terra: da qualche parte cascherà e farà il suo lavoro.
E sì, perché pare che per costoro, il problema sia totalmente rimandato all'attore, che deve prima decriptare quell'assurdo linguaggio e poi cercare di farsi una interpretazione.
Non parliamo poi della sinossi. Altra sconosciuta! Per cui di quel personaggio o proprio di quella scena sai praticamente nulla, e dunque non puoi fare altro che procedere a tentoni, scegliere una strada (come gettare una fiche sulla roulette) e sperare che sia quella giusta (il che ti fa anche pensare che tutto sarà questione solo di "faccia" e non di quel che sai fare, e ancor più che sarà questione solo di... puro culo!)
Capita così, come a me capitò, che mi chiamarono per una "posa" (per i non addetti, una giornata di lavoro), mi diedero in mano una scena, la imparai, feci della cose generiche... e me ne andati. Era una fiction importante che è stata più e più volte replicata. Un bel giorno, al bar, il caro amico prof. Giuseppe Gentile, detto Geppino, grande ispanista della Università di Salerno, mi disse che il mio era un personaggio importante per quanto piccolo, perché punto di svolta di tutta la storia. La piccola azione che io avevo interpretato era un nodo drammatico fondamentale! Geppino vide lo smarrimento sul mio volto, e dovetti ammettere che non sapevo nulla.
Perché spesso trovi un regista che ti spiega cosa stai per fare, altre volte gente che non ha nessun interesse a fartelo sapere.
Mettete insieme tutti gli elementi che vi ho fornito (e non sono nemmeno tutti) e saprete perché i prodotti televisivi hanno questa bassa qualità... senza che aggiunga altro.
Quello della scrittura, però, mi angoscia più di tutti.
Ora voi lo vedete, io non sono un eccelso scrittore, ma diamine!, cosa ci vorrà a mettere in fila delle parole e qualche segno di interpunzione pulito che aiuti il povero attore a capire?
Quali siano i motivi di questa sempre più diffusa sciatteria non lo voglio sapere, me li immagino, ma non lo voglio più sapere, sono stanco.
Una sola volta mi è capitato di leggere sceneggiature di fiction ben scritte: per "Rocco Schiavone", il vice commissario di Antonio Manzini. Non mi meravigliai per il semplice motivo che Manzini, prima attore e oggi scrittore, ci aveva messo le mani. E mi è anche capitato di sentire scrittori che si lamentavano di come fossero rimasta incomprese e distorte alcune semplici battute tratte dai loro romanzi...

Cosa bisognerebbe fare? Forse consigliare a coloro che scrivono di... leggere, ma leggere grandi autori, grandi classici e possibilmente prima quelli italiani. E magari, leggendo, porre un minimo di attenzione a come procede la scrittura (ma non vogliamo chiedere troppo a dei "professionisti"). Perché io sono certo che chi sa leggere sa scrivere, e chi sa scrivere sa leggere. 
Capisco che nella ricerca del "quotidiano", lo sceneggiatore possa scegliere di scrivere una lingua sciatta perché "così si parla nella vita"; lo capisco, ma non capisco chi frequentiate, perché io non parlo così e nemmeno tanti e tanti miei amici e persone che ascolto per la strada. 
Non sarà che vi siete fatti una opinione sbagliata (o al limite frequentate solo analfabeti)? 
Ma allora, se questo è il motivo, li invito a leggere la Ginzburg, Natalia, il suo teatro che volutamente è scritto in una lingua semplice ma non dimessa, quotidiana ma non sciatta. 
L'effetto "quotidianità" è assicurato, l'orecchio del povero spettatore è salvo... e il povero attore ha un solido terreno su cui poggiare i piedi. 
Non credo sia chiedere troppo.


(perdonate gli errori, non ho riletto, devo tornare a studiare per un provino)

lunedì 29 maggio 2017

IL PROBLEMA DEL GRILLINO (E COL GRULLINO)

"La rete" grillina ha appena votato il suo appoggio alla legge elettorale proposta da Berlusconi e sostenuta da Renzi; adesso, dunque, i parlamentari del M5S hanno il via libera per "andare a trattare" e eventualmente approvare.
E' la cosidetta legge alla tedesca, con il 5% di sbarramento.
Vorrei davvero sapere quanto di tedesco ha realmente tale legge, visto che mi pare ricordare che la Germania ha una differente organizzazione dello Stato. Non essendo esperto della materia, attendo qualcuno che mi illumini, ma ho il vago sospetto che si tenga a volere escludere qualcuno.
Dov'è il problema? Il problema è nel fatto che semplicemente prendendo uno degli ultimi sondaggi e considerando i 50 milioni di aventi diritto al voto in Italia, da un calcolo fatto alla buona (l'1% è pari a 500.000 elettori) rischiano di rimanere senza rappresentanza politica circa 20 milioni di Italiani.
Si sentirà dire, con estrema superficialità, che basta non andare a votare per "i partitini". Superficialità estrema, appunto, perché vorrà dire non tenere in considerazione quali siano le idee delle persone, ritenendole meno di niente (persone e idee!). 
Sei repubblicano? E vabbe', vota per un altro. Sei socialista? E vabbe', vota per un altro... Tanto destra e sinistra non esistono più, tanto sono tutti uguali, tanto si guarda al programma, tanto le ideologie sono morte...
C'è rispetto per le minoranze in questi atteggiamenti? Evidente che no! E dove non c'è vero rispetto per le minoranze, comincia a traballare il concetto stesso di Democrazia.
Senza nemmeno contare che forse tanti partiti piccoli sono certamente ciò che resta di un passato a volte glorioso (e chi ha il diritto di stabilirne la morte?), ma potrebbero anche essere nuove idee che avanzano, "start up politiche" magari con un importante futuro. Mica a tutti capita di aver subito, al primo colpo, un bel 25% da spendere in Parlamento, esiste anche la possibilità che si cresca man mano. 
Ma appare evidente che questo, per l'uomo della rete grillina, conta poco. 
Qual è, in verità, il vero problema del grillino, problema che lo ha fatto argutamente definire da qualcuno "grullino"? 
Nel fatto che egli si pone come elemento antisistema, ma poi imposta tutte le sue battaglie esattamente su ciò che il sistema propaganda, rientrandone così nell'alveo e annullando totalmente ogni suo buon proposito di partenza.
Qualche esempio per capirci:
- un giorno qualcuno ha usato l'espressione "il ricatto dei partitini"; il grillino medio ci crede, senza chiedersi se chi l'ha lanciata avesse un qualche interesse, o se sia vero che "i partitini" abbiano solo vissuto di ricatti senza mai portare nulla di buono alla gestione dello Stato (i mitici Radicali di Pannella, erano o no un partitino, eppure se ne ricordano battaglie epiche per principi di civiltà, o no!?)
- "Il problema dell'italia è l'evasione fiscale!", urla qualcuno; e gli elettori del 5S sono certi che sia così (sui meccanismi psicologici mi astengo). Inutile fargli vedere qualche grafico o studio nel quale si dimostra che noi non siamo proprio così delinquenti come ci dipingiamo o ci dipingono, e che magari qualcuno che reputiamo virtuoso sta decisamente messo peggio di noi;

- idem per la corruzione e vi risparmio il link o il grafichetto;
- "ci vuole il reddito di cittadinanza!"; serve spiegare che questa è una riforma pienamente coerente con quel liberismo che ci sta massacrando e che fa solo il gioco del Capitale e non dei lavoratori? Assolutamente no.
Von Hayek, il padre delle teorie che qui ci hanno condotto, ne sarebbe ben lieto; articoli che spiegano la pericolosità di questa norma ce ne sono a decine (ne prendo uno a caso) e proprio su quel web patria del grillino... ma niente!

Non credo ci sia bisogno di continuare.
Anche nel caso della legge elettorale, il sistema, sostenuto adeguatamente dai suoi media, propaganda l'idea che non si va a votare i propri rappresentanti, come Costituzione vorrebbe, ma si va a scegliere un Governo? E quindi "dagli al partitino!". Roba che gli untori erano messi meglio.
 La questione tra rappresentanza e governabilità non è mai stata adeguatamente risolta (lo scriveva già Aldo Moro nel suo Memoriale, dunque non è problema di oggi), e forse mai si risolverà se non trovando una convincente mediazione; ma pensare che detta risoluzione stia nella eliminazione dei "partitini" considerandoli non portatori di idee sia pure di pochi, ma solo portatori di rotture di coglioni, è talmente semplicistico da odorare di azione reazionaria. Quella, appunto, del "sistema dei ricchi", quella appunto del Sistema, quella appunto di coloro che i grullini dicono di voler combattere. 
Buona battaglia a tutti.

mercoledì 17 maggio 2017

E SE ABOLISSIMO I TEATRI STABILI?

Resta incomprensibile, nella attuale crisi del teatro, quali siano stati i motivi che hanno spinto il Ministro Franceschini a varare un decreto che di fatto ha ammazzato le Compagnie private, le Compagnie di giro cosidette e concentrato tutta l'attenzione dello Stato sulle compagnie "pubbliche", quelle, per capirci, dei Teatri Stabili.
Incomprensibile perché il meccanismo, come è ormai possibile chiaramente vedere, si pone in perfetta antitesi con l'ideologia corrente di uno Stato leggero e tendente all'assente, uno Stato cioè favorevole e che propaganda l'idea di Libero Mercato, come sta avvenendo in decine di altri campi, mentre nel Teatro si pone come unico e insostituibile mecenate.
Tralasciando quelli che vengono definiti complottismi, per cui questa azione mirerebbe a un controllo del mondo culturale, si può di sicuro affermare che la linea scelta dal Ministero pone una serie di gravi scompensi, non solo a livello pratico, ma anche storico, in quanto trancia di netto le radici con la più antica e fruttuosa tradizione italiana: il "nomadismo attoriale".
Senza starla a tirare troppo per le lunghe, si lancia una proposta in tendenza piena con l'ideologia corrente: sopprimere l'intervento dello Stato, se non totalmente almeno marginalmente, ridisegnando l'organizzazione del mondo teatrale in un ritorno all'antico che perfettamente si allineerebbe con la ideologia liberista.
Si dovrebbe quindi ipotizzare una chiusura dei Teatri a sovvenzione totalmente pubblica, gli Stabili per intenderci, e lasciare totalmente mano libera ai privati. Passare, per esempio, la gestione di quei teatri (l'Argentina, o il Carignano, o il Mercadante...) direttamente ai Comuni, perché questi siano "terreno di battaglia " e libera espressione delle Compagnie attoriali.
Lo Stato (e magari con esso le Regioni) potrebbe limitarsi a una semplice sovvenzione alla struttura, le cui modalità andrebbero studiate per essere rese eque, e sgombrare totalmente il campo.
Il risparmio per i cittadini sarebbe sicuramente di una rilevanza interessante, e non potrebbe che emergere "il merito" dettato dal semplice gusto del pubblico.
Troverebbe sponde una tale soluzione?
Non credo: gli interessi sono troppi.
E la paura di troppi artisti di restare senza l'elemosina di un lavoro, gigantesca.
Si ristagna, quasi senza accorgersi che si sta in realtà affogando.

lunedì 8 maggio 2017

"TEATRANTI E NO, STIAMO MEGLIO O PEGGIO?" (di Roberto Buffagni)

Vi propongo questo interessante e anche divertente articolo di Roberto Buffagni intitolato Prima e dopo la cura, pubblicato sul prezioso blog di Carlo Gambescia il 30 dicembre 2012, e ripubblicato, secondo me a ragione, il 1° di questo mese dal sito Aberglaube

Una curiosa storiella che si propone quale metafora dell'Italia di ieri e di oggi, del tempo che è passato e di come la nostra situazione sia profondamente cambiata. 
In peggio? A voi il giudizio. 


In sintonia con il 150esimo dell’Unità d’Italia, mi sento in vena di anniversari, bilanci e morali. Ho cominciato la scorsa settimana con il bilancio di venticinque anni di frequentazione del varietà, ricavandone la seguente morale: com’è triste, il comico italiano! Oggi la serie prosegue con un altro bilancio venticinquennale: la mia prima (1986) e seconda (2010) traduzione per le scene italiane diGlengarry Glen Ross di David Mamet.
Il banale aneddoto personale servirà per lanciare il seguente sondaggio d’opinione: “Dopo la cura di questi venticinque anni noi italiani, teatranti e no, stiamo peggio o stiamo meglio?” E via con la storiella.
Venticinque anni fa tradussi e adattai per le scene italiane Glengarry Glen Ross di David Mamet (Teatro Stabile di Genova 1986, regia L. Barbareschi, con P. Graziosi, U.M. Morosi). (... e qui il seguito)

venerdì 5 maggio 2017

SOROS DI QUA' SOROS DI LA'

Tutti a chiedersi cosa sia andato a fare il ben noto faccendiere George Soros a Palazzo Chigi.
Qualcuno ha anche piacevolmente ironizzato perché la cosa strana, in realtà, non è che il grande vecchio della finanza sia andato da Gentiloni, ma che Gentiloni sia in quel posto.
E va bene, la battuta è buona e la prendiamo.
Nessuno però, mi pare, si sia chiesta un'altra cosa:
Soros è nato nel 1930, ha dunque 86 anni e va verso gli 87 che, dice Wikipedia, compirà il 12 agosto.
A questa età, secondo la nostra semplice mentalità di cittadini, un uomo che è stracarico di soldi, dovrebbe più o meno starsene a riposo e godersi la vita, che non significa necessariamente fare nulla. Ci sono, giustamente, quelli cui fa piacere continuare a lavorare, ma lo fanno certamente con ritmi più blandi, con una maggiore tranquillità, tanto per mantenersi in attività, un po' come i nostri vecchi che
vanno alla balera o alle gite organizzate.
Niente di male in questo.
Ciò che dovrebbe sorprendere è invece l'attivismo di Soros, quanto alla sua veneranda età e con le ricchezze accumulate, egli si sbatta da una parte all'altra del globo, fisicamente o virtualmente, per i propri interessi.
Ecco: sono davvero i SUOI interessi? Intendo con "suoi" quelli personali, legati al suo lavoro, alla sua carriera...
Ipotizzabile che la risposta sia NO.
E allora, quale altra ipotesi possiamo formulare?
Forse per comprendere dobbiamo ardire un parallelo.
Chi sono coloro che stanno in carica fino alla fine? I re e le figure di vertice delle religioni,
ad esempio il Papa.
Dunque, possiamo pensare che il magnate si senta un re, di quelli unti dal Signore, che fanno di tutto, fino alla fine per tenere in piedi e rafforzare sempre più il loro regno; basta, però, questo a spiegarne la freneticità? Anche qui dobbiamo pensare che forse no, visto che ogni tanto anche i re abdicano, o mollano leggermente le redini in vista di una successione. Qualcosa d'altro deve muovere il grande
vecchio, e ci torna utile la figura papale: credo non sia errato pensare che uno come Soros sia in realtà spinto da una fede di tipo religioso incrollabile, una fede che è al limite se non oltre il fondamentalismo.
Il grande problema dei nostri tempi è probabilmente tutto qui: chi combatte contro le idee correnti, contro ideologie distruttive degli Stati, delle tradizioni, delle culture, contro una globalizzazione senza regole dominata dalla speculazione finanziaria che poco si cura delle sofferenze delle persone, si trova in realtà a combattere non contro una filosofia, un pensiero, una idea politica, ma contro una fede cieca che è disposta a tutto pur di ottenere la vittoria della propria fede, pur di vedere realizzato in pieno il mondo da lui vagheggiato, anche a costo di piegare la realtà al suo sogno.
Ecco perché, con gli adepti di tale fede, è impossibile il dialogo, poiché essi partono dalla certezza della loro ragione e del torto altrui; e pur di affermare il loro credo li vediamo sempre, ormai sempre, negare anche le evidenze, negare la realtà. Il dubbio è categoria che non gli appartiene, la loro coscienza è blindata e autoassolvente.
Io, con franchezza, non riesco a immaginare altro perché all'insistente attivismo non solo di Soros ma
di tutta una serie di altri vecchi. Servire la causa fino alla fine, pare che sia il loro unico pensiero, la loro irrefrenabile spinta, il sentimento che li muove instancabili contro tutto e tutti. E non ha alcuna importanza, per costoro, se altri, gente comune come noi, soffrono a causa del loro credo.
Il loro assioma è semplice: "Siete voi che sbagliate, noi siamo nel giusto!".
Perché? Semplicemente perché sono essi a dirlo.
Che Dio ci aiuti.