lunedì 30 gennaio 2017

TRUMP vs TINA

Nella trasmissione di Lilli Gruber, Otto e mezzo, su La7, il bravo drammaturgo Stefano Massini, consulente artistico del Piccolo Teatro di Milano, osservava che la comunicazione di Donald Trump funziona sulla negazione (a 0:15:00), e a sostegno di questa sua tesi metteva a confronto lo slogan di Obama, "Yes, we can", con la frase che il neo presidente ha pronunciato nel suo discorso di insediamento: "Nessuno potrà dirci che non possiamo", o come, da altra traduzione: "Non lasciate che nessuno vi dica che è impossibile". Comunque sia, il concetto non cambia.  
Penso, però, che l'osservazione di Massini, sia pur giusta, sbagli riferimento. 
La frase di Trump, credo vada a contrapporsi a quella che viene attribuita fondamentalmente a Margaret Thatcher, e poi così utilizzata dalla politica negli ultimi trent'anni a livello globale, da divenire un acronimo: TINA, cioè There is no alternative, non c'è alternativa. 
È su questa impossibilità di cercare un'altra strada che si è fondata la politica liberista e globalista dell'ultimo trentennio; è sul porre i cittadini, e la politica, di fronte alla impraticabilità di altre strade che si è potuto procedere all'affermazione della globalizzazione senza regole, allo smantellamento dei diritti dei lavoratori, allo smontaggio sistematico dello stato sociale. 
E mi pare dunque logico osservare che il neo presidente statunitense, qualsiasi cosa se ne pensi, ergendosi a oppositore di quei processi liberisti-globalisti pianti nel terreno un enunciato che pienamente vi si contrappone. E che, a mio modesto parere, è la vera chiave della sua "filosofia". 
Cosa combinerà Donald e quale saranno gli effetti delle sue azioni lo vedremo, per ora sta certamente sparigliando le carte; ma è indiscutibile, come ebbe ad affermare una volta la Rosy Bindi (sempre in una trasmissione della Gruber, se non ricordo male) che: quando la politica si convince di non potere trovare un'altra soluzione, allora la politica è morta. 
Si può guardare in cagnesco il nuovo presidente statunitense, ma rimettere in moto la convizione, comunque da lui slegata, che "C'è sempre un altro modo per fare le cose", come diceva a proposito della messa in scena Giuseppe Patroni Griffi, non potrà che farci bene, e soprattutto fare bene alla politica. 
Anche perché, passati diversi decenni, dove ci ha portato TINA ormai non è più un mistero, per nessuno. Almeno per quei nessuno che non sono avvinghiati a fedi religiose e incrollabili. 

sabato 28 gennaio 2017

Attacco alla libera informazione. IO STO CON CLAUDIO MESSORA.

Claudio Messora, con il suo sito indipendente Byoblu, ha svolto in questi anni una azione importantissima di controinformazione, rivelandoci fatti e situazioni che altrimenti nessuno ci avrebbe fatto conoscere.
Fondamentale il suo lavoro per la divulgazione di una corretta informazione sulle problematiche della moneta unica e della Unione Europea.
Oggi, Messora, grazie alla campagna fascistoide sulle fake news, subisce un attacco ed una censura che non dovrebbe lasciar sereno nessuno di noi (tranne i fascisti, ovviamente!).
Io posso poco.
Vi giro il suo appello, e la sua storia. Forse l'ultimo video del suo prezioso sito.
E sono solidale con lui. In toto.



giovedì 19 gennaio 2017

COS'È IL DOLORE?

Cos’è il dolore?
Giuseppe Patroni Griffi è stato un grande scrittore italiano, sopra tutto uno splendido commediografo, certamente il più importante del secondo novecento italiano, l’unico degno epigono di Pirandello.
I più lo conoscono soprattutto per la sua attività di regista, che Peppino Patroni Griffi riteneva secondaria, sia pur nella eccelsa qualità che raggiungeva, in teatro come in cinema o televisione.
Stavamo provando “Uno sguardo dal ponte” di Arthur Miller, una storia, tra le altre cose, di emigrazione e fatica. Il protagonista era Sebastiano Lo Monaco, io interpretavo l’avvocato Alfieri. Conoscevo Peppino da circa venti anni. Quel giorno per la prima volta che lo vidi piangere.
Raccontò che la sera prima aveva seguito in tv un documentario sulla emigrazione italiana nella prima metà dello scorso secolo. A un certo punto, disse delle facce di quegli uomini e di quelle donne, e dei bambini, dei vecchi che i filmati mostravano; sulle banchine, in attesa di imbarcarsi, volti rugosi, duri, tristi, segnati negli occhi carichi di malinconia di dolore.
“Ecco – disse Peppino cominciando a commuoversi – io non saprei come descrivere il dolore. Ma so che esiste!”. I suoi bellissimi occhi anziani si fecero rossi di pianto, tirò fuori il fazzoletto e asciugò le lacrime. La sala prove si coprì di silenzio.
Peppino diede un profondo sospiro. Poi, da vecchio capitano della nave, ci invitò a riprendere la prova.

Durante questa triste giornata ho seguito con commozione le varie trasmissioni sulla pesantissima nevicata e sul terremoto che hanno colpito il centro Italia, in particolare la straziante storia dell’albergo di Farindola.
Un abbraccio amorevole non può che andare agli uomini dei soccorsi, al loro coraggio alla loro civile abnegazione. Hanno avuto tutti i mezzi a disposizione, sono stati messi nella migliore condizione possibile per poter operare? Non lo so, e sono cose che vanno lasciate a chi fa le inchieste giornalistiche e se sarà il caso alla magistratura, ma quegli uomini mi hanno riscaldato il cuore come il cuore dei miei affetti più cari.
E poi i volti della gente, della povera gente che è lì, sotto la neve, al freddo, coi nervi a pezzi per le scosse telluriche, a soffrire, a tenere duro, per amore della loro terra e della loro vita, in un momento in cui la vita e la terra sono la stessa cosa.
La pacatezza di certi anziani, la dignità, la compostezza nel dolore e nella fatica, l’amore per i proprio cari o per i propri animalli, per il proprio lavoro, per quelle quattro mura che sono la concretizzazione dei sacrifici di una vita e che oggi non ci sono più. Sentinelle della dignità e di quattro povere pietre. Sono importanti quelle pietre, evitano che quei sacrifici di una vita divengano esclusivamente un ricordo. Avrebbero voluto portarli via, negli alberghi al mare. Hanno rifiutato. Li capisco.
Guardando quei visi ho ripensato a quelle parole di Peppino. Come si può descrivere il dolore? Quali parole si possono usare? Se un grande scritto si è umanamente arreso, non ci riuscirò certo io. Anzi, non ci provo nemmeno.
Ma oggi Peppino mi è tornato in mente con quelle sue parole. Mi pare... mi pare di averle improvisamente sentite dentro di me.
Non so descrivere il dolore. Ma so che esiste.
Abbracciate le vostre pietre.  


venerdì 13 gennaio 2017

INTEGRAZIONE: E SE FOSSERO GLI ITALIANI A NON VOLERLA?

Quella dei migranti (ma sarebbe più giusto "emigranti"), in Italia, è ormai una bomba sociale vicinissima all'esplosione. I segnali ci sono tutti. Somiglia ai tric-trac che sparavamo a capodanno da ragazzi: i colpi piccoli anticipavano la deflagrazione ultima e potente.
Impossibile quasi evitare di ragionarci o evitare di pensarci almeno un minuto per il semplice motivo che dalle discussioni sul tema siamo letteralmente bombardati, a nostra volta, dai Media.
Ora, prendersela con uno, semplicemente perché è nero, è letteralmente da coglioni (scusate il francesismo). Qui siamo di fronte a un problema, ed esso andrebbe analizzato a mente fredda.
I ragionamenti in realtà si sprecano. Dalla tv al web, fatevi un giro e troverete centinaia di opinioni e di analisi.
Rilevo però un fatto, che mi pare nessuno voglia o abbia ancora preso in considerazione, fatto che riguarda "l'integrazione". Di questa si parla sempre rispetto al "fare integrare i migranti", mettere in campo, cioè, una serie di strumenti che consentano a queste persone di trovare una loro collocazione all'interno della nostra società. Va bene, va benissimo, giusto e comprensibile, politicamente apprezzabile.
A me, però, resta questa domanda: si è mai considerato che possano essere gli Italiani a non volersi integrare? A non volersi integrare con queste persone, africani, asiatici, sud americani, che giungono nel nostro Paese?
Mi pare di no, mi pare che nessuno prenda in considerazione questa ipotesi. Che invece, in un ragionamento tutto politico, e quindi scevro da sentimentalismi, sia un lato da soppesare e soppesare attentamente.
In fondo, guardando alla Storia, se abbiamo avuto noi stessi le nostre difficoltà a integrarci tra noi, e ancora oggi vogliamo distinguerci nettamente tra... veneti e siciliani, siamo, probabilmente, estremamente gelosi delle nostre peculiarità, radici, estrazioni e/o culture. Può essere, dunque, che il rifiuto del nuovo e del diverso sia anche frutto di ciò che basilarmente siamo?
Non sto certo proponendovi una risposta, ma solo facendo una domanda, provando a mettere in campo un aspetto che, ripeto, vedo sempre non considerato, e che ribalterebbe la lettura del problema.
Perché se così fosse, cioè che sono gli italiani a non volersi integrare, la politica, anche nella sua funzione guida di una nazione, avrebbe un altro aspetto e strumento per comprendere e affrontare il fenomeno, se non, ovviamente, all'esterno, almeno all'interno.
Basta, di fronte a certe manifestazioni, dire banalmente che "chi non accoglie è razzista"?
Evidentemente no, anzi, aizza, accende, fortifica ancor più, con l'offesa, il sentimento di appartenenza e chiusura.
Il problema, che indiscutibilmente esiste, e chi lo nega non fa altro che aiutare quelli che lui stesso indica come populismi e razzismi, va osservato nella sua totalità, e forse nella totalità c'è anche questa parte, questo aspetto.
Negare non serve, offendere e/o additare nemmeno, capire potrebbe aiutare.
Ragioniamoci. Oppure, fate voi...
A proposito: buon anno!

sabato 24 dicembre 2016

CARI POLITICI, NOI TEATRANTI NON LAVORIAMO GRATIS.

Questo è il link, e questo è il testo (tanto per non farvi perdere tempo, ché è breve):

"Festa di Roma 
Roma Capitale, in occasione di questa bellissima festa, invita tutti coloro che siano appassionati di musica, canto e teatro, a voler condividere il proprio talento ed esibirsi negli spazi appositamente allestiti sul Lungotevere, nel tratto compreso tra ponte Garibaldi e Castel Sant’Angelo. Le proposte di intervento (con l’indicazione dei recapiti) vanno inviate via email entro le 12.00 del 28 Dicembre 2017 all’indirizzo staffdir.cultura@comune.roma.it allegando una breve presentazione, la descrizione della performance proposta e la sua durata. Si specifica che, durante le esibizioni, non potranno essere veicolati messaggi pubblicitari o politici, né potranno essere svolte attività di commercializzazione di prodotti di consumo. La partecipazione è a titolo gratuito, ogni onere della performance sarà a carico del partecipante, durante le performance non sarà possibile raccogliere offerte. Sulla base delle proposte ricevute e degli spazi disponibili, l'amministrazione si riserverà di accogliere le richieste nei limiti di compatibilità tecnico-organizzativi.” 

Mi capita spesso di dire che grillini e piddini sono due facce della stessa medaglia. Per certi versi fare una simile affermazione mi dispiace, non foss'altro che per un senso di mancanza di speranza, da un lato e dall'altro; ma se qualcuno ricorda l'iniziativa del ministro Franceschini, uno dei tanti flop dei governanti degli ultimi decenni, questa del Comune di Roma a guida 5 Stelle è un'altra bella iniziativa che non solo auspichiamo, ma siamo certi terminerà con un nulla di fatto.
La certezza è che i teatranti non dimenticano: "gli attori hanno buona memoria", dice Deborah in quel capolavoro di Sergio Leone che è "C'era una volta in America". I politici si mettano il cuore in pace: i teatranti non dimenticano.
Con Teatranti intendo tutti i lavoratori dello spettacolo, di ogni genere e grado, e sulla proposta dell'amministrazione capitolina c'è poco da dire, se non che è squallida, squallida come la concezione che si ha di noi.  Sembra quasi che si voglia offrire a dei bimbi uno spazio in cui giocare. E certo le osservazioni che si possono fare sono tante, tantissime, a cominciare da quelle che si leggono sui social, tipo: andateci voi a lavorare gratis, quel giorno i chirurghi opereranno gratis?, è una vergogna, ecc.
Potrei aggiungere che la cosa veramente bella sarebbe vedere lungo le strade a "esprimere la loro creatività" coloro che certo non hanno bisogno: le star, i professionisti dai trecentomila euro in su a film o a fiction televisiva, i gradi registi, o i super musicisti. Beh, allora sì che sarebbe divertente. E pure interessante: vedere "le stelle" che offrono gratis il loro lavoro alla loro città. E per la strada, come - forse - quando erano ragazzi in cerca di fortuna.
Ma forse costoro sono divenuti troppo snob per regalarsi una botta di giovinezza.

Non è questo, però, quel che mi preme. Quel che mi preme è rilevare che nel non inquadrare il valore (e le problematiche) dei teatranti tutti, si evidenzia l'assenza di una progettualità culturale; progettualità culturale che non si può più considerare come circoscritta a un comune, ma va estesa alla nazione intera.
Dai tagli lineari, alle nuove regolamentazioni contrattuali, al dilagare di iniziative senza compensi per i lavoratori, sono ormai anni che i governanti stanno dicendo a tutto il Paese che la Cultura, nelle sue molteplici forme, non ha valore.
Perché forse i politici non lo hanno compreso, ma il compenso è la concretizzazione del riconoscimento della professionalità. Certo, vogliamo essere pagati, come tutti i lavoratori, perché abbiamo casa e famiglia, ma anche perché ogni volta che mi paghi stai riconoscendo che ciò che faccio ha un valore, e quel valore sono io stesso che ho impegnato la mia vita per raggiungere quella professionalità. Non mi pare difficile da capire.
Invece ti metto a disposizione un kindergarten: vai, bimbo, gioca e sii felice.

Io spero - e invito vivamente - i miei colleghi professionisti di non aderire.
E spero anche che altri aderiscono: gli amatoriali.
Avrete, così, le strade invase dai dilettanti.
E forse, cari politici, guardandoli, riconoscerete finalmente voi stessi: dilettanti con dilettanti, perché attore e spettatore sono uno specchio dell'altro.

La verità è che quasi nessuno di voi ha una vera visione di questa Nazione proiettata nel futuro. Quel che vi manca è proprio la Politica, la sua visione a medio termine ("nel lungo periodo saremo tutti morti" JMK), e non l'avete perché non avete una visione culturale della Nazione.
Oh, scusate, dimenticavo che a voi, come a tanti cui avete fatto il lavaggio del cervello, il termine "nazione" fa schifo, ci sono anche coloro che lo considerano fascista. A me, invece, fa alcuna impressione, trovo che sia etimologicamente molto interessante.
Non avere una visione culturale della Nazione significa non avere una visione politica, economica, sociale, civile... Per voi la Cultura, diciamoci la verità, è una rottura di scatole: "Ma che vogliono questi "artisti", che palle!, con la loro supponenza, con la loro serietà, con la loro visione astratta del mondo; noi ci occupiamo di problemi concreti, mica possiamo stare appresso ai vostri deliri. Che ce ne facciamo di Edipo o di Amleto, di Picasso con quei disegni strani o di tutte quelle Madonne con Bambino, non ne bastava una? E i ballerini poi, i ballerini sono talmente irreali quanto tutte quelle strane mosse che fanno, ma a che serve andare sulle punte?
La Cultura, al massimo, serve a portare turisti e far camminare l'economia, alberghi pieni, ristoranti affollati, bar e negozi presi d'assalto... Ecco, cari artisti, mettetevi al servizio dell'economia: per la strada ci saranno le bancarelle, la gente comprerà, e voi offrirete un piccolo piacere al consumatore. Tutto qui. A che serve il pensiero quando hai la tasca (e la pancia) piena?"
È semplice: se non avete visione culturale, come potete vedere i lavoratori della cultura? Ovvio che per voi non esistano.

Oppure...

Oppure, la verità è che una visione ce l'avete, ed è una visione globalizzata del mondo, dove capitali finanziari e merci camminano liberamente sulla pelle degli uomini, e i lavoratori sono d'impiccio, con le loro richieste di diritti, di retribuzioni, di equità sociale... E così, come per un operaio il salario deve scendere insieme ai diritti, per gli artisti il compenso deve scomparire.
Avanti con gli amatoriali. Con coloro che non studiano, non si aggiornano, non si specializzano, non approfondiscono, anche perché - vanno compresi - intenti a guadagnarsi lo stipendio con altro lavoro. Sarà più semplice, così, fargli pensare quel che voi volete che pensino, divulgare messaggi superficiali e invasivi. E giungere alla omologazione dell'arte, e quindi del pensiero: uguale a New York, come a Roma, a Pechino, Parigi o Shangai.
La vostra parola d'ordine è "integrare". Sembrerebbe bella, ma l'integrazione è nemica della diversità. Abbatte, uccide, spegne le diversità.
Mentre l'arte ha bisogno estremo della diversità, non solo nazionale, ma anche regionale, in un continuo processo di creazione e interscambio che perpetuamente l'arricchisce.

Grazie, non abbiamo bisogno di giardini d'infanzia. Abbiamo bisogno di lavoro, come tutti, come gli operai e i pescatori. Perché siamo come loro: lavoratori.
E se proprio avrò necessità di far "sfogare" il mio ego, organizzerò una lettura nel salotto di casa mia.
Di sicuro non mi beccherò il freddo. E per niente.
Anzi, visto che è Natale, faccio gli auguri a tutti e torno a dire la poesia in piedi sulla sedia come quando ero bambino, per mamma e papà. Gratis. Loro lo meritano.

lunedì 5 dicembre 2016

4 DICEMBRE, LASCIARSI ALLE SPALLE L'EDEN (o l'inferno dantesco)

Non ho avuto fiducia nel popolo italiano, lo ammetto. Dimenticando che l'unico momento in cui davvero reagisce è quando viene messo spalle al muro. 
Ho temuto la potente propaganda, ho temuto che la paura, la tecnica della paura scatenata dal regime avrebbe sortito il suo effetto. 
Ho usato l'idea della vittoria della parte avversa anche con un filo di scaramanzia, ed anche, lo confesso, per impaurire io, a mia volta, qualcuno, qualche pigro, magari, che sarebbe rimasto a casa pensando che tanto era tutto già fatto e scritto. E pure per portare un po' sfiga a quelli del Sì, voglio confessare anche questo. Resto un uomo del SUD, "Non è vero... ma ci credo". 

Ma non voglio cercar scuse, perché sono maledettamente felice di avere sbagliato! E ringrazio questo strano popolo, di cui non si comprendono mai bene i contorni, per avermi ricacciato in gola le paure. Non mi ha soffocato, mi ha fatto respirare. 
Perché il risultato del giorno di Santa Barbara è clamoroso, clamoroso e inequivocabile per i numeri, che sono indiscutibili. 
E che lanciano un segnale netto oltre ogni dubbio, il messaggio che dovrebbe arrivare a ogni politico della penisola: 

Cari politici italiani, è la seconda volta nel giro di pochi anni che il popolo italiano boccia una riforma della Costituzione che ne stravolge il contenuto, non parliamo di piccoli aggiustamenti o ammodernamenti (che pure quelli sarebbero da discutere, giacchè ogni volta che ne avete apportato uno avete combinato disastri, vedi Titolo V e Pareggio di Bilancio), ma di stravolgimento del contenuto, prima è toccato a Berlusconi ora a Renzi, prima al centrodestra ora al centrosinistra. 
Il messaggio a questo punto è: IL POPOLO ITALIANO NON VUOLE CHE LA SUA COSTITUZIONE SIA CAMBIATA. PUNTO. 
Non vale nemmeno il discorso delle" riforme condivise, a ampia maggioranza..." e tutti gli altri modi di dirlo. 

NO, IL POPOLO ITALIANO HA DETTO E RIBADITO CHE NON VUOLE CHE SI TOCCHI LA SUA COSTITUZIONE. PUNTO. 


Ci saranno quelli che diranno, forse giustamente, che gli Italiani vogliono che sia applicata... ma nemmeno questo è il concetto chiaro e inequivocabile che esce dalle urne. L'unico messaggio è quello che vi ho detto. Gli altri sono tutte interpretazioni. 

Nessuno però si illuda che sia finita. 
È stata vinta soltanto una battaglia, importante, tipo quella di Agincourt, ma non ancora la guerra, che sarà ancora lunga e complicata, dura e snervante. La bestia ferita, si agita ancor più, maledettamente, tira possenti e pericolosissimi colpi di coda.
Forse lo scenario sarà questo, ma come dice il suo autore è solo fantapolitica. 

...O no?
Lo scopriremo solo vivendo. Tanto, abbiamo vissuto e siamo sopravvissuti sempre, pure tra milioni di difficoltà. Chi può avere paura di un governo tecnico, quando questo Paese (e mica solo lui nella Storia) ha visto passare Lanzichenecchi e pestilenze, carestie e nazisti, colera e imperi, cadute e resurrezioni, ecc. ecc. ecc.
C'è un costo, sempre, soprattutto in termini di vite umane, che è quello più odioso, vero!
Ma questo sistema, che molti temono, solo per sentimento irrazionale, per paura, anzi per terrore, non ci è già costato devastazioni sociali e personali, dolori, morti, suicidi, malattie, disoccupazione, perdita di aziende, vessazioni, perdita di diritti dei lavoratori, del diritto alla sanità, alla scuola di valore e uguale per tutti, di pari opportunità, i poveri non sono forse più poveri e i ricchi più ricchi...? 
Se lasceremo questa terra, ci lasceremo forse alle spalle l'Eden o uno spettrale girone dantesco? 
Talvolta c'è coraggio in chi parte, talvolta in chi resta. 
Noi siamo in una paradossale situazione, nella quale il partire, il lasciare forse è il restare, restare e combattere, continuare a combattere. Sconfitta è avere paura del futuro, il coraggio è di chi compie il "salto nel buio", non di chi non vuole compierlo perché vittima della propaganda del terrore (e giuro che ne ho preso uno a caso). 

Non voglio qui, oggi, fare nomi, ma c'è uno sconfitto, il vero grande sconfitto, che nessuno ha finora nominato nei dibattiti. La sua è una sconfitta davvero unica, pesante, umiliante. 
E giusta. Per me la sua sconfitta è giusta, perché essendo un grande vecchio, lui c'era, lui c'era quando accadevano le cose più brutte della nostra Storia del '900. 
Costui, nel nome di una religione, la religione della sua élite, ha permesso che troppe cose si ripetessero. Ha tradito il suo popolo, e soprattutto (so' che vi parrà strano ma questo è un discorso che comprendo solo io, scusate) i suoi amici. 
Il Popolo italiano ha risposto. Ora basta. 


Nella bella notte italiana di ieri, mi è tornata in mente questa bellissima poesia di Alfonso Gatto. L'ultimo verso è un puro canto del cuore.
Permettete che la dedichi a tutto il Popolo italiano.  
 



25 aprile

La chiusa angoscia delle notti, il pianto
delle mamme annerite sulla neve
accanto ai figli uccisi, l'ululato
nel vento, nelle tenebre, dei lupi
assediati con la propria strage,
la speranza che dentro ci svegliava
oltre l'orrore le parole udite
dalla bocca fermissima dei morti
"liberate l'Italia, Curiel vuole
essere avvolto nella sua bandiera":
tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell'azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi
piena la mano nel suo pugno: il cuore
d'improvviso ci apparve in mezzo al petto.

mercoledì 30 novembre 2016

IO SOSTENITORE DEL NO, TEMO VINCERÀ IL Sì (5 spunti di riflessione)

Avevo cominciato a scrivere un post per spiegare perché io, sostenitore del NO, temo vincerà il Sì. 
Mi sono poi accorto che stava venendo fuori un articolo interminabile. In pochissimi, forse nessuno lo avrebbe letto, nemmeno i miei sei affezionati lettori. 
A quel punto ho deciso di prendere un'altra strada, fidando sul fatto che, soprattutto se seguite altri importanti blog, alcuni dei quali menzionati qui a fianco tra i miei preferiti, avete imparato a unire i puntini. 
Limito il discorso, allora, anzi non lo faccio proprio e vi propongo una serie di brani, letterari, cinematografici e teatrali. Le parti in grassetto sono mie evidenziazioni. 
A voi le deduzioni.

Da “Il memoriale della Repubblica” dello storico Miguel Gotor, oggi deputato del PD, pubblicato da Einaudi

(Il pezzo che cito non è semplicemente “la deduzione dello storico”; esso può essere considerato come felice sintesi ottimamente corredata da una serie di note che rimandano a testi originali e ad altri studi sulla figura dello statista italiano; reputo quindi possa essere acquisito come spunto di riflessione) 
 
“Come ha spiegato Giovanni Moro in un’intervista del 1998, il padre, nel rivendicare il ruolo della DC, aveva tematizzato come pochi il conflitto tra sistema politico e società italiana, acutamente consapevole della perdita di autorevolezza e della deligittimazione dei partiti che non avrebbero più potuto rivendicare il monopolio della dimensione pubblica. Sotto questo profilo Moro, sia da libero sia da prigioniero, è stato il politico italiano che meglio di ogni altro si è reso conto della crisi delle regole democratiche, intesa come difficoltà del sistema di governo parlamentare di risolvere il dilemma tra rappresentanza e decisione. Un problema comune a tante democrazie occidentali, ma che in Italia, ancora trent’anni dopo, si avverte con particolare urgenza. Moro, con la sua insistenza sulla presenza nella penisola di una destra profonda e non completamente espressa, sembrava ricordare che la nazionalizzazione delle masse nel nostro paese era avvenuta sotto il fascismo e perciò aveva assunto caratteri inevitabilmente autoritari. Una miscela particolare di iperpolitica e di antipolitica che la crisi degli anni Settanta avrebbe riportato in auge, naturalmente sotto forme nuove e adeguate alla mutazione dei tempi. Un fattore obiettivo che avrebbe condizionato gli sviluppi della qualità della democrazia italiana nel lungo periodo, favorendovi l’attecchimento, più che altrove, di modelli populistici e plebiscitari, di cui nelle pagine di Moro si legge in controluce la previsione”. 



Da "Il generale della Rovere", film del 1959 di Roberto Rossellini, dall'omonimo romanzo di Indro Montanelli





Dal volume “Morte di un presidente”, sempre sul caso Moro, del giornalista Paolo Cucchiarelli, ed. Ponte alle Grazie:

“Nel 1946, Umberto Saba coglieva un elemento ancora oggi utile a capire l’Italia e anche il senso ultimo dell’omicidio Moro:

Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha mai avuto in tutta la sua storia, da Roma a oggi, una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molto porte – è forse la storia d’Italia in poche righe. Gli italiani non sono dei parricidi: sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani (...). Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione (...) gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.

L’omicidio Moro è l’unico tentativo – non simbolico – di “uccisione del padre portato a compimento dalla generazione della rivolta post ’68; il problema è che fu colpito il padre sbagliato, con tutte le conseguenze dirette e indirette del caso, tra cui l’asservimento psicologico e politico che avrebbe caratterizzato gli anni successivi.”


Da "Il sindaco del rione Sanità" di Eduardo De Filippo




Per chiudere, da "Scritti corsari" di Pier Paolo Pasolini, ed. Garzanti, inizio del brano "Fascista", intervista di Massimo Fini 

"Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai. (...) Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologi hanno troppo bonariamente chiamato "la società dei consumi". Una definizione che sembra innocua, puramente indicativa. Ed invece no. Se uno osserva bene la realtà, e soprattutto se uno sa leggere intorno negli oggetti, nel paesaggio, nell'urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo. Nel film di Naldini ("Fascista", ndc) noi abbiamo visto giovani inquadrati, in divisa... Con una differenza però. Allora i giovani nel momento stesso in cui si toglievano la divisa e riprendevano la strada verso i loro paesi ed i loro campi, ritornavano gli italiani di cento, di centocinquant'anni addietro, come prima del fascismo. 
Il fascismo in realtà li aveva resi dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio, nel fondo dell'anima, nel loro modo di essere. Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell'intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più, come all'epoca mussoliniana, di una irregimentazione superficiale, scenografica, ma di una irrigimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l'anima. Il che significa, in definitiva, che questa "civiltà dei consumi" è una civiltà dittatoriale. Insomma se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la "società dei consumi" ha bene realizzato il fascismo". 


Credo si possa finire qui. 
Materiale spero di averne fornito a sufficienza. 
Voglio ricordarvi soltanto che Pier Paolo Pasolini fu assassinato nel 1975; Aldo Moro nel 1978.