Sono nato a Salerno, nella Hippocratica Civitas. E sono un Attore, un hypocrita. "Un attore – insegnava Marisa Fabbri - è prima di ogni altra cosa un cittadino". Si può dunque parlare di Teatro senza porre un accorto interesse verso tutto quello che ci circonda? Non credo. E non è mia volontà. Forse alla fine il cittadino avrà il sopravvento; ma così non fosse, sarebbe ancora il Teatro, avrebbe mai avuto senso l'essere Attore? Spero così siano chiari senso e bizzarro titolo di questo blog.
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lunedì 3 giugno 2019
Su Radio Meglio di Niente i Lavoratori della Cultura
Se vi va, domani sera possiamo vederci e sentirci sul canale YT di Radio Meglio di Niente
https://t.co/M5EglsKMfQ
Nel vivissimo programma di Barbara Tamperi, anche nota al popolo dei social come Barbara T. Lameduck. Una giovanotta davvero brillante e interessante da seguire.
E sarà un vero piacere.
Di cosa parleremo? Di varie amenità sicuramente, ma fondamentalmente di Teatro: di ricordi, aneddoti, esperienze lavorative e di vita.
Ma la voglia è anche quella di infilare il dito in una dannata piaga: chi, come e perché ha ridotto il teatro italiano nella situazione in cui si trova, e magari cosa possiamo fare per risollevarlo?
Radio Meglio di Niente è un canale davvero libero, dove potete ascoltare (e vedere) cose che non sentite su canali di grandi network, a me ricorda un po' il Byoblu degli inizi.
E non posso che augurargli lo stesso successo, e anche di più.
Intanto li ringrazio per questa occasione di parlare di problemi che restano sempre non in nicchia, ma dietro le nicchie, ben nascosti, perché a nessuno interessano, ma investono, invece tantissime persone. Forse non tutti sanno che, direbbe la nota rubrica, solo in Teatro, tra Prosa e Lirica lavorano oltre un milione di persone. E poi c'è il cinema, la televisione, la radio, i musei, il comparto archeologia, restauro... Insomma, il mondo dei LAVORATORI DELLA CULTURA è immenso, ed è quello che ci interessa.
La CULTTIURRA la lasciamo ai salotti. Noi siamo gente che va in teatro a lavorare!
mercoledì 22 maggio 2019
DANTE E' RAZZISTA E VA BANDITO (ci mancava questa...)
Tanti amici giocano con me e mi dicono che sono un brontolone. E' vero, io brontolo spesso e talvolta anche volentieri. Diciamo che per un 30% ormai fa parte del mio personaggio pubblico.
A volte, però, ti trovi di fronte a cose che non c'entrano con il brontolio, né quello vero né quello "da spettacolo". Fatti che sono anche profondamente offensivi per chi ama alcune cose. In questo caso la letteratura, e nello specifico La Divina Commedia.
Non voglio farvi perdere tanto tempo, ecco il link dell'articolo.
https://www.liberoquotidiano.it/news/rubriche/956338/dante-razzista-follia-onu-bandire-divina-commedia.html
E per assecondare vostra santa pigrizia estraggo i momenti più aberranti di questa signora Sereni, presidente di questo Gherush92, un "Comitato per i Diritti Umani è un’organizzazione non governativa no profit". Dunque una ONG. Si legge nel sito che "ha ottenuto lo status di consulente speciale del consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite". Perché? Boh...
Potete poi andare alla pagina "progetti" e troverete:
"DIRITTI UMANI, DIVERSITA ' E PACE"
Progetto di comunicazione per lo sviluppo e la pace
Data: 2009-03-02Autore: Gherush92
Gherush92 è promotore del progetto internazionale "Diritti Umani, Diversità e Pace" con i documenti dal titolo "Risoluzione di Roma: Linee guida per la protezione della diversità culturale" e "Per una convenzione contro il razzismo", contro il razzismo e a favore del riconoscimento dell'importanza della diversità culturale.
L'obiettivo del progetto è quello di sviluppare una serie di ricerche sulle migliori procedure per accertare le cause del razzismo culturale e dei conflitti, al fine di contribuire alla conoscenza e ai negoziati.
Il progetto, seguendo un approccio interdisciplinare e formativo e nuove strategie di informazione e informatiche, si propone di: sradicare forme contemporanee di razzismo scientifico; sradicare la povertà estrema e la fame, assicurare la sostenibilità ambientale; dare inizio al processo di solidarietà-negoziazione- riparazione.
Bello, vero? Tante belle parole e belle intenzioni. Deve essere per l'azione interdisciplinare e formativa che il testo preso in esame è nientepopodimenoche La Divina Commedia. E basta adesso: vi rimando alla lettura. I ESTRATTO "Il poema, spiega Valentina Sereni, presidente di Gherush92, «pilastro della letteratura italiana e pietra miliare della formazione degli studenti italiani, presenta contenuti offensivi e discriminatori sia nel lessico che nella sostanza e viene proposto senza che via sia alcun filtro o che vengano fornite considerazioni critiche rispetto all’antisemitismo e al razzismo». Spiega ancora Sereni: «Nel canto XXVIII dell’Inferno Dante descrive le orrende pene che soffrono i seminatori di discordie, cioè coloro che in vita hanno operato lacerazioni politiche, religiose e familiari. Maometto è rappresentato come uno scismatico e l’Islam come un’eresia. Al Profeta è riservata una pena atroce: il suo corpo è spaccato dal mento al deretano, in modo che le budella gli pendono dalle gambe, immagine che insulta la cultura islamica. Alì, successore di Maometto, invece, ha la testa spaccata dal mento ai capelli». «L’offesa», aggiunge, «è resa più evidente perché il corpo “rotto” e “storpiato” di Maometto è paragonato ad una botte rotta, oggetto che contiene il vino, interdetto dalla tradizione islamica. Nella descrizione di Maometto vengono impiegati termini volgari e immagini raccapriccianti tanto che nella traduzione in arabo della Commedia del filologo Hassan Osman sono stati omessi i versi considerati un’offesa»."
MA LA PERLA E' QUI
«Non è colpa nostra se ci sono opere d’arte italiane eventualmente razziste», ribadisce la Sereni, perché «è l’insegnamento della Divina Commedia che DEVE ESSERE CONTESTUALIZZATO E SICCOME VIENE INSEGNATA E PROCLAMATA OGGI, IL CONTESTO E' OGGI».
L'appello è ovviamente ai docenti di lettere e non... Ma anche agli amici attori... e agli appassionati... Prendete posizione per favore, come più potete.
Qui siamo alla follia pura e soprattutto alla distorsione del senso, della lingua, delle informazioni... io sapevo, nella mia ignoranza, che contestualizzare voleva barbaricamente dire che sono io che mi metto nei panni di quello di allora, che mi calo nel contesto, e non che l'opera di 700 anni fa deve essere piegata sul pensiero nostro di oggi (quale pensiero poi, il mio, il tuo, il nostro, il vostro, il loro....?). Cominciamo così, lasciamo passare, e poi mi diranno che quella commedia di Goldoni dove il padre decide il matrimonio della figlia è maschilista, o quell'opera di Shakespeare dove si maltratta l'ebreo non è più accettabile per razzismo, che l'Opera di Verdi dove un handicappato è raggirato... e così via.
E' già accaduto, se qualcuno lo ricorda, con una Carmen di Bizet dove si è cambiato il finale perché se no "IL FEMMINICIIIIDIOOOO". Ma qui ci stiamo bevendo il cervello tutti, decisamente tutti.
Personalmente sono stanco, molto stanco. Mi pare che siamo di fronte a un attacco violento contro tutto ciò che è la nostra storia e la nostra cultura, le nostre radici e il mondo in cui siamo nati e cresciuti, il mondo consegnatoci dai nostri padri, nonni e bisnonni. Ed è un attacco compiuto in nome di una ideologia che ha il subdolo vantaggio di sfuggire, di coprirsi perfettamente dietro parole belle, dietro intenzioni pacifiche e umanitarie.
Quello cui stiamo assistendo, se però vi fermate un momento a guardare e a riflettere, è il tentativo violento di prevalere di una parte sull'altra, e in questa guerra non ci sono - guarda caso - confini: tutto è da mettere in discussione, tutte le certezze sono da minare.
E per far questo ci si rigira ogni cosa come si vuole, anche distorcendo il senso, la lingua, i pensieri.
E questa ideologia, oltre a sapersi molto ben mascherare, ha anche un altro vantaggio: lavora per slogan, rapidi ed efficaci. Così finisce che "la menzogna" si veicola in una sola frase, la Verità, per essere ricondotta al posto che le spetta, ha bisogno di lunghi momenti di spiegazione.
Facile dire "l'euro ci protegge - senza l'euro facevamo la fine dell'Argentina", ma poi, per dimostrare la falsità di queste affermazioni e schiodare le persone dal loro terrore, ci vogliono ore di spiegazione, pagine e pagine di libri... e non tutti hanno la forza e la pazienza di voler capire, e soprattutto di voler UNIRE I PUNTINI, per cui non c'è distanza tra "l'euro ci protegge" e "Dante è razzista". Fa tutto parte della riscrittura della Storia a uso e consumo del potere.
Sono trappole infernali, ben peggiori dell'Inferno che ha descritto Dante.
Decidete voi qual è la fatica che volete fare, se poca perché le belle parole mostrano un mondo "facile", o tanta perché la verità è "faticosa" e amara.
venerdì 17 maggio 2019
HO UN GATTO, ANZI UNA GATTA (ma perché teniamo gli animali con noi?)

Ho un gatto. Anzi, una gatta. Si chiama Penny. Per volontà della mia compagna.
Io volevo chiamarla Concetta, ma non c'è stato nulla da fare. Le memorie londinesi di lei - due anni di lavoro nella City - hanno prevalso sui miei amori teatrali. Ma va bene lo stesso, perché alla fin fine, Penny non si discute.
Penny sta con noi da più di un anno, è arrivata che già ne aveva circa due. Veniva da una di quelle cucciolate curate dai Comuni, quelle di cui si occupano le famose "gattare" - che a dirla tutta le avevano dato l'orrendo nome di "Briciola" che non si poteva sentire e così fu Penny! - e venendo da queste cucciolate ha avuto una storia un po' travagliata.
Per un certo periodo ha vissuto in una specie di scantinato, praticamente sempre al buio, poi insieme a un altro gatto fu data a una famiglia, la quale, dopo qualche mese, decise di tenersi il gatto e "restituire" Penny, roba che secondo me non si fa, ma lasciamo stare, è storia passata. Alla fine Penny è qui, ci ha messo molto a fidarsi, ma alla fine... è qui.
Inutile dirvi che è dolce, è tenera, è coccolosa ecc. in genere i gatti lo sono. Quel che posso assicurare è che Penny ti sta dannatamente a sentire. Se le dici con nettezza che non deve fare una cosa, lei non la farà mai più. Dunque, stabilito quel che serve per l'ordine della casa, Penny può sbizzarrirsi come vuole.
Il suo più grande nemico sono i tappetini, con i quali intraprende durissime e incomprensibili battaglie, finché non li ha rivoltati a dovere. La sera, prima di andare a dormire io sistemo il tappetino in cucina, la mattina lo trovo tutto "arravugliato" sotto una sedia, un qualche mobile. La mattina sistemo gli scendiletto, la sera li trovo tutto "arravugliati".
Il perché di queste lotte resta un mistero.
Penny non è un genio, assolutamente. E' una gatta normale come tante altre, che fa cose da gatta. Per esempio se ne sta ore a guardare fuori dalle finestre, anche attraverso i forellini delle tapparelle abbassate, o i vetri smerigliati della veranda.
Cosa guardi, così immobile per ore è un altro mistero. E se vai a disturbarla, a "scoprirla" in questa sua opera di piccola vedetta lombarda ne resta abbastanza seccata.

Si infila negli armadi, si nasconde tra i vestiti, quando vede un cassetto aperto ci deve mettere dentro il muso, gioca con la pallina colorata meglio di Maradona, si addormenta in posizioni improbabili, si incanta quando vede altri animali in tv, e alle cinque di mattina corre per casa facendo una confusione che me l'ha fatta soprannominare "il cavallo".
Bene.
In verità, non è la prima volta che ho un gatto. Una trentennio fa almeno, ne ebbi addirittura due per alcuni anni, due che poi rimasero con la mia compagna di allora quando ci lasciamo (lasciò lei me, io lei? bah, meglio ricordarsi dei gatti che dei fatti).
Mustafà e Nenè arrivarono da noi piccolissimi, due mesi appena, quindi li crescemmo e il rapporto che si crea è davvero diverso da quello con un gatto già adulto.In verità, non è la prima volta che ho un gatto. Una trentennio fa almeno, ne ebbi addirittura due per alcuni anni, due che poi rimasero con la mia compagna di allora quando ci lasciamo (lasciò lei me, io lei? bah, meglio ricordarsi dei gatti che dei fatti).
E adulto sono io, e cambiando l'età, cambiano le domande che ti fai. Da giovane le cose sono semplici, non ti interroghi più di tanto sui "sistemi della vita", quasi sempre agisci e basta. Da adulto, anzi da adulto ormai maturo, ti chiedi se in questo rapporto con un animale, qualunque esso sia, ci sia qualcosa di più, quali possano essere le ragioni che lo costruiscono e soprattutto che te lo fanno cercare.
Per me Penny è e resta un animale, e non sarà mai altro, il mio adorato animale, il mio gatto di casa, ma niente altro. Io e Patrizia non abbiamo figli, e non vorrei mai sostituire un figlio con un gatto. Se vogliamo un figlio lo facciamo, finché Natura ci aiuta, o lo adottiamo. Punto.
Altrimenti è come scaricare sull'animale, che è e resta ignaro, le nostre inquietudini. Oltretutto, sai che cazzo gliene frega al gatto delle tue inquietudini? E ci ha pure ragione.
E non illudetevi: non è perché "il gatto è autonomo". A parte che non lo è, ma anche se fosse un cane non gliene fregherebbe una mazza lo stesso. E' roba che non fa parte del suo mondo! E non si discute. Lui è animale e fa l'animale. Ma allora, cosa ci fa cercare il rapporto con questo altro essere vivente?
Posso capire chi alleva cavalli o buoi o capre... animali utili all'uomo; e anche il cane, prima di divenire salottiero svolgeva alcuni compiti importanti, come fare la guardia, aiutare con le greggi, ecc. Ma il gatto... perché il Gatto? Forse un tempo cacciava i topi e i piccoli insetti, ma oggi... Se c'è un animale splendidamente inutile è proprio il gatto. E checché se ne pensi, abbiamo bisogno anche di inutilità.
Lo so cosa state pensando: il gatto è tenero, fa tante coccole, è divertente, è tranquillo, è morbido... e altre scemenze del genere.
Io penso invece che ci sia qualcosa di più profondo. Penso che noi cerchiamo di costruire un rapporto con gli animali in generale e con questo in particolare per trovare una comunicazione che vada al di là delle parole, una comunicazione che travalichi tutto il linguaggio che abbiamo appreso fin da piccoli, quello ordinariamente verbale e quello anche del corpo. E' come cercare di comunicare con gli alieni, con un altro mondo, è come cercare un ponte con un altro noi stessi, primitivo, profondo, che non aveva bisogno di linguaggio per "sentirsi" con l'altro, per percepirsi. Nell'animale immagino che ricerchiamo quel primitivo animale che è sicuramente in noi e che la civiltà dei secoli ci ha fatto perdere. E' come se cercassimo chi siamo... in origine, quando non avevamo ancora inventato alfabeti. Deve essere per questo che quando "ci capiamo" con il nostro animale, la cosa ci dà tanta allegria, soddisfazione, abbiamo attraversato un ponte al di là del quale ci siamo noi.
mercoledì 6 marzo 2019
Don Aniello Manganiello... fede nella Parola, amore in Dio
E' da un po' che non ci si vede.
Di cose ne sono accadute, e tante. Anche fare una sintesi diviene complicato.
Diciamo che fondamentalmente sono stato preso dalla preparazione di no spettacolo cui tengo molto, "Poeta per Poeta" dove si parla di Divina Commedia letta, vista, analizzata da altri poeti, e che ha avuto una sua replica a Torino. E ora me ne scendo giù nella mia Salerno per preparare un'altra cosa che mi sta a cuore: "Gesù è più forte della camorra", per la regia e l'adattamento di Pasquale De Cristofaro, tratto dall'omonimo e fortunato libro di don Aniello Manganiello e Andrea Manzi che non so più a quale numero di ristampa sia arrivato.
Mentre la prima era una sfida del cuore, intima e delicata, questa sarà una sfida della forza, dell'emozione, del credere, un percorso complicato nel quale conteranno mille cose, oltre la propria esperienza professionale, e probabilmente la cosa più importante sarà proprio il credere, la fede, e se non proprio la fede in Dio (altra cosa intima e a mio avviso difficilmente esplicitabile), almeno la fede nell'uomo e soprattutto nella Parola.
Mi accingo a questo viaggio nel profondo della Parola umana con la consapevolezza della mia pochezza ma con il desiderio di corrompermi per apprendere.
Non avrei mai immaginato di interpretare un sacerdote. E dalle prime letture fatte in solitaria mi è chiaro che non è la più semplice delle situazioni. Cos'è e chi è un uomo che è dedito agli altri non per amore diretto verso di loro ma per amore assoluto verso il Padre, il cui compito pare essere quello di aiutare tutti i figli a tornare ad essere figli. Credo si sbagli quando si pensa a un prete come un banale crocerossino dedito al prossimo. Paradossalmente, un prete ama Dio e non l'uomo. Il suo amore per l'uomo è una conseguenza, uno strano riflesso scambiato per luce originaria.
Nel suo amore per Dio egli opera per il compimento del suo regno sulla terra, e in quest'opera c'è il ricondurre a casa i suoi figli dispersi. Il cuore dell'opera sublime di don Aniello è proprio nelle conversioni di camorristi che è riuscito a far compiere, ma non lo ha fatto per suo piacere o orgoglio, lo ha fatto per amore di Dio. E lo ha fatto usando quello che è il primo strumento della mia professione: la Parola.
Il viaggio sarà complesso, ma ho la netta sensazione che è questo lo strumento da cui devo lasciarmi attraversare. Credo di essere pronto.
L'opera è alta e io, quale sacerdote laico, metto a disposizione del mio rito tutta la mia fede in esso.
Confidando intimamente nell'amore e nel sostegno di Dio.
Ci potremo vedere, per cominciare, a Salerno, Sala Pasolini, il 6 e 7 aprile. Poi chissà...
Di cose ne sono accadute, e tante. Anche fare una sintesi diviene complicato.
Diciamo che fondamentalmente sono stato preso dalla preparazione di no spettacolo cui tengo molto, "Poeta per Poeta" dove si parla di Divina Commedia letta, vista, analizzata da altri poeti, e che ha avuto una sua replica a Torino. E ora me ne scendo giù nella mia Salerno per preparare un'altra cosa che mi sta a cuore: "Gesù è più forte della camorra", per la regia e l'adattamento di Pasquale De Cristofaro, tratto dall'omonimo e fortunato libro di don Aniello Manganiello e Andrea Manzi che non so più a quale numero di ristampa sia arrivato.
Mentre la prima era una sfida del cuore, intima e delicata, questa sarà una sfida della forza, dell'emozione, del credere, un percorso complicato nel quale conteranno mille cose, oltre la propria esperienza professionale, e probabilmente la cosa più importante sarà proprio il credere, la fede, e se non proprio la fede in Dio (altra cosa intima e a mio avviso difficilmente esplicitabile), almeno la fede nell'uomo e soprattutto nella Parola.
Mi accingo a questo viaggio nel profondo della Parola umana con la consapevolezza della mia pochezza ma con il desiderio di corrompermi per apprendere.
Non avrei mai immaginato di interpretare un sacerdote. E dalle prime letture fatte in solitaria mi è chiaro che non è la più semplice delle situazioni. Cos'è e chi è un uomo che è dedito agli altri non per amore diretto verso di loro ma per amore assoluto verso il Padre, il cui compito pare essere quello di aiutare tutti i figli a tornare ad essere figli. Credo si sbagli quando si pensa a un prete come un banale crocerossino dedito al prossimo. Paradossalmente, un prete ama Dio e non l'uomo. Il suo amore per l'uomo è una conseguenza, uno strano riflesso scambiato per luce originaria.
Nel suo amore per Dio egli opera per il compimento del suo regno sulla terra, e in quest'opera c'è il ricondurre a casa i suoi figli dispersi. Il cuore dell'opera sublime di don Aniello è proprio nelle conversioni di camorristi che è riuscito a far compiere, ma non lo ha fatto per suo piacere o orgoglio, lo ha fatto per amore di Dio. E lo ha fatto usando quello che è il primo strumento della mia professione: la Parola.
Il viaggio sarà complesso, ma ho la netta sensazione che è questo lo strumento da cui devo lasciarmi attraversare. Credo di essere pronto.
L'opera è alta e io, quale sacerdote laico, metto a disposizione del mio rito tutta la mia fede in esso.
Confidando intimamente nell'amore e nel sostegno di Dio.
Ci potremo vedere, per cominciare, a Salerno, Sala Pasolini, il 6 e 7 aprile. Poi chissà...
mercoledì 13 febbraio 2019
Sì TAV - No TAV, L'ERRORE (un rapido pensiero della massaia che è in me)
Scusate, voglio fare una domanda semplice perché la questione è molto complessa e non investe soltanto il problema di completamento o no del corridoio5 col tratto Torino-Lione, ma il sistema di governo. Attenzione, non l'attuale sistema di governo, che è ancora "in embrione" (nella sua (ri)nascita), ma quello radicatosi nella mente della maggioranza dei cittadini negli ultimi 30 anni, per cui non esiste più la mediazione e la ricerca del compromesso ma soltanto il decisionismo.
Il Decisionismo è parte del Facilismo: la gente delega e si sgrava così del problema, non se ne deve più occupare, esattamente come accade in un condominio quando hai segnalato la rottura dell'ascensore all'amministratore, a quel punto il problema DEVE essere risolto da un altro.
Questa concezione della Politica ha allontanato il cittadino dalla Politica stessa, fornendogliene, oltre tutto, una visione distorta: il politico come Amministratore Delegato.
Il meccanismo rende la vita del cittadino più facile (ma non più semplice come si può serenamente osservare), ma ha anche un altro risvolto, negativo: che l'AD può fare come vuole, giustificando e motivando in mille modi, e magari attraverso lo sfruttamento di una sostanziosa rete di relazioni, il proprio operato; in pratica, il politico può anche decidere di farsi i fatti propri. A quel punto, il cittadino che ha delegato, deve mettere in campo un'altra delega, quella alla magistratura, fidando e sperando che quest'altro Potere dello Stato se ne occupi... Ma in qualunque caso, il cittadino è messo in un angolo. E mi, spiace dirlo, per suo "collaborazionismo": è stato lui il primo ad accettare, a volere, a sostenere e invocare un sistema in cui poteva delegare, così da non avere rotture di balle.
In questo sistema ci sono quelli che si oppongono, una minoranza (che però sta divenendo maggioranza) spesso additata come sovversiva, distruttiva e tutta la sequela di epiteti denigratori che ben conoscete.
Ma lasciamo un momento da parte questo schema che è generale e che in realtà investe il mai risolto problema del rapporto tra governabilità e rappresentatività. Voi cosa preferite? Io la rappresentatività. Preferisco infatti che si discuta di più si decida un po' meno ma che alla fine nelle decisioni prese ci siano bene o male assommate le idee della maggioranza dei cittadini. La governabilità, per capirci, è quella delle elezioni dei sindaci in Italia (la legge madre di tutti i disastri), o del presidente in Francia, dove un Macron diviene capo di Stato con il solo 25% dei voti effettivi e decide della vita del 100% senza che almeno un fetentissimo 40% possa mettervi bocca. Potremmo fare mille esempi su questo se guardassimo a come sono governate tutte le nostre città e da tutte le parti politiche, ma lasciamo stare.
Tornando alla domanda semplice iniziale: perché la questione può essere solo declinata nei termini di SìTAV o NoTAV? Perché non ci sono mai state altre opzioni sul tavolo? Perché, ai tempi di un tal Burlando, si decise che si doveva bucare la montagna punto e basta? Perché nessuno ha mai voluto davvero prendere in considerazione le alternative proposte che non avrebbero impedito il compimento dell'opera? Perché ci ritroviamo in questa situazione assurda che ci vede ancora una volta schierati come in Coppi-Bartali, Callas-Tebaldi, MIlan-Inter, Nordisti-Sudisti, Baggio-Del Piero, ecc. ecc. ecc.
C'erano le soluzioni alternative? Ma in nome di cosa non sono mai state considerate? Io credo in nome del primato della GOVERNABILITà, della idea del "ghe pensi mi", del "decido io", ed è questo concetto, fondamentalmente, che si doveva fare ingoiare al popolo, non la giustezza o no dell'opera.
E giunti al punto in cui siamo, anche quei politici "pro-popolo" che sarebbero aperti al dialogo e alla ricerca di altre soluzioni si ritrovano ormai schiacciati nello schema senza possibilità di uscita. A meno che non vogliano trovarla perché la Politica può sempre trovare una giusta soluzione. Ma per farlo deve occuparsi realmente del problema e non dell'uso dello stesso a fini politici. Saranno in grado di farlo? Spero di sì.
Perché la famosa domanda che volevo fare è: ma se una cassetta di zucchine viaggia a una media di 250 km l'ora da Lisbona a Kiev (da LISBONA A KIEV!) sarà proprio tanto grave se in un tratto di una quarantina di chilometri la sua velocità scende a 150?
PS - Se la Lega chiederà il referendum su questo tema, andrà a sbattere e potrebbe essere l'inizio del declino. Tutti i territori nei quali per fare 80 km in treno occorrono due ore e mezza, o quelli che ancora hanno binario unico o che non hanno proprio la ferrovia, gli voterebbero contro. La propaganda dell'avversario sarà molto semplice: "la TAV porterà sviluppo dove si fa; gli investimenti della TAV potrebbero essere usati in altro modo". Non è uno scenario complicato da immaginare.
Scendere in piazza con "le madamine" a Torino è stato per gli uomini di Salvini un errore. ZIngaretti, infatti, ha appena dichiarato che alle prossime elezioni il partito dovrebbe candidare persone lontane dalle politica: "per esempio le madamine torinesi". Era fin troppo facile capire che quella era una manifestazione di radical chic e non di gente che prende un fottutissimo regionale tutti i giorni.
Scendere in piazza con "le madamine" a Torino è stato per gli uomini di Salvini un errore. ZIngaretti, infatti, ha appena dichiarato che alle prossime elezioni il partito dovrebbe candidare persone lontane dalle politica: "per esempio le madamine torinesi". Era fin troppo facile capire che quella era una manifestazione di radical chic e non di gente che prende un fottutissimo regionale tutti i giorni.
martedì 22 gennaio 2019
POLITICHE TEATRALI, QUELLI CHE FANNO "I CONVEGNI".

Se c'è una cosa che detesto è fare il profeta. A questo Paese bastano le lagne di Celentano perché vi si aggiungano le mie.
In un post precedente vi avevo o non avevo avvertito che sarebbe cominciata una sarabanda di convegni nei quali persone di varia estrazione professionale ma certamente non teatrale e soprattutto NON TEATRANTI avrebbero aperto discussioni, dibattiti, conferenze il cui unico scopo recondito non sarebbe stato quello di parlare della condizione dei lavoratori (passo primario e principe per potere parlare di attività culturali), ma quello di accreditarsi come credibili interlocutori presso una classe politica che nulla sa di teatro e teatranti?
In un post precedente vi avevo o non avevo avvertito che sarebbe cominciata una sarabanda di convegni nei quali persone di varia estrazione professionale ma certamente non teatrale e soprattutto NON TEATRANTI avrebbero aperto discussioni, dibattiti, conferenze il cui unico scopo recondito non sarebbe stato quello di parlare della condizione dei lavoratori (passo primario e principe per potere parlare di attività culturali), ma quello di accreditarsi come credibili interlocutori presso una classe politica che nulla sa di teatro e teatranti?
Questo di cui vedete la pubblicità nella foto sarà anche un ampio e importante dibattito, di larga durata e con tanti sponsor, con un bel sito ad annunciare l'evento e un solerte ufficio stampa, ma dalla ricerca rapida che ho potuto effettuare, l'elenco dei relatori non contiene il nome di un solo teatrante, attore, regista o tecnico.
Se lo credete opportuno, rifate la ricerca e ditemi se ho sbagliato. Sono giornalisti, critici, professori, studiosi di vario genere...
Se lo credete opportuno, rifate la ricerca e ditemi se ho sbagliato. Sono giornalisti, critici, professori, studiosi di vario genere...
NESSUN TEATRANTE!
Eppure costoro parleranno del vostro futuro, e voi, cari i miei colleghi Lavoratori dello Spettacolo, sarete relegati al ruolo di spettatori, e forse vi sarà concesso di fare qualche domanda.
CARI COLLEGHI LAVORATORI DELLO SPETTACOLO, ve lo dico semplicemente: per relazionarsi con le istituzioni ci vuole almeno una forma mentis istituzionale. Non voglio dire che dobbiate fare per forza una Associazione dei Professionisti anche se sarebbe la cosa più sana, ma invece di andare a questo o ad altri convegni dove nessuno di voi potrà parlare, organizzatelo voi un convegno.
Io, purtroppo, non sono più a Roma, città che - come diceva la dolce Lara Pasquinelli - ci ha letteralmente cacciati ("Ci stanno cacciando, Alfonso" ripeteva Lara prima di morire a 45 anni perché il cuore le ha ceduto, e un cuore non cede solo per malattia, ma per solitudine, per mancanza di lavoro, di prospettive, di vita, di affetto... ); ormai vivo in un vero e proprio angolo d'Italia, dove vorrei che accadessero più cose, ma... lasciamo stare.
Io, purtroppo - dicevo - non posso essere in loco a darvi una mano, ma se posso aiutarvi a fermarvi e a riflettere con queste poche righe, beh, lo faccio molto volentieri.
Io, purtroppo, non sono più a Roma, città che - come diceva la dolce Lara Pasquinelli - ci ha letteralmente cacciati ("Ci stanno cacciando, Alfonso" ripeteva Lara prima di morire a 45 anni perché il cuore le ha ceduto, e un cuore non cede solo per malattia, ma per solitudine, per mancanza di lavoro, di prospettive, di vita, di affetto... ); ormai vivo in un vero e proprio angolo d'Italia, dove vorrei che accadessero più cose, ma... lasciamo stare.
Io, purtroppo - dicevo - non posso essere in loco a darvi una mano, ma se posso aiutarvi a fermarvi e a riflettere con queste poche righe, beh, lo faccio molto volentieri.
Voi, però, riflettete, vi prego. Ma soprattutto, fate sì che le vostre azioni siano conseguenziali ai pensieri. Tanto, già morite di fame, ma se pure mandate affanculo qualche "potente" (o sedicente tale) di più, ma cosa pensate che cambierà nella vostra vita professionale? Sappiatelo, sarà la stessa merda di sempre.
Non potrò mai dimenticare un importantissimo professore, studioso di teatro, di questo angolo d'Italia in cui vivo, che alla mia domanda su se conoscesse le riforme Franceschini e per esempio il "problema 35 anni", mi guardò perplesso e ammise di no, di non sapere nulla. Eppure è ritenuto uno dei massimi esperti di Teatro in Italia, ma della vita del Teatro sapeva letteralmente nulla. Gli dovetti spiegare e rimase di stucco.
Ecco, sappiate che è questa la gente che, se non interverremo, domani si siederà ai tavoli istituzionali per decidere del futuro dei lavoratori italiani dello spettacolo.
mercoledì 16 gennaio 2019
PROSA, MA A COSA SERVE LA SOVVENZIONE STATALE? (uscire dalla logica de "La Chiuuultuuraaaaa -wooow")
Mi asterrò da un discorso lungo e complicato, per quanto l'argomento sia complesso.
Ho appuntamento col mio tributarista, causa simpatiche cartelle esattoriali annullate quattro anni fa dal giudice e ancora risultanti nel mio... credo che si chiami "estratto di ruolo", o forse sbaglio... insomma nella mia scheda tasse. Permetterete che mi roda un po'!
Prima di andare, però, ho promesso a un caro amico che avrei messo nero su bianco il mio pensiero sul FUS, il Fondo Unico per lo Spettacolo, o più semplicemente le sovvenzioni statali a sostegno della Cultura.
Ecco, già qui c'è da fare il primo chiarimento e si spererebbe che una volta per tutte spariscano certe locuzioni che sono mistificatorie, mistificanti, fuorvianti e soprattutto che si prestano a speculazioni di parte.
Quindi ripetete con me:
Lo Stato non sovvenziona LA CULTURA ma LE ATTIVITA' CULTURALI
Lo Stato non sovvenziona LA CULTURA ma LE ATTIVITA' CULTURALI
Lo Stato non sovvenziona LA CULTURA ma LE ATTIVITA' CULTURALI
Lo Stato non sovvenziona LA CULTURA ma LE ATTIVITA' CULTURALI
Lo Stato non sovvenziona LA CULTURA ma LE ATTIVITA' CULTURALI
Cambia? Hai voglia se cambia!, è proprio tutta un'altra cosa. Per un semplicissimo principio: solo un cretino può pensare di produrre un capolavoro, di fare cultura, di produrre Arte.
Le persone serie, fanno quotidianamente il proprio lavoro, quello per cui si sentono portati, che sentono di svolgere bene, e lo fanno con piena coscienza e dedizione. Poi - DOPO! - a un certo punto, qualcuno o qualcosa ci dice che è stato prodotto un capolavoro, che si è fatta dell'Arte.
L'Arte è in qualche modo qualcosa che ci sfugge di mano...
In quest'ottica, dove il principale valore è il lavoro, la cultura non è altro che l'esercizio del lavoro stesso, l'esercizio professionale e quotidiano, tramandato di mano in mano nel tempo, con tutte le sue naturali evoluzioni ma che procede su di un percorso netto e soprattutto lineare non ostante tutte le normali digressioni che può conoscere.
Il concetto che lo Stato deve sovvenzionare la Cultura è ormai divenuto funzionale a una serie di attività che con la scusa della "produzione culturale", quindi in un'ottica di intellettualizzazione del processo creativo, drena risorse al sistema a vantaggio di pochi e a scapito dei molti. Per far ciò necessita un meccanismo che valorizzi, supporti e propagandi il tutto, in un processo che autoalimenta se stesso e i suoi adepti.
In questa visione il FUS è letteralmente sprecato poiché non assolve alla sua vera funzione, cioè non assolve a quello che è il vero compito dello Stato: proteggere il lavoratore.
D'altronde, il tanto sempre citato art. 9 della Costituzione dice:
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Ora: sorvoliamo per un attimo sul fatto che il FUS sostiene tante diverse attività e restiamo per un momento sul mio capo, quello del teatro di Prosa, chiedendoci:
A COSA SERVE DAVVERO LA SOVVENZIONE STATALE?
Si dice, in maniera sommaria, a ricoprire le perdite.
Dato che praticamente ogni anno i produttori chiedono di accedere al FUS (parliamo di "Privato", perché è evidente che il "Pubblico" deve per forza accedervi), c'è da immaginare che siano sempre in perdita; ma è immaginabile che una impresa sia continuamente in perdita? Evidentemente no, sarebbe una azienda malata.
Ma a parte il fatto che, almeno un tempo, quando si lavorava!, le Compagnie NON erano sempre in perdita, il sostegno dello Stato aveva un valore fondamentale per la qualità degli allestimenti, ma soprattutto per la tutela dei Lavoratori dello Spettacolo.
Il valore della Sovvenzione statale è questo: proteggere i lavoratori e in questo modo promuovere lo sviluppo delle attività culturali, che in quanto tali possono solo essere professionali.
Il problema cui siamo oggi di fronte è: può uno Stato che ha ceduto la propria sovranità monetaria, e quindi la possibilità di decidere della propria politica economica, e quindi, banalmente, decidere quanti soldi investire qui e quanti lì... sovvenzionare adeguatamente il nostro comparto?
Evidentemente no.
E inoltre può farlo in un sistema dove le crisi, non potendo essere scaricate sulla moneta, devono per forza essere scaricate sui salari?
Evidentemente no.
Pensate non riguardi la Prosa? E invece riguarda anche la Prosa.
Nel corso degli ultimi anni, tutti noi scritturati sappiamo che i tagli fatti al comparto delle attività culturali si sono tramutati in paghe più basse, molto banalmente.
I produttori, sia privati che pubblici, per sopravvivere, hanno semplicemente scaricato sui lavoratori le loro difficoltà, mettendo in scena commedie con meno personaggi (anche qui molto banalmente) e abbassando le paghe (sempre banalmente).
Ditemi che non vi risulta!
E per le stesse produzioni, meno soldi in giro, patti di stabilità, restrizioni di sovvenzioni regionali e comuncali, hanno significato meno Comuni che fanno stagioni teatrali, pagamenti con tempi indecenti (anche questi banalmente scaricati sui lavoratori che attendono anni), tournée decisamente più brevi, talvolta inesistenti...
E in questo sistema, dove le risorse si sbriciolano sempre più, la lotta tra lavoratori, tra comparti, tra dipendenti amministrativi e personale artistico, tra sindacalizzati e non, senza contare la pletora di "intellettuali" che in nome della chiultura vegetano sulle spalle di tutti gli altri, si fa sempre più accesa, sviluppa sempre maggior odio e insofferenza. A me non pare così difficile da capire: dieci ossi per dieci cani significa un osso a testa, tre per dieci cani vuol dire che qualcuno digiuna.
Mi si dirà: allora hanno ragione coloro che chiedono più fondi?!
Certo che hanno ragione, ma dipende per farci cosa e con quale filosofia. Se stiamo ancora a "la chiulturaaa", siamo totalmente fuori strada.
Mi si dirà che qualcuno disse: "Con la cultura non si mangia"?!
Vero, ma il citare questa frase è solo un modo per scaricare su una sola parte politica le responsabilità e assolverne l'altra che a quel punto può continuare a invocare fondi per il proprio progetto di dominio culturale.
Tutta questa roba va consegnata alla Storia perché semplicemente non si ripeta più.
Quello a cui oggi si deve pensare è come sbloccare il Paese nel suo complesso, smettendo di vivere di ELEMOSINE, smettendo di pensare che qualche "animale sia più uguale degli altri", anzi mettendo nell'angolo chi solo si azzarda a pensarlo.
Se il comparto Prosa nel suo complesso continuerà a bersi la favola della Cultura, come ho già avuto modo di scrivere si avvererà la "profezia" di Tremonti.
Perché forse un filo di verità nel fatto che con la Chiultura non si mangia c'è, o per lo meno non ci mangiano tutti.
Con il Lavoro sicuramente sì!
Ho appuntamento col mio tributarista, causa simpatiche cartelle esattoriali annullate quattro anni fa dal giudice e ancora risultanti nel mio... credo che si chiami "estratto di ruolo", o forse sbaglio... insomma nella mia scheda tasse. Permetterete che mi roda un po'!
Prima di andare, però, ho promesso a un caro amico che avrei messo nero su bianco il mio pensiero sul FUS, il Fondo Unico per lo Spettacolo, o più semplicemente le sovvenzioni statali a sostegno della Cultura.
Ecco, già qui c'è da fare il primo chiarimento e si spererebbe che una volta per tutte spariscano certe locuzioni che sono mistificatorie, mistificanti, fuorvianti e soprattutto che si prestano a speculazioni di parte.
Quindi ripetete con me:
Lo Stato non sovvenziona LA CULTURA ma LE ATTIVITA' CULTURALI
Lo Stato non sovvenziona LA CULTURA ma LE ATTIVITA' CULTURALI
Lo Stato non sovvenziona LA CULTURA ma LE ATTIVITA' CULTURALI
Lo Stato non sovvenziona LA CULTURA ma LE ATTIVITA' CULTURALI
Lo Stato non sovvenziona LA CULTURA ma LE ATTIVITA' CULTURALI
Cambia? Hai voglia se cambia!, è proprio tutta un'altra cosa. Per un semplicissimo principio: solo un cretino può pensare di produrre un capolavoro, di fare cultura, di produrre Arte.
Le persone serie, fanno quotidianamente il proprio lavoro, quello per cui si sentono portati, che sentono di svolgere bene, e lo fanno con piena coscienza e dedizione. Poi - DOPO! - a un certo punto, qualcuno o qualcosa ci dice che è stato prodotto un capolavoro, che si è fatta dell'Arte.
L'Arte è in qualche modo qualcosa che ci sfugge di mano...
In quest'ottica, dove il principale valore è il lavoro, la cultura non è altro che l'esercizio del lavoro stesso, l'esercizio professionale e quotidiano, tramandato di mano in mano nel tempo, con tutte le sue naturali evoluzioni ma che procede su di un percorso netto e soprattutto lineare non ostante tutte le normali digressioni che può conoscere.
Il concetto che lo Stato deve sovvenzionare la Cultura è ormai divenuto funzionale a una serie di attività che con la scusa della "produzione culturale", quindi in un'ottica di intellettualizzazione del processo creativo, drena risorse al sistema a vantaggio di pochi e a scapito dei molti. Per far ciò necessita un meccanismo che valorizzi, supporti e propagandi il tutto, in un processo che autoalimenta se stesso e i suoi adepti.
In questa visione il FUS è letteralmente sprecato poiché non assolve alla sua vera funzione, cioè non assolve a quello che è il vero compito dello Stato: proteggere il lavoratore.
D'altronde, il tanto sempre citato art. 9 della Costituzione dice:
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Si parla di "sviluppo della cultura" - associato sempre, anche nell'art 33. all'attività scientifica, e questo è un altro punto su cui si dovrà riflettere - e nel termine cultura sarà compreso tutto, anche come si fa una pizza, o solo quello che alcuni decidono sia arte e cultura? Questo perché la Costituente aveva chiaro un semplice concetto: da dove arriverà il capolavoro o la novità scientifica rivoluzionaria non si sa, lo Stato deve fare in modo che arte e scienza arrivino sempre al maggior numero di persone possibili, sia come fruitori che come operatori attivi, e basta.
Chi si arroga il diritto di dire che una cosa è Cultura e l'altra no, tradisce il dettato costituzionale.
E se promuovi "lo sviluppo" non puoi innanzi tutto non proteggere i lavoratori che di quello sviluppo si occupano.
Ora: sorvoliamo per un attimo sul fatto che il FUS sostiene tante diverse attività e restiamo per un momento sul mio capo, quello del teatro di Prosa, chiedendoci:
A COSA SERVE DAVVERO LA SOVVENZIONE STATALE?
Si dice, in maniera sommaria, a ricoprire le perdite.
Dato che praticamente ogni anno i produttori chiedono di accedere al FUS (parliamo di "Privato", perché è evidente che il "Pubblico" deve per forza accedervi), c'è da immaginare che siano sempre in perdita; ma è immaginabile che una impresa sia continuamente in perdita? Evidentemente no, sarebbe una azienda malata.
Ma a parte il fatto che, almeno un tempo, quando si lavorava!, le Compagnie NON erano sempre in perdita, il sostegno dello Stato aveva un valore fondamentale per la qualità degli allestimenti, ma soprattutto per la tutela dei Lavoratori dello Spettacolo.
Provo a spiegarlo con
un esempio: un regista chiede all’impresa, dopo aver scelto dei bravissimi
protagonisti, di scritturare per un ruolo non principale un attore non di grido
ma molto bravo, così da “mantenere uniforme” la qualità dell’allestimento;
questo attore, avendo professionalità e esperienza, ha un certo costo;
l’impresa, però, preferirebbe un altro attore, un po’ meno bravo, magari un po’
più giovane e dal costo più abbordabile. A questo punto il produttore fa le proprie
valutazioni: se sa che a fronte di una perdita potrà contare sul sostegno dello
Stato, sarà sicuramente più disponibile verso la richiesta del regista; in caso
contrario evidentemente no, cosa che creerà una serie di problemi. Innanzi
tutto alla qualità dello spettacolo (perché io sto facendo l’esempio solo su un
singolo attore, ma dovete immaginare che il meccanismo va a replicarsi su ogni
comparto dell’allestimento), ma soprattutto sul conflitto interno al “corpo dei
lavoratori” che verrà automaticamente a crearsi: perché “l’attore più bravo”,
escluso per motivi economici, in una successiva occasione sarà costretto a
rivedere al ribasso il proprio compenso; ma per restare in corsa, lo stesso
dovrà fare “l’attore meno bravo”, e così via… Si sa bene dove porta questo
giochino e non credo si debba aggiungere altro per comprendere quanto può
essere importante la rete di protezione offerta dallo Stato, cioè dai
lavoratori stessi a tutti gli altri lavoratori: perché di deflazione salariale in deflazione salariale i vincenti possono solo essere i dilettanti.
Il valore della Sovvenzione statale è questo: proteggere i lavoratori e in questo modo promuovere lo sviluppo delle attività culturali, che in quanto tali possono solo essere professionali.
Il problema cui siamo oggi di fronte è: può uno Stato che ha ceduto la propria sovranità monetaria, e quindi la possibilità di decidere della propria politica economica, e quindi, banalmente, decidere quanti soldi investire qui e quanti lì... sovvenzionare adeguatamente il nostro comparto?
Evidentemente no.
E inoltre può farlo in un sistema dove le crisi, non potendo essere scaricate sulla moneta, devono per forza essere scaricate sui salari?
Evidentemente no.
Pensate non riguardi la Prosa? E invece riguarda anche la Prosa.
Nel corso degli ultimi anni, tutti noi scritturati sappiamo che i tagli fatti al comparto delle attività culturali si sono tramutati in paghe più basse, molto banalmente.
I produttori, sia privati che pubblici, per sopravvivere, hanno semplicemente scaricato sui lavoratori le loro difficoltà, mettendo in scena commedie con meno personaggi (anche qui molto banalmente) e abbassando le paghe (sempre banalmente).
Ditemi che non vi risulta!
E per le stesse produzioni, meno soldi in giro, patti di stabilità, restrizioni di sovvenzioni regionali e comuncali, hanno significato meno Comuni che fanno stagioni teatrali, pagamenti con tempi indecenti (anche questi banalmente scaricati sui lavoratori che attendono anni), tournée decisamente più brevi, talvolta inesistenti...
E in questo sistema, dove le risorse si sbriciolano sempre più, la lotta tra lavoratori, tra comparti, tra dipendenti amministrativi e personale artistico, tra sindacalizzati e non, senza contare la pletora di "intellettuali" che in nome della chiultura vegetano sulle spalle di tutti gli altri, si fa sempre più accesa, sviluppa sempre maggior odio e insofferenza. A me non pare così difficile da capire: dieci ossi per dieci cani significa un osso a testa, tre per dieci cani vuol dire che qualcuno digiuna.
Mi si dirà: allora hanno ragione coloro che chiedono più fondi?!
Certo che hanno ragione, ma dipende per farci cosa e con quale filosofia. Se stiamo ancora a "la chiulturaaa", siamo totalmente fuori strada.
Mi si dirà che qualcuno disse: "Con la cultura non si mangia"?!
Vero, ma il citare questa frase è solo un modo per scaricare su una sola parte politica le responsabilità e assolverne l'altra che a quel punto può continuare a invocare fondi per il proprio progetto di dominio culturale.
Tutta questa roba va consegnata alla Storia perché semplicemente non si ripeta più.
Quello a cui oggi si deve pensare è come sbloccare il Paese nel suo complesso, smettendo di vivere di ELEMOSINE, smettendo di pensare che qualche "animale sia più uguale degli altri", anzi mettendo nell'angolo chi solo si azzarda a pensarlo.
Se il comparto Prosa nel suo complesso continuerà a bersi la favola della Cultura, come ho già avuto modo di scrivere si avvererà la "profezia" di Tremonti.
Perché forse un filo di verità nel fatto che con la Chiultura non si mangia c'è, o per lo meno non ci mangiano tutti.
Con il Lavoro sicuramente sì!
lunedì 14 gennaio 2019
IN SOFFITTA IL CODICE DELLO SPETTACOLO: "CHE FARE?" (oltre a brindare?)
Mi dicono dalla
regia che oggi, 14 gennaio, alle h 18,00 al Laboratorio Formentini in Milano, si terrà un convegno sulla situazione teatrale italiana. Ancor meglio: tema della
convention sarà il “che fare?” dopo che la famigerata legge Franceschini è
stata praticamente mandata in soffitta dall’attuale governo.
In sintesi: la
legge Franceschini, denominata Codice dello Spettacolo, di cui qui abbiamo parlato, entrata in vigore il 27/12/2017, avrebbe visto la sua piena attuazione con
la stesura dei decreti attuativi, stabilita per fine dicembre 2018.
In un
primo momento, il ministro Bonisoli intendeva prorogare la data per i decreti
(era giunto da poco), poi, pare, in consiglio dei ministri si è semplicemente
deciso di lasciar cadere onde procedere alla formulazione di una nuova
normativa.
Apriti cielo! Settore in agitazione: il teatro è stato ancora una volta abbandonato a sestesso! Pare sia particolarmente addolorata, poi, la componente sindacale di categoria, la
quale si era decisamente spesa nella costruzione di un nuovo Contratto
Collettivo Nazionale di Lavoro che sarebbe dovuto andare di pari passo con la
nuova legge, ma che, a mio avviso, più che proteggere il lavoratore si
preoccupava di inseguire e assecondare il Codice dello Spettacolo.
Avrei voluto rendervi partecipe di tale dolore con l'apposito link, ma pare proprio che il post sia stato cancellato...
Avrei voluto rendervi partecipe di tale dolore con l'apposito link, ma pare proprio che il post sia stato cancellato...
Ma detto francamente, non mi
interessa chi sia pro e chi sia contro il governo, e men che meno che l’attuale
componente sindacale, in particolare CGIL, pianga.
Le riforme fatte
negli ultimi sette anni hanno dato i loro frutti: il disastro.
Dal mio punto di vista, quindi, se questa legge Franceschini – che tanto e tanti di noi hanno criticato, altro che: "L’approvazione della legge, nell’autunno 2017, era stata salutata con giubilo dall’intero settore." come dice l'articolo di A-Teatro.it - è finita in soffitta, non può che essere un bene, altrimenti erano assurde le nostre critiche di prima. È come se qualcuno ti colpisse ripetutamente con uno scudiscio, e poi tu urli allo scandalo perché lo scudiscio è stato rubato.
Dal mio punto di vista, quindi, se questa legge Franceschini – che tanto e tanti di noi hanno criticato, altro che: "L’approvazione della legge, nell’autunno 2017, era stata salutata con giubilo dall’intero settore." come dice l'articolo di A-Teatro.it - è finita in soffitta, non può che essere un bene, altrimenti erano assurde le nostre critiche di prima. È come se qualcuno ti colpisse ripetutamente con uno scudiscio, e poi tu urli allo scandalo perché lo scudiscio è stato rubato.
Uno dei movimenti
più importanti nati negli ultimi anni, spontaneamente, a tutela dei
lavoratori dello spettacolo e senza appartenenza politica, FACCIAMOLACONTA, ha
di recente ottenuto una audizione in Commissione Cultura al Senato, dove si sono
potute esporre proprio tutte le perplessità della categoria riguardo a queste
riforme.
Fortunatamente, ho
sentito solo pochissimi appartenenti al gruppo dolersi per la non attuazione
del Codice. Mi sarebbe piaciuto che si festeggiasse “lo scampato pericolo”, ma
i miei desideri possono solo essere miei, e così sia.
Capisco bene che
ora ci si chieda cosa fare, da dove ripartire, come interloquire con la nuova
componente governativa, e soprattutto in quale direzione deve andare il Teatro
Italiano.
È palese che con
Governo e Parlamento sia possibile interloquire, l’audizione in Commissione lo
dimostra. Non dimentichiamo, inoltre, che un nostro collega, Nicola Acunzo è non solo deputato delle Repubblica, ma in Commissione Cultura alla Camera. Se
non è un buon primo terminale lui, proprio non so chi possa esserlo. Dunque,
si può e si potrà lavorare.
Il vero problema è:
cosa vogliono i teatranti?
Ma prima ancora:
chi sono i teatranti?
E ancor prima: chi parla per loro?
Proprio la presenza
di un Acunzo in Parlamento dovrebbe aiutarci a mettere un punto fermo:
chi sarà interpellato per parlare di teatro, di attori, di lavoratori dello
spettacolo, dei problemi del settore e di una intera categoria?
Perché se ancora
una volta dovremo vedere ai tavoli persone che non hanno la minima consuetudine
con il lavoro di palcoscenico, saremo punto e a capo.
Intendo professori
universitari, amministrativi, critici teatrali, scrittori di vario genere,
intellettuali non meglio identificati, sindacalisti di dubbia provenienza, e
forse, ma proprio forse, alla fine della fila, qualche regista.
Se così sarà, vi
dico subito cosa accadrà: questa massa informe di soggetti che ruotano intorno
al sudore degli attori e dei tecnici, si porrà come controparte al fine di
preservare le proprie posizioni di rendita a scapito proprio di attori e
tecnici.
Il Codice dello
Spettacolo andava proprio in tale direzione: “liberalizzare” il mercato
lavorativo fino ad aprire al dilettantismo (perché qui piangiamo, ma poi le cose serie le dimentichiamo! Come "la questione 35 anni" che la riforma Franceschini ha introdotto!!!), in modo da convogliare i pochi
fondi a disposizione sulla massa burocratico-amministrativa, togliendoli dal
palcoscenico.
Capisco, dunque,
l’agitazione, la perplessità e la preoccupazione del complesso “intellettuale burocratico amministrativo” (che nemmeno dietro le quinte si muove perché non saprebbe muovercisi): “in quale direzione si andrà?”.
Attenzione, perché è anche possibile che si indìcano e si pubblicizzino
convegni, proprio per mostrarsi quali interlocutori autorevoli e credibili. Non
dico che sia il caso della riunione di oggi a Milano, ma in futuro ciò potrà
accadere.
Per questo è
necessaria, da parte di tutti i lavoratori dello spettacolo, una accorta
vigilanza e una giusta pressione su chi di noi è dentro le istituzioni. Forse
abbiamo davanti a noi, per la prima volta, l’occasione per non farci fregare. E
i movimenti spontanei di attori hanno fino ad oggi fatto un buon lavoro: su questi chi è in Parlamento potrà contare.
Voglio concludere
con un piccolo aneddoto: sono stato poco tempo fa a vedere e a trovare la mia cara amica
Mascia Musy che era in scena con un bello spettacolo “Callas Master Class”.
Al
termine, con la mia compagna siamo andati a salutarla in camerino e, come sempre
accade, mentre lei si struccava, abbiamo un po’ chiacchierato. Tempo un quarto
d’ora, il custode del teatro è venuto a bussare per segnalare che tutti erano
andati via e che lui doveva chiudere!
Ecco, a me piacerebbe che un direttore di teatro, appoggiato da un sindacalista, spiegasse
a quel custode che se lui ha un posto di lavoro è proprio perché ci sono quegli
attori che vanno sul palcoscenico, altrimenti il teatro lo chiudono. Semplice.
E se esiste una
consuetudine teatrale, secolare, per la quale ci si intrattiene un po’ dopo lo
spettacolo questa consuetudine va rispettata e non scavalcata perché il custode
è stufo e deve tornare a casa a bere la sua tazza di latte caldo con i
biscotti.
E se il custode
dovesse ricorrere al sindacato, mi piacerebbe che il sindacato gli desse torto,
almeno entro certi limiti di prolungamento dell’orario di lavoro necessario ad assecondare la storia del teatro!
Questa macchina
burocratica, amministrativa, intellettuale, vive e prolifica sulle spalle degli
attori. Vogliamo cominciare a cambiare questa tendenza? Bene: la non
approvazione della legge Franceschini è un primo passo, e un passo felice.
Al centro della vita teatrale italiana paradossalmente non deve nemmeno esserci la Cultura, ma il lavoro, il lavoro di attori e tecnici. Il resto verrà tutto in conseguenza, anche la Cultura.
Al centro della vita teatrale italiana paradossalmente non deve nemmeno esserci la Cultura, ma il lavoro, il lavoro di attori e tecnici. Il resto verrà tutto in conseguenza, anche la Cultura.
Oppure saremo
sempre al punto di partenza.
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