mercoledì 21 settembre 2016

Era la festa di San Matteo.













Oggi a Salerno è San Matteo, è la festa del santo patrono.
Oggi a casa mia è San Matteo.
Casa mia è tutta la città.
La gente uscirà per le strade sin dalla mattina presto come se fosse un giorno normale, ma in cuor loro tutti sanno che non è un giorno normale. Si lavorerà mezza giornata, e qualcuno non andrà proprio al lavoro ma saranno pochi; poi a pranzo ci saranno quei tanti, tantissimi che rispetteranno le tradizioni, e allora sulle tavole imbandite arriveranno gli spaghetti con le vongole, possibilmente le nostre, quelle del nostro mare se ancora se ne trovano, e poi le mezze triglie fritte, e poi la regina delle regine: la milza. Ma la milza come la facciamo noi, cotta affogata nell'aceto, che la sgrassa, e imbottita di prezzemolo aglio e peperoncino che "toglilo il ripieno, ch'è pesante, poi non lo digerisci", "ma è buono...", "Lo so ma è pesante, poi non ti lamentare". E alla fine le paste che ognuno prenderà dal proprio pasticcere di fiducia, ma non potrà mancare la Santa Rosa, la mamma della sfogliatella, grande fragrante, imbottita di crema e con quell'amarena sopra che i bambini si contenderanno.
Sono giorni, io lo so, che si sente avvicinarsi la festa, lo senti nei vicoli, quando l'odore dell'aceto che cuoce la milza si spande per le strade, ed è un profumo che ti inebria, leggero e forte insieme, aspro e dolce come la città. E ti fermi, a annusare per strada, un profumo che sai essere solo tuo, solo della tua città, questo è sicuro. Perché i palermitani la friggono la milza, magari nella sugna, solo noi la facciamo così. Solo noi.


Poi faremo un riposino, perché il pranzo è stato sostanzioso. Ma non rilassarti del tutto, perché oggi pomeriggio si scende, si va verso il cento ché bisogna andare a vedere la processione, bisogna andare a salutare il santo. Il santo e gli altri quattro santi che lo accompagnano, ché tanto tutti gli anni ci tocca chiedere come si chiamano, ché sempre uno ce lo dimentichiamo o tutti e quattro, ma gli vogliamo bene lo stesso perché sono i santi che stanno col nostro santo. Però non lo so se ci andiamo in centro, mica mi va di prendermi tutta quella confusione e quella ressa di gente, che poi la processione passa e finisce che non si vede niente, i bambini piangono, il parcheggio non si trova, "Nina, torniamo a casa", "E aspe', fammi vedere un altro poco", "Ma che vuoi vedere che qua non si respira; Nina, 'a criatura sta chiagnenno", " E aspe'..."
Passa la processione, il vescovo, canti, saluti, benedizioni... poi ce ne torniamo a casa, ma io stasera non ceno, tengo ancora la pasta sullo stomaco. La pasta? Tu ti sei mangiato due Santa Rosa intere da solo che hai fatto schifo e mo' la colpa è della pasta che davvero ne ho fatta poca poca? Noo, ma che dici, quella è la pasta...
E piano piano tutto torna normale.


Ma non del tutto, un ultimo brivido resta, ed è per i più ostinati. la mezzanotte, i fuochi a mare.
Restiamo in giro e aspettiamo, o andiamo a casa e poi scendiamo a vedere, tanto il golfo è grande, aperto, bello, liscio come una mezza luna, e per vedere i fuochi ci possiamo mettere dove vogliamo basta che stiamo vicini al mare che quelli si vedono anche dall'altro capo della città...
Io la patente l'avevo presa da poco, e papà mi chiese se lo accompagnavo a Brindisi, perché era di servizio per la partita. Non ricordo chi giocasse col Brindisi, ma non era la Salernitana, altrimenti me lo ricorderei, forse era la Nocerina, o la Cavese. Ma comunque sia lui era di servizio. Ed era domenica. Fu la prima volta che andai oltre Bari. E scoprii la superstrada che scende sul lato oriente delle Puglie. Mi sembrò una strada da far west, dritta dritta, in mezzo alla natura selvaggia, con le case che apparivano di tanto in tanto ai lati della strada come nei film di John  Wayne.
La partita finì con un pareggio, questo lo ricordo, papà scrisse il pezzo, telefonò al giornale per dettarlo, poi ripartimmo.


Quasi arrivati a Salerno, mi disse di non prendere per il centro che chissà che confusione c'era. Ah, già, è vero, pensai, è San Matteo. "Vai per dietro - mi disse papà - su per il Masso della Signora" una collina che guarda centralmente la città.
A un certo punto un botto. "I fuochi!" esclamò papà. "Aspe', aspe', fermati!".
Accostammo, e scendemmo dall'auto.
Eravamo in una posizione da principi: in alto, la città ai nostri piedi, il mare perfettamente di fronte, e nessuno, proprio nessuno intorno a noi. Eravamo soli.
Guardammo i fuochi in silenzio, come due bimbi che guardano il prestigiatore. Verso la fine papà urlò: " 'O colpo scuro, 'o colpo scuro!": invocava il gran botto finale, solo rumore, niente luce, solo rumore. E in tempo perfetto, il botto arrivò. Era finita.
"Bene - commentò - ci siamo visti pure i fuochi, meno male, ce simme fatte San Matteo, possiamo andare".
Pochi minuti, e fummo a casa, anche se lo eravamo già.

Oggi a casa mia è San Matteo, la festa del santo patrono.
Immagino quel che succederà, e non voglio sapere altro. Il tempo cambia luoghi e persone. E io immagino, e resto lontano.
Forse è meglio.
A mezzanotte dormirò: voglio sognarmi i fuochi, visti da sopra 'O masso d''a signora cu papà.
Po' ce ne turnammo a' casa. E ch' 'a Maronna c'accumpagne...
















domenica 11 settembre 2016

ANDARE A BOTTEGA: TORNARE ALL'ANTICO RESTA SEMPRE IL MIGLIOR PROGRESSO.

Trovo stamane su FB, grazie alla cara amica Giorgia Ricagni, storica dell'arte, questo interessantissimo articolo che vi propongo.
La fondamentale domanda da cui si parte è: si può insegnare a essere artisti?
Luoise Bourgeois, raffinata artista contemporanea, dalle cui riflessioni il pezzo, come vedrete prende mossa, sostiene, in un primo momento, che a divenire artisti non si insegna: lo si è o non lo si è.
In un secondo tempo il suo ragionamento si fa più articolato, ammettendo che qualcosa si può insegnare, e sono le metodologie, le tecniche.

Per quanto possa contare, sono pienamente d'accordo. Attori, per stare al mio campo, non si diventa, si nasce, si nasce per una forma di disturbo che a un certo punto ti si inchiavarda dentro e si manifesta ossessivamente. Se lo sei, sarà molto possibile che tu lo sia anche se non eserciti la professione. Altrimenti, come ripeteva sempre il buon Giulio Bosetti: "Posso fare dieci scuole di pittura, ma se non sono un pittore non lo sarò mai". La rabbia di Giulio si sfogava poi, con la domanda chiave: " Perché con il Teatro si pensa, invece, che basti studiare? Se non sei attore non lo sei!".

La "soluzione" che la Bourgeois offre alla fine è decisamente apprezzabile, e anche questa mi era già stata detta da Giorgio Pressburger, segno che gli artisti tutti, in un modo o nell'altro, meditano su questo problema: "Non si può insegnare a recitare, si possono insegnare delle tecniche, e poi ognuno deve fare da sé".

Stravinskj ebbe a dire: "La Sagra mi è passata attraverso".
Io credo proprio che funzioni così: si va a bottega, come un tempo, e si apprende un mestiere, si diviene artigiani; si fa il proprio lavoro quotidianamente, con coscienza e disciplina; poi, un bel giorno, l'arte ti attraversa, e tu nemmeno lo sai. Se è arte lo si scopre dopo, e forse non sei nemmeno tu artista a scoprirlo. I nostri avi avevano già risolto il problema: andiamo a bottega, poi si vedrà. Forse dovremmo ripensare seriamente e serenamente il passato.

Buona lettura.

PERCHÉ NON RIESCO AD AMARE SHAKESPEARE




Ci ho messo più di trent’anni per capirlo, ma finalmente credo di esserci arrivato: perché non riesco a relazionarmi con Shakespeare, con uno dei quattro, cinque più grandi autori teatrali di sempre, esclusi i tre sommi tragici greci?
Quando ero ragazzo, avrò avuto quattordici o quindici anni, non di più, la Rai trasmetteva su una neonata Rai3 un ciclo di opere del Bardo realizzate dalla BBC, ovviamente doppiate in italiano. In perfetto sicrono, la radio mandava l’audio originale inglese. Una operazione intelligente che anticipava le svariate funzioni che oggi possiamo avere con un dvd.
Seguire quelle messe in scena era davvero facile, bastava conoscere la trama, poi abbassavi il volume del televisore e alzavi quello della radio. Così facevo, e godevo, mi ricordo che davvero godevo.
“Giunto in Arte”, il rapporto con Shakespeare si è mortalmente complicato per me: non riuscivo e ancora non riesco a relazionarmi emotivamente con la sua scrittura che trovo ampollosa, prolissa, spesso al limite della noia. I miei favori vanno decisamente ad altri autori, a Cechov per esempio, ma sopra tutto a Pirandello e Goldoni. Perfino il romantico Alfieri si incastra meglio con il mio animo.
Quando mi parlano del Guglielmo, sono solito dire: “Rispetto e riconosco il genio, ma non mi piace”, stessa cosa mi accade con il Mozart operistico.
Potevo fermarmi qui, a questa semplice e lecita constatazione. Ma non sarei quel che sono se non mi fossi perpetuamente sotto sotto chiesto come mai.
Ebbene, credo di avere trovato la risposta.
Sfogliavo ieri il “Sogno di una notte di mezza estate”, opera a mio vedere noiosissima! Nulla mi interessa di fate e elfi e incantesimi e sotterfugi e magie... Tra le parti tradotte in prosa, mi compaiono sotto gli occhi delle parti in versi. Le leggo, e mi torna alla mente un passaggio dei Saggi danteschi di Borges: “Milton è stato paragonato a Dante, ma Milton non ha che una sola musica: è ciò che in inglese si chiama “uno stile sublime”. Quella musica è sempre la stessa al di là delle emozioni dei personaggi. In Dante invece, come in Shakespeare, la musica segue le emozioni. L’intonazione e l’accentazione sono ciò che conta di più”.
Ecco, mi sono detto, il problema è qui. Oggi, come allora, da ragazzo, ascoltare in originale mi affascina, la traduzione mi annoia mortalmente. Perché? Perché è evidente che prima ancora di essere Teatro, Shakespeare è Poesia, e io – non so voi – la poesia tradotta non riesco a leggerla, mi pare sempre di percorrere una strada sconnessa, dove in più punti l’asfalto ha ceduto e devi stare attento a dove metti i piedi invece di camminare senza pensieri, lasciando che il passo vada fluido e leggero. Tu e la strada non riuscite mai a essere uno.
Non conosco l’inglese - se non quelle quattro parole che tutti oggi siamo quasi costretti a masticare - ma l’ascolto dell’originale forse mi fa pienamente percepire che lì c’è una musica, musica che in italiano perde la propria intonazione, la propria accentazione, per quanto il traduttore possa essere bravo. Tradurre poesia vuol dire consentire a un’automobile di camminare, ma dopo averle dovuto togliere un pistone. E dunque può accadere che un senso di noia ti pervada perché senti chiaramente che sempre un passaggio manca al raggiungimento della pienezza.
Le tragedie o le commedie di Shakespeare che riesco a vedere e amare in teatro sono sempre state quelle che avevano un grande attore a muovere il gioco, perché il fascino derivava dall’arte di lui, prima ancora che dal testo. Ma quando lo leggo, il Bardo mi resta lontano, come una meraviglioso dipinto, che un velo posto davanti, o una faro mal piazzato, o un gruppo di turisti idioti quanto la loro guida ti impedisce di cogliere nella sua goduriosa pienezza.

È Poesia, e la poesia non si può tradurre. Non trovo altra spiegazione. 



martedì 2 agosto 2016

IL PAESE CHE NON C'È (lo sport preferito dagli Italiani)



No... perché il tassista è un essere meraviglioso, il tassista ha sempre pronto un argomento di conversazione e propone sempre una opinione per qualsivoglia discussione. Il tassista è una specie di termometro della società, di polso sul quale sentire il battito cardiaco della città innanzi tutto e se occorre del Paese.
Non prendo più tanti taxi causa crisi economica, ma quando mi capita non posso evitare di intavolare la discussione. Se il tassista è un tipo silenzioso comunque cerco di provocarla.
Volete sapere come potrebbero andare le elezioni comunali? Sondate il pensiero del tassista.
Volete sapere cosa ne pensa la gente della politica nazionale? Esplorate il pensiero del tassista.
Volete sapere come va la squadra di calcio locale? indagate il pensiero del tassista.
Attenti a un solo dettaglio che non deve mai spiazzarvi: il tassista, come uomo fisicamente legato a un posto comune, la strada, è regolarmente il coacervo del luogo comune.

E allora, durante uno spostamento in taxi, succede che la chiacchierata finisce sugli italiani, su come siamo fatti, su come sono i torinesi, e poi i veneti, e poi i napoletani, e quindi i siciliani e i milanesi.
La sequela di ovvietà si sprecavano. Non solo da parte del tassista, anche del sottoscritto. Perché cosa può esserci di più bello che sguazzare cinque minuti ogni giorno nel comun pensiero, nei regni dell'ovvio, nella spregiudicatezza della superficialità. È come concedersi l'ultimo tuffo nel mare ad agosto prima di lasciare la spiaggia, come lanciare in bocca una manciata di arachidi prima di cena, come leggere tutti i titoli dei giornali saltando gli articoli... un pezzo di insana leggerezza, il mettersi sulla lunghezza d'onda del becero pensiero comune. Ma anche qui attenti: il pensiero comune, per quanto becero, può sicuramente contenere delle verità, o quel tanto di buon senso da cui non ci si dovrebbe mai distaccare. Perché chi l'ha detto che solo "la cultura" sa! A volte sa molto di più il contadino che guarda la terra nel passare dei giorni, il tassista che carica ogni tipo di cliente dal mattino alla sera, il verduraio che vede arrivarsi le pensionate preoccupate del loro bilancio quotidiano, l'impiegato che sta allo sportello e cerca di capire di cosa ha bisogno il meccanico con la terza elementare...
Qualcuno lo chiama "bagno di umiltà", e fa bene a tutti, sempre. Perché forse il tassista si esprime per luoghi comuni visto che in tutto ha dieci minuti mediamente per parlare con un cliente, ma non escluderei mai che se avesse un paio di ore potrebbe davvero spiegarti come va il mondo.

Dunque la discussione procede, ed arriviamo a una interessante conclusione sia pure nel quarto d'ora che condividiamo: l'Italia non è amata, da nessuno degli Italiani, i quali a loro volta non si amano tra di loro.
E sebbene il tempo sia stato breve, ci siamo dati anche un perché.
Perché questa Italia nessuno l'ha veramente voluta, il popolo non l'ha voluta, non glie n'è mai fregato niente, ci raccontarono che sarebbe stata una gran bella cosa e poi, alla fine, si è rivelata un disastro. Ci raccontarono che ne avremmo tutti avuto vantaggi, e invece i vantaggi sono stati di pochi, sia al Nord che al Sud, e l'odio tra le varie etnie si è alimentato anziché stemperarsi.
Passati 155 anni dall'Unità, i Veneti continuano ad essere sospettosi con i Napoletani, i Napoletani a non digerire i Piemontesi, i Piemontesi a non comprendere i Siciliani, i Siciliani a tenere a distanza i Milanesi.
A questo abbiamo aggiunto un dato: i veri razzisti, in questo nostro Paese, non sono i nordici, come si crede, ma i meridionali. Ma di un razzismo strano, non fatto di senso di superiorità e disprezzo degli altri, ma di distacco, sentimento "di antichità", valore di nobiltà perduta, di grecità, di storia. "Noi siamo. Voi chi siete?" è la domanda mai espressa che sottende ogni pensiero di ogni terrone vero, terrone con il DOCG.

Ma a questo nostro rapido e nettissimo dibattito serviva una controprova, e immediatamente l'abbiamo trovata: lo sport preferito degli italiani, il loro vero tratto comune distintivo, l'unico punto in cui si sentono veramente uniti è... parlare male dell'Italia e degli Italiani!
Sei italiano solo se almeno tre minuti al giorno pensi male del tuo Paese e dei tuoi connazionali. Altrimenti non sei Italiano, non ci sono santi, né poeti, né navigatori che reggano!

La conclusione è stata semplice e chiara: "Noi non ci amiamo; tra di noi, dopo oltre un secolo e mezzo, non ci amiamo, e la verità è che forse ognuno vorrebbe tornarsene a casa propria!".
Il taxi si ferma a destinazione, pago, ci salutiamo sorridendoci sul serio, si capisce. Siamo d'accordo: io, meridionale, e lui, piemontese, in verità non ci amiamo, ma fa così bene alla convivenza saperlo che finalmente ci sentiamo per un attimo vicini. Per un attimo, l'Unità si è compiuta nella "disunità conclamata!".

Resta solo una domanda cui sento di voler rispondere mentre salgo le scale del palazzo dove ho l'appuntamento: come è stato possibile in quindici minuti circa sviluppare tutto questo e con tale chiarezza?
La sola spiegazione che so darmi è che le risposte erano già dentro di noi, da tempo inenarrabile, sopite, silenziose, ma vive e presenti, timidamente accucciate nell'animo e senza il coraggio di venire allo scoperto. Soltanto il fatto che fossero già pronte può spiegare questo rapido inanellarsi di quesiti e soluzioni. Non so trovare altra ragione.
Il tassista lo pensa da tempo, io lo penso da tempo, ci occorreva solo una scintilla casuale per far venire tutto alla luce.

Se verrà fuori un giorno una Politica che voglia davvero fare i conti con questo nostro italico sentimento di diversità conclamata e evidente antipatia reciproca, allora, forse, riuscirà a governare questo Paese... che non c'è.

martedì 26 luglio 2016

MA CHE VOR DI' L'ART. 48 DELLA COSTITUZIONE?

È dal giorno della Brexit che mi domando come si voti e come sia giusto votare. Una riflessione scatenatami dalle mille dichiarazioni, a mio vedere vergognose, di coloro che accusavano gli elettori inglesi di avere espresso il loro parere senza sapere, senza aver compreso e/o, peggio di tutto, senza avere la capacità di comprendere. 
Le accuse le abbiamo sentite tutti, erano pesanti, invasive, spesso con un atteggiamento di superiorità intellettuale disgustoso. 
Ma per quanto disgustose, esse meritavano una riflessione, almeno per avere, un domani, al replicarsi delle ingiurie, una risposta articolata e convincente. 
Ho letto una serie di articoli molto interessanti in proposito, e poi sono andato a riguardarmi l'articolo della nostra meravigliosa (lo voglio dire tre volte e apposta) Costituzione che riguarda proprio la questione "voto". 
È l'art. 48 e dice: 

"Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.
Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge."

La democrazia è una roba faticosa, ma parecchio faticosa, come la libertà.
Faticosa perché presuppone, e ti costringe ad attuare, il rispetto dell'altro nella sua totalità. 

Ed è questo il punto difficile: perché ciascuno di noi sicuramente conosce un certo signor X che reputa decisamente un cretino. Ma "il cretino", miracolo democratico, ha i nostri stessi diritti! Se no è finita, finita proprio nel senso che "l'ebreo non è come gli altri"... e via con simili degenerazioni. 
Quello che però regolarmente ci sfugge è che: io considero il signor X un cretino, ma è molto molto probabile che il signor X consideri me un cretino! Il che, sostanzialmente, annulla le differenze: poiché non si sa da quale punto di vista noi stabiliamo che il signor X è un cretino, e non si sa da quale punto di vista il signor X stabilisce che io sono un cretino. 
C'è poi il problema della informazione, o meglio, come ho sentito dire, "dell'essere bene informati". 
Sulla base di cosa noi stabiliamo che "alcuni non sono bene informati"? Molto probabilmente sulla base delle nostre informazioni. Ma questo deve farci presupporre la possibilità che ci sia sempre qualcuno più informato di noi. Dunque anche noi, per questi "ancor più informati", saremmo "non bene informati" (il che, se ci pensate, può facilmente innescare quella escalation che porta al "tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri"). 
Dopodiché, la cosa più fastidiosa che si sente sempre ripetere è "hanno votato con la pancia, hanno votato con la paura". E qui, credo, non mi nascondo, di cogliere una splendida sfumatura proprio nel nostro art. 48, e che è secondo me il punto che lo rende immenso. 
Mi domando: "Ma perché, la rabbia e la paura, in quanto sentimenti umani, in quanto capacità cognitive e vitali della persona umana, non sono comunque un pezzo del nostro giudizio, del nostro pensiero, e quindi anche del nostro voto? Possiamo noi pensare di escludere un pezzo di noi stessi dal voto, anche se votassimo solo sulla base di quello?". 
Se consideriamo "un pezzo di noi" più importante di altri, facilmente possiamo considerare che ci siano poi persone che sono più importanti di altre. Se "l'intelletto" è più importante della "pancia", allora chi ha solo intelletto è più importante di chi ha "pancia e intelletto" o solo "pancia"? Creare delle gerarchie all'interno di un uomo, non considerandolo più nella sua totalità, vuole dire, automaticamente, per estensione, considerare una società di uomini con delle gerarchie interne dove la totalità della comunità si perde e alcuni divengono più importanti di altri. 
Infine, ho sentito dire, e qui la contraddizione diviene pesante, un boomerang per "coloro che sanno", che qualcuno ha votato senza conoscere le conseguenze. A parte il fatto che coloro che frequentano tale affermazione paiono volontariamente escludere le "conseguenze positive" e soppesare solo le negative (e questo perché l'esito del voto a loro non piace, quindi vendono malamente tutto ciò che non si allinea al loro pensiero), possiamo affermare che: "conoscere le conseguenze" vuol dire far sì che il voto sia influenzato da un timore, da una paura, e quindi si finisce per votare in base a una emozione non più seguendo l'intelletto. Dunque, conoscere le conseguenze è "voto di pancia"!  

Ecco, allora, che il nostro art. 48 diviene straordinario. Perché, credo, quando afferma che il voto è libero, non vuole dire soltanto che il voto deve essere svincolato da qualsiasi condizionamento esterno, ma deve sopra tutto essere libero dentro, libero dentro di te, e deve esserlo in maniera assoluta dentro di te, nella coscienza ancor prima che nelle relazioni esterneIl voto libero è l'uomo libero

La colpa, cari censori del voto altrui, inaciditi dal non vedere vittoriose le vostre idee, e dal non accettare la libera espressione che una democrazia, nel suo essere faticosa, comporta, non è di chi vota libera-mente, ma di chi non ha saputo spiegare, convincere, far nascere un diverso sentimento. Evidentemente non avete saputo far prevalere le vostre ragioni, espresse sia con la testa che con il cuore. Non avrete saputo parlare né all'intelletto né alla pancia. Perché questa è la sola arma possibile in democrazia: convincere. E di una vostra incapacità, volete incolpare il popolo? Mai cosa peggiore poté fare chi si pensò democratico. 

Di referendum in referendum, a quello italiano sulla riforma costituzionale io voterò nettamente NO. Se vincerà il Sì, la colpa sarà solo mia che non avrò saputo fare amare e comprendere le mie ragioni. Ingoierò l'amaro boccone in silenzio. E il popolo avrà sempre ragione. Altrimenti è finita. 
A meno che non vogliate proprio questo, voi: che la democrazia sia finita. 

venerdì 15 luglio 2016

NIZZA. NESSUNA EMOZIONE.

Nizza. Strage. 84 morti. Tra questi dieci bambini. Altri sono feriti in ospedale, molti in gravi condizioni.
Non c'è da fare cronaca (se vi serve, cliccate sul link). I fatti li conoscete ormai tutti. È da stanotte che i tg ci bombardano con notizie, affermazioni, smentite, opinioni e tutte le solite tiritere da buonismo di Stato che ormai conosciamo a memoria. Potremmo scriverli noi i testi dei talk show.

Il problema, per me, da quando stamane alle 6,45 ho sentito la notizia al telegiornale, è che non provo più alcun sentimento. In altri casi avrei sentito in me rabbia, dolore, costernazione, stupore... e invece, da stamattina, sono assolutamente indifferente.
Guardo semplicemente e crudamente i fatti per quello che sono. Null'altro.

Perché questa mancanza di "sentimenti", era la sola domanda che a un certo punto della giornata potessi farmi. E me la sono fatta. E mi sono dato anche una risposta. Non sarà perfetta, ma è la sola che spontaneamente mi è salita alla gola: "perché non vi credo più!".
L'unico sentimento che provo e il senso di rispetto profondo per quei morti. Ma per il resto, non vi credo più. Non credo alle vostre analisi, alle spiegazioni, non credo alle informazioni e alle ricostruzioni. Non credo a come raccontate "l'evidenza dei fatti". E vi dirò, con sincerità, che la vostra "evidenza dei fatti" non mi interessa nemmeno.
So soltanto che sul terreno ci sono 84 morti, di cui dieci bambini, e altri morti li seguiranno.
Il resto, è tutta una menzogna. E non mi interessa.

Perché è una menzogna?
Perché in tutti questi anni non avete fatto altro che raccontarmi storie che poi, a distanza di tempo, più o meno lungo, si rivelavano diverse, perché avete attribuito colpe a persone che erano innocenti o scagionato persone che poi erano colpevoli, perché avete perso il senso del dubbio, il valore del condizionale, la delicatezza della ipotesi, avete perso il valore della cronaca per abbracciare la malodoranza dell'opinione. Perché ogni cosa si trasforma in propaganda pro o contro qualcuno. Perché non c'è onestà in chi mi racconta le cose. Perché se i morti per voi fossero davvero morti non vi fermereste per mandare la pubblicità. Almeno una volta.

Sento subito tutti schierarsi, per una tesi o un'altra giocate come parti in commedia, senza avere nessun dato certo a supporto, per alimentare solo uno sterile dibattito cui regolarmente segue il nulla.
La gente muore. Le vesti si stracciano. E poi il nulla.
Cosa vi aspettate, che mi incazzi come una belva e me la prenda con gli islamici pronto a partire per una crociata che non mi appartiene? O che difenda il mondo multiculturale che volete per forza farmi credere bello e che non mi appartiene? O dovrei assumere il ruolo del saggio che guarda con distacco gli avvenimenti aspettando che i fatti si disvelino a noi? I fatti vengono mille volti distorti prima che mi raggiungano... su cosa dovrei meditare?

Alla fin fine, porto rispetto ai morti. Porto rispetto ai familiari. E posso solo portare un po' di silenzio.
Vorrei arrabbiarmi, ma arrabbiarmi con voi che mi avete tolto il senso profondo dell'emozione, che è forse la cosa più grave che potevate fare. Ma se lo facessi, vi darei partita vinta.
E poi non mi viene, rassegnatevi, è da stamane che l'evidenza mi schiaccia: non mi viene.
A Nizza è successo un fatto. Ci sono 84 morti. 10 sono bambini. Ci sono molti feriti, alcuni gravi. Forse la lista dei morti si allungherà. Spero di no.
Pace per quelle povere anime, una preghiera per i feriti.
Non so altro.

domenica 3 luglio 2016

"NON SIAMO CATENACCIO", ANTONIO CONTE E L'ERRORE NARRATIVO

Non ci sono più quei bei commentatori di una volta. La Nazionale di Calcio esce dal torneo europeo, sconfitta, per la prima volta in una competizione ufficiale, dalla Germania, e l’unico coro che ascoltiamo è quello di un bel sogno infranto dalla sfortuna; anche la frase “lotteria dei rigori” è risaltata fuori come il pane raffermo biscottato per la zuppa.
Gli unici cui sicuramente non si possono muovere critiche sono i giocatori, i quali indiscutibilmente hanno dato l’anima; ma qualche appunto alla gestione di questa squadra deve essere mosso.

La frase che connota il pensiero di Conte, e che penso sia da incriminare, il CT la pronuncia al microfono di Alessandro Antinelli alla fine di Italia-Spagna: “Non siamo catenaccio”.
Quando l’ho ascoltata son saltato sul divano, e avrei voluto replicare a Conte: “Perdona se “il catenaccio”, come tu lo chiami, ci ha fatto vincere quasi tutto quello che le nostre squadre, nazionale e club, hanno vinto; perdona se è la nostra peculiarità, quella che ci ha resi famosi nel mondo, ci ha costituito come scuola calcistica di livello mondiale che tutti gli altri ci hanno in un qualche modo copiato, brasiliani compresi; scusa se siamo come siamo fin dai tempi degli Oriazie e Curiazi o dalla disfida di Barletta”.
Qualche distratto commentatore ha riportato la frase come: “Non siamo solo catenaccio”, ma la frase del Commissario Tecnico non era quella, basta risentirla, perché riportare precisamente i fatti aiuta l’analisi.
Dove, a mio avviso, infatti, Conte ha sbagliato, rivelando la sua inconsistenza come commissario tecnico della Nazionale (gli faccio i migliori auguri come allenatore di club):
1 - la selezione degli uomini: troppi esterni e pochi centrocampisti da potere utilizzare in più ruoli;
2 – l’ostinazione ad utilizzare un modulo eccessivamente dispendioso per un torneo dove i tempi di recupero sono ristretti (ormai lo sanno anche i bambini): alla prova con la Spagna, intrisa di furore agonistico, difficilmente avrebbe fatto seguito una prova di pari intensità; agli italiani, nettamente superiori ai tedeschi (ce lo racconta tra l’altro lo scoramento da cui è stato preso a un certo punto il loro allenatore), una migliore freschezza atletica, e dunque mentale, avrebbe giovato;
3 - contro gli iberici il CT ha chiesto ai nostri una grande prova, e l’ha avuta; contro i tedeschi voleva una super prova, e per certi versi l’ha avuta (leggi “impegno e cuore”): fossimo andati in semifinale, cosa ci sarebbe voluto? E in finale? Una della caratteristiche del gioco del calcio è il dribbling, lo “scartare”: Conte avrebbe dovuto scartare il proprio credo; l’ostinazione non ha pagato, segnalando...
4 – ...scarsa elasticità tattica: se De Rossi e il suo sostituto Thiago Motta non sono utilizzabili, si doveva pensare a cambiare modulo, passando forse a un più semplice e equilibrato 4-4-2 che avrebbe dato maggiore tranquillità ai reparti e comportato un minor dispendio di forze; aggiungo che non sarà casuale se gli ultimi tornei internazionali sono stati prevalentemente vinti da chi usava la “difesa a 4”; forse il cambio di modulo andava considerato, a maggior ragione avendo un reparto che si è mostrato compatto e in ottima forma e che certamente è abituato alle modifiche;
5 – nella specifica partita, Italia-Germania, la non capacità di decidere i cambi quando necessari; era forse il caso di fare entrare Insigne a inizio supplementari? Ha avuto senso l’inserimento di Zaza al 120’ solo per battere un rigore e caricare così il ragazzo di eccessiva responsabilità? Sarebbe magari bastato farlo entrare cinque minuti prima consentendogli una sgambata;
6 – troppa Juve nella sua testa: già la difesa (sia pure ottima), poi giocatori di discutibile qualità come Sturaro, Insigne e El Shaarawy mai utilizzati  per un intero tempo, fino alla scelta finale di Zaza invece del sicuro rigorista Immobile... 

Ma insomma, di cosa è stato vittima Antonio Conte?
a) Di una storia che abbiamo già visto e conosciuto, e che replica un difetto degli Italiani: non imparare mai dalla propria Storia. Esiste il “calcio all’italiana”, ce lo riconosce il mondo; “calcio all’italiana” che dai tempi di Viani, passando per Rocco, fino a Bearzot e poi anche Sacchi, e Zoff, e Lippi, ha dato i suoi frutti conoscendo di volta in volta una sua “naturale” evoluzione. Quando si è voluto “scartare” da ciò che siamo, quando si è voluta forzare quella “naturale evoluzione”, qualcosa non ha funzionato. “Cambiare Verso”, come usa dire di questi tempi, si può, basta sapere netta-mente da dove si viene e quale senso ha, in rapporto al passato, questo invocato cambiamento.
b) Di un errore narrativo che ne ha condizionato il pensiero: “Non siamo catenaccio”, riducendo ai minimi termini tutta la filosofia calcistica che questo Paese ha sviluppato nel corso dei decenni, è dare una falsa immagine del calcio italiano, che ha inventato quel modo di giocare per creare un diverso modo di sviluppare proprio la manovra di attacco, facendo i conti con le proprie caratteristiche e di volta in volta con le proprie possibilità, non a caso siamo “il paese della tattica”, della strategia combinata con tecnica e cuore. Dire “Non siamo catenaccio” è negare l’esistenza di Piola, Baggio, Mazzola padre e figlio, Rivera, Riva, Conti, Totti, Domenghini, Antognoni, Del Piero, Vialli, Mancini, Bettega, Rossi... se questi attaccanti sono esistiti – aggiungeteci tutti quelli che vi vengono in mente – ci hanno fatto divertire, hanno segnato e vinto partite su partite, come può essere che il nostro calcio sia stato “solo catenaccio”? Abbiamo sicuramente amato questa squadra per il cuore, forse non proprio per il gioco espresso, inconsistente, ad esempio, proprio in fase di attacco, e “Il catenaccio”, caro Conte, è solo un pezzo della Storia, tentare di proporci una “lettura distorta” di chi siamo noi italiani, ti è, nei fatti, tornato indietro come un boomerang.  
Prendersela con Pellè o Zaza - diciamocelo, cari tifosi - ha poco senso: ogni giocatore ha i propri modi di affrontare la tensione. Se Pellè avesse segnato e l’Italia passato il turno, staremo a divertirci con “la spavalderia del simpatico ragazzo”. Personalmente non avrei nemmeno fatto ritirare il rigore a Bonucci: evidente che entrava nel dilemma “come prima o diversamente?”.
Antonio Conte, nella conferenza stampa del post partita, si è lamentato di essere stato lasciato solo. Ma avrebbe dovuto saperlo che il comandante, il condottiero è sempre solo, sopra tutto nelle proprie scelte, e si fa carico di ogni cosa, nel bene e nel male. Anche questo è il sintomo di una non adeguata esperienza per guidare la Nazionale. 



Un merito al CT va certamente dato: avere fatto innamorare i nostri ragazzi di loro stessi, delle loro capacità, delle loro possibilità e della loro forza, riaffermando, sia pure inconsapevolmente, ancora una volta, che “l’italietta” non esiste, che una Nazionale che vince quattro mondiali, è regolarmente ai vertici, crea sempre timore reverenziale negli avversari, ha una filosofia calcistica che il mondo studia, che quando meno te lo aspetti risorge dalle proprie ceneri, che perde più per demeriti propri che per meriti altrui, non ha nulla di “-etta”. Ma si sa: lo sport preferito degli Italiani è parlar male degli Italiani, e il calcio non può esentarsi dall’unico vero tratto distintivo della Nazione.
Augurando a Conte una splendida carriera da allenatore, sono certo che Ventura saprà far fruttare tutto quello che di buono è stato fin qui costruito, e che “l’Italietta” prima ancora che gli altri stupirà se stessa.    

Addendum (4 luglio, h 11,00): 
un caro amico mi fa notare che ho mal riportato la frase di Conte, "Non siamo catenaccio"; è vero, verissimo. Ho bacchettato i commentatori e sono caduto nel loro stesso errore. La frase esatta la trovate qui, e come potete facilmente rilevare è: "L'Italia non è il catenaccio". 
Peggio me sento! 
Non a mia scusa, ma va detto che quel che volevo riportare è la distorsione sistematica delle informazioni. Basta un avverbio, "solo", per cambiare tutto il senso di una frase, e l'avverbio "infiltrato" lo ricordo benissimo, e ricordo anche chi lo ha pronunciato, ma evitiamo ulteriori polemiche. 
Peggio mi sento perché a maggior ragione quel "non è" si presenta come negazione ancor più forte di una storia calcistica nazionale. Il "non siamo" poteva anche riferirsi alla sola compagine guidata da Conte, il "non è"... si sparge su tutti e su sempre. 
Forse, l'amico Enrico, avrebbe quasi fatto meglio a non segnalarmelo...