venerdì 24 luglio 2026

2. UN GENIO CHIAMATO EDUARDO - perché il genio teatrale di De Filippo è superiore a quello di Pirandello

 



Sarò sincero: amo Pirandello? Follemente. 
Penso che il Teatro mondiale sarebbe rimasto lo stesso senza di lui? È molto probabile che sarebbe rimasto lo stesso per chissà quanto tempo ancora, poi qualcosa sarebbe certamente avvenuto, ma è indiscutibile che don Luigi sia stato un terremoto per la scena mondiale. 
E dunque Pirandello stravolge la scena? Completamente, ed è questo che affascina, fa innamorare il giovane De Filippo. 

Solo una mente superiore, coraggiosa, libera nel profondo da schemi convenzionali, fuori dal normale insomma, può immaginare e scrivere una cosa come “Sei personaggi in cerca d’autore”, un fatto ad oggi unico nella Storia del Teatro mondiale, che noi, abituati come siamo alle stranezze, agli stravolgimenti, alle invenzioni fuori parametro, abituati insomma all’avanguardia come a un noioso pasto domenicale tra parenti, non riusciamo a immaginare, ma provate per un momento a mettervi nello stato d’animo di uno spettatore di inizio ‘900, abituato al teatro borghese, a vedere il sipario aprirsi su di un finto salotto, o un giardino, o una camera da letto, il quale va in teatro e trova il sipario già aperto, la scena vuota, un macchinista che inchioda… Capiamo ora chi urlò: “Manicomio, manicomio!”? 
Ma, ripeto, siamo onesti: Pirandello scrive sette, otto capolavori inarrivabili: Sei personaggi, Enrico IV, Così è (se vi pare), Giganti della Montagna, Questa sera si recita a soggetto, Berretto a sonagli, e qualche altro. C’è poi una serie di belle commedie come “Il giuoco delle parti” o “Il piacere dell’onestà”, ma il resto è una noiosa ripetizione sempre dello stesso tema. Non ditemi che se pensate a Pirandello le prime commedie che vi vengono in mente sono: “Diana e la tuda”, “La signora Morli uno e due”, “Bellavita”, “All’uscita”, “Sogno (ma forse no)”, “Come prima, meglio di prima”, “Ma non è una cosa seria”, “Sagra del signore della nave”, “O di uno o di nessuno”, ecc. ecc. Non me lo dite perché non ci credo! 
E non ditemi nemmeno che avete amato follemente i suoi romanzi, quelli che vi hanno fatto leggere a scuola, in particolare “Il fu Mattia Pascal” e “Uno, nessuno e centomila”. 
Hanno a mio parere un certo fascino le “Novelle per un anno” e soprattutto i “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”, ma c’è, a mio immodesto parere, sempre un limite, dato dalla supremazia dell’intelletto. Pirandello è immenso lì dove lascia scorrere, fluire la sua idea di mondo e di vita, lascia andare la sua poetica, lascia che questa esca come istinto irrefrenabile dalla sua penna, altrimenti annoia o stancamente si ripete. 

Diverso il discorso per De Filippo le cui commedie “sbagliate” sono davvero poche, la dimenticata “Il monumento”, per esempio, oppure la commedia musicale scritta per Domenico Modugno “Tommaso d’Amalfi”, o certi giovanili atti unici come “Farmacia di turno”, “Quinti piano ti saluto”, “È arrivato ‘o trentuno”. Anche le commedia meno gettonate di Eduardo, come forse “Mia famiglia”, “La bugie con le gambe lunghe”, “La paura numero uno”, hanno sempre dentro dei momenti di altissima qualità di scrittura e di inventiva scenica. Fondamentalmente perché la sua capacità di tenere viva l’attenzione dello spettatore è data, oltre che da una spettacolare abilità di dialoghista (si guardi ad esempio il dialogo del primo atto in “De Pretore Vincenzo”, tra Ninuccia e Vincenzo), è data, dicevo, da una precisa visione della vita. 



Si sa che il tema centrale dell’opera di De Filippo è la famiglia, ma la famiglia va intesa come nucleo fondante la società, nella quale tutte le cose non solo avvengono ma si mescolano. Il dramma, la risata, il comico e il drammatico, la tristezza e la gioia, la malinconia, il silenzio e la pena, sono tutti come aggrumati in un unico centro vitale che non conosce soluzione di continuità. 

Tale visione consente al drammaturgo napoletano di sfruttare una delle più consolidate ed efficaci armi della costruzione teatrale, l’alternanza, sapientemente combinata, tra comico e drammatico: alleggerire per poi affondare il colpo, affondare per poi far sorridere, sospendere per poi velocizzare, creare il vortice per poi fermarsi ad osservare. E in questo “schema/non schema”, personaggi, fatti e situazioni, si rincorrono, a volte appaiono, si sviluppano, per poi chiudere la loro azione diverse scene dopo, o ritrovare una appendice che con un leggero riferimento, riporta alla mente dello spettatore quanto visto in precedenza. Il tutto sempre con una precisa funzione drammaturgica. 

Prendiamo per esempio il terzo atto di “Napoli milionaria”, quando si ricerca la medicina per salvare la piccola Rita. A un certo punto arriva con varie scatole di farmaci tra le mani ‘o miezo prevete, ma essendo tutte quelle confezioni inutili, ne nasce tra lui e il medico una discussione che, seppur seria, risulta spiritosa agli occhi dello spettatore. Passano varie scene, entra a parlare col protagonista, Gennaro Iovine, l’antagonista, Settebbellizze, lo spasimante della moglie. Il dialogo è drammatico, Settebbellizze parla, cerca di giustificare quanto avvenuto in assenza di Gennaro, ma in risposta riceve solo un tragico silenzio. 
Finita la scena, l’aria è pesante, ma ecco che la porta del basso si apre e passa con una nuova, inutile scatola di medicinali, ‘o miezo prevete, dice una sola battuta che, riportando alla memoria dello spettatore la discussione precedente col medico, risulta immediatamente spiritosa. 
Con pochissimo, un veloce passaggio e una battuta dunque, l’aria sulla scena si alleggerisce, e questa lievità serve per quanto accadrà dopo, poiché si ricade nel dramma, fino al famoso finale di “Ha da passà ‘a nuttata”. 
In un atto drammatico, nel quale si tirano le fila del commedia, i passaggi se non comici certamente più leggeri, sono come la ripresa di fiato per un pescatore di perle, che dopo una esplorazione del fondale, torna a galla per poi riaffondare alla ricerca della sua preziosa gratificazione. Non è semplice gioco, è aria che serve, che aiuta a scrutare meglio il fondo del mare. 

Di queste alternanze Eduardo è pieno, fanno parte del suo modo di scrivere, perché, come detto, è così che intende la vita, l’arte, il teatro. 
Il punto interessante è la quantità di soluzioni imprevedibili, quasi spericolate, vere e proprie invenzioni delle quali dissemina le sue commedie, soluzioni che non nascono semplicemente da una fantasia ricca e viva, ma da una profonda conoscenza del teatro a livello direi viscerale. Quanto ci sia di istinto e quando di sapienza è veramente difficile dirlo, si può solo rilevare che le storie si dipanano e hanno sempre una sorta di conseguenza logica che ci appare perfettamente credibile. 

Facciamo qualche esempio:  
1. In “Bene mio, core mio”, al terzo atto, la soluzione del protagonista, un restauratore di quadri antichi, passa attraverso l’invenzione di una favola, che narra di un drappo magico che se indossato libera dei proprio mostri, e la protagonista femminile, che ha subito una sorta di malefica suggestione da parte del cognato, improvvisamente rinasce; è una soluzione totalmente inaspettata, un vero e proprio colpo di teatro. 
2. In “La grande magia”, il funambolismo verbale del povero prestigiatore Otto Marvuglia, trova la sua sublimazione certamente nella scena dei canarini, quando alla morte delle figlia di un suo collaboratore, per spiegare all’altro protagonista, Calogero Di Spelta, cosa sta accadendo, gli mostra la condanna umana all’illusione che invece quei canarini, che egli uccide per i suoi giochi di prestigio, non possono avere. 
3. Sublime resta ne “Le voci di dentro” l’invenzione del personaggio, preso dalla realtà, dello zi’ Nicola, il ribelle che ha smesso di parlare perché inutile, perché l’umanità non capisce, e si esprime solo con i fuochi d’artificio; il suo silenzio contrasta con il profluvio di parole con cui i vari personaggi negativi cercano di giustificare la loro miseria umana. 
4. Già nel giovanile “Sik-Sik, l’artefice magico” il passaggio in cui il protagonista riesce a malapena a salvare la moglie incinta facendola uscire dalla cassa della quale si è persa la chiave del lucchetto, è un segno evidente di questo continuo mescolare alto e basso, comico e drammatico, di far brillare l’umanità anche in un contesto totalmente comico, almeno in apparenza, come quello di “Sik-Sik”. 
5. Il mutismo in cui volontariamente si rifugia il protagonista di “Mia famiglia”, il quale riesce, in questo doloroso modo, lui, speaker alla radio, a far rinascere i rapporti umani all’interno del suo nucleo familiare ormai allo sbando totale. 
6. Potremmo continuare per ore, con le situazioni che si ritrovano nella più pirandelliana della sue commedie, “Uomo e galantuomo”, oppure in quella più potentemente cristologica, “Il sindaco del rione Sanità”, un dramma talmente altro e profondo con il quale Eduardo stesso ha voluto fare i conti fino alla fine dei suoi giorni, e che fu infatti l’ultima commedia che registrò per la televisione, un testo che pare in qualche modo come essergli sfuggita dalle mani, dove sembra che il Nostro abbia scritto qualcosa anche più grande di lui.  
7. Il finale di “Natale in casa Cupiello”, quando l’amante della figlia Ninuccia entra in casa per “baciare la mano a don Luca” che è nel suo letto di morte, e il protagonista, scambiandolo per il genero, ne unisce la mano a quella della figlia benedicendo l’unione proprio mentre entra il marito, scena che all’epoca della prima rappresentazione provocò un vero e proprio scandalo. 
8. Ma io penso che l’esempio più interessante, quello che pur essendo molto noto è il meno rilevato è ancora in “Natale in casa Cupiello”, al finale del secondo atto. È  la sera della vigilia di Natale, tutto è pronto per la cena della festa, ma come sappiamo, marito e amante di Ninuccia vengono alle vie di fatto, il dramma esplode, i due scendono in strada per una sorta di duello rusticano, la madre Concetta è come immobilizzata dal terrore, Ninuccia dopo averne invocato disperatamente un intervento che non può esserci si lancia dietro i due, Concetta resta sola, è persa… e in quel momento, entrano Luca, Nennillo e zio Pasqualino mascherati da re Magi per il loro comico “tu scendi dalle stelle”, Concetta ride e piange insieme senza saper cosa fare, mentre i tre le girano intorno gioiosi sventolando le stelline di Natale (la bravura di Pupella Maggio è per me, ad oggi, inarrivata, sul suo volto c’è tutto e anche di più). 
Bene, penso questo lungo discorso possa chiudersi su questo esempio: quando vediamo la scena dei tre abbigliati comicamente da re Magi, con i tappeti sulle spalle, le corone di carta e le stelline in mano, noi ridiamo, e il sorriso, quasi spiazzato, spaesato, che ci accompagna al dramma dell’ultimo atto, è il frutto di quella mescolanza di comico e drammatico che è la vita stessa, quella vita dove ogni cosa è collegata implacabilmente all’altra. Quando il figlio del protagonista di “Mia famiglia” afferma che “ognuno è padrone della sua vita”, la risposta implacabile di Alberto Stigliano è che non è assolutamente vero, siamo tutti “ammagliati” e la caduta di uno trascina con sé anche altri, se dobbiamo rispondere a una serie di regole sociali, allora “non siamo liberi”. E come non siamo liberi noi, nemmeno gli aspetti della vita lo sono, quello che può apparire drammatico, spostando l’ottica diviene ironico, umoristico, anche comico, ed è in ciò che Eduardo mostra di avere assorbito la grande lezione di Pirandello sull’umorismo. 
L’ingresso dei re Magi ha una potenza dirompente per la scena, la sfonda, la apre a una convergenza di emozioni contrastanti che riepilogano il senso stesso della vita e del teatro, che ce lo mostrano, questo senso, come un grumo caldo, un magma in ebollizione, pulsante. È una invenzione sublime, un colpo di scena purissimo, assoluto, che raramente trova eguali, almeno nella drammaturgia del ‘900. 
Forse solo Cechov, altro autore a cui Eduardo appare chiaramente legato nel profondo, ha saputo in questo modo “sfondare” la scena, disseminandovi un realismo che realismo non è, illudendoci che i racconti cui assistiamo siano paratattici, mentre non lo sono. 

Se Pirandello sconvolge la scena, la trasforma, le fornisce mondi e modalità nuove, Eduardo De Filippo la conquista ad una esistenza che pur affermandosi nella sua natura scenica, non distingue più tra il suo esser finzione ed esser quella verità della vita che l’ha invasa, gremita, affollata come e con una umanità che essendo viva non può conoscere alcun limite intellettuale alla sua capacità di sorprenderci, spiazzarci, rigenerarci, farci uscire sempre da teatro diversi da come vi siamo entrati.   


lunedì 20 luglio 2026

UN MONDIALE DI MMERDA!


 

Ora che il sipario è calato, poche parole: è stato un Mondiale di mmerda!
E preparatevi, sarà sempre peggio. Non solo perché la qualità del calcio è crollata in tutto il mondo - che poi vuol dire sempre e comunque Europa e Sud America, giacché l'80% dei calciatori partecipanti gioca prevalentemente in Europa - ma soprattutto perché questo torneo è stata una follia. 

Un fatto era giocare un Mondiale a 16, al limite 24 squadre in un mese (meno partite, più riposo), altra giocarlo a 48 e sempre in un mese, cui comunque si somma una stagione che tra campionati e coppe varie è perpetuamente più lunga. Per non parlare della storia dei trasferimenti in aereo magari da Los Angeles a Vancouver! Come se un viaggio in aereo non stancasse, non fosse uno stress per fisico e mente (non è che se non guido io non mi stanco!).

Il risultato ci è arrivato in faccia come un pugno di Jack La Motta mentre assistevamo alla più brutta finale che io ricordi, e con questa ne ho viste ben quindici! 

Non era bollita solo l'Argentina, come ripetevano i funambolici commentatori tv, ma anche la Spagna. E il tutto è stata una pena. 

Questo Mondiale segna, se ce ne fosse ancora bisogno, il fallimento della gestione Infantino. E pensare che ci lamentavano di Blatter.

Perché, ad esempio, immaginare questa gestione, finta, a tre nazioni, quando in realtà si è giocato quasi solo negli USA? Allargare così tanto la platea ha davvero giovato agli introiti FIFA? Avere partite di bassa qualità e una finale pessima è stato un buon spot pubblicitario per il calcio? Dopo lo schifo di ieri sera, per esempio, gli americani guarderanno di più il calcio o continueranno a vedere il loro football? 



Insomma, cala il sipario, grazie al cielo, ma nella certezza che andrà sempre peggio. Ora ci aspetta un altro Mondiale, che ci lascia perplessi prima ancora di iniziare, in Marocco, e quindi un altro in Arabia Saudita. Ed è divertente (eufemismo!) vedere come si è finiti in Arabia: si voleva giocare un torneo tra Grecia e Egitto, va a capire il perché... Non si sa bene quale dei due Paesi si sia rifiutato e alla fine solo l'Arabia si è offerta. Ma, udite udite, forse si gioca a Gennaio 2035 per rispettare il solito Ramadan, che se no i calciatori islamici affronterebbero le partite digiuni... 
Non aggiungo altro, mi chiedo solo quando si tornerà alla normalità, a giocare dove il calcio davvero si gioca: Europa o Sud America, punto. 

Quanti anni avrò nel 2034? Forse così tanti da poter immaginare di andarmene in una casa in riva al mare su un'isoletta greca, impiegando il tempo ad imparare a pescare mentre guarderò con piacevole malinconia i culi delle belle ragazze che passeranno. Sperando passino.  

martedì 14 luglio 2026

UN GENIO CHIAMATO EDUARDO - perché il genio teatrale di De Filippo è superiore a quello di Pirandello

 Il discorso è lungo, complicato da illustrare soprattutto ai non addetti ai lavori, e lo suddividerò in capitoli. 




1. 
Quello che sto per dire farà certamente saltare sulla sedia un bel po’ di persone, ma non importa. È tempo che qualcuno affermi ciò che è necessario: la genialità di Eduardo, dal punto di vista meramente teatrale, è superiore a quella di Pirandello. 
Spero non si debba specificare che per Eduardo s’intende Eduardo De Filippo, sul quale l’influenza di Pirandello, come si sa, è stata grande, il commediografo napoletano aveva una vera e propria venerazione per il genio siciliano, e i fatti raccontano dell’instaurarsi di un pieno rapporto Maestro-Allievo. 
Pirandello vinse giustamente in Nobel, perché la rivoluzione che egli ha apportato in campo letterario e soprattutto teatrale è stata assoluta; Eduardo, invece, lo avrebbe pienamente meritato, ma il comitato svedese non fu dello stesso avviso non ostante la sua candidatura fu presentata più volte. Altro che Dario Fo, la cui inconsistenza teatrale e letteraria è nei fatti: De Filippo è ancora sui palcoscenici di tutto il mondo, di Fo non si hanno notizie ormai da tempo immemorabile; e questo qualcosa vorrà pur dire anche se i critici storceranno il naso, ma si sa: se un critico avesse capito qualcosa di Teatro avrebbe fatto il teatrante, non il critico, e almeno in Italia quelli che ci han capito qualcosa son stati davvero pochi, D’Amico, Tian, Lunari… quelli cioè che han passato la maggior parte del loro tempo proprio in mezzo ai teatranti. 
Questa sulla critica non è mera polemica, ma un aspetto necessario del mio ragionamento, poiché proprio gli studiosi hanno posto un pesante limite sul teatro eduardiano: il dialetto. 
Il fatto che Eduardo venisse dal teatro popolare e in vernacolo ha fatto sì che la critica, soprattutto dopo il ’68 (data che ha una sua rilevanza), lo guardasse spesso e volentieri dall’alto in basso e non gli riconoscesse nemmeno come differenti quei testi che o non sono in dialetto o ne contengono davvero pochissimo per banalissimi motivi di ambientazione, come, ad esempio, ne “Gli esami non finiscono mai”. 


Va detta una cosa: Eduardo non rinnegò mai la sua matrice dialettale, popolare, napoletana, anzi la rivendicava come un pregio, la verità è che De Filippo ha semplicemente usato gli strumenti che aveva a disposizione, come sempre fa un vero teatrante: si fa la minestra con gli ingredienti che si hanno.  
Fin dal principio, quando ancora il suo teatro è in fasce, De Filippo fa un uso del dialetto fortemente legato alla classe sociale dei personaggi, al tempo e al luogo in cui si svolge l’azione. Capisco che non sia un elemento comprensibile per tutti, un piemontese o un emiliano considereranno il dialetto di “Napoli milionaria” uguale a quello di “Non ti pago”, ma così non è, da un lato abbiamo la lingua fortemente popolare dei bassi napoletani, dall’altro quella della piccola borghesia, così come in commedie quali “Mia famiglia” o “La grande magia” l’influenza del dialetto è decisamente limitata. Attenzione, sto parlando dei testi, della scrittura, e non delle note versioni televisive dove spesso e volentieri il Nostro italianizzava per un senso di rispetto verso il pubblico di tutta Italia.  
Ma già qui abbiamo un primo elemento che non possiamo certo sistemare tra le genialità, ma di sicuro va collocato in uno spiccato senso della teatralità, perché il linguaggio dei personaggi di Pirandello è inequivocabilmente uniforme, per non dire unico, e le sfumature tra classi sociali o di ambientazione sono minime quando proprio inesistenti. Il linguaggio pirandelliano è singolare, inimitabile, perfettamente riconoscibile al punto da diventare oggetto d’ironia, di satira, ma indiscutibilmente quella singolarità è un pregio. È pero anche un pregio il disperato tentativo di Eduardo di ricalcare la vita, e dunque cercare voci e suoni diversi che identifichino personaggi, tempi e situazioni diverse. 
La verità è che capiremo fino in fondo Eduardo solo quando vorremo dimenticare l’elemento dialettale, quando vorremo considerarlo come uno strumento della sua opera, della sua azione creatrice, e nulla di più: nella tradizione italiana, dialetto fa subito “comicità”, ma questo in Eduardo è assolutamente falso: dramma è “Filumena”, dramma è “Napoli milionaria”, “La paura numero uno”, “Bene mio, core mio”… e dramma è pure “Natale in casa Cupiello”.
  
Ora, venendo all’aspetto teatrale, si può con certezza affermare che Eduardo De Filippo ha teatralmente una maggiore genialità rispetto a Luigi Pirandello, una sorta di Allievo che supera il Maestro, come nella migliore delle tradizioni. 
Difficilissimo dire in poche parole cosa sia il Teatro, ma una cosa almeno possiamo affermarla: esso è dialettica e sintesi, ed è scarto, sorpresa, impressione, costante risveglio dell’attenzione. Tutto questo, e molto altro ancora, i teatranti lo sanno, ma qui non parlo solo ad essi, anzi ai miei colleghi vorrei rivolgermi il meno possibile e cercare di spiegare ai non addetti ai lavori. 
Deve essere dialettica perché la narrazione non procede linearmente, ma in forma indiretta, sempre attraverso un “conflitto”, e per questo motivo è anche sintesi. Un esempio, da “Natale in casa Cupiello”: 

Luca - Pasqualino s’è alzato?
Concetta - Sì, s’è alzato, chillu scucciante ‘e tuo fratello, pe’ nu raffreddore c’ha tenuto è stato capace di stare una settimana a letto. 


Che Pasqualino sia fratello del protagonista non ce lo dice Luca ("buonasera, signori spettatori, sono Luca Cupiello e ho un fratello che si chiama Pasquale e vive in casa con me e la mia famiglia"), ma lo rileviamo dalla battuta seccata di Concetta, che oltre tutto ci fa già anche intendere che non ha simpatia per il cognato, dunque la narrazione è palesemente indiretta, e passa attraverso un “contrasto”, poiché solo Luca può dire la sua battuta e solo Concetta la sua, se le invertiamo cambia tutto, addirittura cambia la “struttura famigliare”.
Silvio D’Amico diceva che se in una commedia possiamo scambiare le battute tra due personaggi senza che nulla accada, allora quello non è teatro.  
Ma mettiamo un primo punto: questi fondamentali elementi ci sono in entrambi gli autori? Sì, senza dubbio alcuno sì, e non si discute!
 
È sul resto, invece, che De Filippo mostra la sua maggiore genialità, sicuramente dovuta al suo vivere il teatro fin dalla nascita, dovuta al suo aver trangugiato teatro già col biberon; Pirandello invece arriva al Teatro, inizia con la poesia, poi la prosa, quindi il teatro. E mentre De Filippo cerca man mano i suoi temi, forma passo dopo passo il nucleo centrale della sua poetica (che potremmo sintetizzare in una unica parola: la famiglia, non a caso e non solo per le vicende personali), Pirandello forma dentro di sé la poetica che poi rovescia in ogni suo scritto. E qui scatta il limite! 


continua...

lunedì 18 maggio 2026

SALERNO 2026, LE AMMINISTRATIVE INESISTENTI

#elezioniamministrative2026 #Salerno 
Vi racconterò un fatto che non sapete, e non vedo nemmeno perché dovreste sapere, ma potrebbe servire a qualcuno per capire come funzionano le cose in alcune parti del nostro Paese. Tra una settimana esatta si va al voto per l'elezione del Sindaco in alcuni comuni italiani tra cui la mia Salerno. Ebbene, qui non c'è nemmeno l'ombra di una campagna elettorale! Niente inviti a incontri, niente comizi, pochissimi, ma credetemi pochissimi manifesti elettorali, parecchi di quei tabelloni che vengono appositamente messi per le elezioni sono vuoti, senza nemmeno un manifesto, non si sa chi siano i candidati nelle liste e quali le stesse liste. La città tutta appare come rassegnata, e in conseguenza anche molto disinteressata all'evento, perché tutti già sanno che "tanto vince Vicienzo". 
Ci sono non so quanti candidati a sindaco e non c'è campagna elettorale, una cosa che non ho mai visto in sessantuno anni, mai. 
Allora perché tanti candidati? L'ipotesi più credibile è che se si andasse a un ballottaggio, cosa quasi impossibile, ognuno scambierebbe il suo pacchetto di voti con una poltrona. Ma non accadrà. Vincenzo De Luca vincerà a mani basse, e a dirla tutta nemmeno lui si vede più di tanto in giro. Perché - e qui veniamo all'altro punto - Vicienzo è stato un genio, Vicienzo è un piccolo genio della Politica. 
Per prima cosa: fa i due mandati stabiliti dalla legge, poi per una legislatura mette un suo uomo, il quale lascia pian piano che la città si ritrovi nel degrado, abbandonata a se stessa, e così invochi il ritorno di Vicienzo. Poi: De Luca è stato così geniale da creare un sistema di governo in cui ciascuno ha il suo piccolo spazio di sopravvivenza, anche quelli della opposizione, i quali, dato loro il giardinetto in cui vivere, vengono colti dal timore di perderlo; di conseguenza, alla fin fine, nessuno vuole che nulla si muova, tutti vogliono che la situazione resti come è. 
Tutti, tranne quei cittadini, in genere del ceto medio, che davvero vorrebbero una città migliore in cui vivere. Per il resto, i ceti bassi sopravvivono grazie a cooperative e municipalizzate, quelli alti si muovono tra incarichi e compiti vari, diretti e indiretti, l'opposizione campa grazie al suo posto in politica. 
Sono decenni che lo dico: Salerno è una città distrutta, degrado, sporcizia, caos, volgarità e bruttezza profuse a piene mani, una città che aveva una sua piccola e salda dignità, una sua grazia, eleganza, bellezza, che è stata devastata prima di tutto dalla disattenzione, dalla non curanza, dalla superficialità, dalla pochezza, dei suoi cittadini, poi dalla politica, ma la politica è un effetto dei suoi abitanti, non la causa di questo degrado. 
Faccio i miei sinceri complimenti a chi ha saputo approfittarne, e merita il posto che ha: la poltrona di sindaco in un posto dimenticato prima che da Dio dai suoi stessi abitanti, un luogo in cui nessuno conosce più il significato della parola "vergogna".  

venerdì 27 marzo 2026

I senza nome e senza memoria. 27 marzo, Giornata mondiale del Teatro, e del silenzio!

 27 marzo. È la giornata mondiale del teatro. 
Non mi piacciono le giornate mondiali, non so che cavolo vogliano significare. Mi pare altresì un becero modo per cercare di sostituire le feste locali, le tradizioni religiose e nazionali, per inventare appuntamenti globalisti, e mi domando spesso quanto una cosa come la giornata mondiale del teatro, o dei nonni, o del gatto, o della bicicletta abbiano rilevanza in Vietnam, in Congo, nel Paraguay o alle isole Samoa, quanto siano sentite in Olanda o in Estonia, se se ne parla allo stesso modo a Malta o in Canada. 
Francamente, delle giornate mondiali di qualsiasi genere o su qualsivoglia argomento, me ne importa meno di zero, ed ancor più sinceramente non ho bisogno di una giornata mondiale per ricordarmi di chi sono, di tutti coloro che mi hanno preceduto, di guardare a coloro che verranno dopo di noi, di ringraziare di cuore tutti, i grandissimi come gli sconosciuti del teatro di ogni tempo e di ogni epoca, quelli che io chiamo “i senza nome e senza memoria”, quelli senza i quali, ne sono più che certo, il teatro non sarebbe mai e poi mai arrivato fino a noi, e senza i quali non arriverà mai ai nostri bisnipoti e anche oltre. 
Invece di guardare una immagine di Eduardo, di Molière, di Miller, di Cechov o di Goldoni, oggi, se veramente volete pensare al Teatro e alla sua primaria ed unica essenza, gli attori, provate a immaginare chi potevano essere quelli sulle carrette che portavano in giro i fescennini, o che si lanciavano sui palchi delle sacre rappresentazioni medievali, che in un villaggio del Giappone o della Cina si cimentavano nel Nō, o nel Kabuki, ai comici che sotto una tenda ricorrevano ai più bassi stratagemmi del mestiere per commuovere o far ridere un pubblico rozzo di poveri contadini bruciati dal sole nel corpo e nell’anima. 
A che serve una Giornata mondiale del Teatro se non pensiamo per un attimo a chi non viene mai ricordato. Lasciamo per un giorno perdere i personaggi famosi, ma inventiamo i nomi di quegli sconosciuti, diciamoli nella nostra mente, immaginiamo i loro volti segnati dalla passione per un’arte che chiede solo d’essere amata come un figlio o un padre, come chi è giusto che abbia tutto l’amore senza chiedere, come chi è giusto che dia tutto l’amore senza che gli sia chiesto. 
Stiamo in silenzio, a guardare la nostra piccola stanza, i ritratti di quei volti mancanti sulle nostre pareti, ricordiamo ogni attimo trascorso nei nostri camerini, case comuni, immaginiamo tutti coloro che vi sono passati e ringraziamoli. 

In silenzio. 

Null'altro.  


Un attore e un tecnico riposano stanchi dietro le quinte

martedì 24 marzo 2026

SCUOLA, ABBIAMO UN PROBLEMA!

 Uno dei motivi, penso, della vittoria eclatante del No al Sud è dovuto non solo alle appartenenze di partito, ma al fatto che molti di quei bei giovanotti che sbandierano il drappo rosso nelle piazze sono meridionali fuori sede tornati a casa per votare. 

La questione dei giovani è decisamente annosa e coinvolge il livello di istruzione e crescita delle menti che la scuola fornisce, stimola, promuove, attiva. Evidente che abbiamo tirato su una generazione di utili idioti incapaci di pensare con la loro testa, che procedono per slogan, il cui livello massimo di attenzione è quello del tempo di un reell di instagram (e a proposito, nella vecchia scuola, non dico quella del 1950, ma quella in cui noi siamo cresciuti e siamo stati istruiti, fine '70 primi '80, ci abituavano a pensare con la nostra testa, e guarda guarda siamo cresciuti comunisti, socialisti, democristiani, repubblicani, liberali, quindi non mi dite che nella scuola dei nostri tempi si indottrinava al fascismo, poiché è stato palesemente il contrario). 

Tra i mille altri, penso ci sia un serissimo problema che si chiama: genitori. 
Ma non perché, come starete subito pensando in riflesso pavloviano, i genitori "non sanno più fare il loro lavoro", ma semplicemente perché essi sono generalmente convinti che la scuola di oggi, sia esattamente la scuola dei loro tempi, che la scuola dei loro figli sia perfettamente uguale alla loro scuola, credono ancora, e ci credono seriamente, che i docenti siano quelli della loro epoca, arcigni, implacabili, con "poteri" enormi sui loro figli e possibilità di insegnamento sterminate; credono, davvero, che quando il loro figlio prende 8 o 9, quello sia il voto che davvero merita, voto che loro, negli anni dello studio, mai sono riusciti ad avere; si fidano del fatto che insegnare a scrivere cominciando dallo stampatello maiuscolo sia efficace, anche se tutto dimostra il contrario, che se uno psicologo dice che il loro figlio è dislessico, disortografico, discalculico... il bambino lo sia davvero, senza alcun dubbio; protestano perché non c'è la gita in terza media o in terza liceo, perché la scuola non compra la carta igienica o non ripara i soffitti con i milionari fondi del PNRR (senza sapere che la scuola non può farlo!), ma non si chiedono cosa fanno i figli durante le interminabili ore di: orientamento (in e fuori sede), pcto, asl-educazione alimentare, asl-educazione malattie sessualmente trasmissibili, FFOO-sicurezza stradale, FFOO-alcol e droghe, partecipazione a conferenze (in e fuori sede), a convegni di vario genere, uscite di un giorno, uscite di più giorni, uscite per il teatro, il cinema, il concerto, l'opera lirica, la mostra di pittura o di moda, progetti di varia natura, ecc. ecc. ecc. Non hanno la minima idea del numero di ore di lezione che i loro figli perdono per una serie di stupidate inenarrabili, e soprattutto sono certi che debba andare così senza porsi alcuna domanda. 
Quando il loro bambino, la loro bambina arriva alla scelta del liceo, l'unica domanda che si fanno è: "che lavoro farà dopo", e mai "che persona diventerà mio figlio, chi sarà nella vita". Pur di non avere problemi - ed in questo è il vero rifiuto di fare "il loro lavoro" - hanno accolto l'idea che si studi per lavorare, che la scuola debba solo servire a trovare un lavoro, rifiutando l'idea che l'istruzione serva a formare una persona, un cittadino, che la scuola sia la palestra della società in cui poi i loro figli vivranno, dimenticando spesso che loro stessi fanno lavori soddisfacenti ma diversi da ciò per cui hanno studiato. 
Non sanno cosa è la scuola d'oggi, e non se lo chiedono nemmeno. Il risultato è sotto i nostri occhi, con ragazzi che non sanno comporre due frasi in italiano corretto, che non conoscono la Storia o la Geografia, che soprattutto, non avvezzi ad affrontare le difficoltà, si bloccano davanti a qualsivoglia problema dichiarando ansia e stress per non si sa cosa. 

In questa ridda di pensieri mi domando anche se, capendo quanto questa scuola sia diversa dalla loro, inizierebbero a protestare. Difficile, anzi difficilissimo. Dovrebbero "elaborare un lutto", affrontare un problema, rendersi conto quanto i figli possano essere una rinuncia, una fatica, una responsabilità... e non so quanti di loro siano pronti e disposti a farlo. 

Non mi preoccupa il fatto che i ragazzi votino NO, mi preoccupa quel che leggo sui tanti social quando ne leggo le motivazioni. La scuola, in questo scenario, è diventato un problema. 

lunedì 23 marzo 2026

Musica liquida? Sì, ma con accortezza (perché il vinile ha ancora senso)

 Mi sono ritrovato in una simpatica pagina facebook a chiacchierare con altri appassionati audiofili come me, patiti di amplificatori, giradischi, casse e altre diavolerie, di musica liquida.
Il tutto è partito dalla richiesta di consiglio di un partecipante su quale lettore streamer comprare. Per chi non lo sapesse, il lettore Streamer di rete è una macchina che si collega a internet e ti dà la possibilità di usufruire di tutti quei servizi di musica che sono on line, Spotify, Qobuz, Amazon music, Youtube music e tanti altri. O meglio, i lettori di alta gamma ti offrono la possibilità di collegarti a tutto, quelli di fascia più umana soltanto ad una serie di servizi con i quali, è abbastanza chiaro, la casa costruttrice ha una qualche convenzione. È un po’ come quando sui telecomandi della tv trovate già il tasto di accesso a Netflix o a Disney channel.
Chiariamo un altro punto: quando parlo di alta gamma, mi riferisco ad apparecchi che superano 1500, o anche 2000 leuri freschi freschi, e che per suonare hanno comunque bisogno di un amplificatore, di casse acustiche ecc. La gamma bassa sta ovviamente sotto e trovate apparecchi che funzionano egregiamente anche per 150 euro. Il perché un audiofilo compri un apparecchio da duemila euro è facilmente comprensibile: all’appassionato non puoi comandare, ed è come un amante delle auto che prende una Ferrari, sia pure usata, sia pure per tenerla 350 giorni l’anno nel garage, ma si scioglie “liquido” quando la guarda.
Ultima annotazione: per funzionare lo streamer di rete ha bisogno di una ottima connessione internet, il che è un ulteriore problema. 

Fatta questa premessa per i non appassionati, diciamo che la discussione è andata verso l’eterno ed annoso problema: come supporto per l’ascolto, meglio la musica liquida, il cd, o il vecchio e glorioso vinile? Io, come ho scritto ai partecipanti al forum, non ho dubbi: su tutto vince ancora il vinile, ma ci sono sicuramente un’altra serie di riflessioni da fare, di carattere più sociologico che prettamente audiofilo/musicale. 

Dunque: tra il vinile e gli altri supporti a mio parere non c’è paragone, dato che già non ce n’era tra vinile e cd, figuriamoci col resto. 
Mi dicono che le campionature per la musica liquida siano più ampie e ricche, al mio orecchio francamente non pare e il massimo di differenza che sento è se collego al bluetooth dell'amplificatore il telefono o il pc, con un netto vantaggio per il computer.
La musica liquida, a mio vedere, come tutta la tecnologia moderna, ha un solo scopo: renderti facile la vita. Peccato che "facile" non sia "semplice", e alla fine, se osservi, la facilità diventa un danno, poiché abitua il cervello a un minor livello di attenzione, ne smorza gradualmente l’interesse. 

Quando mettevamo sul piatto del giradischi un LP di un qualsiasi cantante, o una sinfonia, o un’opera lirica, tendenzialmente ascoltavamo dall'inizio alla fine; ora ci prende la noia, come con lo scrolling, e passiamo da un cantante a un altro. Eppure - non parlo di musica classica dove il meccanismo di saltare da un primo movimento di una sinfonia di Mozart a una giga di Bach e poi a un Notturno di Chopin è a dir poco innervosente, insopportabile, intollerabile – eppure, dicevo, quando ha creato il suo Long Playing il cantante ha pensato a una disposizione di brani che costruissero, nelle sue intenzioni, un discorso composito. Non era presumibilmente per una estrazione a sorte se “Sono solo canzonette” di Eduardo Bennato iniziava con “Ma che sarà” e finiva con la canzone che dava il titolo al disco, o se “Revolver” dei Beatles inizia con “Taxman”, prosegue con “I’m only sleeping” e via dicendo. Anche nella semplice alternanza di brani più… animati e brani più “dolci” c’è evidentemente la volontà di creare una emozione. E non addentriamoci nemmeno nella sequenza di costruzione di una sinfonia di Beethoven o Brahms.
Il problema con la cosiddetta musica liquida - definizione che non casualmente riprende quella di Baumann sulla società liquida, i cui principi ho qui trovato ottimamente sintetizzati 








- il problema con la musica liquida, è che il tuo atto di ascolto non è più un atto di conoscenza, come leggere un libro o vedere un film, ma la musica diventa una sorta di mero sottofondo alle altre tue attività, una specie di colonna sonora alla tua vita, dove ogni pezzo, che magari appartiene a un determinato genere che l'algoritmo ha identificato come il tuo preferito, va bene. E per quanto possiamo amare Morricone o Williams le loro belle musiche accompagnano, favoriscono la creazione di una atmosfera, sottolineano passaggi, ma la parte predominante, quella che stiamo seguendo è il film, non la musica, al punto che nei concerti di questi splendidi autori ci esaltiamo solo quando riconosciamo il film in cui quel brano è inserito, e questo penso sia innegabile.
E' vero, mi piace il jazz, ma non è che un qualsiasi pezzo di jazz in quel preciso momento in cui voglio ascoltare musica mi va bene. E ancora peggio: nel procedere dell’ascolto tollero, aspetto, subisco uno o più pezzi che non amo attendendo quello che mi piace, oppure salto da un brano all’altro senza arrivare mai in fondo. Mi si dirà che è per questo motivo che ci sono le playlist, ma avete mai provato a usare una playlist su queste piattaforme digitali? Costruisci la tua play, ma se non paghi la sequenza che hai costruito non viene seguita, si salta comunque da una musica a un'altra, e magari non puoi ascoltare la canzone che ti piace più di un tot numero di volte e devi aspettare il giorno dopo… Almeno il lettore cd, con il suo bel telecomando, ti permetteva questo: voglio ascoltare dieci volte di seguito “Life on Mars”! Fatto! E anche l'idea che hai "tutto il mondo musicale a tua disposizione", oltre a essere una pia illusione, per il discorso, ad esempio, che esistono accordi tra le varie case e non tutte stanno con tutte, reprime quel grande atto dell'uomo che è vitale per la conoscenza: la ricerca spinta dalla curiosità, dalla voglia di conoscere e sapere. Dove saremmo oggi senza questo elemento? Ci faremmo ancora curare dagli stregoni e il massimo che avremmo è i tamburi sui tronchi di legno, o al massimo il flautino di Pan. Non mi pare propriamente interessante.

Sarò forse esagerato nelle mie riflessioni, ma io evito la musica liquida il più possibile. Non la escludo del tutto, come gli elementi contemporanei della tecnologia offre di certo una serie di vantaggi, ma non sono ancora disposto a buttare tutto il passato a mare per lanciarmi in un futuro che non vedo, anzi non sento, propriamente al servizio dell’uomo. 

martedì 24 febbraio 2026

Servitori dello Stato, una delle storie più belle che mi siano capitate.

È una delle storie più belle che mi siano capitate. 
L’altro giorno, ero a scuola, vedo nei corridoi una ex alunna, diplomata tre anni fa. 
Non mi aveva visto, mi avvicino per salutarla… e non era lei. 
Non lo era perché era la sorella, gemella. 
Già, perché Maria Francesca e Alessia sono gemelle omozigote, identiche come non te lo immagineresti nemmeno in un racconto di fantasia. Due belle ragazze alte, forti, dagli occhi scuri e profondi. 
A questi episodi di confusione sono chiaramente abituate da sempre, e da sempre si son sentite dire tutte quelle stupidate che si dicon loro quando si vuol essere banalmente spiritosi: Vi scambiate per le interrogazioni, chi esce con il fidanzato di chi, ecc. ecc. 
La ragazza, anzi, ormai la giovane donna era lì per ritirare una copia del diploma. Perché? Perché ha vinto il concorso nei Carabinieri e tra poco partirà per i sei mesi di addestramento. 
Al che ho sbarrato gli occhi dallo stupore, perché so che anche la sorella ha vinto quel concorso! 
“No – mi corregge  – lei lo ha vinto in Polizia”. 
Insomma, una andrà nei Carabinieri e l’altra in Polizia. 
Non sarei mai arrivato ad immaginare una simile situazione: due sorelle, gemelle, due nostre ex allieve, che hanno trascorso venti anni della loro vita gomito a gomito, nello stesso momento scelgono di essere due Servitori dello Stato. Non posso nascondere che in cuor mio mi son commosso. E nemmeno posso nascondere che uno dei pensieri è stato: “Signore, fa che non succeda loro mai nulla di brutto”. 
“E così, alla fine le gemelle si dividono”. 
“Già – mi ha risposto – una da una parte e una dall’altra”, e ho avuto l’impressione che, pur sorridendo, un leggero velo di malinconia passasse nei suoi occhi. 
Ho fatto loro i miei auguri e son tornato al mio lavoro. 

In questi giorni in cui per la vergogna di disprezzabili soggetti le Forze dell’Ordine si ritrovano nella buriana, davanti ai miei occhi c’era una ragazza, anzi due, che con sorriso e coraggio intraprendevano una difficile strada, una via di dedizione e rigore. 
Ma lasciandola non ho pensato alla brutta cronaca di questi giorni, davanti a miei occhi è invece passata l’immagine di loro che hanno trascorso venti anni della loro vita sempre insieme, a scuola, in casa, al mare, nella squadra di pallavolo di cui erano due imprescindibili colonne, e ora arrivava la vita, a dividerle. Se davvero ho visto malinconia nei suoi occhi, ho pensato, doveva essere per questo, per la coscienza, che rapidamente han dovuto acquisire, che la giovinezza volgeva al termine. 
Perché la giovinezza finisce, mie care ragazze, se struie, si spegne come qualsiasi candela. Forse una andrà a prestare servizio a Bolzano e l’altra ad Agrigento, le vostre storie si intrecceranno ad altre storie, ma quel che posso dirvi è che l’infanzia non sparirà mai, la giovinezza finisce, ma l’infanzia, quella sarà sempre con voi, e in voi, niente cancellerà quel che siete state, gli anni e le ore che avete vissuto l’una accanto all’altra, il vostro essere figlie e nipoti e sorelle, il vostro essere due brave giocatrici di pallavolo, e non importa chi alzava e chi schiacciava, la vittoria non è nel punto, ma nel giocare la partita, e nessuno come voi la sta giocando. Dio vi benedica. 

giovedì 26 giugno 2025

TUTTA, FORTE E CHIARA! (i fantastici detti degli attori di un tempo)

 Quando iniziai a lavorare in Teatro, c'erano una serie di vecchie e sintetiche indicazioni che ancora gli attori si lanciavano e rilanciavano, e che spesso solo loro capivano. 
Cosa vorrà dire, per esempio: "Perdi aria dal culo!". I giovani attori magari non lo sanno, ma sono certo che, come accadde a noi la prima volta che ce lo sentimmo dire, ne capirebbero subito il senso. Vuol dire che sei sul palco, stai recitando, o provando a farlo, ma non sei energico, teso, innervato, che insomma sei floscio, e l'aria, ma non quella intestinale come banalmente si potrebbe pensare, ma quella della emissione vocale, invece di uscire dalla bocca, si perde da altro orifizio. 
Oppure, ricordo, "passare la ribalta", che semplicemente era un invito a fare arrivare la voce fino in fondo alla sala, e che di sicuro se avesse passato la ribalta sarebbe appunto arrivata fino in fondo. 
Su questo c'è un simpatico aneddoto - decisamente per boomer - che una volta sentii raccontare da Giancarlo Fusco, un importante giornalista della seconda metà del Novecento, noto, oltre che per le capacità di cronista, anche per il suo amore per la buona tavola. Da giovane faceva il segretario di un importante grande attore, Ermete Zacconi. Un giorno chiacchierando con Zacconi e gli disse che un altro importante primattore aveva dichiarato di essere comunista. Al che Zacconi chiosò: "Comunista? Ma se la sua voce non si sente oltre la terza fila di poltrone!". 

Tornando a noi. Un giorno, Stefano Lescovelli, simpatico e bravo attore prematuramente scomparso, d'improvviso mi pose sotto un simpatico interrogatorio: "Giovanotto, se vuoi dirti attore devi rispondere a queste tre domande: 1) si mangia prima o dopo lo spettacolo, 2) che cos'è la decade, 3) di che colore è il bonifico?". Ero un po' perplesso, ma risposi, come si fa per rispetto verso i più anziani: "Si mangia dopo lo spettacolo, la decade sono dieci giorni di paga e si prende ogni dieci giorni... ma il bonifico... cos'è?". Già, perché almeno noi, un tempo, non avevamo l'abitudine di parlare per essere ascoltati, ai miei tempi non erano gli adulti a dover stare in silenzio per ascoltare cosa avevano da dire i giovani, ma i giovani a tacere, aprire le orecchie e apprendere da chi ne sapeva più di loro. Da troppo tempo abbiamo invertito le funzioni... e sappiamo tutti dove ci ritroviamo. 
Dunque, Stefano mi spiegò una cosa che non avrei mai potuto sapere perché davvero era di un'altra epoca: "il bonifico era un tagliando che la Compagnia dava a ciascun scritturato, che dovevi presentare alla biglietteria dei treni e con quello avevi lo sconto dato che viaggiavi per lavoro, il colore del bonifico era verde". 
Era tutto ovviamente un gioco, ma le tre domande mi spiegò, i vecchi attori le facevano davvero per verificare da quanto tempo tu fossi nel mestiere. A quel tempo il mestiere era molto fatto di fame, e gli attori andavano sul pratico, nelle loro bislacche domande c'era una capacità di sintesi che in qualche modo escludeva completamente la teoria per stare sulla pratica. Era profondamente "artigianato". Tutto questo prima che arrivasse Stanislavskji e che il suo verbo si diffondesse. 

Il gergo degli attori era ed è pieno di parole e frasi originali e divertenti, come: tinca, telefonare la battuta, impallato, spallarsi, andar di rimessa, birignao, fotta, fare burletta, soffiati, vuoto di scena e pieno di scena. 
Quella da cui però sono sempre stato affascinato è la realmente sintetica: TUTTA, FORTE E CHIARA! 

Tutta forte e chiara è il primo e più semplice consiglio che un anziano forniva a un giovane, e si riferisce al modo di dire la parte. 
Hai provato, sei arrivato a un buon risultato, ora devi andare in scena e hai ovviamente timore. Beh, non preoccuparti di mille cose, pensa a una cosa essenziale: di' la tua parte tutta, forte e chiara. 

Non è difficile da comprendere.
Dilla TUTTA, che evidentemente significa: abbi una perfetta memoria e non dimenticare nessuna battuta.
Dilla FORTE, in pratica: figliolo, fatti sentire fino all'ultima fila di poltrone e anche oltre.
CHIARA! E questo, a mio immodesto avviso, è il punto realmente interessante. Cosa vorrà dire CHIARA? 
Certo, per "chiara" si intende un banale "fatti capire", scandisci bene, metti timbro in tutte le parole, ecc. Ma ho il sospetto che nel sapiente artigianato dei nostri avi si nascondesse qualcosa di più. 

Io penso che per "chiara" si intenda non solo fai capire le parole, ma fai capire l'intenzione che c'è dietro, fai capire il senso che ti ha portato a decidere di dirla in un certo modo piuttosto che in un altro. Insomma, non serve solo che le parole siano intellegibili ma che sia limpido anche ciò che le determina in quel momento scenico e che realmente le riempie di senso. 
Denùdati, fammi capire davvero chi sei, chi è il personaggio che stai rappresentando, fammi capire i suoi pensieri, ed anche il senso dei suoi silenzi, lasciati attraversare dalla nettezza della scena e del tuo personaggio, lascialo vivere in te perché lo si possa "chiaramente" vedere vivere. 
Ed ecco che "chiara" non è più solo riferito alle parole, ma a te stesso interprete e allo sforzo che devi metterci per arrivare al risultato, al pubblico, al compimento effettivo dello spettacolo, al valore stesso del Teatro. 

Gli antichi non scrivevano teorie, tranne qualche primattore che raccoglieva le sue memorie e le proprie riflessioni sulla professione, non compilavano libri, ma per il resto tutto era artigianato, un modo sapiente di recepire il mestiere e di passarlo, capendosi su ciò che non poteva essere spiegato davvero a parole, intuendosi reciprocamente per ciò che le parole non potevano spiegare se non che con grandi e complicati giri. 

Gli artigiani fanno, non teorizzano. E deve essere per questo che quel "chiara" mi ha sempre affascinato: c'è un mondo, in una sola parola, che in verità solo chi è salito sul palcoscenico può comprendere, e non importa se non riuscirà mai a spiegarlo a parole, quel che conta è che salga sul palcoscenico e agisca, che sia attore, nella maniera più chiara che gli sia possibile.  

martedì 17 giugno 2025

ASTENSIONISMO, CHE CI SIA UNA RAGIONE TERRA TERRA?

 Lasciamo perdere il Referendum abrogativo dell'8 - 9 giugno, ché lì il quorum ha un senso costituzionale preciso, ragionato e a mio parere (che poco conta) più che corretto, per cui l'astensione ha un chiaro valore come modo di esprimere la propria opinione, per il resto delle consultazioni elettorali ho sempre sostenuto e continuo a sostenere che chi si astiene ha sempre torto. E non mi toglierete questo pensiero.
Nel resto delle tornate elettorali il quorum non c'è, dunque chi non sceglie non ha poi moralmente alcun diritto di recriminare o lamentarsi, anche se gli è assolutamente consentito dalla Costituzione... e dalla nostra pazienza. La verità è che per la democrazia, per essere veri democratici ci vuole un fegato di ferro, per ingoiare, digerire, filtrare tutte le sciocchezze che senti dagli altri, ma che gli altri hanno tutto il diritto di pensare e dire, anche perché è molto probabile che loro penseranno lo stesso di te. 

Ma al netto di tutto questo, è fin troppo evidente che da almeno venti anni a questa parte la partecipazione popolare alle tornate elettorali di vario ordine e grado vada scemando in modo preoccupante. Sul perché troverete certamente spiegazioni e teorie di alto valore scientifico, io ho una mia idea molto terra terra. 

La verità, secondo me, è che l'italiano ha sempre avuto una sorta di fastidio verso la politica, pur essendo uno degli animali più politici del globo. Il fatto è che egli vede la politica, e l'elezione del politico, come una delega, ma non in senso nobile, cioè: "Tu mi rappresenti", ma in senso pratico, talvolta eccessivamente pratico, poiché quando vota l'italiano medio vuol dire: "pensaci tu a 'sta cosa, io non ci voglio pensare ho altro da fare, e vedi di far funzionare il tutto. Insomma, fai bene e nun me scuccià!". 
Ora, tutto andava bene finché il danaro c'era e circolava, ma con l'ingresso nella UE, lo sappiamo, e con l'arrivo dell'euro, le cose si sono complicate e molto, per cui il politico, non trovandosi più in mano le disponibilità economiche di prima, non ha potuto fare quel che ci si aspettava da lui. Inoltre, impoverendosi la classe media, lo "stipendio del politico" al quale nessuno nel periodo della Lira faceva davvero caso, è diventato un parametro scatenante rabbia (sia pur scioccamente, ma così è). Ed ecco che le persone che delegavano han cominciato a vedere il politico come uno che non risolve - ma che senza denari non si cantano messe, a pochi viene in testa! - e che rispetto a me povero impiegato si prende pure un sacco di soldi (come se 5000 leuri al mese, che questo è l'effettivo stipendio di un parlamentare, fossero chissà quale cifra). 
Dunque: che ci vado a fare a votare gente che non mi serve e campa sulle mie spalle? (ditemi che non avete mai sentito questo tipo di ragionamento). 

Ma c'è una ragione ancora più profonda e legata sempre al sistema economico in cui ci siamo infognati: molte persone semplici, ma anche quelle non semplici (sic), andavano a votare perché conoscevano personalmente un politico, il quale era in grado di trovare un posto di lavoro al figlio, di velocizzare una pratica per l'invalidità o la pensione, farti avere il trasferimento più vicino a casa... Quello che insomma qualche moralista alla Alberto Sordi definiva come voto di scambio strettamente legato alla preferenza. Intere famiglie votavano per Tizio o Caio perché gli risolvevano i problemi. 
Oggi Tizio o Caio non hanno più potere, non possono più alzare il telefono e fare assumere il figlio del sig. Giovanni alle Poste, o di fare trasferire il carabiNIere Stelluti da Martina Franca a Rovereto, paese della sua famiglia. E questo sempre perché, per i motivi economici suddetti, hanno le mani legate. Tutti, bene o male, avevano un politico di riferimento, uno cui potevano rivolgersi per un problema, problema che quasi sempre poteva essere risolto in modo lecito, a differenza dell'idea che la narrazione ha diffuso e inculcato nella testa dei cittadini. 

Si potrà dire che oggi la politica, avendo perso la sua parte di "voto di scambio" sia più pura. Può darsi, ma quanto sarà mai pura una politica una politica in cui comunque sia il rappresentante dei cittadini ha le mani legate? 

Io trovo che votare sia sempre meglio, che gli assenti hanno sempre torto (tranne nell'abrogativo, come detto all'inizio), ma invece di stracciarsi le vesti dopo ogni elezione sulla non partecipazione al voto, proponendosi di far qualcosa per riportare gli italiani alle urne, chiediamoci davvero quali siano le ragioni profonde dell'astensione. Il malcontento? D'accordo, ma questo malcontento da dove nasce?

Capisco che la mia sia una spiegazione molto terra terra, ma magari ha un qualche senso. Chissà... 

venerdì 6 giugno 2025

SOVVEZIONI AL CINEMA, UN PRINCIPIO DA RIBALTARE

 La polemica sui soldi che lo Stato italiano destina alle produzioni cinematografiche non accenna a diminuire, come è nella logica delle cose quando un dibattito perde il suo valore di riflessione collettiva e diviene solo strumento di contrapposizione politica. 

L'attore Elio Germano



Da un lato, lo sappiamo, c'è il Governo del Paese che afferma di non poter sperperare i soldi dei cittadini, dall'altro gli uomini del Cinema che affermano che il governo fascista vuole togliere i soldi alla Cultura. 
Entrambi i modi di porre la questione sono a mio parere errati: se da un lato non si può valutare un'opera dell'ingegno sulla base dello sbiglettamento, dall'altro non si deve pretendere un contributo, a volte molto ma molto sostanzioso, sulla fiducia. 

Conosciamo i nomi di artisti che nel corso della Storia sono stati considerati meno di nulla per poi essere valutati come geni che producevano capolavori. da Van Gogh a Pirandello, da Wolfe a Manet, fino a qualcuno che ebbe il coraggio di affermare che Caravaggio aveva distrutto la pittura. 
Dunque, valutare un'opera come di scarso valore perché l'hanno vista i dodici non è un criterio valido. "I cancelli del cielo" di Michael Cimino è stato uno dei più grandi insuccessi della storia del cinema, ma dopo ci siamo accorti che era un film superlativo. Perché il valore artistico delle opere lo decide, sul serio, solo il tempo e la loro resistenza nel tempo. 

Ma dall'altro lato, parlare di Governo che non vuole sovvenzionare la Cultura è una bufala. Per un motivo simile al precedente, perché se un Governo vuole o no sostenere la Cultura non lo si decide sulla base della cifra che mette a disposizione. Un Governo, essendo un organo politico, deve fare azioni politiche, creare condizioni e criteri perché le attività culturali (non "la cultura" che è definizione molto generica) possano svilupparsi, perché i lavoratori dello Spettacolo abbiano occasioni di lavoro e siano tutelati, perché le produzioni possano nascere e andare in porto. Ed è possibile che tutto questo venga fatto con una spesa minima o addirittura senza spesa. E se così fosse, se arrivasse un governante che con una brillante idea (che io in questo momento non ho, mentre ne ho sul mio specifico, il Teatro, non so se brillanti ma ne ho), se arrivasse un parlamentare e avesse quella illuminazione che permette alle produzioni di agire pienamente con una minima spesa per lo Stato, sarebbe un male, chi avrebbe il coraggio di dire, in un Paese dove si creano le condizioni per il lavoro che questo sarebbe un male solo perché non arrivano tutti i soldi che noi vorremmo? 

Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni


Come si può vedere, i due modi di affrontare il problema non sono corretti e avranno il solo risultato di perpetuare la ormai noiosa diatriba. 
Cosa dunque andrebbe fatto? Con franchezza non lo so, anche perché come dicevo, il mio specifico è il Teatro e non il Cinema, ma una perplessità in testa ce l'ho e da parecchio tempo. 
La sovvenzione teatrale esiste, ed è sacrosanta come qui ho potuto illustrare, non serve a tutelare il padrone ma il lavoratore, soprattutto quello di qualità (e per qualità intendo professionale).Ora, la sovvenzione teatrale viene elargita dopo che lo spettacolo è stato prodotto ed ha circuitato nei teatri. Per accedervi, come tanti amici Amministratori di Compagnia potrebbero raccontarvi, ci sono pacchi di moduli da riempire a volte anche con richieste folli, e questo anche a fronte di piani di produzione preventivi che vengono richiesti periodicamente, anch'essi con informazioni fuori da qualsiasi logica. Ma in pratica, i soldi si hanno dopo, ribadisco dopo, che il lavoro è stato prodotto ed è arrivato al pubblico. 
Quello che con il Cinema non torna, è che i soldi vengono assegnati prima, prima e sulla base di cosa? Di un progetto. E cosa sarebbe in realtà "un progetto"? Non vorrei dispiacervi, ma... un foglio di carta. Sì un foglio di carta (più o meno lungo), sul quale è scritto quel che si vorrebbe fare, cosa racconta la storia, chi sono i personaggi, gli interpreti... 
Mi pare evidente che questo sistema può presentare tante, troppo incrinature, di diverso genere, da quelle più facilmente immaginabili, alle più sottili e sotterranee. 
Poiché nessuno sa, sulla carta, come sarà quel film. E se tutte le inquadrature dovessero venire male, e se la storia fosse meno efficace di quanto si immagina, e se...?

E qui va inserito un altro aspetto: cos'è l'Arte e in conseguenza la Cultura. 
Per prima cosa: chi decide cosa è cosa non è Cultura. 
Faccio sempre questo esempio, e mi pare funzioni: se Cultura fosse il contenuto, allora la filodrammatica parrocchiale che mette in scena Medea, varrebbe più della farsa messa in scena da Peppino De Filippo. Quindi, può avere un senso giudicare sulla base di "un progetto"? No, perché quella storia potrebbe essere realizzata malissimo, e se anche il regista o gli interpreti fossero di comprovata fama e abilità, potrebbero "toppare" il film. Sappiamo bene che è successo! 
Non solo, ma siamo proprio certi che le storie che raccontiamo sono nuove, originali, o alla fin fine raccontiamo sempre le stesse dieci storie, che mutano solo in luogo e tempo?

E l'Arte, cos'è? Con franchezza non lo so, o meglio quel che so è troppo lungo e complicato da spiegarlo adesso. Di sicuro, l'Arte è una cosa che si vede dopo, nel tempo. Nel senso che quel che facciamo con il nostro mestiere è artigianato, è lavoro manuale (o intellettuale, il concetto non cambia) che si replica ogni giorno con perizia, poi un giorno qualcosa ci sfugge dalla mani e nel tempo gli altri, non noi esecutori, ma gli altri, si accorgono che è Arte. Un tal Francesco I chiese a Benvenuto Cellini di fargli una saliera, e il Cellini eseguì il compito come un bravo artigiano qualsiasi, una volta terminata ci si accorse che si era di fronte a un capolavoro. 

E potremmo continuare con gli esempi, ma in sintesi, io penso che la Cultura sia "il saper fare", la capacità di avere quotidianamente il mestiere tra le mani e svolgere il proprio compito, poi un giorno, senza che ce ne accorgiamo, ci sfugge il capolavoro. Forse. Chissà... 

Dunque, come si componga la diatriba Cinema-Governo non lo so, mi chiedo solo per quale motivo non si debbano pensare per il Cinema tempi e modi di sostegno economico simili a quelli del Teatro: fate, poi rendicontate, poi valutiamo ed elargiamo. Non è un sistema perfetto, ve lo dico subito, ma almeno ci sarebbe più trasparenza e meno discussioni. Noiose discussioni.    

lunedì 12 maggio 2025

L'ABBAGLIO, ROVINARE UN BEL FILM PER UNA BATTUTA




Dato che imperversano le polemiche sul cinema italiano e le sue crisi, perenni crisi se vado alle mie più lontane memorie, ci siam visti un atteso film proprio del cinema italiano: "L'abbaglio" di Roberto Andò. 
Vista la bella prova con "La stranezza" c'erano tutti i presupposti per un'ennesimo buon film. 
E così è stato... fino agli ultimi trenta secondi! 

Sintetizzando, "L'abbaglio" è un bel film rovinato dalla battuta finale!
Io comunque vi consiglio vivamente di vederlo perché, innanzi tutto, Ficarra e Picone sono bravissimi, per certi versi ancor più bravi che ne La stranezza dove comunque mantenevano una vena comica che qui è totalmente espulsa.
Su Servillo sorvolo: non lo amo, non l'ho mai amato, non mi soddisfa mai, trovo che sia didascalico, non credibile, sempre retorico e professorale, perpetuamente intento a trasmettere un messaggio morale più che a recitare. Ha il pieno difetto degli attori/registi legati a doppio filo alla sinistra italiana, attuale e storica: l'intelletto sopravanza il mestiere, mortificando così, sempre, l'espressione artistica. 
La sceneggiatura è azzeccatissima, la storia intensa, con soluzioni e spunti decisamente interessanti e divertenti (non nel senso che si ride!). In alcuni momenti non nascondo di essermi commosso: il sacrificio del ragazzino sulla rocca, per esempio, è un bel colpo; bei costumi, belle scene - anche se la parte computerizzata meritava forse un po' più di cura - e splendida la scelta dei luoghi che esalta una Sicilia, dura, antica e magnifica. 

Ma allora, cos'è che rovina il film?
A bene vedere la storia ricalca quella di un capolavoro del cinema non solo italiano: "La grande guerra", di Mario Monicelli con Gassman e Sordi, dove c'è il riscatto dell'italiano vigliacchetto e truffaldino, debole e pauroso che alla fin fine può, a suo modo, rivelarsi un eroe. 



Un film straordinario, La grande guerra, che essendo stato realizzato una ventina scarsa di anni dopo il fascismo, porta in sé uno straordinario messaggio: contro il virilismo fascista, il debole, il vigliacco ha pieno diritto di essere difeso e considerato, poiché da tutti, dai comportamenti più impensabili e non omologati possono venire delle sorprese. 

Anche nel caso de "L'abbaglio" la storia procede sorprendendoci, ma simpaticamente, i due furfantelli alla fine non solo riprendono la loro strada di piccoli lestofanti, ma fanno, se così possiamo dire, addirittura carriera, mettendo su una bellissima casa di tolleranza con annessa bisca clandestina. 
Il gesto che hanno compiuto è stato davvero eroico e rischioso, ci si aspetta verso di loro un sorriso di comprensione e comunque di ringraziamento. 

Ed invece, eccolo il moralismo che ha smontato e triturato tante speranze e molte possibilità del nostro Paese dal dopoguerra ad oggi, quando una certa parte politica decise che l'Italia era un paesucolo di lestofanti, vigliacchetti e imbroglioncelli, per cui il protagonista, il colonnello Orsini, che tanto realmente ha fatto per l'Unità d'Italia, decide che le loro fatiche, tutta l'impresa dei Mille, è stata inutile poiché questa penisola, Nazione di imbroglioni era e Nazione di imbroglioni è rimasta. 

Dov'è il problema? Il problema è che pure in questo caso, l'intellettualizzazione si sovrappone a uno spontaneo flusso narrativo: non si lascia che la storia proceda per dove essa vuol condurre, ma la si forza a una soluzione, a un tema, a una morale che dopo tanta bellezza, va sottolineato, ti fa cascare le braccia. Hai fatto tutto questo, costruito questa sceneggiatura, questo film, solo per dirci che alla fine che si è combattuto per nulla, per avere lo stesso paese di gattopardi? Beh, caro Andò: banale, scontato, visto e rivisto, e ne siamo anche stanchi. 
Forse questo Paese merita qualcosa di più della solita denigrazione, forse merita il vostro talento che sa condurre ottimamente un film, film che non merita di perdersi per voler dire la noiosa battuta finale. 



lunedì 28 aprile 2025

MEGALOPOLIS di F. F. COPPOLA, UN FILM BRUTTO MA APPREZZABILE!


 


Ieri sera ho visto Megalopolis, l'ultimo film di Francis Ford Coppola. Grande regista. Dovrebbe essere una garanzia. Invece il film è dannatamente brutto, brutto e pretenzioso che tutto ciò che riesce a mettere in scena è il provincialismo americano. 

I titoli di testa la indicano come "favola di F. F. Coppola", e tale è, vista l'ambientazione pseudo antica Roma, i nomi dei personaggi: Cesare Catilina, Cuius Crasso e roba del genere. Costumi e truccature da richiamare la città eterna, e poi sparse come il granone, a iosa, citazioni di Marco Aurelio, Shakespeare a gogò (a un certo punto il protagonista ci declama, non si capisce il perché l'Essere o non essere dell'Amleto... boh!), battute recitate in latino, cast stellare, dispendio di luci e costumi e scene e montaggio acrobatico, storia più banale che sconclusionata, gli USA come Roma conosceranno la stessa decadenza perché i suoi cittadini non credono più nel loro Stato, un po' di morale, un po' di lesbo, qualche nero piazzato ad hoc... Il tutto per due ore abbondanti di noia, noia pura, nelle quali un americano mostra come sia sotto sotto sempre abitato da quel senso di inferiorità che gli comporta l'essere nato in un Paese che non ha una storia antica. 

Insomma, quel Coppola che ci ha regalato - lo sappiamo tutti - capolavori assoluti come Dracula, la saga del Padrino, Apocalypse now, L'uomo della pioggia, il delizioso Tucker - un uomo e il suo sogno, il fantastico Cotton Club, e tanti altri bei film, stavolta ha proprio "lisciato". Succede, anche ai più grandi capita di far bruciare la torta, mancare il buco della ciambella, di inciampare in un brutto film che, a dirla tutta, non è nemmeno recitato benissimo. 

Un pregio, a mio parere, va però rilevato: Coppola il film lo ha scritto, diretto, ma soprattutto se lo è prodotto. A differenza di certi simpatici registi nostrani che pretendono di far capolavoro con soldi altrui o, peggio ancora, con soldi dello Stato, il vecchio Francis, potendolo ovviamente ormai permettere, rischia il suo per il suo. E fa più che bene. Se il film è brutto, questo aspetto è tutto da apprezzare. 
In fondo, quante volte, nei nostri sogni, abbiamo pensato: "Se vinco al Superenalotto mi tolgo questo sfizio", chi con l'arte, chi con i viaggi, chi con la casa, ecc? 
Io, per esempio, avessi la possibilità scommetterei sul nostro Giardino dei ciliegi in napoletano, e allora è più che giusto che Coppola con i suoi soldi faccia quel che vuole. I suoi, non dei contribuenti.





domenica 6 aprile 2025

GOLDONI, ROSSINI: COME TI RIVITALIZZO IL TEATRO

Rossini in un ritratto di M. F. C. Mayer


Goldoni in un ritratto di A. Longhi

La decisione di Gioachino Rossini (1792 – 1868) di scrivere le “fioriture” e di non lasciarle più alle improvvisazioni dei cantanti, mi chiama alla mente, e mi pare anche un facile collegamento, Carlo Goldoni (1707 – 1793) e la sua altrettanto determinata volontà di scrivere “tutto il testo”, scavalcando definitivamente il mondo della Commedia dell’Arte. 

Se però metto insieme i due elementi, da un lato il raffinato lavoro di collaborazione che Goldoni fa con i suoi attori prima di arrivare alla stesura definitiva del testo, dall’altro la profonda conoscenza che Rossini ha del canto per esser stato egli stesso cantante, figlio di cantante, marito di cantante, ed avere vissuto, anch’egli come Goldoni, gomito a gomito con i suoi interpreti, mi viene da pensare non ad una azione di sopraffazione dell’autore sugli interpreti, ma alla volontà di determinare, in ogni sua punto, la drammaturgia, letteraria o musicale che sia, donandole finalmente una nuova dignità, una dignità assoluta.

In questa azione, che mi appare sempre più effettivamente comune ai due, viene a ricrearsi, a rideterminarsi una nuova via del teatro, di prosa o musicale, una nuova letteratura che chiedendo agli interpreti un completo ridisegnarsi nella loro funzione, ne rimette in circolo, attivo e vitale, la fondamentale peculiarità. 

Sia Goldoni che Rossini, infatti, va rilevato, agiscono in un momento in cui le arti precipue di cantanti e attori hanno preso un così “ampio spazio” da divenire il manierismo di loro stesse (quasi una “decadenza”). Potremmo dunque affermare senza tema di smentita che entrambi gli autori focalizzano la loro azione sull’effetto finale ed unico del loro lavoro: la messa in scena.  


mercoledì 22 gennaio 2025

UN MIRACOLO CHIAMATO EDUARDO


Dettaglio scenografia di Eugenio Siniscalchi
"Nzerra chella porta" esercitazione alunni 
V T Sperimentale Teatro 2024/25
Liceo Artistico Sabatini-Menna Salerno

 











Oggi, mentre guardavo i miei ragazzi arrampicarsi con le loro esili braccia su quella immensa montagna che è Eduardo De Filippo e il suo teatro, a un certo punto mi sono commosso. Loro mi hanno commosso, per la dedizione che ci hanno messo, dopo giorni e giorni di battaglia, improperi, urli, insistenze, giorni e giorni in cui ho tirato la carretta, trascinandomi dietro quella banda di mezzi debosciati che sono i giovani di oggi (definitemi pure boomer!), vedevo che avevano raggiunto un buon risultato, al punto che ho derogato a una mia imprescindibile regola: gli ho detto che erano stati bravi. 
In teatro, mai dire a degli allievi che sono bravi, potrebbero sedersi sugli allori, mentre devono apprendere un insegnamento di vita: che non c’è mai limite al meglio! Infatti, dopo il complimento, ho aggiunto: “Attenzione, non è che adesso pensate ‘lo so fare’, potete solo pensare ‘l’ho fatto e mi è venuto bene, ma lo devo ancora rifare, e poi rifare, e devo provare a farlo ancora meglio’. 
Ma c’è un altro motivo per cui mi sono commosso, e che ho condiviso con loro: all’improvviso, mentre li guardavo ho capito una cosa, un qualcosa che non mi spiegavo: perché amo così tanto Eduardo? È per il dialetto, per la vicinanza linguistica, per il divertimento che mi dà, per la commozione che mi scuote, per la bravura d’attore, per la bellezza delle commedie, perché ho conosciuto e lavorato con attori che hanno lavorato con lui e mi hanno raccontato mille cose, perché mi affascina, per la malinconia verso un tempo in cui avrei amato essere? Certo, per tutto questo ma anche per quel che oggi ho capito. 
Perché il teatro, sapete, è così, ti viene detta, magari insegnata una cosa, e tu la capisci davvero, ne prendi coscienza magari anni e anni dopo. Il mio vecchio Maestro, Mario Ferrero, mi disse una certa cosa in Accademia quando avevo 22 anni, la capii una sera d’improvviso mentre ero sul palco a recitare “Uno sguardo dal ponte” di A. Miller e di anni ne avevo 36. Tardo io? No, è che il sapere e il prendere coscienza sono cose molto, ma molto diverse. A un tratto, mentre recitavo, fui attraversato da una illuminazione e pensai: “Ecco cosa voleva dire Mario quando diceva quella cosa!”. 

Totale scenografia

Ebbene, oggi pomeriggio, mentre quelle esili braccia, dicevo, si arrampicavano sull’Everest, ed a mani nude, ho sentito chiaramente quello che nessun autore mi ha mai comunicato: la scrittura di Eduardo De Filippo trasuda tutto l’amore per il teatro che egli poteva avere, ma la cosa miracolosa, realmente miracolosa, è che trasuda tutto l’amore che noi abbiamo per il Teatro, in quelle parole, in quelle scene, in quella azione sulla scena non c’è il suo amore per il Teatro, ma l’amore che tutti i teatranti del mondo hanno per il loro lavoro, per il loro mondo, e la loro vita, la loro scelta di vita; io guardavo i miei ragazzi sulla scena e vedevo riflesso su quelle tavole il mio stesso amore per l’arte che alla loro stessa età ho voluto abbracciare. 
È questo il miracolo: Eduardo scrive il mio amore per il mio lavoro. E mi è stato chiaro che tutti coloro che lo hanno amato e lo amano, lo amano per questo motivo, anche se non lo sanno e forse mai lo sapranno ma non importa. 
E non importa se siamo divenuti famosi come lui o insignificanti, conta l’amore che ci mettiamo ogni giorno, quel che abbiamo imparato da chi è passato prima di noi, e quel che passeremo a chi vorrà venire dopo di noi. Il resto non è silenzio, ma una voce che non smetterà mai di cantare finché l’uomo avrà fiato su questa terra: è il Teatro.