domenica 30 settembre 2018

DILETTANTI IN CATTEDRA, ACCORDO MIUR-FITA (cari attori, dal 6 ottobre trovatevi un lavoro)


Cominciamo col dire che questo sarà l’ennesimo post lungo.
A me non piace fare post lunghi come non mi piace leggerli (e soprattutto rileggere i miei dopo che li ho scritti!), ma le cose che devo raccontare, non sono purtroppo note a tutti, a volte nemmeno a tutti gli addetti ai lavori, e quindi c’è la necessità di far capire e di far capire bene. Inoltre, in casi come quello che state per leggere, le cose da dire sono molte e intrecciate tra loro, stesso dicasi per le considerazioni da fare. Con estrema franchezza preferirei cavarmela in venti righe ed economizzare anche sul tempo (che mi è prezioso), ma pare proprio che non si possa fare, e questo mi fa incavolare più di quanto possiate immaginare, più di quanto già non lo sia proprio per quel che mi tocca raccontarvi.



Diciamo che sono arrabbiato.
Diciamo che sono molto arrabbiato.
È uno di quei periodi che “mai ‘na gioia”, nemmeno nelle cose accessorie come il Mondiale di pallavolo o di ciclismo, il Napoli che sbanda pesantemente a Torino con la Juve e i numeri del Lotto che non si fanno vedere nemmeno col binocolo, la festa di San Matteo a Salerno è stata di una noia tremenda e quando ci sono state le ultime giornate buone per andare al mare erano quei fine settimana targati: “Non avvicinarti se non vuoi essere inghiottito dalle sabbie popoli”.
Ma il condimento dei condimenti arriva stamattina, in una bella domenica di settembre.
Già. Si avvicina questa benedetta Manifestazione per la Cultura, il 6 ottobre a Roma, che vedrà insieme tutti i comparti del mondo culturale italiano, dai museali ai teatranti, e ti sbucano fuori notizie che prima ti lasciano di sasso, poi ti fanno perdere le staffe.
Così, in questa intervista "multipla", nel pezzo dedicato al rappresentante degli attori, gruppo Facciamo La Conta (di cui anch’io farei parte, porca paletta!), scopro che, per l’insegnamento del Teatro nelle scuole, il MIUR ha stretto un accordo con il FITA.
In questo momento qualcuno starà pensando: “E chi se ne frega”, qualcun altro: “E chi sono ‘sti due”.
Rispondo a tutti, compresi i mister chissenefrega, perché questi sono poi sempre i primi che quando scoppiano i problemi si lamentano. E dunque non ci vengano poi a dire che nessuno glielo aveva detto.

Il MIUR è, come dovreste sapere se siete cittadini di questa Nazione, il Ministero Istruzione Università e Ricerca, cioè quello che una volta chiamavano molto più semplicemente Ministero della pubblica istruzione, poi ci hanno messo insieme l’Università e la Ricerca e ne è venuto fuori l’acronimo. Perché una cosa vi deve essere chiara: noi non accorpiamo i ministeri per pubblica utilità, ma sulla base della bellezza dell’acronimo: MPI (ministero pubblica istruzione) non suonava bene, e quindi, dopo vari esperimenti, siamo giunti a MIUR, con l’accento sulla I e non sulla U, mi raccomando altrimenti sembra il miagolio di un gatto, o il chiù di pascoliana memoria.
Poi c’è il FITA, cioè: la Federazione Italiana Teatro Amatori.
Praticamente una federazione di gruppi teatrali di dilettanti.

Bene. Più di due anni fa, prima dell’arrivo del Ministro Valeria Fedeli al MIUR, quando c’era il Ministro Stefania Giannini, furono emanate delle linee direttive per l’insegnamento del teatro nelle scuole, non più inteso come materia extrascolastica, ma come un insegnamento con la stessa dignità degli altri, con il pieno diritto di essere nei programmi scolastici e non più nelle “attività del pomeriggio”.
Un salto di qualità enorme, soprattutto perché si riconosceva che la Recitazione, ancor prima che il Teatro, è una vera disciplina formativa.
Io che ho insegnato Recitazione nell'unico liceo teatrale d’Italia, il “G. Erba” di Torino, tutto questo lo sapevo già, ma figurati se qualche capoccione viene a chiedere a chi fa le cose che tipo di valore possono avere…
Ho visto ragazzi con tre in matematica o quattro in storia, recuperare voti su voti dopo un serio percorso di formazione teatrale.
Perché a differenza di quello che si crede, la recitazione non è gioco e divertimento, la recitazione è disciplina, una disciplina che ti entra nell’animo e ti modifica senza che tu te ne accorga. Così come ho visto ragazzi appassionarsi non tanto al teatro quanto alla letteratura e alla scrittura, o imparare a mettere ordine nelle loro cose, interiori e esteriori. Ho visto con piacere, ragazzi smetterla di farsi “le canne”.  
L’insegnamento della recitazione non prevede che tutti debbano diventare attori, perché non tutti possono diventare attori, come non tutti possono fare i pittori o i ballerini o gli architetti o gli avvocati, ma prevede che tu compia un esercizio di disciplina e sulla disciplina, che tra le altre cose ti insegna che per raggiungere un risultato, per ottenere un piacere devi fare una fatica.

Io so benissimo che a molti di voi sembra un fatto normale, ma guardate che per la gioventù di oggi, abituata ad ottenere facilmente le cose (e non propriamente per loro colpa), questi non sono dati scontati. Un giovane di oggi che cerca per esempio il significato di una parola, non deve alzare il culo dalla sedia per andare a prendere il vocabolario nella libreria come dovevamo fare noi. Apre il suo smartphone collegato a internet, digita la parola, trova la risposta. Ed è così per tutto, per tut-to!
Certo, ci sono quelli che studiano danza, o che fanno sport o si esercitano con la musica che apprendono le stesse cose. La vulgata, purtroppo alimentata da troppi nostri importanti attori, è che invece con la recitazione ci si diverta. I miei ragazzi, posso portarveli quali testimoni, hanno imparato che non è così, e hanno appreso il gusto del piacere che arriva dal sudore, e dalla corretta speculazione intellettuale.
Perché l’organo maggiormente sollecitato nella recitazione è il cervello, in mille modi che ora vi risparmio, come il comprendere, il pensare, il prevedere, il programmare, il rilevare lo spazio, allenare l’ascolto, il percepire il suono e il suo senso, ecc. ecc. ecc.
(e “l’immedesimazione” non c’entra un cazzo,
“l’immedesimazione” non c’entra ...,
“l’immedesimazione” non c’entra ...,
“l’immedesimazione” non c’entra ...,
“l’immedesimazione” non c’entra ...,
così come “l’improvvisazione”,
così come “l’improvvisazione”,
così come “l’improvvisazione”,
così come “l’improvvisazione”,
così forse ci capiamo subito anche su queste stronzate cosmiche delle quale un giorno ci toccherà pesantemente fare giustizia!).

La Recitazione è un esercizio di rigore e di controllo potentissimo che agisce nel profondo dell’anima strutturandola e aiutandola a crescere.

Ora: tutta questa roba, evidentemente di una delicatezza estrema, vi pare possa essere messa nelle mani di un gruppo di dilettanti?
Vi pare che l’animo dei vostri figli possa essere messo nelle mani di un gruppo di dilettanti?
Se il medico vi ordina dei massaggi dal fisioterapista, andate da un fisioterapista laureato o andate dalla cinesina che vi massaggia sulla spiaggia sotto l’ombrellone?
Se un vostro caro ha bisogno di fare delle flebo, cercate un infermiere professionale o fate venire la portiera del palazzo che sa fare le iniezioni?
Il signore che tiene la scuola calcio, o insegna nuoto nella piscina dove portate il vostro bambino, ce l’ha o no uno straccio di diploma che attesti una sua specifica competenza passata attraverso un minimo di studi, oppure mettete il corpo di vostro figlio nel periodo della crescita, nelle mani del vostro amico cassiere di banca appassionato di calcio che guarda tutte le partite alla tv?
Quando pagate le lezioni di piano, volete o no uno che abbia almeno uno straccio di diploma al conservatorio? E immagino che lo stesso pretendiate per la danza, dato che non vorrete che la vostra bella bimba si rovini qualche tendine…
Potremmo continuare per ore.
Quando però si parla di Recitazione, quando si parla dell’arte del fingere (“il teatro è finto, non falso!”), allora va bene chiunque?
Anche uno che se vostra figlia ha un difetto di pronuncia magari glielo fa peggiorare?
O che magari le fa compiere dei movimenti azzardati che possono crearle problemi?
O che le faccia compiere azioni “spregiudicate” sotto molti punti di vista così da crearle inibizioni invece che aiutarla a togliere timidezze?
Perché è questo, cari genitori, che non vi è chiaro, e che vi dovrebbe spingere a richiedere la professionalità del fisioterapista laureato: recitare vuol dire toccarsi, abbracciarsi, entrare in una intimità dell’animo ancor prima che del corpo, che non ha limiti; o se ne ha, questi possono essere splendidamente interessanti o decisamente pericolosi; che sia farsa o tragedia ci si allena a spingersi sul baratro delle emozioni, sempre, si lavora sui sentimenti, sempre.
E vi pare che tutto questo, nel momento in cui sono coinvolti i vostri figli, magari in quella difficile età di formazione tra i quattordici e i diciotto anni, possa essere messa in mano alla simpatica cinesina che fa il massaggio sulla spiaggia? Perché è di questo che stiamo parlando.

Ma tranquilli, se non ve ne volete occupare, ebbene il Ministero ha deciso per voi, e io voglio sperare che voi non lo troviate normale.
Noi attori non lo troviamo normale, anche se – ed è qui che inizia la mia arrabbiatura – abbiamo dato poco, pochissimo spazio a una questione così delicata sotto più punti di vista: quelli esposti che riguardano il profondo valore delle professionalità, e quelli pratico-lavorativi, perché è evidente che questo dell’insegnamento nelle Scuole, in un momento di crisi economica così profonda, poteva essere un interessante sbocco per molti di noi.
Invece lo Stato, anzi i Governi, anzi nello specifico i governi del Partito Democratico, stabiliscono che un professionista o un amatoriale sono la stessa cosa, decidono che quando il medico vi dirà di fare della fisioterapia potrete anche andare dalla simpatica cinesina sulla spiaggia.

Il protocollo d’intesa MIUR – FITA  è datato 27 marzo 2018, con un curioso esergo: “Rafforzare il rapporto tra scuola e mondo del lavoro”.
L’ennesimo regaluccio fattoci, dunque, poco prima che il Governo Gentiloni lasciasse le stanze dei bottoni? In particolare vorremmo tanto che ci fosse data la certezza che non sia stato per fare un piacere a qualcuno. Vorremmo davvero tanto essere rassicurati in tal senso, perché ci sono curiose assonanze che portano a pensar male e, seppure peccatori, non vogliamo in alcun modo azzeccarci; come ad esempio il fatto che il tesoriere del FITA si chiama Giuseppe Minniti ed è, da quanto leggiamo in internet, di Reggio Calabria come l’ex ministro dell’Interno, Marco Minniti. Solo un caso? Speriamo di sì.
Ma tralasciando dietrologie e complottismi, ci piacerebbe che nel concreto i responsabili di questo accordo ci spiegassero l’esergo. “Rafforzare il rapporto tra scuole e mondo del lavoro”. Ecco: qual è il mondo del lavoro dei dilettanti?
Perché nel sito, come potete vedere, tale FITA si dichiara come associazione di compagnie amatoriali.
Ma poi nel protocollo potrete trovare che: “è una federazione di associazione che ha la finalità di stimolare e sostenere la crescita culturale (…) si propone altresì di favorire lo sviluppo di iniziative destinate alla formazione artistico-culturale e sociale (…) già da anni ha avviato percorsi di alternanza scuola lavoro con diverse realtà scolastiche in tutta Italia e, a tal fine, ha già organizzato incontri di formazione per i propri iscritti, nella piena consapevolezza che l’alternanza scuola lavoro è una metodologia didattica, con finalità di motivazione e accrescimento delle competenze delle studentesse e degli studenti (…) rende disponibili le professionalità della propria struttura organizzativa e del proprio management, per favorire lo sviluppo di percorsi di alternanza scuola lavoro”.
La lettura di queste sedici pagine è particolarmente interessante e vi invito a farla (oltre tutto non è particolarmente complicata), ma c’è un punto, all’art. 3, che mi ha decisamente interessato; quando si dice che la FITA si impegna a: “ricercare e selezionare, anche attraverso accordi di rete, i comitati regionali e/o provinciali e le associazioni ad essa iscritte che, a livello territoriale, si rendano disponibili ad accogliere studentesse e studenti in progetti di alternanza scuola lavoro”.
Ora, devo essere io che non capisco. La FITA dice nel suo sito di essere “una federazione di associazioni culturali, artistiche e in particolare di teatro amatoriale senza fini di lucro, apartitica e aconfessionale”. Però si occupa di progetti alternanza scuola lavoro, di fare praticamente da mediatore (se ben ho compreso) tra la scuola e chi volesse studenti per l’alternanza, ma soprattutto, la FITA pare davvero essere consapevole di essere una associazione di amatoriali, cioè di dilettanti, infatti dice nel protocollo che ha organizzato incontri di formazione per i propri iscritti perché sanno che l’alternanza è una metodologia didattica. Che dunque ai suoi iscritti manca?
E a tal fine: rende disponibili le professionalità della propria struttura organizzativa e del proprio management, per favorire lo sviluppo di percorsi di alternanza scuola lavoro.
Ma insomma il MIUR con chi ha sottoscritto un protocollo: con una associazione di amatoriali o con un gruppo di professionisti?

Resterà un mistero, come mille altre cose in questo Paese se… se qualcuno non ci metterà seriamente le mani. Si spera vivamente lo faccia questo Governo dal quale in tanti ci aspettiamo tante cose, col rischio che non abbiano nemmeno il tempo per farle.
Di sicuro, mettere le mani nella materia teatrale è un vero problema, un ginepraio orrendo che si è incancrenito strato su strato, incrostazione dopo incrostazione.
E la colpa di questo, come ho già avuto modo di scrivere, è anche dei teatranti stessi, che vivono ai margini del mondo, preoccupati solo del loro personalissimo contingente e strafottendosene di tutto quello che gli accade intorno, salvo poi lamentarsi del fatto che il mondo non si occupa di loro.
Quanto vi ho sommariamente raccontato su questo accordo MIUR – FITA è di una gravità inenarrabile, ma ho il vago sospetto che i miei colleghi non lo abbiano compreso, e soprattutto non abbiano compreso il perché di certe azioni politiche. Che sono studiate, mirate, che fanno parte di un piano, che non nasce dalla generica cattiveria o dalla stupidità di un ministro, ma da un progetto preciso di…
Che c’è? Ora volete sapere?
Sapete cosa vi dico? Che non ve lo dirò. Perché ve l’ho detto tante di quelle volte, in pubblico e in privato che sono stufo di ripetere a chi non solo non vuole ascoltare, ma quando ascolta e dice di avere capito poi non agisce in conseguenza. E allora a cosa serve?
Qui, miei cari, la colpa non è del FITA che fa giustamente il suo gioco, il suo interesse, ma di chi non ha voluto ascoltare e studiare e ragionare e apprendere quando era il momento, di chi ancora oggi si rifiuta di comprendere le cause in nome di ideologie che gli scattano dentro in automatico come il pulsante spostato da On-Off.
Che continuino pure, costoro, a nutrirsi della informazione, che pure sanno essere distorta, dei giornaloni e dei telegiornaloni di regime, il destino che li attende è esattamente quello programmato dal Potere: la morte del professionismo artistico; fatto salvo un gruppo ristretto che servirà a propagandare la “cultura di regime”, il circolo dei buoni. Il resto saranno solo dilettanti. Trovatevi un lavoro, è meglio, perché il vostro caro teatro diverrà soltanto il divertimento dei fine settimana.
Lo so, in cuor vostro siete certi che voi entrerete in quel ristretto numero di eletti della “cultura di regime”, e starete protetti.
Vi do una notizia: ne siete già fuori. Il Potere ha già fatto i suoi giochi e voi non siete nel novero dei prescelti. Forse insistendo, prostrandovi molto, abdicando totalmente il senso della vostra dignità potrete sperare nelle briciole che cadranno dal tavolo. E forse qualcuno di voi avrà anche un breve periodo di fama, se servirà al Potere, che una volta che vi avrà spremuti vi getterà via.
Tante volte mi è capitato di ripeterlo: di deflazione salariale in deflazione salariale, alla fine vincono gli amatoriali. E così è successo, al punto che adesso lo Stato lo ha scritto in un suo documento ufficiale.

Ma c’è un’altra cosa più grave sulla quale dovreste riflettere, cari i miei colleghi, e che dovrebbe investire tutte le vostre convinzioni, portandovi finalmente a tagliare quel cordone ombelicale col voi stessi di prima conducendovi alla salvezza del teatro italiano e quindi anche vostra: ricordate tutti la triste frase del ministro Tremonti: “Con la Cultura non si mangia”; la tenete di sicuro a mente, visto che la disse uno del governo di quello, e che ci avete costruito decine di pubbliche rimostranze.
Bene, Tremonti lo disse, ma i nostri cari amici de sinistra, i governi del vostro caro PD, quelli degli ultimi sette anni da Monti a Letta a Renzi a Gentiloni, ‘a sinistra che avrebbe dovuto difendere i lavoratori, i valori della Cultura, della Storia del Paese, delle sue ricchezze e bellezze, della sua Arte, lo hanno fatto: hanno strutturato un sistema nel quale “con la Cultura non si mangia, e non mangerete”.
Trovatevi un lavoro, nuovo popolo di dilettanti.  


PS - Come ho già avuto modo di dire in pubblico e in privato, alla manifestazione del 6 ottobre non ci sarò. Ho altro da fare, andare a San Giorgio Canavese a un incontro con Gero Grassi sul "caso Moro" che mi sta molto a cuore, forse più a cuore delle sorti della Cultura italiana perché credo che se la Cultura sta come sta... le ragioni vanno anche cercate in quel brutto fatto.
E poi perché come ho detto, sempre in pubblico e in privato, in questa manifestazione non credo. Per due motivi:
1° le manifestazioni non servono più a un tubo, lasciano il tempo che trovano e sono anche odiate da quelli che vanno in macchina "e nun ponno passà perché ce sta 'a manifestazione mortacci loro", ma soprattutto: se sono pacifiche finiscono a pag. 20 di Repubblica, se diventano violente finiscono in prima pagina perché i violenti, i fascisti, gli scontri, i black block ecc. Questa volta, essendo Cultura, avrà il richiamino in prima, l'eco dura un giorno, massimo due e finisce lì.
2° perché in questo momento, la manifestazione sarà strumentalizzata dai Media di regime che la agiteranno come "la manifestazione degli operatori della cultura contro il governo dei buzzurri"; lasceranno anche parlare i rappresentanti delle varie categorie, i quali potranno anche specificare che è contro le leggi fatte da Francescini (160/2016), ma poi continueranno imperterriti per la loro strada. 
Scusate, ma io alle strumentalizzazioni di chi ha sostenuto e sostiene le politiche e i politici che ci hanno ridotto come ci hanno ridotto NON CI STO.
E con il vostro permesso me ne vado da Gero Grassi, a parlare di Aldo Moro. 

giovedì 6 settembre 2018

LA MENZOGNA CULTURALE - LÌ DOVE IL TEATRO MUORE (5)

Questo è un curioso Paese, dove la menzogna trova generalmente terreno più fertile della Verità. Non so se in altre nazioni sia lo stesso, per carità, ma devo osservare, purtroppo, che dai noi è così.
Il perché non me lo sono ancora spiegato, deve far parte del sentimento di autorazzismo italico. Di sicuro nel mio settore (che ricordo essere il Teatro) è passata una favola, gonfiatasi soprattutto negli ultimi anni, secondo la quale la Cultura (quella con la famosa C maiuscola) si sia fatta nel teatro pubblico (gli Stabili) e il privato (le Compagnie di giro) abbia invece fatto un teatro più popolare e mirato al guadagno, dunque di più basso valore culturale (e conseguente c minuscola).


Non so perché, ma la mia nettissima sensazione è che la riprova del funzionamento del Paese passa per la constatazione che il suo Teatro sta andando in senso opposto.
In questo periodo, infatti, il Paese è spinto sul piano del "libero mercato" e lo stesso si è fatto con le ultime normative sul Teatro. E come si può notare, le cose non vanno per niente bene. 

Più crudelmente, da quando i bancari hanno cominciato a conrnificarsi e divorziare con la velocità di una catena di montaggio chapliniana, gli attori hanno preso a far famiglia stabile, non si separano, allevano i figli e pagano il mutuo. 
Non me ne vogliano i bancari - presi da sempre ad esempio del più manierato piccolo borghesismo - ma questi sono davvero i terribili segnali che qualcosa non funziona! 

Facendo dunque una piccola riflessione mi sono dato la riprova che la storia del Teatro Stabile come luogo deputato della produzione culturale è una emerita bufala. 
Basta infatti pensare alle tante produzioni del Teatro Eliseo di Roma che hanno avuto nel corso degli anni protagonisti come Visconti, Stoppa-Morelli, la Compagnia dei Giovani, la Compagnia Lavia, ecc. Era compagnia privata la “Compagnia dei quattro” di Franco Eriquez, poi suddivisasi in Compagnia Mauri, Compagnia Moriconi, ecc. Erano private le Compagnie di Eduardo e di Peppino De Filippo, quelle milanesi del Teatro Carcano di Giulio Bosetti o del Pier Lombardo di Franco Parenti, così come private erano le compagnie di Vittorio Gassman, di Giorgio Albertazzi, di Carmelo Bene…

Potremmo continuare per intere pagine, ma credo bastino questi pochi nomi per smontare la favoletta che la Cultura sia passata in questo Paese solo per i teatri stabili. 
Mi si dirà che molti di quei protagonisti sono spesso stai scritturati dal Teatro pubblico. Vero! Ma questo abbatte l'idea che il contributo culturale delle compagnie teatrali private in questo Paese sia stato immenso? NO! NO! NO! 
Vogliamo fare l'elenco di testi e autori portati in scena da compagnie come Visconti-Stoppa-Morelli, le innovazioni di De Lullo- Falk-Valli e soci, il coraggio culturale di Gassman, di Bene, o Parenti?
Lasciamo perdere, vero? 

Occorrerà invece fare una piccola meditazione su quale sia, realmente, in teatro, il valore culturale.
Nel frattempo, io so che a molti di voi, soprattutto teatranti, questa mia nota parrà scontata, quasi inutile. Però, proprio a costoro io sento di volere rivolgere un invito: a riflettere sul fatto che le cose date per scontate sono certamente vere come in questo caso, ma spesso il non ripeterle consente alla menzogna ripetuta mille volte e mille volte sostenuta, di sostituirsi ad esse come una novella verità. 

mercoledì 29 agosto 2018

LE COLPE DI NOI TEATRANTI (IL DDL FRANCESCHINI) - LÌ DOVE IL TEATRO MUORE (4)

Per motivi miei ho letto e riletto il Codice dello Spettacolo, il DDL Franceschini diventato Legge il 22/11/2017 con n° 175
Trovo che sia una legge per troppi versi orrenda, che massacrerà ulteriormente il settore spettacolo dal vivo. 
La legge è fortemente improntata sugli aspetti economici ancor prima che su quelli culturali che le dovrebbero essere propri. Lo si riscontra dalle decine di frasi, o singole parole, che la costellano nelle intenzioni ancor prima che nella sostanza. 
"Il riequilibrio territoriale e la diffusione nel Paese dell'offerta e della domanda", "l'iniziativa dei singoli soggetti, volta a reperire risorse ulteriori rispetto al contributo pubblico", "razionalizzazione degli interventi di sostegno dello Stato", "determinazione dei criteri per l'erogazione e delle modalità per la liquidazione e l'anticipazione dei contributi a valere sul Fondo unico per lo spettacolo...", "rafforzamento della responsabilità del sovrintendente sulla gestione economico-finanziaria...", "ottimizzazione delle risorse attraverso l'individuazione di criteri e modalità di collaborazione nelle produzioni"... sono solo alcune delle frasi che si trovano nella Legge, e vi assicuro si potrebbe continuare a lungo.

L'aspetto economico è determinante al punto, che all'art 1 c. 3 si riconosce "il valore delle pratiche artistiche a carattere amatoriale, ivi inclusi i complessi bandistici e le formazioni teatrali e di 
danza, quali fattori di crescita socio-culturale". Ora, è ben chiaro che, per esempio, in situazioni di degrado sociale o territoriale, i complessi bandistici possono svolgere un importante ruolo per "togliere i ragazzi dalla strada o da brutte strade", e che lo stesso compito possono avere Prosa o Danza. Come sono certamente importanti il valore e l'azione del Terzo settore, quello del volontariato, dell'impresa sociale e del servizio civile ultimamente regolamentato con la Legge 106/2016, citata nel Codice dello Spettacolo. 
Ma si pone un problema: a prescindere dal fatto che il valore dei gruppi dilettanteschi poteva essere inserito proprio nella Legge 106 sul volontariato, ma qui si mischiano pericolosamente i piani. 
Il DDL Franceschini, infatti, ripete più volte che vanno preservate e riconosciute le professionalità dello Spettacolo, ma poi introduce il concetto di valore della amatorialità e del volontariato. Cosa c'entrano gli amatoriali con il volontariato? Beh, mi pare evidente: cos'è un volontario se non un dilettante che si prodiga per qualcosa che gli procura piacere, e lo fa gratuitamente. Così, un dilettante della cultura è al contempo un volontario della cultura. 
Leggetevi il testo, almeno un paio di volte come ho fatto io e vi sarà assolutamente chiaro. 
(Conosco l'obiezione: "Se un medico fa il volontario per curare le persone non è un dilettante". Infatti non lo è: è un professionista che decide di donare parte delle sue prestazioni. Le ragioni sono solo sue come lo sono quelle dell'impiegato che va ad aiutare gli anziani o a portare gli indumenti ai terremotati. Ma tutto questo c'entra con il mescolare i campi professionali? NO! Se in mezzo ai terremotati, l'impiegato lasciasse i vestiti e si mettesse affianco al medico che sta visitando delle persone per fare lo stesso, il medico lo caccerebbe. E gli daremmo tutti ragione! Perché il volontario non è un professionista che presta gratuitamente la propria opera.)   



Ma c'è un altro concetto che è stato introdotto dall'ex ministro Franceschini: la valutazione della Qualità Artistica, il codiddetto QA. A questo link trovate le varie Schede Q.A., e potrete divertirvi a consultarle.
La domanda spontanea è: "ma chi stabilisce questi "voti"?"; quella dopo è: "ma chi li dà?", e poi ci si comincia a chiedere "sulla base di quali criteri, e perché", ma soprattutto: "influiscono questi Q.A. sulla erogazione dei fondi?". Sì, influiscono. E qui sorge un problema enorme, e profondamente pericoloso, che in qualche modo si sente sotteso alla Legge, quasi come
un "inconscio del testo"


La mia impressione, infatti, è che con questa Legge, lo Stato voglia pian piano smarcarsi dal sovvenzionamento della Cultura, approdare a quello che in genere conosciamo come "sistema americano", dove le varie istituzioni vanno avanti con i sovvenzionamenti privati. Solo in questo modo posso spiegarmi le mille e mille complicazioni burocratiche che ormai incontrano gli operatori privati per richiedere il sostegno statale al punto che già molti vi hanno rinunciato. 
Un esempio grottesco è questo: nella domanda per la sovvenzione statale, da produrre entro la fine di dicembre si chiede di elencare i teatri in cui si andrà a fare spettacolo. Già questo denota una non conoscenza della vita del mondo della Prosa, dato che "le stagioni teatrali" si costruiscono e consolidano prevalentemente tra febbraio e aprile/maggio, quindi successivamente alla presentazione della domanda. In genere, dunque, i produttori mettono in lista i teatri con cui hanno un consolidato rapporto e nei quali sanno che tendenzialmente verranno accolti. Ma non basta: chi redige la domanda deve indicare... il numero di posti che ha il teatro!!!
Ma secondo voi, ha un senso questa cosa? Ma il Mibact non ha un archivio con le schede tecniche dei singoli teatri italiani?
E oltre tutto, ogni domanda è corredata da queste e similari informazioni, con la consueta produzione di montagne di carta e numeri inutili.

Chiaro a che livello siamo? 
E considerando che il FUS si riduce inesorabilmente di anno in anno... molti, stanchi di tutto ciò, hanno già rinunciato producendo il beato gongolamento di chi queste norme ha prodotto.  

Ma tornando allo Stato e ai suoi intenti, o meglio tornando ai governi di sinistra che hanno prodotto questa e altre leggi sul teatro in pieno delirio liberista (chi ricorda la "residenza teatrale" istituita da Veltroni - 1996 - con i progetti triennali?), diventa palese a leggere il testo di legge che l'intento è smarcarsi dal sovvenzionamento della Cultura. Non so cosa accadrà per i Musei, ma temo che chi elabora tali piani li voglia un giorno togliere alla mano pubblica e regalare al privato. Di sicuro la mescolanza di professionisti e dilettanti non fa altro che il gioco dell'impresa e dei Comuni che vogliono riempire le sale teatrali, e che senza più sovvenzione statale, possono serenamente contare su "manodopera" a basso costo, o comunque su di un comparto attori e tecnici messo in forte crisi dalla concorrenza dell'amatoriale (il quale - si spera non si debba ripetere ogni volta - non ha necessità di guadagnare dal teatro per vivere). 
L'esercizio della professione Culturale, nella visione che si trae dal questa Legge è quella di un Volontariato della Cultura, che arrivi dunque ad essere gratis. Pare quasi si voglia tornare alle confraternite stile Accademia dei Filiomati, degli Intronati o alle Camerate de' Bardi... Bel salto indietro!
I dilettanti, da appassionati senza colpe, divengono in tal modo una sorta di "truppe di riserva del capitale", così come i senza colpa della migrazione lo divengono per l'operaio o il contadino italiano. 

Ma il DDL Franceschini nasconde a mio parere qualcosa di ancor più "perverso": lo Stato non si smarca del tutto, mantiene la sua sfera di influenza su alcuni specifici "plessi produttivi", pochi e a gestione pubblica. Facile identificarli con i Teatri Stabili (di un tempo, oggi Nazionali, Tric, ecc.). La Legge, infatti, sembra fatta come considerando che il teatro si faccia ufficialmente e professionalmente solo in quelle sedi; ma non è tutto, l'esclusivo mantenimento di una sfera di influenza così importante, combinato con la discriminante Q.A., può produrre un mostro: "la cultura di regime". 
Non voglio dire che l'ex ministro Franceschini lo abbia fatto volutamente, ma se ben si legge, questo viene fuori, e se una legge fatta male può non venire male utilizzata da chi c'è, può sempre venire male utilizzata da chi viene dopo
Chi è, infatti, il solo che può stabilire un "criterio qualità"? Ma ovviamente il pubblico, con i suoi gusti, discutibili finché ci pare, ma sicuramente liberi (su cosa poi influenzi i gusti del pubblico bisognerebbe aprire un altro dibattito, ma nessuno si deve sentire superiore culturalmente e moralmente a nessun altro quando si trattano i principi). E quanto vale, in fondo, questo "criterio qualità del pubblico"? Tutto e niente. 

Se il legislatore si pone come colui che stabilisce il criterio di qualità, crea una discriminazione, un campo di azione dove chi vi rientra è ritenuto valido e gli altri sono fuori. Una discriminazione, quindi, che non colpisce tanto il gusto del pubblico quanto la libertà di espressione dell'Arte sancita dall'art. 33 della Costituzione, e citato evidentemente in maniera sbadata nello stesso Codice dello Spettacolo. 
Io lo so che voi state già pensando che il "buzzurro Salvini" userà questa possibilità di discriminare (vi conosco troppo bene miei cari colleghi), ma dovete riflettere e profondamente, almeno per una volta: oggi, secondo voi, sarà Salvini, ma domani potrebbe essere chiunque altri verso chiunque altro; e in Arte non può esistere un campo buono e uno cattivo, un campo dei giusti e uno degli ingiusti, in Arte ancor più che in qualsiasi altro campo, poiché limitare la libertà dell'Arte (e della Scienza) vuol dire limitare la Libertà dell'uomo. Chi si crede superiore moralmente e/o culturalmente non è un artista, e a mio vedere nemmeno un lavoratore dello Spettacolo, rendendosi oltretutto complice di una qualsiasi discriminazione domani, perché se hai discriminato tu oggi, autorizzi chiunque altro a discriminare domani.
Mi sorprende, francamente, che nessuno abbia rilevato la possibile incostituzionalità di questi elementi legislativi. Il che dovrebbe anche dirci quanto conta lo Spettacolo dal vivo, per i nostri governanti. 


Cerco di chiudere, ma il discorso è troppo importante e lungo per tagliare a casaccio. 

Qualche giorni fa, su una pagina Facebook dedicata agli attori, ho chiesto ai miei colleghi un parere su un passaggio del Codice. Non riporto qui la pagina per motivi di privacy, ché non mi va di avere rotture di scatole. 
Il mio testo era questo:

Salve.
CODICE DELLO SPETTACOLO. DDL FRANCESCHINI 22.11.2017 n 175
art1 c.4
4. L'intervento pubblico a sostegno delle attivita' di spettacolo favorisce e promuove, in particolare:
a) la qualita' dell'offerta, la pluralita' delle espressioni artistiche, i progetti e i processi di lavoro a carattere innovativo, RICONOSCENDO IL CONFRONTO E LA DIVERSITA' come espressione della contemporaneità.
Secondo voi che significa? Avrei altri cinquanta punti sui quali chiedervi una opinione... ma mi fermo qua. 

I commenti dei miei colleghi sono stati fondamentalmente che era solo fuffa, demagogia, parole scritte al vento, chiacchiere senza costrutto... e così la faccenda è stata liquidata.
Ora, io invece ho il maledetto viziaccio di pensare che se qualcuno scrive qualcosa in una Legge dello Stato un motivo ci deve essere

Trovo, girando su internet, questa pagina (importante) nella quale ci si interroga su come rapportarsi alla nuova legislazione. 
Altre critiche, più o meno articolate, ho trovato alla legge... 

Ma quello che profondamente mi ferisce, e che mi ha spinto a questa lunga (mi spiace) riflessione è che mi rendo conto che la mia categoria non si interroga, pensa poco, e naviga decisamente a vista. La sua prerogativa, che tante volte l'ha salvata nei secoli, ma che sta divenendo anche la sua colpa, è quella di essere come l'acqua e trovare accomodamento in ogni diverso recipiente
L'attore - diciamocelo chiaro - è colui che si lamenta finché non trova una scrittura. Una volta trovata tutto è semplicemente a posto e i problemi non ci sono più fino al prossimo periodo di non lavoro. 
E come l'attore, così le produzioni teatrali, con il risultato che nessuno protesta mai veramente se non di fronte alla riduzione di fondi
Il primo tema di cui intende occuparsi il gruppo di lavoro di Ateatro è, guarda caso: 
I fabbisogni finanziari richiesti dai nuovi impegni previsti dal Codice dello Spettacolo. 
E le prime rimostranze cui ha dovuto far fronte il neo ministro Bonisoli cosa hanno riguardato? L'esclusione di alcuni dai fondi del FUS
Sacrosanto, per carità! Senza denari non si cantano messe. 

Ma forse, se siamo giunti a questa situazione è perché si è sempre cercato di adattarsi, perché chi aveva la visibilità per dire una parola, caldo e tranquillo nella propria posizione, non l'ha detta! E continua a non dirla, e se la dice essa è completamente spoglia di qualsiasi consistenza e/o analisi approfondita dei problemi! 
La Verità pare questa: il Teatro Italiano non sa minimamente cosa sia la Politica, quando dovrebbe essere egli stesso sempre Politica, e gli attori i prìncipi dei cittadini della Polis!
Si resta perennemente nella superficialità come se il mondo intorno a noi non ci competesse e non ci interessasse. Al che bisognerebbe chiedersi come il mondo intorno possa interessarsi a noi. Ma ovviamente non lo si fa, costa fatica. E a noi piace svegliarci tardi.. 


Qualcuno ha approfondito, lo ha fatto, si è occupato, ha studiato, ascoltato e letto, indagando su meccanismi non propriamente dello Spettacolo ma che poi sullo Spettacolo influiscono. 
Resta inascoltato. 
Come inascoltato resterà questo appello alla riflessione, dopo, ovviamente, i diversi complimenti sui social.
Coi social non si mangia, con le Leggi dello Stato sì. 

sabato 28 luglio 2018

IL FORTINO DELLA RECITAZIONE - LÌ DOVE IL TEATRO MUORE (3)

L'altra sera sono stato a vedere "Le rose di Atacama" tratto da Luis Sepulveda, interpretato da Mattia Mariani e Silvia Nati. 
Per la prima volta in vita mia ho pianto a calde lacrime: a fine spettacolo ho abbracciato Silvia e ho pianto.
Si può pensare che sia stato un segnale della vecchiaia, invece il motivo della commozione mi è stato perfettamente chiaro e l'ho comunicato ai due interpreti. 














Mattia Mariani è un bravo attore, figlio e nipote di attori. I suoi genitori sono stati fondatori e parte attivissima dello storico Gruppo della Rocca, suo zio è Giulio Brogi.
A "La Silvia" - per gli amici anche "La Nati", purché detto sempre con lieve strascicatura toscana perché "La Nati" è di  Bagno a Ripoli - avevo 
 già dedicato un post che ha avuto anche un buon numero di lettori. 
Il motivo delle lacrime ve lo espongo subito, devo soltanto ancora dirvi che, sebbene il discorso riguardi entrambi gli interpreti, per motivi affettivi mi riferirò esclusivamente a "La Silvia": ci conosciamo dai tempi dell'Accademia d'Arte Drammatica "S. D'Amico", dove io entrai nel 1986 e lei l'anno successivo, abbiamo dunque condiviso la goliardia della gioventù, siamo sempre rimasti legati da sincera amicizia, e soprattutto - quale cemento migliore per due attori - siamo stati scritturati insieme per due intere stagioni da Valeria Moriconi, per gli spettacoli "Trovarsi" di Pirandello (regia di Patroni Griffi) e "La nostra anima" da Savinio (regia di Egisto Marcucci). 

L'altra sera, come dicevo, la Nati mi ha commosso fino alle lacrime. 
Le rose di Acatama, è un bello spettacolo, dove si raccontano terribili e splendide storie della dittatura cilena, ma non sono stati i contenuti a commuovermi. 
A un certo punto, il personaggio di un professore esule in Germania dice mentre stringe un libro di poesie cilene al cuore che "La nostra lingua è la nostra patria". 
Improvvisamente mi è tornata in mente la splendida asserzione di Pessoa: "La mia patria è la lingua portoghese", e poi che c'è un'altra frase, di Leopardi, che però non sono riuscito a ricordare esattamente, ma che dice praticamente la stessa cosa. 
Da quel momento il mio ascolto, non so perché, si è fatto ancora più intenso, e arrivato all'ultimo racconto, quello in cui La Silvia ci dice cosa sono le rose di Acatama (un pezzo che fa in una maniera assolutamente sublime), ho compreso: stavo assistendo, stavo ascoltando una cosa che è diventato ormai quasi raro ascoltare, la vera, grande recitazione italiana, la recitazione della lingua e nella lingua italiana, fatta di musica pura e di colori meravigliosi, di linee sinuose e di ritmi, ascoltavo la nostra lingua morbida e dolce, dura e terribile... e soprattutto, capivo ogni cosa, e non perché capissi le parole in quanto semplicemente (e stupidamente) ero di fronte a una bellissima dizione, no: io spettatore capivo ogni cosa perché non dovevo fare alcuno sforzo per ricostruire nella mia testa le frasi che venivano dette, né cercare di capire il perché venissero dette: tutto era chiaro, il senso era chiaro, e mi è sembrato di essere stato dolcemente condotto sotto la cascata di acqua calda in una piscina termale. Quella - io mi vi riconoscevo - era la mia lingua, la mia patria, il mondo teatrale in cui sono nato e cresciuto e che quotidianamente e normalmente era intorno a tutti noi.  



Di sicuro qualcuno si starà chiedendo chi sia questo genio di attrice e se io, complice l'affetto, non stia esagerando.
No, non esagero. Per il semplice motivo che conosco la Silvia da quando teatralmente è nata, come lei conosce me. Tra noi, come con altri, ci siamo visti crescere e maturare nel tempo, giorno dopo giorno nell'apprendimento del mestiere e oggi siamo alla maturità. Maturità che dovrebbe garantirci una occupazione continuata, e invece, come tanti altri colleghi, dignitosamente combattiamo strenuamente per mettere insieme la necessità della sopravvivenza quotidiana con la necessità dell'espressione quotidiana. 
Ne conosco tanti altri come la Silvia, che sanno davvero fare il proprio lavoro, che hanno davvero appreso il mestiere e ai quali capita pure che ogni tanto "sfuggano di mano" cose straordinarie. Perché secondo me è così che funziona l'arte: tu fai ogni giorno il tuo onesto lavoro di artigianato, poi ogni tanto qualcosa ti sfugge dalle mani... e gli altri si accorgono che è arte. Gli altri, non tu, per te è sempre il tuo onesto lavoro di artigianato. 

Nella mediocrità che imperversa, il più genuino senso del mestiere si va annacquando, e perdendo, si grida al miracolo per cose che non sono nemmeno "l'onesto lavoro di artigianato", cose (e non posso definirle diversamente) in cui palese è l'inadeguatezza tecnica dei suoi protagonisti. Guardavo la Silvia e per un attimo mi è venuto in mente un contraltare come questo, purtroppo. Ma poi i cattivi pensieri sono stati velocemente ricacciati indietro dalla forza della bellezza, dal constatare una vera conoscenza della recitazione italiana, la recitazione nella propria lingua, la recitazione che si fa sostanza e corpo, la normalità di un tempo, l'aver contezza dei "ferri del mestiere", della musica, profonda, insita nella propria "patria". 

Questo mi ha commosso. Per un attimo ho riascoltato la mia "patria", la nostra "patria", e l'ho vista, sola, come un fortino nel deserto che si difende strenuamente dagli attacchi della mediocrità e del facilismo imperante, dalla decadenza della professione e delle regole, dalla semplicità e creatività che sono punti di arrivo dopo faticosi percorsi e non balordi e inconsistenti punti di partenza. 
Ognuno di noi - ho pensato - è proprio come un fortino che, solo, difende la musica, la storia, le radici, la cultura della nostra lingua. E non per chiuderla, ma perché essa si offra sempre a nuove e faticose esplorazioni. Ma esplorazioni che possono solo nascere dalla conoscenza profonda e non dalla genericità e dalla superficialità in nome di una creatività che in realtà serve solo a giustificare l'inconsistenza e la mediocrità. 

Uno dei motivi della decadenza del nostro teatro, ho pensato, è nel fatto che i nostri registi non sanno più lavorare sulla recitazione, non sanno più lavorare sulla lingua, sulle sfumature della lingua, sull'ampia e infinita gamma di suoni che essa può produrre e sulle differenze che immancabilmente ci sono tra una sfumatura e l'altra. Se per lo scrittore Flaubert era vero che "una sola parola può esprimere un concetto, tutte le altre sono sbagliate", a maggior ragione per un attore e per i suoi registi deve essere vero che una solo "intonazione" può esprimere un concetto, tutte le altre sono sbagliate. E la ricerca "nel suono, nella lingua, nella musica della lingua" non è un pezzo secondario, una fastidiosa appendice, ma una colonna portante e imprescindibile. 
Quelli che oggi sanno fare questo lavoro sono ormai diventati pochissimi. 

'A concentrazione, er pathos, ll'energggia, er personaggio, 'a psicologia, er corpo, 'a caduta, l'intenzità... E poi le possibilità espressive della tua lingua si perdono. Perché "l'orecchio" si fa, come si fa l'apprendimento del mestiere, la musica si coltiva come si coltiva un ulivo saraceno.
La "patria" non è un campo chiuso, è un campo da esplorare. 

lunedì 23 luglio 2018

ABBASSO L'INTELLETTUALISMO - LÌ DOVE IL TEATRO MUORE (2)

Uno degli inganni su cui il teatro sta morendo è quello del "valore del contenuto". 
Ciò che in realtà conta è il "come" si fanno le cose e non cosa esse ci raccontino.
La professionalità non ha nulla a che vedere con la serietà o peggio, seriosità degli argomenti trattati. 

Sarà più facile il drammatico, sarà più facile il comico, è più facile far ridere o far piangere, sono tutte discussioni inutili e fuorvianti. Conta la capacità professionale di ciascuno e solo in questa si vivifica l'importanza di quel che si sta facendo. 
Sintetizzando potremmo dire che conta la forma e non il contenuto.
D'altra parte, se da tremila anni ci raccontiamo sempre le stesse storie (Edipo - Amleto - Il gabbiano...) e questa stesse storie sono accolte dal pubblico, è perché cambia il modo in cui ce le raccontiamo. Ugualmente se da centinaia di anni mettiamo in scena sempre le stesse tragedie - commedie - drammi - farse è perché cambia il modo in cui le mettiamo in scena (l'Amleto di Kean, l'Amleto di Talli, l'Amleto di Gassman, di Albertazzi...). 


Ma c'è, a mio avviso, una controprova di quanto dico, inattaccabile: se valesse più quel che si racconta rispetto al come lo si racconta, dovremmo convenire che Antigone fatta dalla filodrammatica sotto casa è e sarà sempre più importante della farsa messa in scena da Peppino De Filippo. Siccome nessuno dotato di senno, ma anche non dotatone, dotato di cuore, ma anche non dotatone, dotato di pancia, ma anche non dotatone può convenire sul fatto che l'Antigone eseguita della filodrammatica valga più della farsa eseguita da De Filippo, ecco dimostrato che non è il contenuto a fare il valore della rappresentazione! 

Ma ad un certo côté intellettuale conviene sostenere tesi contraria (è una cosa sempre accaduta in Italia, e acuitasi negli ultimi trent'anni in modo pestilenziale), conviene sostenere il valore dell'intellettualismo. Non credeteci, è un mero gioco di potere, un mero esercizio di potere, basato sull' "io capisco e tu no". Sciocchezze, in Teatro, dal lato dello spettatore, non c'è chi ha maggiore "potere" rispetto ad altri. Gli spettatori in poltrona sono tutti uguali e i giudizi di tutti, positivi o negativi, sono tutti rispettabili e devono doverosamente essere accolti. Quel teatro che dal lato palcoscenico non è democratico mai, ma piramidale e autoritario quasi sfiorando la dittatura, dal lato pubblico può solo essere democratico.
Se non recuperiamo questo concetto e se non recuperiamo quello ancor più importante che l'intellettualismo è nemico dell'arte teatrale, vedremo il teatro sgretolarsi sempre più. La china presa è già decisamente pericolosa.


O fai ride' o fai piagne, conta come lo fai e no che stai a ddi'!
Spero che me so' spiegato.

Cerèa. 

giovedì 12 luglio 2018

LÌ, DOVE IL TEATRO MUORE (1)

Il Teatro non è soltanto una pratica artistica, è un modo di vivere, di essere, di affrontare il mondo.
Non sono mai stato, da ragazzino, in colonia, e da adulto, causa terremoto dell'80, mentre ero per partire sono stato esonerato dal servizio militare. La "dominante" della mia vita era: stare da solo; e per certi versi lo è ancora (a volte mi fa piacere, a volte no).
Ma quando penso al momento in cui ho imparato il senso della disciplina, il rispetto delle regole e degli altri, l'eseguire il compito assegnato, il valore e a volte la fatica della convivenza, ma anche la capacità di difendere me stesso e i miei spazi, penso ai tre anni dell'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio D'Amico".
Sembrerà impossibile ai più che una scuola artistica - vista in genere come il film "Fame - saranno famosi" (a me caro poiché durante la sua visione diedi il mio primo bacio) - possa essere vissuta come il servizio militare, eppure è stato così. D'altronde, non si chiama Accademia anche quella gloriosa di Modena? E allora perché i presupposti non dovrebbero essere gli stessi? Perché gli artisti sono "stravaganti"? Luoghi comuni, solo luoghi comuni.
Gli artisti, o per meglio dire i lavoratori dello Spettacolo, gli artigiani dello Spettacolo, vivono in un regime di profonda e costante disciplina, anche se non si vede, anche se non appare, anche quando dicono di professare il senso della sregolatezza. 
Ed è così sempre, per tutti coloro che durano nel tempo. Se... non durano, evidentemente qualcosa non ha funzionato proprio nell'abbandonarsi alle regole. 

Regole che possono essere suddivise in quelle che guidano il rapporto con la nostra interiorità e quelle che guidano le relazioni con gli altri, con l'esterno. 
Non mi è ancora chiaro quanto siano diverse, a volte mi pare che in realtà non lo siano affatto, di sicuro sono assolutamente complementari. E hanno una caratteristica: ciascuno può gestirle come preferisce senza mai veramente eluderle, senza mai invadere il campo altrui, cosa facile da comprendere perché una regola detta sempre un limite, e anche il superamento del limite è una idea di limite.
Un'altra qualità certa, poi, e pure questa di facile comprensione, è che entrambe le tipologie di regole gestiscono il rapporto con la propria professionalità e con la professionalità del lavoro. 
"E non è lo stesso?", chiederà il solito facilone dei nostri giorni. No, non lo è: perché si può avere professionalità del lavoro, ma non essere professionisti (a volte anche essere professionisti senza professionalità del lavoro, ma è un traguardo della maturità, i giovani ne stiano alla larga). 
Mi spiego con un esempio facile: da dove deriva professione (e dunque professionalità)?
Da professare, e per la sua etimologia il vocabolario ci dicePubblica manifestazione d'un sentimento religioso, di un'opinione e simili, e ancora: Esercizio di un'arte nobile, di quelle, cioè, che si possono professare, ossia insegnare dalla cattedra (da cui anche professore). 

Dunque, la professione è la pubblica dichiarazione di un credo interiore, e se è un credo interiore non ha bisogno di "regole" (parrà un paradosso) perché è regola in sé, è un sentire che non può che condurti per una retta via, quindi non avrai bisogno di importi delle cose da fare, ma le farai perché non puoi vivere diversamente. Per capirci con qualche esempio: io non vado in teatro un'ora prima dello spettacolo perché "è professionale", ma ci vado, anche due ore prima, perché mi piace stare in quel luogo, e solo in quel luogo io mi sento a casa, mi sento a mio agio; non rimetto a posto il mio costume alla fine dello spettacolo perché è professionale e/o si arrabbia la caposarta, ma perché nel costume io vedo il mio personaggio, riconosco un pezzo di me e del mio lavoro, un pezzo di ciò che faccio e di ciò che sono, e dunque sento come naturale trattar bene quella parte di me. 

La seconda parte della spiegazione del vocabolario etimologico è forse ancor più interessante. Cos'è in fondo il nostro mestiere, la nostra professione? Io credo sia niente altro che "un passaggio di testimone": ciascuno di noi ha appreso il mestiere da qualcun altro che gli ha consegnato il testimone che aveva precedentemente ricevuto; nostro compito è tenere quel testimone lucido e in perfetta efficienza per riconsegnarlo a chi verrà dopo di noi, se possibile - se possibile - anche un po' più lucido di come ci è stato consegnato. È in questo meccanismo che tutti divengono uguali e di pari importanza, i primi attori come gli ultimi, chi ha avuto successo e chi prosegue la sua vita di disciplinata dedizione al Teatro in silenzio e fino alla fine. Perché tutti sono ugualmente indispensabili al gioco. Servono i protagonisti come "i maggiordomi". Nessuna persona è indispensabile, ma nel gioco indispensabili sono i ruoli. Forse è perché comprendono questo che i veri grandi sono come impregnati di umiltà. 
(Questo senso dell'uguaglianza non deve trarre in inganno le giovani generazioni, perché quel posto in alto, o nel camerino davanti al tuo, o il posto in fila al ringraziamento più centrale del tuo, quell'attore anziano se lo è guadagnato con anni di dedizione e fatica. Rispetto e buona educazione la fanno sempre da padroni come nella vita (dunque, per favore, prima di dare del TU a un attore anche poco più grande di voi, chiedete il permesso; ché se lo farete non vi verrà mai negato).)  

Ora, tornando alla seconda parte del dizionario: la professione certamente cambia col passare del tempo e delle mode, ma non cambia nella sostanza. Non tutti, anzi pochi di noi salgono effettivamente in cattedra per insegnare il mestiere, ma la professione offre una straordinaria possibilità: insegnare il mestiere senza mai salire in cattedra. Come? Ma con il proprio vivere la professione, facendo la cosa più semplice del mondo: testimoniando il proprio credo quotidianamente. 
Io vivo il mio essere attore e sono in contatto con attori più giovani di me che mi vedono vivere, e nel contempo ci sono attori più grandi di me che io vedo vivere, e tutti impariamo dagli altri avendo ben presente la nostra voglia di osservare i più anziani in quanto specchio di una vita nella professione, in quanto proiezione della vita che abbiamo abbracciato, perché da un lato ci rivediamo nella giovinezza che è stata nostra, dall'altro confidiamo di essere in quella anzianità che ci vediamo dinnanzi. 
In questa naturale ciclicità, ogni gesto che compiamo nel nome del nostro credo è un insegnamento che impartiamo non solo agli altri ma a noi stessi, rinnovando ogni giorno, come un vero sacerdote la nostra "professione di fede", che niente altro è che "professione di amore". 
Il Teatro, il lavoro dell'Attore si può solo amare. 

tic

tac

tic 

tac 

Che accade? Sentite questo ticchettio? Pare come l'inquietante segnale della presenza di... 

UNA BOMBA!!! 

E sta per esplodere! 

tic 

tac

tic 

tac 



Bello tutto quello che avete letto finora, vero? Intenso, complesso, caldo, appassionante. Vien quasi voglia di fare l'Attore, vero? 
Eppure, tutto questo sta mortalmente sparendo. Mortalmente. La morte sta lentamente abbracciando il Teatro e la professione attoriale. E se non vi si pone mano subito, la fine sarà inevitabile. 

Già, perché tutte le belle cose che vi ho scritto (e molte altre ce ne saranno, oggetto di altri post), accadevano in un luogo che sta scomparendo dalla scena teatrale italiana: la Compagnia di giro! 

Questa strana comunità, la Compagnia di giro, che per un tempo oscillante tra i quattro e i nove mesi, si muoveva, ogni santo inverno che nostro Signore mandava in terra, almeno negli ultimi quattrocento anni, per la nostra penisola e non solo, da una città all'altra, da un paese all'altro, che passava dal Veneto alla Sicilia nel giro di due giorni, di palcoscenico in palcoscenico, dai teatri grandi e organizzati a quelli piccoli e privi di comfort. 
La Compagnia di giro, questo strano organismo contemporaneamente aperto al mondo e chiuso in se stesso, viveva su di una struttura solida, precisa e disciplinata. Chi entrava a farvi parte era ben contento di accomodarsi nelle sue regole, di scambiare quotidianamente i propri umori, mentali e fisici, con i colleghi, lieto di apprendere dai più anziani i segreti di una professione, di stare gomito a gomito con "i grandi" e di condividere le giornate con i piccoli. Non tutti ti erano simpatici, ma imparavi la convivenza con tutti. Si rideva insieme, si litigava, si viaggiava e si condividevano dolori e speranze. 
Un mondo in movimento nel quale il grande e antico gioco del teatro si ripeteva ritualmente ogni giorno, conducendo l'attore, quotidianamente, nella sua dimensione più profonda. Ogni recita era gara e allenamento insieme, la prova finale e l'inizio della prova successiva. 
La Compagnia era il luogo dove accogliere e condividere il mistero della "struttura del teatro", riconoscere le gerarchie indispensabili alla sua sopravvivenza, capire che la loro perpetua rigenerazione era ed è linfa vitale e indispensabile per la professione

Le nuove leggi con cui si è pensato di regolamentare il Teatro in quest'epoca di globalizzazione della qualunque, anche delle culture, di libero mercato volto a sottopagare chiunque, in primis gli attori, in quest'epoca di uno Stato che vuole farsi sempre più assente dal sovvenzionamento delle attività culturali se non per creare centri di potere che dettino l'indirizzo culturale, aggregati impenetrabili del pensiero unico... queste nuove leggi stanno portando alla scomparsa del luogo in cui si perpetuava il senso profondo della professione. Le nuove norme parlano di stanzialità, di quantità, di produttività, rinnegano nel profondo la filosofia girovaga su cui il nostro teatro si è costruito e che, soprattutto, gli è valso il valore e la fama che ancora lo contraddistingue, quanto meno agli occhi degli stranieri. Si spinge la professione verso un generico odore impiegatizio, costringendo gli attori a stare a casa, dove la casa non è più il teatro, il camerino (ormai pari allo spogliatoio di una palestra), ma le quattro asfittiche mura domestiche! Il nuovo CCNL parla già di stipendio mensile... il resto va in conseguenza. 

Il termine del percorso è chiaro: distruggere la professionalità per tagliare le radici con una tradizione culturale e istituire il globalismo della cultura, avere lo stesso Musical a Roma come a New York, al pari dello stesso venditore di hamburger e di mobili componibili. E che il teatro sia fatto da professionisti o da amatoriali, cosa cambia, chi volete che se ne accorga se il gusto si adatta non distinguendo più tra un mobile artigianale e uno di ikea? Luci, costumi, paillettes, nani e ballerine... e poi nello stupore dei colori tutto andrà bene. 
Se voglio realizzare questo progetto, è chiaro che gli attori, i professionisti, quelli del Credo vissuto quotidianamente, devono scomparire e con essi il mondo che li ha allevati e perpetuati nei secoli.
Basta avere una burocrazia capestro che massacri le compagnie private (quelle che hanno dato lavoro alla stragrande maggioranza dei lavoratori dello spettacolo per decenni!), una burocrazia che gli crei mille difficoltà, una improponibile competizione, anche se non palese, con gli Stabili che possono contare sui fondi pubblici; basta un CCNL pensato solo per i rapporti con le strutture pubbliche e che renda la vita impossibile alle piccole compagnie e/0o al privato; basta che i giovani non conoscano più quel tipo di vita! Con essa cadranno le regole, verso l'interno e verso l'esterno, e di conseguenza il secolare senso della professione che infatti - chi fa il mestiere da anni lo ha già capito - va sempre più verso il crinale della precarietà e soprattutto della amatorialità. 

La morte lenta del teatro sta cominciando da qui, dal togliere pian piano ma inesorabilmente l'ossigeno alla Compagnia di giro, alla tradizione italiana per eccellenza, quella che nobilmente discende dai comici dell'arte, sottraendo agli attori la possibilità di riconoscere la loro storia secolare, di consegnarsi di mano in mano le tradizioni. Provate a chiedere a un giovane di oggi, allevato a spettacoli da "un mese di prove e due replice", se sa come si regola l'ordine dei camerini, se sa riconoscere un "primo camerino" e se ha idea di quali siano le regole per cui si costruisce un ringraziamento o l'ordine delle foto nel foyer o dei nomi sul manifesto, o se sa cosa sia un baule o un "cumulativo".
Un tempo, i vecchi attori si divertivano a fare con noi un "crudele" giuoco, ponevano la domanda delle domande (in tre parti): 
- si mangia prima o dopo lo spettacolo?
- di che colore è il bonifico? 
- ogni quanti giorni si prende la paga?
Se rispondevi "eri un attore". 
Il maggior numero di vittime la faceva il bonifico (che era una carta verde per avere lo sconto viaggio che già ai miei tempi non usava più), sul resto venivamo quasi sempre promossi. 

Oppure, tra due attori sistemati nello stesso camerino, chi ha il diritto di sedere più vicino alla porta? E le relative due targhette con nomi come devono essere disposte sulla porta? 

Follie, dirà qualcuno, eppure se siamo arrivati fino a qui, è perché ci siamo trasmessi il senso di questa impalpabile struttura, nella quale abbiamo amato stare. Dai vecchi abbiamo imparato, e pare che con grande difficoltà riusciremo a re-insegnare ai giovani il gioco, la struttura meravigliosa che ci ha fatto ingoiare felicemente centinaia di ore di tristezza, solitudine, silenzio, dolore... 

Se il testimone cade, la squadra è eliminata. 





Vi lascio con un brano tratto dal libro "Attori, Mercanti, Corsari" di Siro Ferroni

" "Venga il canchero a questa professione ed a chi ne fu l'inventore! Quando mi accomodai con costoro, mi credevo di provare una vita felice: ma la ritruovo appunto una vita da zingari, quali non hanno luogo fermo né stabile. Oggi qua, domani di là; quando per terra, quando per mare e quel ch'è peggio, sempre vivendo su l'osteria, dove si paga bene e stassi male. Poteva pur mio padre mettermi a qualche altro mestiero, nel qual credo che avrei fatto miglior profitto, e senza tanto travaglio, poiché chi ha arte ha parte in questo mondo, soleva dire Farfanicchio mio compagno. Pacienza, io ci sono entrato e basta in questa professione romperci un paio di scarpe, per non se ne levar mai più". (Domenico Bruni, attore del '600)
Nel gergo dei commedianti "rompere le scarpe" è quasi sinonimo di recitare, che registra insieme al danno e alla fatica del mestiere, la fatale accettazione di un destino (...) È stato giustamente scritto che gli attori si mossero per guadagnarsi da vivere. È vero, ma è solo una parte della verità. Non si spiegherebbero altrimenti né la persistenza del mestiere in attori affermati che raggiunsero, grazie al teatro e ad altre professioni collaterali, una relativa sicurezza economica, né le scelte addirittura contrarie all'interesse economico immediato che fecero altri, preferendo l'arte del recitar viaggiando a qualunque occupazione stanziale. La lotta per la sopravvivenza è inseparabile in questi umili attori dalla ricerca della libertà.

Ora chiedetevi per quale motivo avete scelto questa professione.