lunedì 12 ottobre 2020

QUELLA PARTICOLARE FIRENZE DI GOLDONI

In una delle prefazioni alle sue innumerevoli commedie, Carlo Goldoni scrive che si era dovuto necessariamente occupare della revisione dei testi prima delle loro pubblicazione onde evitare che questi fossero presentati al lettore carichi di strafalcioni, cosa che sarebbe stata una profonda offesa alla Patria e alle sue lettere. 
Va però notato che quando Goldoni parla di Patria, intende l’Italia e non Venezia. Altre volte, infatti, nomina chiaramente, e ancor più direttamente, “le patrie lettere”. 

Ne “La locandiera” la Firenze indicata nella didascalia iniziale non si vede mai, mai è presente, nominata, richiamata, non ne è indicata una via, un monumento, un ponte, una collina, nulla. 

Una sola particolare annotazione può colpirci: Goldoni ci informa nella presentazione della commedia che il personaggio di Fabrizio era in origine il solo in dialetto, e che egli ha poi deciso di trasportare anche quello in italiano, in lingua. 
È davvero una informazione così importante da meritare una specifica comunicazione? 
A ben pensarci, no: il testo va alle stampe tutto in italiano, e la questione sarebbe chiusa lì; il Maestro Goldoni può comunicare alla compagnia che rappresenta la commedia la sua volontà di “tutti in italiano” e la faccenda, anche in questo caso, si chiuderebbe lì (sebbene alcune “abitudini” siano certamente dure da far cadere, soprattutto se, per un qualche motivo, i comici le ritengono efficaci con il pubblico). 
C’è, invece, nell’autore – va rilevato – una qualche specifica volontà, Goldoni vuole, evidentemente, dirci qualcosa di più. 

La mia ipotesi è che per Goldoni quella Firenze indicata in didascalia non sia un luogo geografico, ma un luogo della lingua. 
Nel momento in cui porta a compimento il suo capolavoro deve aver probabilmente percepito di aver finalmente centrato anche il suo obiettivo originario, quello che ci racconta nelle sue “Memorie”: dare alla letteratura italiana, “alle patrie lettere”, appunto la sua “letteratura drammaturgica”, la sua scrittura drammatica. 

Se Dante aveva dato alla lingua italiana la sua scrittura poetica, se ha codificato i canoni della Poesia per la nostra lingua, se Manzoni codificherà la scrittura in Prosa ed i suoi canoni, Carlo Goldoni ha il merito di aver compiuto questa medesima operazione per la Drammaturgia. 

La critica letteraria italiana non lo ha ancora capito. 
La critica letteraria italiana non ha mai capito il Teatro.  

mercoledì 17 giugno 2020

TEATRO, BASTA BELLE PAROLE

Quello che maggiormente mi ha disgustato in questo periodo di chiusura forzata causa Covid è il profluvio inarrestabile di belle parole. Un circo della retorica che nei primi due giorni andava anche bene, era comprensibile soprattutto sul piano emotivo, poi ha cominciato a produrre diffidenza, repulsione, disgusto, nausea e infine vomito (in alcuni casi svenimento!).

Nel mio settore, il Teatro, un mondo che è basato sulla Parola, davvero non ci siamo fatti mancare niente: la retorica, e non in senso classico, ha trovato il suo brodo di coltura, coltura intensiva che in poco tempo ha sviluppato: i 
siamonecessaristi, gli inutilièbellisti, i conlaculturasimangisti, gli sempreapertiteatristi, gli occasionedanonperderisti, nonché i soliti tuttononsaràcomeprimisti e i tuttotorneràcomeprimisti. E credo di non aver dimenticato nessuno, nel caso me ne scuso fin da adesso.

Ora il 15 di giugno si sarebbero riaperti 'sti benedetti teatri, in un modo che non mi va nemmeno di parlarne.
non più di 200 in sala, distanziamenti, mascherine e tutte le solite cose. Il che offre spunti divertenti: lo immaginate un teatrone da 1200 posti come l'Alfieri di Torino, o l'Olimpico a Roma con solo 200 persone dentro? In tutta sincerità: ma non ci voglio stare sul palco davanti a una platea che è praticamente vuota vuota vuota. 


Un episodio per capirsi. I grandi fratelli Giuffrè, Aldo e Carlo, misero su la loro Compagnia e portarono in scena quello che è ricordato come uno dei più grandi successi di pubblico degli ultimi 50 anni, la Francesca da Rimini di Petito. 
All'inizio però, i Giuffré erano al Brancaccio di Roma, teatrone da appunto millemila posti, facendo una media di 300 persone a sera. La sala risultava dunque vuota. Sappiate che più la sala è vuota più il pubblico, anche se si diverte, ride poco, perché è come intimidito. Non chiedetemi il perché ma storia del teatro dice che è così (ed è una Storia che sui libri dei professoroni universitari non trovate perché queste cose del Teatro vero loro NON LE SANNO!). 
I Giuffré, abbastanza preoccupati, una sera incontrarono un grande organizzatore teatrale, Lello Vianello, ci parlarono e decisero di affidarsi a lui.
Lello da uomo del mestiere, fece una cosa semplice (e pure questa sui libri non la trovate): prese la Compagnia e dal Brancaccio la portò al Teatro delle Arti, QUATTROCENTO POSTI! Con la media di 300 spettatori a sera, la sala risultava improvvisamente piena, le risate si fecero finalmente intense, il passa parola cominciò a funzionare e da lì lo spettacolo è andato avanti per anni. Io lo vidi un paio di Stagioni dopo in un Quirino esaurito insieme a un mio parente che era la terza volta che lo vedeva. Dato il successo ne fu fatta anche una ripresa tv. Brutta, regia televisiva di Andrea Camilleri, sbagliata rispetto allo spettacolo. 


(scusate, spengo un attimo la tv, che pur se senza volume, mi sta proponendo la faccia di Prodi intervistato da non so chi, e francamente è una immagine che nemmeno nella coda dell'occhio. Ecco, andiamo avanti) 

Come sarà, quindi, una serata teatrale con un massimo di 200 spettatori in sala non lo voglio nemmeno sapere. E anche all'aperto, dove si potrà andare fino a un massimo di 1000 la cosa cambia di poco. Pensate al Teatro Greco di Siracusa che ha una media di cinquemila persone a spettacolo... 
Che fare allora? Secondo me c'era da fare una cosa semplice, ma ci voleva la volontà politica (che è chiaro non c'è!): sovvenzionare i teatranti tutti fino alla prossima stagione, segnando fin da ora la data di riapertura e consentendo di programmare e organizzare. 
Ma non si può fare, perché sennò come facciamo a spargere fin da adesso il terrore della seconda ondata, e perché se non c'era la volontà politica di darvi soldi adesso per due mesi figuriamoci fino ad ottobre!

La verità è che si è data questa data del 15 giugno per avere la scusa per sospendere le erogazioni di qualsiasi sostegno a fondo perduto, e per consentire agli amici degli amici di far ripartire i Festival estivi (che servono anche come attrazione turistica, anzi ormai soltanto) mettendo sul palco un po' di monologhi per i soliti quattro noti. I Media di regime suoneranno le grancasse, intervisteranno i soliti quattro fighetti e si darà al popolo l'impressione che tutto va bene madama la marchesa. Chest'è! 
E su questa linea è già cominciato, sia pure ancora con la sordina, il festival delle belle parole, sul teatro che riapre, che rinasce, sulla sua necessità, sulla importanza della cultura, sulla voglia di rivincita e ripresa e ripartenza e ritorno alla vita esticazzi esticazzi esticazzi... 

Io, con franchezza, di belle parole ne ho piene le palle. Ne sento da trent'anni, e so per certo che il Teatro di tutto ha bisogno tranne che di parole. Esso è il luogo della Parola, ma non delle parole. 
Il Teatro ha bisogno di lavoro, anzi di Lavoro, quotidiano, costante, silenzioso, soprattutto silenzioso, ha bisogno di fare, di fare per cercare e trovare. E di solitudini. 
Ogni buon teatrante sa che le prove non si fanno per fare bene, le prove si fanno per sbagliare, e togliere di mezzo tutto quello che non serve. Possiamo dire che la nostra regola è davvero il "provando e riprovando".

E allora gli articoli non li leggo più, i video non li guardo più, le chiacchiere non mi interessano. 
Quando ci sarà una cosa da fare la facciamo. Punto. 

E' tutto Vostr'Onore.  

lunedì 15 giugno 2020

ADDIO FACEBOOK, NON NE E' VALSA PROPRIO LA PENA.

Sto cancellando la stragrande maggioranza dei miei post su Facebook, quelli che conservo ancora è perché non ho deciso, o capito, come salvarli, gli altri vanno dritti dritti nel cestino, anzi nel dimenticatoio.
Facebook non mi piace più, da quando la censura e il politicamente corretto la fanno da padroni non è più un luogo frequentabile. Devi temere di dire qualsiasi cosa, perché degli stupidi algoritmi identificano una parola, la estrapolano dal contesto e la censurano. E te con essa.
Così ti capita di scherzare tra amici, come si fa al bar o nello spogliatoio del calcetto, e magari si usa qualche epiteto scurrile del quale nessuno dei partecipanti alla goliardata si offende, e ti ritrovi sospeso per tre giorni. O fai quella che è una tipica battuta nel tuo dialetto e ti ritrovi sospeso. Gli immigrati clandestini, ovviamente, non si possono toccare anche se lanci un motto di spirito. E non parliamo delle religioni in particolare quella mussulmana. Se solo sposti dal binario sei un razzista e tutto quel che ne consegue.
E allora non mi diverto più. Se non posso essere libero di parlare con i miei amici senza offendere nessuno, non mi diverto più.
Da quel che ho visto, però, Facebook sta pagando pegno a questa sua scelta "editoriale", perché è sempre meno frequentato e sempre più amici mi dicono che lo hanno lasciato perdere per i miei stessi motivi: non si divertono più, non si sentono più liberi.
La sospensione avuta per una vera battuta mi ha profondamente offeso. Perché ritengo di essere, sia pur nelle mie passionalità, una persona corretta. Così ho deciso di cancellare tutto, e prima o poi chiuderò l'account definitivamente. Perché non lo faccio adesso: perché non voglio lasciar loro nulla di mia, riuscirci almeno il più possibile, e perché ho ancora pochi amici con cui intendo restare in contatto. Ma considerate che avevo circa 500 amici, ora sono più o meno 100.
Ci sarebbero anche gli aspetti dell'interagire umano, per cui discutere sui social con certe persone è perfettamente inutile, ma a quello mi ci ero abituato.
No, il motivo per cui cancello è veramente la "linea editoriale" presa dal social che non ti consente più di sentirti libero. E dunque pian piano vado via.
Sono giunto, cancellando, al novembre del 2015. E ripassando le mie giornate all'indietro, mi sono reso conto di quanta informazione ho passato, di quanti spunti ho offerto alle persone per capire e informarsi, di quanto materiale ho girato che poteva interessare tutti indistintamente, indipendentemente dal proprio credo politico.
Ebbene, tornando indietro, ritrovo decine e decine di riflessioni che sei costretto a fare ancora oggi, decine di informazioni che dovrebbero essere acquisite e non lo sono, centinaia di articoli che potevano aiutare tanti a non trovarsi come si ritrovano... e invece, mi sto rendendo amaramente conto, siamo sempre al punto di partenza.
Perché? Incapacità di ricordare, apatie, nessuna voglia di fare analisi, bassa autostima, voglia di delegare e non pensare, radicamento ideologico pari a fede religiosa (questo sarebbe almeno un valido motivo), ingenuità, distrazione perpetua... La verità è che così come mi son stufato di passare dati e informazioni o di cercare di spiegare fatti, sono anche stanco di chiedermi perché la gente non voglia capire. E un dato l'ho acquisito: è inutile spiegargli, quando sbatteranno la testa al muro, e se la romperanno a sangue, allora si sveglieranno. E bene o male, ho potuto vedere, così accade. Salvo che anche dopo quei momenti, non avendo acquisito le giuste informazioni prima, si finisce per non farsi le domande giuste dopo. E' anche per questo che il Potere è sempre in sella, perché quando siamo spalle al muro le domande che ci facciamo sono sbagliate.
Farò un esempio semplice che molte volte mi è passato per la testa: penso a tanti operai che rischiano il posto di lavoro, e magari organizzano proteste sotto i ministeri, fanno battaglie di mesi e alla fine ottengono il nulla. Ma perché ottengono il nulla? Perché quel ministero (nel senso di sua guida politica) non può o non vuole fare nulla, e in genere non può. E allora, forse non dovresti andare a protestare sotto al ministero, e nemmeno sotto il Parlamento, ma magari davanti al Forum Ambrosetti, o davanti ai palazzi dove si riuscono quei gruppi tipo Bilderberg. Insomma, è come se tu continuassi a chiedere le chiavi della nuova casa che hai acquistato al portiere e non al vecchio padrone di casa che te l'ha venduta. Se il portiere le chiavi non le ha, inutile insistere, in casa non entri. O sbaglio?
Ecco, allora, alla fine di tutto questo, quando leggo lamentele sulla situazione attuale, e penso a tutte le informazioni che in quasi dieci anni vi ho postato e che non avete voluto vedere e che avrebbero potuto almeno cambiare la vostra visione del mondo, mi chiedo che senso abbia continuare a darvi la possibilità di una diversa visione delle cose. Dal canto mio, fate come ve pare, io cancello e vi saluto.
Buona notte, e buona fortuna.

martedì 19 maggio 2020

CARO DE MASI, LO SMART WORKING NON E' LA SOLUZIONE

Egr. prof. De Masi, mi rivolgo a lei in quanto uno dei più noti sostenitori del cosiddetto telelavoro, o smart working, o più banalmente lavoro da casa, ma comprenderà che per suo tramite mi rivolgerò a tutti coloro che inneggiano a questa innovazione. Che poi, come lei spesso racconta nei suoi interventi televisivi, tanto innovazione non è dato che se ne parla da decenni e in altri Paesi è da tempo attiva. 
Nello specifico, racconterò quel che accade a casa mia.

Vivo a Torino. Quest'anno la mia attività lavorativa si svolgeva a Salerno, mia città di nascita, e lì sono rimasto bloccato quando è arrivato il lockdown. Poco male, a Salerno ho ancora i genitori, anziani, ultraottantenni, esserci è stato un modo per aiutarli ad affrontare questa strana situazione.
Nel frattempo la mia compagna era a casa nostra, e dopo i primi giorni di incertezza, la ditta per cui lavora ha deciso di metterla in smart working. 
Per lavorare meglio, è andata a comprarsi (lei!) uno schermo adatto e una tastiera da poter collegare al portatile aziendale, altrimenti si sarebbe "cecata" (lei è campano come me) passando chissà quanti giorni sullo schermo del pc.
P. si è dunque organizzata, ha occupato la mia piccola scrivania, che teniamo in soggiorno, e ha strutturato la postazione lavorativa. 
P. è una impiegata di medio livello alla quale è dato solo il telefono aziendale da usare rigorosamente per comunicazioni di lavoro. I numeri che chiama, infatti, vengono controllati e le telefonate "extra" le vengono tolte direttamente dallo stipendio. Ma questo è un dettaglio da poco dato che P. è perfettamente abituata, da sempre, per nostra abitudine mentale, ad usare il proprio di telefono talvolta anche per le comunicazioni lavorative.
Siamo in due, e la nostra casa non è per niente grande, due camere, bagno, cucina. Mentre io ero a Salerno e lei a Torino, abbiamo ragionato e ci siam detti che in fondo nella disgrazia eravamo fortunati, io perché potevo assistere i miei, lei perché poteva lavorare senza problemi da casa che a quel punto diveniva un ufficio.
Si è posto, però, da subito, un piccolo problema: nell'economia di una casa accade che i coniugi si dividano compiti e spese, nella nostra le bollette toccano a me; ne avevo una arretrata di telefono, non potevo rischiare che lei, a 900 km di distanza rimanesse senza collegamento internet e dunque sono corso a pagarla. 
Ma anche per me si poneva un simile problema, perché lavoro a un progetto del MIUR e dovevo adattarmi come tutti i colleghi professori a fare lezione on line. A casa di mia madre non ho connessione internet, per quel poco che faccio nei giorni normali, uso il telefono come modem. Sarebbe bastato, avrebbe retto i collegamenti con la piattaforma scolastica? Dovevo forse anche io munirmi di una connessione internet casalinga con altre spese da affrontare? Ho fatto una prova e per fortuna mi è andata bene, il solo telefono ha retto.
Da questo primo passaggio però, una cosa saltava fuori evidente: telelavoro, va bene, ma la connessione è a carico di chi? 

Ma andiamo oltre. 

Quando già negli anni '80 sentivo parlare di lavoro da casa, ricordo che si intendeva che l'impiegato non andava in ufficio, gli si affidava un compito ed egli gestiva il proprio tempo liberamente sapendo soltanto che entro la tal data avrebbe dovuto consegnare il lavoro. Beh, pensavo, interessante, un meccanismo che libera il tuo tempo.
Scopro oggi, invece, anche da altri amici che sono a casa in smart working, che il sistema non soltanto rileva quando accendono e quando spengono il computer, ma anche se stanno effettivamente operando. Uno di loro mi ha detto di sentirsi meno controllato in ufficio. 

Dopo il 4 maggio sono tornato finalmente a casa e ho potuto constatare di persona: la mia compagna continua a fare il normale orario di ufficio, non gestisce minimamente il proprio tempo. E da quando sono qui mi sto rendendo conto, tristemente, di altre cose: casa nostra, non è più casa nostra. Sarà anche dovuto al fatto che son solo due camere e cucina, ma mentre lei lavora, e magari fa una conferenza telefonica, io devo starmene relegato in altra stanza, avessi una mezz'ora di tempo per vedere un notiziario o ascoltare un disco, o leggere un libro che mi piace, non potrei farlo, anzi non posso farlo! 
Ed anche quando io mi collego con i ragazzi per le lezioni on line, chiudo la porta della cucina, a questo punto occupata da me, e lei non vi può entrare finché non finisco.
Casa nostra non è più casa nostra, è un luogo... amorfo, una sorta di limbo, un ufficio-casa che pare non più appartenerci, nei suoi spazi, nei suoi orari, nei suoi ritmi di vita.


Ma non basta: perché ti arrivano tutti i nervosismi, le discussioni lavorative, i malumori, le tensioni, e ti restano dentro casa... 

Ma non basta: capita pure che la mia compagna debba chiudere un certo lavoro, e allora accende il computer di sabato o di domenica, tanto "per avvantaggiarsi" dice lei, ma in realtà è una sorta di pensiero che non smette mai di essere con te, la vita diviene il lavoro e il lavoro la vita senza più distinzioni, mentre quando esci dall'ufficio, se ne riparla domani senza dubbio.
E capita anche che qualche suo superiore le mandi un messaggio di sabato pomeriggio o di domenica mattina... e il meccanismo non si arresta mai. 


Ma non basta: perché magari per terminare un lavoro, interrompe solo per cenare e poi si rimette al computer... 

Particolarmente zelante lei? Può anche darsi, ma quel che è certo, senza alcun dubbio, senza tema di smentita, è che casa nostra non è più casa nostra. 
E badi, professore, che non lo era nemmeno quando io ero bloccato a Salerno, questo lo dico perché nessuno pensi che sia un mio fastidio da quando son tornato, poiché P. mi raccontava di questi ritmi anche allora. 

Veda, professore, suddividere gli spazi è suddividere il tempo di vita, e suddividere il tempo di vita è migliorare la qualità della vita. Sia io che P. stiamo sperando che tutto finisca presto e che lei possa tornare in ufficio. Perché un'altra cosa che P lamenta è non avere più contatto umano con i colleghi, e non aver con loro nemmeno un vero contatto professionale. Al di là dei dieci minuti di pausa caffè in cui ci si racconta le stupidate della vita, anche alzarsi per andare da un collega a chiedere una spiegazione o per risolvere insieme una questione è dare un senso alla propria giornata lavorativa.
Ora la casa è un ufficio, l'ufficio è una casa, i tempi di lavoro non sono più distinti da quelli di vita, e quando ti siedi sul divano per vedere un film hai sempre lo schermo del computer lì di lato nella stanza che ti guarda, non si cambia aria, non si cambia ambienti, non si cambia respiro. E il respiro è vita.

Sa cosa davvero mi preoccupa, che come al solito si inneggerà alla innovazione, se ne decanteranno le meraviglie per poi accorgersi che ci sono un mare di problemi.
Ecco, questo esperimento sta già mettendo in evidenza i problemi, come con la Didattica a distanza, che è una schifezza senza pari. Allora, per una volta, ci piacerebbe sentire che si parte a discutere dai problemi e che vi si trova una soluzione, sia pur perfettibile, prima di attuare i progetti.
Pensi che noi siamo in due soltanto, siam soli in casa: qualcuno immagina la situazione di chi ha anche i figli, magari piccoli, da gestire? 

Io le dico, parlando per suo tramite a tutti quelli che magnificano sempre le innovazioni tecnologiche senza ascoltare mai chi pone un dubbio: grazie, anche no.
E sa perché? Perché è già chiarissimo che non è quello né che si immagina, né che si racconta. Sarà solo l'ennesima fregatura per i lavoratori.
Lei vuol vedere come si smonta subito l'entusiasmo delle aziende per il telelavoro? Stabiliamo che la connessione internet di casa deve essere per il 50% a carico dell'azienda. Basterà questa stupidata per far sbollire gli entusiasmi. 

Perché alla fine è solo questione di soldi.

Lo spazio e il tempo sono coordinate fondamentali nella vita di un uomo, ci abbiamo messo anni di riflessioni, discussioni, lotte, anche guerre per dargli una certa definizione che migliorasse la vita delle persone, se volessimo evitare di tornare al medioevo sarebbe francamente cosa gradita.  
   

giovedì 14 maggio 2020

L'INTERPRETE VISIBILE (una piccola interpretazione nel senso profondo)











Nella bella pagina FaceBook, "Vadaviaattore!" creata da Totò Onnis, amico e bravo collega (l'ho più volte visto recitare!), gli attori che vi partecipano si scambiano opinioni e informazioni. 
Oggi Totò ci ha postato l'interessante iniziativa di "Attore Visibile", uno dei diversi e vivaci gruppi di lavoratori dello spettacolo auto-costituitisi da un po' di tempo a questa parte, onde portare avanti le sacrosante battaglie per i diritti della categoria. 
Già, la categoria!
A questa parola si apre un discreto baratro; perché qual è la categoria, da chi e come è costituita? Ancora non lo sappiamo non ostante le interminabili lotte per definire e risolvere il problema. La questione, come infatti alcuni sanno, è antica, basti pensare che ne parlava Eduardo in una famosa lettera al ministro dello Spettacolo già nel 1959, e nel 1964 lo stesso Eduardo ci scrisse su una bella commedia: "L'arte della commedia". Quindi è da un po' che se ne parla senza mai esser giunti a una soluzione. Una volta ci è andato vicino il decano dei sindacalisti degli attori italiani, Tonino Pavan, ma poi tutto naufrago in Commissione parlamentare per interessi particolari estranei alla categoria.
L'attuale situazione Covid19 offre, nella disgrazia generale, una interessante sponda per spingere su questa come su altre questioni. 
Dovendo ad esempio stabilire a chi dare il contributo a fondo perduto, il cosidetto Reddito di emergenza, ecco che spunta come un iceberg la questione: "chi sono i professionisti e come li distinguo dai dilettanti?". 
Nel settembre 2018, segnalai in un post colmo di rabbia lo scempio di un ministro della Repubblica, l'onorevole Fedeli, che, prima di lasciare l'incarico, stringeva un accordo per il Teatro nelle scuole con una associazione nazionale di dilettanti, il FITA.
Poco meno di un mese e non potei esimermi dal segnalare che, non ostante quella del Ministro Fedeli fosse una cosa mal fatta per i mille motivi esposti nel post, un problema c'era ed era quello di sempre: se lo Stato li cerca, dove sono i professionisti? 

Invitavo lì a pensare almeno a una associazione, come quella dei dilettanti, che autoregolandosi desse una minima indicazione sulle professionalità. 
L'interessante proposta, oggi, di "L'attore visibile", postataci dall'amico e bravo collega Onnis (che più volte ho visto recitare!), va proprio in tal senso e credo che mi iscriverò non facendo mancare, per quel che posso, la mia riflessione.
Anzi, ce n'è una che mi preme fare subito. Perché il post di L'Attore Visibile è ottimo, tranne, a mio parere in un un punto decisamente discutibile se non detestabile poiché pervaso da misera ideologia, oltretutto, in questo caso, penalizzante per i teatranti stessi che si vorrebbero rappresentare. 
Mi spiego.
A un certo punto si legge che è stato identificato come nome della Associazione, U.N.I.T.A. acronimo di UNIONE NAZIONALE INTERPRETI TEATRO E AUDIOVISIVO 
dopodiché viene specificato, quasi una excusatio non petita: 

Abbiamo scelto questo nome anche perché la parola INTERPRETE è l'unico sinonimo di ATTRICE/ATTORE che non abbia declinazioni di genere, (una interprete, un interprete) e la questione di genere è un tema sul quale non intendiamo glissare.

Ora: a prescindere dal fatto che il genere in lingua italiana viene declinato dall'articolo, come il loro stesso esempio dimostra, e non dalla finale della parola (altrimenti dovremmo decidere che il femminile di Farmacista dovrà essere Farmacistessa o roba del genere); a prescindere dal fatto che questa moda di voler indicare per forza il genere femminile quando si è difronte a un "neutro", per esempio nelle cariche istituzionali (ministro o sindaco, sono termini neutri, declinati in italiano al maschile per convenzione così come si dice "uomo" per "umanità"), si rivela in realtà ghettizzante per il genere femminile stesso e di rimbalzo per quello maschile; a prescindere dal fatto che non esistono solo i due generi femminili e maschili, ma anche quelli gay e/o trans e/o tutti quelli identificati da un semplicissimo Freud... dunque quante declinazioni dovremo avere?; a prescindere che limitarsi al maschile e femminile vuol dire escludere, ingiustamente, tutti quegli altri generi, ecc. ecc. ecc. 
qui, la questione è tutta un'altra e si muove su tre punti chiave.
1 (quello fondamentale) - La lingua italiana è la sola, con buona pace di tutti ed intendendo fuori concorso il koishan dell'Africa centro-meridionale, in cui la parola ATTORE e la parola TEATRO sono l'una l'anagramma dell'altra. 
Non è una simpatica bizzarria della lingua, ma la concretizzazione di un significato profondo che investe in concetto stesso di Teatro, concetto magistralmente sintetizzato da Antonin Artaud (c'è qualcuno che ancora lo legge?), quando egli afferma che 
"il teatro E' il corpo dell'attore". 
Puoi togliere dalla scena qualsiasi cosa, costumi, scenografia, luci... il teatro sarà sempre, ma se togli il corpo dell'attore il teatro non è più. La carne sul palcoscenico, viva, è l'atto blasfemo della ipostasi verbo-carne che perpetuandosi rende il teatro la rivendicazione da parte dell'uomo di una possibilità di eterno, il riflesso sfuggente ma visibile della Verità.
Ecco dunque che il termine ATTORE non è la declinazione maschile di una professione, ma il senso stesso del Teatro in quanto carne dell'uomo, della umanità, che si fa viva e possibile sul palcoscenico. 

Nella lingua italiana, come in nessun'altra, dire ATTORE è dire TEATRO, e dire TEATRO è dire ATTORE. Immaginare che nel termine esista una declinazione di genere discriminante è un atto di profonda ignoranza verso la propria professione. 

2 - La parola INTERPRETE è limitante della specificità professionale. 
L'attore, infatti, non è solo un interprete di un testo o di una idea registica, è al contempo creatore di un atto artistico, di un'opera artistica che si concretizza nel suo stesso corpo/voce in azione. 
Per questo banalissimo motivo si dice che andiamo a vedere (andavamo, sic) la Medea della Mariangela Melato o la Bisbetica di Valeria Moriconi.
Ed è molto probabile che una parte di pubblico andasse a vedere l'artista (maschile o femminile?) Melato o Moriconi indipendentemente dal personaggio che interpretava quella specifica sera, a godere dunque della distinta creazione artistica della signora Melato o Moriconi. 

Il termine interprete non comprende la parte creativa che ogni attore, in quanto unicum, porta irrimediabilmente con sé, esso è dunque limitante la visione professionale, e limitativo nella interpretazione giuridica che ci si propone di sottoporre alla Politica.
3 - L'ideologia, e la recinzione del pensiero unico, stanno uccidendo l'espressione libera dell'uomo e di conseguenza la sua libera espressione artistica.
Se si intende rinchiudere l'arte nella gabbia delle mode ideologiche (oggi sono queste, domani chissà quali), il rischio è quello di inibire la potenza stessa della trasgressione e della sperimentazione, della ricerca che ha sempre alimentato la progressione dell'arte, contro il conformismo, contro il potere, contro l'arte consolidata stessa. 

Quello che pericolosamente stiamo vivendo è un tempo di codificazione della trasgressione, di inquadramento della sperimentazione e dell'avanguardia che alla fine definiranno solo generi senza alcuna reale creatività, senza futuro, senza più Arte. 
Per liberare i generi vanno tolti i limiti, le differenze vanno cancellate non rimarcate, altrimenti si rientrerà in quei totalitarismi che ingabbiano il pensiero e soffocano la creatività e la vita dell'uomo. In questo tempo di politicamente corretto, siamo giunti al paradosso che la tradizione è divenuta la vera sola trasgressione. 
Questo perché abbiamo un serio problema con l'ignoranza. Altrimenti sapremmo che Tradizione e Tradire hanno etimologicamente la stessa radice. 
Il passato è lì a dirci chi siamo davvero, solo recuperandolo ci salveremo.  


PS - detto tutto questo, resto a confermare che intendo essere un sostenitore della iniziativa e spero di essere accolto nella associazione (dopo quanto detto...) che UNITA si chiama e così deve chiamarsi perché il nome ha anche un valore simbolico in questo difficile momento (oltre tutto è gentilmente declinato al femminile il che non guasta). Spero solo di lasciare in ciascuno un briciolo di riflessione per le battaglie odierne e future. Le parole sono vita, e la vita non la puoi costringere mai. 

PPS - non è che ora cambiano il nome delle pagine FB in L'inteprete visibile o vadaviainterprete! Per favore anche no. 

venerdì 8 maggio 2020

9 MAGGIO

Domani sarà ancora 9 maggio. Domani sarà ancora il giorno in cui ricordare quando e come cominciò a morire la nostra democrazia, la democrazia di questa nostra giovanissima repubblica. 
Non so quanti di voi c'erano. Io ero giovane, ma c'ero e quei giorni li ricordo bene, stranamente bene per la mente di un tredicenne. Ricordo l'aria pesante che si sentiva in giro, un senso profondo di paura, di spaesamento, una inquietudine che coglieva tutti, che sentivi nei discorsi di tutti perché davanti a un tredicenne ognuno parla senza bisogno di nascondere i propri pensieri. 
Ero come uno spettatore, esterno all'azione, colpito dalle emozioni che quel terribile spettacolo rimandava: la rabbia di mia madre quando sentì che il Papa aveva scritto "vi prego in ginocchio" ("Il Papa, il Papa, 'sti delinquenti!), le facce giovanissime e impaurite dei militari di guardia al casello autostradale di Roma, lo sconcerto della professoressa di matematica, una giovane supplente, che il 16 marzo venne in classe per far lezione e non poté trattenersi dal darci la notizia, notizia che non capimmo nella sua gravità, i silenzi di papà giornalista, il martellamento di giornali e tv, e tante cose ancora.
Ma tutto questo non conta. Conta uno strano dolore sordo che da allora tanti di noi si portano dentro. Alcuni lo avvertirono subito, altri, come me, nel corso degli anni, vedendo la nostra Repubblica sbriciolarsi man mano e cercando le ragioni di questo lento e impietoso declinare. E da quel dolore, nascere uno strano affetto per quell'uomo mai conosciuto ma che ti pare ancora oggi di conoscere come tuo padre, un padre che voleva proteggerti e vederti crescere adulto e sano, e che ci è stato sottratto. 

A volta penso semplicemente che avevamo la possibilità di divenire una Nazione, per la prima volta nella storia della nostra penisola, una Nazione vera, adulta, autonoma come sono autonomi un uomo o una donna cresciuti in modo sano, capaci di affrontare a testa alta la propria vita, e invece quella possibilità ci è stata tolta.
I motivi ormai sono chiari e sono stati anche ben scritti nei tanti libri di coloro che hanno continuato a cercare, non è nemmeno il caso di ripeterli. 

La nostra battaglia per veder crescere questa Nazione continua e sono certo che noi, che ci portiamo quel dolore sordo dentro, non ci arrenderemo tanto facilmente a dispetto di tutto e tutti anche se si è fatta maledettamente dura, anche se il nemico è potente e terribilmente accanito, ma continueremo, perché dobbiamo e vogliamo continuare, ciascuno con i propri mezzi, lo dobbiamo a quell'uomo. 
Domani è ancora 9 maggio. Ci portiamo un dolore sordo nel cuore e non possiamo voltarci indietro. Lo dobbiamo a quell'uomo. 

Dio ti benedica, Presidente. 


domenica 26 aprile 2020

SINFONIA DEGLI ADDII

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha esposto in una fumosa conferenza stampa il piano per la cosiddetta fase2 dell'emergenza da Covid19. 
Ho così sintetizzato su FB il mio stato d'animo e credo di non essere lontano dal vero. 
La sola cosa che posso dire a tutti i colleghi e a tutti i lavoratori dello Spettacolo è: conservate gelosamente e coltivate in qualsiasi modo potrete le vostre professionalità, non perdetele, non disperdetele qualsiasi cosa accade, è questo il solo tesoro che ci portiamo dietro, che dobbiamo portarci dietro e che sarà nostro compito consegnare alle generazioni future. 
A noi il Cielo ha posto questa tremanda sfida, traghettare la competenza dell'arte teatrale attraverso questo massacro. È tutto quello che dobbiamo fare. Tra due anni, tra tre, tra sette non importa, purché riusciamo a salvare la nostra "arca dell'alleanza", il nostro Graal.
La Cultura è il nostro saper fare tramandato nelle generazioni. 
Non dimentichiamolo. 
Buonanotte, e buona fortuna. 

domenica 5 aprile 2020

LA SFERA DI CRISTALLO

Siamo chiusi in casa. Dice: "Questo è un buon momento per scrivere". E invece non ne ho nessuna voglia. Vi lascio qui adesso poche righe tanto perché non ci si perda di vista, miei piccoli dodici lettori.
Non è che sia annoiato, svogliato, prossimo alla depressione. Tutt'altro, ho cose da fare non ostante la quarantena, e quando non ne ho me ne invento, compreso l'esercizio, apprezzabile a detta dei miei, della pasticceria.
Curiosamente, in questo momento ci sarebbero mille cose da dire, umane, politiche, economiche, ma mi sento preso come da un senso di rispetto: c'è tante di quelle cose più importanti di ciò che io posso raccontarvi che non mi sento all'altezza.
Il post precedente era una poesia di Alfonso Gatto, una poesia di fiducia nel futuro, e anche di una certezza profonda, certezza che anche in questo momento difficile alberga nel nostro profondo: che torneremo alla vita.
In molti si affannano a preannunciarci che "non sarà più quella di prima", ma pensateci: è una banalità.
La vita non è mai quella di prima, anche quando sembra essere sempre la stessa, non è mai quella che è stata il giorno prima, non fosse altro perché NOI abbiamo un giorno di più. E allora, cosa sarà?
Ecco: da quando le nostre situazioni sociali, economiche, politiche non hanno più conosciuto la serenità di un tempo, siamo tutti presi dall'ansia da sfera di cristallo: "come sarà?". E chi può saperlo! Nessuno. 

Ci aggrappiamo alla Scienza, ma la Scienza ammette serenamente che "ne sa meno di noi", per il semplice motivo che più sei specializzato più perdi certezze, ed è normale che sia così. Un medico generico vi dirà: "è questo!", uno specialista vi dirà: "potrebbe essere questo, però facciamo un esame perché potrebbe essere anche quest'altro". 
Più il campo si restringe e più le possibilità si allargano. Curioso, vero?
Dunque, attaccarci alla Scienza ha senso fino a un certo punto, per il semplice motivo che la Scienza, se è onesta, ci dice quello che sa, e va comunque ringraziata.
Quindi, come sarà il futuro? Come è sempre stato: una cosa nuova che diventerà subito vecchia.
Dal mio punto di vista, riguardo a tutto quello che è accaduto negli ultimi 25 anni e rilevo senza ombra di dubbio che man mano che si smontava lo Stato sociale cresceva l'ansia nelle persone, l'ansia per il futuro; quando lo Stato sociale era una sicurezza, la gente si occupava delle normali difficoltà della vita e temeva molto meno, spesso quasi per nulla, l'avvicinarsi del futuro.
Banale? Può darsi. Qui è tutto un festival delle banalità, inseriteci pure la mia.
Ma forse, se siamo così in ansia per il domani, chi per il lavoro, chi per gli studi da scegliere, chi per la pensione, chi per le malattie, è perché l'incertezza è nell'oggi, ed è in noi. Incerto è il presente.
Non siamo più nemmeno sul Titanic, siamo sulla zattera e non abbiamo "nemmeno una maniglia".