martedì 30 ottobre 2018

SE IL MIUR LI CERCA, DOVE SONO I PROFESSIONISTI? (perché è ora necessaria un'agile svolta dando vita a un'associazione degli attori professionisti)

Chiedo in anticipo scusa a tutti se quello che racconterò non dovesse corrispondere al vero. 
Il fatto è che: questo mi è accaduto e questo vi dico. 
Perché per quanto abbia cercato sui siti istituzionali una conferma, non mi è stato possibile trovarne. Ed è molto probabile ch'io non sia capace. 
Così, attraverso questo raccontino, chiedo aiuto a voi, miei quarantasette audaci lettori, ché possiate fornirmi, se ce l'avete, un corretto riscontro. 

Un paio di giorni fa, passeggiando per il centro, incontro un conoscente, un ingegnere con la passione del teatro che ha una compagnia amatoriale. Mi dice dell'accordo tra il Ministero dell'Istruzione e il Fita cui la sua compagnia è associata. 
Questo conoscente (non posso dire sia un amico), mi invita a preparare un progetto per le scuole, che, mi dice, certamente verrà approvato. Alla fine dell'anno, poi, il MIUR valuterà i dieci migliori progetti, e questi saranno premiati con € 1500,00 l'uno. 
Mi mostro interessato e gli rispondo che nel giro di qualche giorno gli farò sapere. 

Ora, io spero vivamente che quanto raccontatami, vi assicuro con un certa qual baldanza, non sia vero. Ma come si dice: è assurdo quindi vuol dir che è vero! 
E così mi metto alla ricerca di una conferma, cerco, come si dice, di verificare la notizia... 
nulla. 
Ecco perché ho deciso di chiedervi aiuto. Su internet trovate decine di siti che rimandano al protocollo Miur-Fita, ma non una riga che spieghi come questo protocollo si attui. 
E invece credo sia importante saperlo. Perché se è così come mi è stato raccontato ci sono una serie di considerazioni da fare. 
A cominciare dalla paradossale situazione nella quale ci si può ritrovare: una compagnia amatoriale che dà lavoro a un attore professionista; per proseguire con la "valorizzazione della Cultura" fatta praticamente a costo zero (dieci progetti a 1500 euro l'uno, fa quindicimila leuri, se qualcuno mi vuole calcolare la percentuale sul bilancio del Ministero per non dire dello Stato...); finendo alla attuazione di un progetto "sfruttando" la passione di qualcuno, in questo caso il dilettante, e solleticandone l'ego ("ho vinto il premio!"); il tutto sempre - mai dimenticarlo - a detrimento del lavoro dei professionisti. 

Ma resta il problema: non avendo trovato un riscontro nei siti ufficiali, quel che mi hanno raccontato è vero???

Dopodiché, c'è una considerazione che va fatta a prescindere da tutto. 
Il Ministero dell'Istruzione Università e Ricerca, ha stretto un accordo con la Federazione Italiana Teatro Amatori. Ma perché? Per un banalissimo motivo: 

Perché il Fita ESISTE!!! 

Gli attori professionisti possono dire quel che vogliono, ma qui c'è un dato certo e 
inoppugnabile: una associazione delle compagnie amatoriali ESISTE! 

Un'associazione degli attori professionisti 
NON ESISTE!!!

E questo è un altro dato certo e inoppugnabile. 

Dunque, rendiamoci conto: ammesso che il MIUR avesse voluto chiudere un protocollo con i professionisti, con chi avrebbe potuto farlo? 
Quello che penso di questo accordo e di tutto quello che ha guidato l'emanazione di una serie di normative sullo spettacolo dal vivo l'ho già scritto, per cui non credo che, pur esistendo, i ministeri si sarebbero rivolti direttamente ai professionisti. 
Ma credo anche che se un riferimento certo, giuridico, strutturato fosse stato presente, non avrebbero potuto ignorarlo. 

Tralasciamo per ora il discorso per cui se si vogliono risolvere le problematiche teatrali SI DEVE ASSOLUTAMENTE PARTIRE DA UN PUNTO: la costituzione dell'Albo dei Lavoratori dello Spettacolo; anche se io ne sono fermamente convinto - ho riflettuto a lungo su come si possa fare e questo vorrà essere materia di prossimi post - è una cosa decisamente complessa che non può in questo momento essere la priorità. 
Prioritaria è la costruzione di opportunità lavorative.
E proprio in tal senso può essere importante decisamente importante - e mi rivolgo qui anche agli amici di Facciamolaconta - avere una semplicissima associazione di attori professionisti. Una cosa agile, leggera, veloce, da fare subito, con pochissime regole, chiare e inappellabili, per cui se la direzione dice che non sei ammesso non sei ammesso, punto! Cosa possibile, a mio parere, proprio perché si parla di Associazione e non di Albo. 
Di Albo poi si parlerà, e magari una associazione così fatta può essere un punto di partenza (costo di iscrizione annuale, una cosa bassissima del tipo dieci euro l'anno, o un euro al mese...). 

A questo punto, una... AIAP (Associazione Italiana Attori Professionisti - il primo nome che mi è venuto, ma il nome è l'ultimo dei problemi) diviene necessaria. 
Necessaria per dare alle Istituzioni un riferimento strutturato anche giuridicamente. 
Ma ci tengo a sottolineare che per fare questa "AIAP o come ve pare", è necessario pure, in questo momento, farsi poche masturbazioni mentali, fare pochi dibattiti, cavillare poco e andare dritti sull'obiettivo dettato dall'interesse comune. 
Una associazione "sbagliata" si scioglie, un protocollo firmato da un Ministero... beh, è un po' più problematico buttarlo giù...   

PS - un giorno sarà necessaria anche una riflessione sul perché gli amatoriali sono così strutturati e agguerriti, come e perché presidiano il territorio e che rapporti possono avere con la politica in genere locale... 

sabato 27 ottobre 2018

UN SOTTILE MALESSERE (conversazione con un caro collega)

Oggi mi è accaduta una cosa strana, che non mi sarei aspettato: ho dovuto confortare un collega, ma un collega più grande di me, vivo mentalmente e politicamente, non una ameba strisciante di quelle che non si fanno domande, uno che si interroga e si domanda perché le cose vanno così come stanno andando. 
Il mio collega è uno che ha sempre lavorato, da quando è scoppiata la crisi anche più di altri, ma sono un paio di anni che anch'egli ha, purtroppo, cominciato ad arrancare, ed ora si ritrova senza prospettiva lavorativa. Come tanti di noi, ma nella mia testa il mal comune non è mezzo gaudio, è solo mal comune. Fortunatamente, egli ha cominciato a farsi delle domande prima di arrivare in fondo. 
Quelli così, in genere, non hanno grandi episodi di depressione, perché l'inquisizione li tiene svegli, allerta, e non gli permette di ripiegarsi su loro stessi. Eppure, con me si è lasciato andare e mi ha confessato di star male, di essere in ansia, di capire che quello che gli accade intorno, quello che in particolare accade nel nostro lavoro lo sta portando a star male, capisce che è vittima di un perverso meccanismo che lo induce al malessere, e questo, mi ha detto, non gli piaceva. 
Non ne ero meravigliato, per due motivi: il primo è che ci sono passato anche io, il secondo è che se uno è consapevole del malessere strisciante che di lui si sta impossessando, la situazione è meno grave di quel che può sembrare. 
"Vedi - gli ho detto - il motivo per cui sono grato ad Alberto Bagnai come a un fratello, e al suo blog con tutti quelli che lo frequentano abitualmente, è proprio questo, stavo per ammalarmi, con le stesse sensazioni che tu provi ora, e invece ho capito che non avrebbe avuto senso, perché non dipendeva da me; il sistema è costruito in modo tale, vedi, da farti credere che se ti impegni arriverai, ma poi, quando non arrivi, la colpa resta solo tua, perché la sensazione netta che il sistema ti rimanda è che non ti sei impegnato abbastanza; e invece non è così - capii - perché tu fai tutto quello che è nelle tue possibilità e anche qualcosa in più, eppure Il Sistema non ti fa passare; è la bufala della meritocrazia: tutti sono certi di essere meritevoli (perché nessuno direbbe di se stesso che non lo merita), ma questo comporta anche che poi tutte le colpe di un possibile fallimento ricadranno solo su di te. E invece non è così, non sei tu il colpevole, è Il Sistema che è fatto male o per meglio dire, è malato. Ed è contagioso, per cui il risultato è proprio questo: che alla fine sei tu che ti ammali." 
"Sì, è vero - mi ha risposto il collega - ci stavo ragionando proprio in questi giorni, tu fai mille sforzi, eppure ci sono una serie di cose che ti schiacciano, ti sopraffanno. E noi non siamo gente che non ha fatto nulla in vita sua, che non ha meritato, che non ha raggiunto risultati. Cazzo, abbiamo fatto ruoli, protagonisti, coprotagonisti. Quindi non avrebbe senso pensare che sei uno che non ha mai fatto un tubo, semplicemente ora ti stanno come espellendo piano piano, a mano a mano. Io, in questo momento, sono come un esodato. Ho qualche anno più di te, un tempo sarei arrivato finalmente alla pensione. Ora invece in pensione non mi ci mandano, ma non ho un lavoro, quindi non ho un reddito. Tecnicamente sono come un esodato. E siccome, oltre tutto, ho una compagna che invece lavora e guadagna discretamente, non posso nemmeno accedere a tutta una serie di forme di sostegno statale, perché fai l'Isee e praticamente non risulti povero, perché la tua famiglia ti può mantenere. Ma si può pensare alla soglia dei 60 anni di essere mantenuto dalla famiglia? Sei tu che dovresti mantenere la famiglia, o quanto meno dare il tuo giusto contributo."
"Concordo, sono nella medesima situazione. Questa cosa dell'Isee, sarà pure un parametro equo che hanno trovato, ma io la trovo irrispettosa della dignità personale."
"Ma certo, perché tu non puoi dare il tuo contributo alla vita di famiglia, e la cosa assurda che sei incatenato all'altra persona, come in uno stato di dipendenza, di sudditanza. Non so se riesco a spiegarmi."
"Perfettamente. Se un giorno ti svegli e capisci "non ti amo più", non te ne puoi andare perché... non hai una indipendenza economica..."

"O per lo meno un minimo di autonomia. Ora, io non ho intenzione di andarmene..."
"E nemmeno io..."
"...e c'è anche mio figlio, ecc. Ma capisci che questo fatto dell'Isee, dovrebbe fare giustizia sociale, e invece toglie dignità personale."
"E lo capisco sì. Pensa che io dovrei fare il processo alla Sacra Rota per il mio primo matrimonio, ho tutto quello che serve, motivazioni, testimonianze... tutto. Ma per forza di cose devo accedere al gratuito patrocinio. Solo che la mia Curia non lo dà se non gli porto l'Isee. E per farlo devo chiedere alla mia compagna di darmi tutte le sue carte, tutto, anche se ha un libretto di risparmio con duecento euro sopra, io lo devo sapere e portare i documenti a loro... E a me non mi va. Quella è una cosa mia, un problema della mia gioventù, che io voglio risolvere da solo, perché devo coinvolgere lei in un fatto che non la riguarda, un fatto di quando lei non c'era... E tutto questo pur essendo chiaro che il mio reddito ha bisogno della bombola d'ossigeno. Capisco che è una idea paradossale la mia, che uno dice pure: "Ma è la tua compagna, perché deve nasconderti le cose". Ma non è così..."
"Certo, è una tua forma di rispetto..."
"E il risultato è che la causa non parte... e pazienza, il Signore capirà." 

"Secondo me, pure lui ogni tanto guarda qua sotto e si chiede: "Ma che state a combinà?", nemmeno lui ci capisce niente, a volte".
E ci siamo fatti una risata. 

Perché per fortuna noi ridiamo ancora, sorridiamo ancora, in barba a tutto, in barba al mondo, in barba agli uomini che ci hanno tolto un pezzo di tempo che avremmo potuto usare per fare forse qualcosa di buono, o per lo meno di onesto. 
La mia consapevolezza è che non potremo dire che "ci rifaremo" perché il tempo non torna. Potremo solo essere nel presente e vivere tutto quello che c'è da vivere, fino in fondo. 
Anche questa nostra faticosa risalita. 
Sorridi, compare, noi ci facciamo domande, noi in qualche modo ce la faremo, è sicuro. 

lunedì 15 ottobre 2018

LA PREBENDA DEL TEATRANTE

È evidentemente un momento di grandi cambiamenti, di pulsioni, tensioni, ribaltamenti. Comunque la si voglia vedere, qualcosa sta accadendo, e sta accadendo a livello internazionale. Nulla, appare sempre più chiaro, è racchiuso nel nostro piccolo mondo, e mai come adesso si può letteralmente vedere quanto una cosa che accade negli USA o in Germania finisce per influenzare la nostra quotidianità. 
Il globalismo è nei fatti. La sua gestione, invece, è una decisione politica. 
Perché questo benedetto globalismo c'è sempre stato, non è una caratteristica del nostro tempo. 
Si muoveva con ritmi diversi, perché legati a quella della vita in cui i fatti si sviluppavano, ma cos'è Marco Polo che va in Cina, il commercio delle spezie, le guerre per il predominio su certe rotte, l'invasione di altri territorio perché ricchi di alcune materie prime... cos'è tutto questo se non globalismo? 
Il problema è la gestione politica del fenomeno: puoi lasciartene assorbire totalmente e far sì che ogni tuo ristorante diventi un McDonald, porre dei limiti per una equa suddivisione degli spazi, impedire alla multinazionale di arrivare sul tuo territorio... In ogni caso si tratta di scelte politiche. 

Ultimamente anche la mia categoria, gli attori, è in gran fermento. E questo dato non può che essere accolto positivamente, anzi felicemente. In trenta e più anni di frequentazione del mondo teatrale, ho visto spesso gli attori cercare di compattarsi intorno a una qualche rivendicazione sacrosanta, ma regolarmente tutto finiva in una bolla di sapone. Perché? Perché fino a un certo punto c'è stato "pane per tutti", e quando hai la scrittura ogni altro problema passa in secondo piano. "Quando torno dalla tournée ci penso", pareva essere lo slogan del teatrante medio nei tempi andati (oltre tutto non c'erano nemmeno cellulari e computer), e regolarmente "le grandi battaglie" finivano come tutti i pater... 
L'attivismo di oggi, dicevo, è sicuramente forte, e si sviluppa in più direzioni. C'è da un lato chi fa delle precise richieste di tipo professionale, una serie, cioè, di modifiche alle leggi che riconoscano le specificità lavorative della categoria attoriale; c'è chi rivendica il valore della Cultura nel Paese, puntando su un piano puramente concettuale; e c'è chi si affanna in incontri con politici locali e talvolta nazionali rivendicando la necessità di maggiori investimenti. 
Ecco, questi ultimi sono quelli che suscitano in me il maggior sentimento di tenerezza. 
La mia opinione è che ciascuna delle macrocategorie che ho indicato, richiede interventi su elementi importanti, fondamentali; non tutti si pongono il fondamentale interrogativo: "Perché siamo giunti a questo punto?", o quando se lo pongono - è la mia impressione - o non vanno a fondo, o non affrontano il problema in maniera adeguata. È invece - questa sempre la mia opinione - di vitale importanza comprendere i motivi che hanno condotto alla devastazione attuale. Che non sono solo le leggi che sono state fatte, ma il motivo per cui sono state fatte. Su questo, mi spiace dirlo, ragionano in pochi. 
Ma quelli che continuano a chiedere alla politica più investimenti - dicevo - sono quelli che mi fanno maggiore tenerezza. Perché la sensazione che si ha a leggere i resoconti degli incontri o alcune loro esternazioni, è di un qualcuno che viva totalmente sganciato dalla realtà. 
"Il Governo DEVE investire in Cultura"... siamo d'accordo. 
"La Regione DEVE investire in Cultura"... e siamo ancora d'accordo.
"Il Comune DEVE investire in Cultura"... e arisiamo d'accordo. 
Fortunatamente per costoro le Provincie sono state "abolite" dal Governo Renzi, così si possono risparmiare un passaggio (meno fortunatamente per chi non sa più a chi rivolgersi per l'erogazione di determinati servizi). 

Già. Ma se le Istituzioni i soldi non ce li hanno?
Il convincimento di costoro è che i soldi ci siano ma non vengono investiti nei loro settori quasi per una forma di infantil dispetto. Pare quasi una scaramuccia tra bambini: "Dammi il pallone", "Non ce l'ho", "Non è vero, lo hai nascosto", "No, non è vero...", "Sì, è vero, dammelo...". 
Deve essere per questo che mi fanno tenerezza, come tutti i cuccioli. 
E se fosse vero che i soldi non ci sono? Non sarà forse il caso di chiedersi il perché non ci siano? 

In verità, l'azione di questa frangia è più pericolosa di quanto si immagini, poiché dà alla politica una immagine della categoria decisamente misera, da accattoni, e non di professionisti o di imprenditori attivi e vitali, pronti a rischiare e ad assumersi delle responsabilità, ma solo alla ricerca di una sussistenza, mascherata dal discorso culturale.
Trovo encomiabili le azioni di altri gruppi che agiscono, per esempio, per il riconoscimento professionale della categoria degli attori, perché in qualche modo cercano di modificare il sistema, un'azione dalla quale tutti trarranno giovamento e per un periodo lungo.
Il contributo momentanea e non strutturale, invece, legato al politico di turno e alle situazioni contingenti, darà ossigeno oggi, ma domani si tornerà in affanno, e pian piano la sola destinazione è quella dell'oblio. 

Spero vivamente che costoro non trovino sponda nella politica (tanto, denaro in giro non ce n'è) e che si debbano ritrovare spalle al muro a chiedersi almeno per una volta: "Ma perché i soldi non ci sono?".   

giovedì 11 ottobre 2018

NON PRENDETEVELA CON I GIOVANI (è questo il mondo che gli abbiamo consegnato)

Dunque il 6 di ottobre c'è stata la grande manifestazione per la Cultura. Mi dicono sia stato un successo, ma soprattutto ho il piacere di comunicare che mi ero sbagliato: la protesta non è stata strumentalizzata. Semmai un po' ignorata dai Media, ma comunque non strumentalizzata contro l'attuale Governo. 
Mentre un risultato importante i manifestanti lo hanno ottenuto, con una audizione in VII Commissione, Commissione Cultura, al Senato della Repubblica, nella quale i vari gruppi partecipanti hanno potuto presentare le loro istanze. 

Una cosa bella, un momento alto della nostra democrazia. 
Al quale non ha partecipato, come hanno evidenziato alcuni senatori presenti, il Partito Democratico. 
Le motivazioni sono diverse, ci è stato detto in un orecchio, per esempio il fatto che la manifestazione sia stata giudicata da qualcuno un po' troppo grillina; ma molto probabilmente, come da altra "soffiatina", perché il principale "imputato" era proprio il PD con le sue riforme, e nello specifico l'ex ministro Franceschini. Siccome il piddino non si smentisce mai (vedi alla specifica voce del Glossario), non ammette colpe o errori, si ritiene perfetto in pensieri opere e parole... semplicemente non ascolta e rifiuta il confronto. 
Poco danno, tanto ormai il re è nudo. 

Qualcuno ha mestamente notato che alla manifestazione non c'erano giovani attori, che si è provato a coinvolgerli, ma chi ha tentato è stato "guardato come un marziano che parlava un linguaggio antico e incomprensibile". 
Confesso che non mi meraviglia. Mi spiace molto, moltissimo, ma non mi meraviglia. Da anni ormai, gli obiettivi delle giovani generazioni di attori non sono i nostri e con franchezza non si sa più nemmeno bene quali siano. Io per lo meno non l'ho capito, se mai l'ho capito, e sicuramente non lo comprendo più. Forse la notorietà, nemmeno il successo, ma la notorietà. 
Non è colpa loro, è il mondo che gli abbiamo consegnato, anche noi, che avevamo la loro età quando "tutto è cominciato", colpevoli di non avere compreso, di esserci anche noi disinteressati, di aver guardato solo al nostro ombelico... Colpevoli di essere stati, insomma, come loro. 
Forse con una sostanziale differenza: il nostro era ancora il mondo dello Stato Sociale, una serie di cose erano praticamente scontate, come l'efficienza della scuola, della sanità pubblica o del sistema pensionistico, checché se ne dicesse; insomma, se non ci fosse proprio andata bene, sapevamo, quasi inconsciamente, di poter contare almeno su una mano amica che in qualche modo ci avrebbe sostenuto; l'effetto di tutto ciò era che nella nostra esistenza il danaro non era propriamente così importante. I soldi certamente contavano, averne faceva più piacere che non averne per mille motivi facilmente immaginabili, ma a quanti di noi veniva in mente, a meno di trent'anni, che forse era il caso di farsi una pensione integrativa o una assicurazione sanitaria? i nostri pensieri principali erano dedicati ad altro, soprattutto al lavoro e al piacere che ne traevamo, complice anche un'altra consapevolezza: c'erano spazi di vita per tutti. 
In fondo, a guardarlo bene, il nostro mondo non era competitivo, e questo, a differenza di quanto potrebbe credersi, liberava e moltiplicava la creatività. L'urgenza creativa era una necessità dell'anima e non della sopravvivenza quotidiana.
Oggi, invece, questi ragazzi sono immersi in un mondo che è assolutamente basato sulla competitività (che per sua natura non comprende la socialità se non come "elemosina"), e tutto quello che li salva e li salverà è solo il danaro. Chi ne avrà, potrà risolvere la maggior parte dei suoi problemi, altrimenti sarà una vita di serie e continue difficoltà. 

Essi sono immersi in questo mondo, ne sono impregnati, totalmente, e con grande difficoltà arrivano a rendersi conto che il loro nemico non è il collega con cui si ritrovano in competizione, ma il sistema nel suo complesso che li ha posti in una competizione perenne. 
Il mondo in cui sono nati e cresciuti non prevedeva già i diritti dei lavoratori, o se li prevedeva li andava annacquando e/o sbriciolando, sono stati prima "generazione mille euro" e oggi sono "generazione riders", la cui massima prospettiva è andare all'estero, divenire migranti, divenire sradicati nella illusione di essersi costruiti una vita migliore. 
Il distacco che questi giovani hanno con noi è prima di tutto culturale, e dunque linguistico, come notava giustamente il collega del post su FB; per loro, noi, che abbiamo solo 50 anni, siamo già antichi e incomprensibili. Come potete pensare che sappiano cos'è un "comitato di Compagnia" quando non hanno mai visto una vera Compagnia?! Come si può immaginare che partecipino a manifestazioni sui diritti quando non li hanno mai visti i diritti; sarebbe come chiedere ai "riders" di manifestare per il ripristino della scala mobile. 
Tutto quello che questi giovani conoscono è la rabbia

L'operazione cercata dal potere globalista di sradicare, di troncare i legami di fondo con le proprie origini culturali è quasi riuscita, e in questo quasi c'è la nostra possibilità di rimettere tutto nella giusta carreggiata. E al di là di quello che certe ideologie politiche possono avere fatto alla nostra professione, dovremo un giorno, noi "antichi e incomprensibili", interrogarci profondamente su cosa abbiamo fatto noi alla nostra professione, ché se è certo che la politica ci ha fatto molto male, molti, troppi di noi hanno fatto nulla per evitarlo (anche perché non avrebbero mai messo in discussione la loro parte politica), mentre gli altri restavano indifferenti. 
Ancora oggi, di fronte a questa palese debacle trovo colleghi il cui unico interesse è vedere come possono rimediare una scrittura, senza domandarsi perché non la trovino e perché non la trovino per come un tempo era, lunga e correttamente retribuita. Non sono tanti, ma ancora ci sono... e con franchezza sono situazioni nelle quali c'è poco da fare: o non ci arrivano o non ci vogliono arrivare, in entrambi i casi ci si perderebbe tempo. Chi opera per un cambiamento lo fa anche per costoro e non ha alcun problema nel farlo, perché tutti hanno diritto, tutti. 
Con i giovani, però, possiamo prendercela fino a un certo punto, semmai, come il collega nel post, dispiacerci, ma non altro. 
Siamo noi che in qualche modo abbiamo contribuito alla creazione del "casino", a noi, finché ne avremo le forze, tocca porvi rimedio, prima ancora che a loro. Tutto quello che va in questa direzione, come la bella audizione in commissione Senato, è un ottimo passo. 

domenica 30 settembre 2018

DILETTANTI IN CATTEDRA, ACCORDO MIUR-FITA (cari attori, dal 6 ottobre trovatevi un lavoro)


Cominciamo col dire che questo sarà l’ennesimo post lungo.
A me non piace fare post lunghi come non mi piace leggerli (e soprattutto rileggere i miei dopo che li ho scritti!), ma le cose che devo raccontare, non sono purtroppo note a tutti, a volte nemmeno a tutti gli addetti ai lavori, e quindi c’è la necessità di far capire e di far capire bene. Inoltre, in casi come quello che state per leggere, le cose da dire sono molte e intrecciate tra loro, stesso dicasi per le considerazioni da fare. Con estrema franchezza preferirei cavarmela in venti righe ed economizzare anche sul tempo (che mi è prezioso), ma pare proprio che non si possa fare, e questo mi fa incavolare più di quanto possiate immaginare, più di quanto già non lo sia proprio per quel che mi tocca raccontarvi.



Diciamo che sono arrabbiato.
Diciamo che sono molto arrabbiato.
È uno di quei periodi che “mai ‘na gioia”, nemmeno nelle cose accessorie come il Mondiale di pallavolo o di ciclismo, il Napoli che sbanda pesantemente a Torino con la Juve e i numeri del Lotto che non si fanno vedere nemmeno col binocolo, la festa di San Matteo a Salerno è stata di una noia tremenda e quando ci sono state le ultime giornate buone per andare al mare erano quei fine settimana targati: “Non avvicinarti se non vuoi essere inghiottito dalle sabbie popoli”.
Ma il condimento dei condimenti arriva stamattina, in una bella domenica di settembre.
Già. Si avvicina questa benedetta Manifestazione per la Cultura, il 6 ottobre a Roma, che vedrà insieme tutti i comparti del mondo culturale italiano, dai museali ai teatranti, e ti sbucano fuori notizie che prima ti lasciano di sasso, poi ti fanno perdere le staffe.
Così, in questa intervista "multipla", nel pezzo dedicato al rappresentante degli attori, gruppo Facciamo La Conta (di cui anch’io farei parte, porca paletta!), scopro che, per l’insegnamento del Teatro nelle scuole, il MIUR ha stretto un accordo con il FITA.
In questo momento qualcuno starà pensando: “E chi se ne frega”, qualcun altro: “E chi sono ‘sti due”.
Rispondo a tutti, compresi i mister chissenefrega, perché questi sono poi sempre i primi che quando scoppiano i problemi si lamentano. E dunque non ci vengano poi a dire che nessuno glielo aveva detto.

Il MIUR è, come dovreste sapere se siete cittadini di questa Nazione, il Ministero Istruzione Università e Ricerca, cioè quello che una volta chiamavano molto più semplicemente Ministero della pubblica istruzione, poi ci hanno messo insieme l’Università e la Ricerca e ne è venuto fuori l’acronimo. Perché una cosa vi deve essere chiara: noi non accorpiamo i ministeri per pubblica utilità, ma sulla base della bellezza dell’acronimo: MPI (ministero pubblica istruzione) non suonava bene, e quindi, dopo vari esperimenti, siamo giunti a MIUR, con l’accento sulla I e non sulla U, mi raccomando altrimenti sembra il miagolio di un gatto, o il chiù di pascoliana memoria.
Poi c’è il FITA, cioè: la Federazione Italiana Teatro Amatori.
Praticamente una federazione di gruppi teatrali di dilettanti.

Bene. Più di due anni fa, prima dell’arrivo del Ministro Valeria Fedeli al MIUR, quando c’era il Ministro Stefania Giannini, furono emanate delle linee direttive per l’insegnamento del teatro nelle scuole, non più inteso come materia extrascolastica, ma come un insegnamento con la stessa dignità degli altri, con il pieno diritto di essere nei programmi scolastici e non più nelle “attività del pomeriggio”.
Un salto di qualità enorme, soprattutto perché si riconosceva che la Recitazione, ancor prima che il Teatro, è una vera disciplina formativa.
Io che ho insegnato Recitazione nell'unico liceo teatrale d’Italia, il “G. Erba” di Torino, tutto questo lo sapevo già, ma figurati se qualche capoccione viene a chiedere a chi fa le cose che tipo di valore possono avere…
Ho visto ragazzi con tre in matematica o quattro in storia, recuperare voti su voti dopo un serio percorso di formazione teatrale.
Perché a differenza di quello che si crede, la recitazione non è gioco e divertimento, la recitazione è disciplina, una disciplina che ti entra nell’animo e ti modifica senza che tu te ne accorga. Così come ho visto ragazzi appassionarsi non tanto al teatro quanto alla letteratura e alla scrittura, o imparare a mettere ordine nelle loro cose, interiori e esteriori. Ho visto con piacere, ragazzi smetterla di farsi “le canne”.  
L’insegnamento della recitazione non prevede che tutti debbano diventare attori, perché non tutti possono diventare attori, come non tutti possono fare i pittori o i ballerini o gli architetti o gli avvocati, ma prevede che tu compia un esercizio di disciplina e sulla disciplina, che tra le altre cose ti insegna che per raggiungere un risultato, per ottenere un piacere devi fare una fatica.

Io so benissimo che a molti di voi sembra un fatto normale, ma guardate che per la gioventù di oggi, abituata ad ottenere facilmente le cose (e non propriamente per loro colpa), questi non sono dati scontati. Un giovane di oggi che cerca per esempio il significato di una parola, non deve alzare il culo dalla sedia per andare a prendere il vocabolario nella libreria come dovevamo fare noi. Apre il suo smartphone collegato a internet, digita la parola, trova la risposta. Ed è così per tutto, per tut-to!
Certo, ci sono quelli che studiano danza, o che fanno sport o si esercitano con la musica che apprendono le stesse cose. La vulgata, purtroppo alimentata da troppi nostri importanti attori, è che invece con la recitazione ci si diverta. I miei ragazzi, posso portarveli quali testimoni, hanno imparato che non è così, e hanno appreso il gusto del piacere che arriva dal sudore, e dalla corretta speculazione intellettuale.
Perché l’organo maggiormente sollecitato nella recitazione è il cervello, in mille modi che ora vi risparmio, come il comprendere, il pensare, il prevedere, il programmare, il rilevare lo spazio, allenare l’ascolto, il percepire il suono e il suo senso, ecc. ecc. ecc.
(e “l’immedesimazione” non c’entra un cazzo,
“l’immedesimazione” non c’entra ...,
“l’immedesimazione” non c’entra ...,
“l’immedesimazione” non c’entra ...,
“l’immedesimazione” non c’entra ...,
così come “l’improvvisazione”,
così come “l’improvvisazione”,
così come “l’improvvisazione”,
così come “l’improvvisazione”,
così forse ci capiamo subito anche su queste stronzate cosmiche delle quale un giorno ci toccherà pesantemente fare giustizia!).

La Recitazione è un esercizio di rigore e di controllo potentissimo che agisce nel profondo dell’anima strutturandola e aiutandola a crescere.

Ora: tutta questa roba, evidentemente di una delicatezza estrema, vi pare possa essere messa nelle mani di un gruppo di dilettanti?
Vi pare che l’animo dei vostri figli possa essere messo nelle mani di un gruppo di dilettanti?
Se il medico vi ordina dei massaggi dal fisioterapista, andate da un fisioterapista laureato o andate dalla cinesina che vi massaggia sulla spiaggia sotto l’ombrellone?
Se un vostro caro ha bisogno di fare delle flebo, cercate un infermiere professionale o fate venire la portiera del palazzo che sa fare le iniezioni?
Il signore che tiene la scuola calcio, o insegna nuoto nella piscina dove portate il vostro bambino, ce l’ha o no uno straccio di diploma che attesti una sua specifica competenza passata attraverso un minimo di studi, oppure mettete il corpo di vostro figlio nel periodo della crescita, nelle mani del vostro amico cassiere di banca appassionato di calcio che guarda tutte le partite alla tv?
Quando pagate le lezioni di piano, volete o no uno che abbia almeno uno straccio di diploma al conservatorio? E immagino che lo stesso pretendiate per la danza, dato che non vorrete che la vostra bella bimba si rovini qualche tendine…
Potremmo continuare per ore.
Quando però si parla di Recitazione, quando si parla dell’arte del fingere (“il teatro è finto, non falso!”), allora va bene chiunque?
Anche uno che se vostra figlia ha un difetto di pronuncia magari glielo fa peggiorare?
O che magari le fa compiere dei movimenti azzardati che possono crearle problemi?
O che le faccia compiere azioni “spregiudicate” sotto molti punti di vista così da crearle inibizioni invece che aiutarla a togliere timidezze?
Perché è questo, cari genitori, che non vi è chiaro, e che vi dovrebbe spingere a richiedere la professionalità del fisioterapista laureato: recitare vuol dire toccarsi, abbracciarsi, entrare in una intimità dell’animo ancor prima che del corpo, che non ha limiti; o se ne ha, questi possono essere splendidamente interessanti o decisamente pericolosi; che sia farsa o tragedia ci si allena a spingersi sul baratro delle emozioni, sempre, si lavora sui sentimenti, sempre.
E vi pare che tutto questo, nel momento in cui sono coinvolti i vostri figli, magari in quella difficile età di formazione tra i quattordici e i diciotto anni, possa essere messa in mano alla simpatica cinesina che fa il massaggio sulla spiaggia? Perché è di questo che stiamo parlando.

Ma tranquilli, se non ve ne volete occupare, ebbene il Ministero ha deciso per voi, e io voglio sperare che voi non lo troviate normale.
Noi attori non lo troviamo normale, anche se – ed è qui che inizia la mia arrabbiatura – abbiamo dato poco, pochissimo spazio a una questione così delicata sotto più punti di vista: quelli esposti che riguardano il profondo valore delle professionalità, e quelli pratico-lavorativi, perché è evidente che questo dell’insegnamento nelle Scuole, in un momento di crisi economica così profonda, poteva essere un interessante sbocco per molti di noi.
Invece lo Stato, anzi i Governi, anzi nello specifico i governi del Partito Democratico, stabiliscono che un professionista o un amatoriale sono la stessa cosa, decidono che quando il medico vi dirà di fare della fisioterapia potrete anche andare dalla simpatica cinesina sulla spiaggia.

Il protocollo d’intesa MIUR – FITA  è datato 27 marzo 2018, con un curioso esergo: “Rafforzare il rapporto tra scuola e mondo del lavoro”.
L’ennesimo regaluccio fattoci, dunque, poco prima che il Governo Gentiloni lasciasse le stanze dei bottoni? In particolare vorremmo tanto che ci fosse data la certezza che non sia stato per fare un piacere a qualcuno. Vorremmo davvero tanto essere rassicurati in tal senso, perché ci sono curiose assonanze che portano a pensar male e, seppure peccatori, non vogliamo in alcun modo azzeccarci; come ad esempio il fatto che il tesoriere del FITA si chiama Giuseppe Minniti ed è, da quanto leggiamo in internet, di Reggio Calabria come l’ex ministro dell’Interno, Marco Minniti. Solo un caso? Speriamo di sì.
Ma tralasciando dietrologie e complottismi, ci piacerebbe che nel concreto i responsabili di questo accordo ci spiegassero l’esergo. “Rafforzare il rapporto tra scuole e mondo del lavoro”. Ecco: qual è il mondo del lavoro dei dilettanti?
Perché nel sito, come potete vedere, tale FITA si dichiara come associazione di compagnie amatoriali.
Ma poi nel protocollo potrete trovare che: “è una federazione di associazione che ha la finalità di stimolare e sostenere la crescita culturale (…) si propone altresì di favorire lo sviluppo di iniziative destinate alla formazione artistico-culturale e sociale (…) già da anni ha avviato percorsi di alternanza scuola lavoro con diverse realtà scolastiche in tutta Italia e, a tal fine, ha già organizzato incontri di formazione per i propri iscritti, nella piena consapevolezza che l’alternanza scuola lavoro è una metodologia didattica, con finalità di motivazione e accrescimento delle competenze delle studentesse e degli studenti (…) rende disponibili le professionalità della propria struttura organizzativa e del proprio management, per favorire lo sviluppo di percorsi di alternanza scuola lavoro”.
La lettura di queste sedici pagine è particolarmente interessante e vi invito a farla (oltre tutto non è particolarmente complicata), ma c’è un punto, all’art. 3, che mi ha decisamente interessato; quando si dice che la FITA si impegna a: “ricercare e selezionare, anche attraverso accordi di rete, i comitati regionali e/o provinciali e le associazioni ad essa iscritte che, a livello territoriale, si rendano disponibili ad accogliere studentesse e studenti in progetti di alternanza scuola lavoro”.
Ora, devo essere io che non capisco. La FITA dice nel suo sito di essere “una federazione di associazioni culturali, artistiche e in particolare di teatro amatoriale senza fini di lucro, apartitica e aconfessionale”. Però si occupa di progetti alternanza scuola lavoro, di fare praticamente da mediatore (se ben ho compreso) tra la scuola e chi volesse studenti per l’alternanza, ma soprattutto, la FITA pare davvero essere consapevole di essere una associazione di amatoriali, cioè di dilettanti, infatti dice nel protocollo che ha organizzato incontri di formazione per i propri iscritti perché sanno che l’alternanza è una metodologia didattica. Che dunque ai suoi iscritti manca?
E a tal fine: rende disponibili le professionalità della propria struttura organizzativa e del proprio management, per favorire lo sviluppo di percorsi di alternanza scuola lavoro.
Ma insomma il MIUR con chi ha sottoscritto un protocollo: con una associazione di amatoriali o con un gruppo di professionisti?

Resterà un mistero, come mille altre cose in questo Paese se… se qualcuno non ci metterà seriamente le mani. Si spera vivamente lo faccia questo Governo dal quale in tanti ci aspettiamo tante cose, col rischio che non abbiano nemmeno il tempo per farle.
Di sicuro, mettere le mani nella materia teatrale è un vero problema, un ginepraio orrendo che si è incancrenito strato su strato, incrostazione dopo incrostazione.
E la colpa di questo, come ho già avuto modo di scrivere, è anche dei teatranti stessi, che vivono ai margini del mondo, preoccupati solo del loro personalissimo contingente e strafottendosene di tutto quello che gli accade intorno, salvo poi lamentarsi del fatto che il mondo non si occupa di loro.
Quanto vi ho sommariamente raccontato su questo accordo MIUR – FITA è di una gravità inenarrabile, ma ho il vago sospetto che i miei colleghi non lo abbiano compreso, e soprattutto non abbiano compreso il perché di certe azioni politiche. Che sono studiate, mirate, che fanno parte di un piano, che non nasce dalla generica cattiveria o dalla stupidità di un ministro, ma da un progetto preciso di…
Che c’è? Ora volete sapere?
Sapete cosa vi dico? Che non ve lo dirò. Perché ve l’ho detto tante di quelle volte, in pubblico e in privato che sono stufo di ripetere a chi non solo non vuole ascoltare, ma quando ascolta e dice di avere capito poi non agisce in conseguenza. E allora a cosa serve?
Qui, miei cari, la colpa non è del FITA che fa giustamente il suo gioco, il suo interesse, ma di chi non ha voluto ascoltare e studiare e ragionare e apprendere quando era il momento, di chi ancora oggi si rifiuta di comprendere le cause in nome di ideologie che gli scattano dentro in automatico come il pulsante spostato da On-Off.
Che continuino pure, costoro, a nutrirsi della informazione, che pure sanno essere distorta, dei giornaloni e dei telegiornaloni di regime, il destino che li attende è esattamente quello programmato dal Potere: la morte del professionismo artistico; fatto salvo un gruppo ristretto che servirà a propagandare la “cultura di regime”, il circolo dei buoni. Il resto saranno solo dilettanti. Trovatevi un lavoro, è meglio, perché il vostro caro teatro diverrà soltanto il divertimento dei fine settimana.
Lo so, in cuor vostro siete certi che voi entrerete in quel ristretto numero di eletti della “cultura di regime”, e starete protetti.
Vi do una notizia: ne siete già fuori. Il Potere ha già fatto i suoi giochi e voi non siete nel novero dei prescelti. Forse insistendo, prostrandovi molto, abdicando totalmente il senso della vostra dignità potrete sperare nelle briciole che cadranno dal tavolo. E forse qualcuno di voi avrà anche un breve periodo di fama, se servirà al Potere, che una volta che vi avrà spremuti vi getterà via.
Tante volte mi è capitato di ripeterlo: di deflazione salariale in deflazione salariale, alla fine vincono gli amatoriali. E così è successo, al punto che adesso lo Stato lo ha scritto in un suo documento ufficiale.

Ma c’è un’altra cosa più grave sulla quale dovreste riflettere, cari i miei colleghi, e che dovrebbe investire tutte le vostre convinzioni, portandovi finalmente a tagliare quel cordone ombelicale col voi stessi di prima conducendovi alla salvezza del teatro italiano e quindi anche vostra: ricordate tutti la triste frase del ministro Tremonti: “Con la Cultura non si mangia”; la tenete di sicuro a mente, visto che la disse uno del governo di quello, e che ci avete costruito decine di pubbliche rimostranze.
Bene, Tremonti lo disse, ma i nostri cari amici de sinistra, i governi del vostro caro PD, quelli degli ultimi sette anni da Monti a Letta a Renzi a Gentiloni, ‘a sinistra che avrebbe dovuto difendere i lavoratori, i valori della Cultura, della Storia del Paese, delle sue ricchezze e bellezze, della sua Arte, lo hanno fatto: hanno strutturato un sistema nel quale “con la Cultura non si mangia, e non mangerete”.
Trovatevi un lavoro, nuovo popolo di dilettanti.  


PS - Come ho già avuto modo di dire in pubblico e in privato, alla manifestazione del 6 ottobre non ci sarò. Ho altro da fare, andare a San Giorgio Canavese a un incontro con Gero Grassi sul "caso Moro" che mi sta molto a cuore, forse più a cuore delle sorti della Cultura italiana perché credo che se la Cultura sta come sta... le ragioni vanno anche cercate in quel brutto fatto.
E poi perché come ho detto, sempre in pubblico e in privato, in questa manifestazione non credo. Per due motivi:
1° le manifestazioni non servono più a un tubo, lasciano il tempo che trovano e sono anche odiate da quelli che vanno in macchina "e nun ponno passà perché ce sta 'a manifestazione mortacci loro", ma soprattutto: se sono pacifiche finiscono a pag. 20 di Repubblica, se diventano violente finiscono in prima pagina perché i violenti, i fascisti, gli scontri, i black block ecc. Questa volta, essendo Cultura, avrà il richiamino in prima, l'eco dura un giorno, massimo due e finisce lì.
2° perché in questo momento, la manifestazione sarà strumentalizzata dai Media di regime che la agiteranno come "la manifestazione degli operatori della cultura contro il governo dei buzzurri"; lasceranno anche parlare i rappresentanti delle varie categorie, i quali potranno anche specificare che è contro le leggi fatte da Francescini (160/2016), ma poi continueranno imperterriti per la loro strada. 
Scusate, ma io alle strumentalizzazioni di chi ha sostenuto e sostiene le politiche e i politici che ci hanno ridotto come ci hanno ridotto NON CI STO.
E con il vostro permesso me ne vado da Gero Grassi, a parlare di Aldo Moro. 

giovedì 6 settembre 2018

LA MENZOGNA CULTURALE - LÌ DOVE IL TEATRO MUORE (5)

Questo è un curioso Paese, dove la menzogna trova generalmente terreno più fertile della Verità. Non so se in altre nazioni sia lo stesso, per carità, ma devo osservare, purtroppo, che dai noi è così.
Il perché non me lo sono ancora spiegato, deve far parte del sentimento di autorazzismo italico. Di sicuro nel mio settore (che ricordo essere il Teatro) è passata una favola, gonfiatasi soprattutto negli ultimi anni, secondo la quale la Cultura (quella con la famosa C maiuscola) si sia fatta nel teatro pubblico (gli Stabili) e il privato (le Compagnie di giro) abbia invece fatto un teatro più popolare e mirato al guadagno, dunque di più basso valore culturale (e conseguente c minuscola).


Non so perché, ma la mia nettissima sensazione è che la riprova del funzionamento del Paese passa per la constatazione che il suo Teatro sta andando in senso opposto.
In questo periodo, infatti, il Paese è spinto sul piano del "libero mercato" e lo stesso si è fatto con le ultime normative sul Teatro. E come si può notare, le cose non vanno per niente bene. 

Più crudelmente, da quando i bancari hanno cominciato a conrnificarsi e divorziare con la velocità di una catena di montaggio chapliniana, gli attori hanno preso a far famiglia stabile, non si separano, allevano i figli e pagano il mutuo. 
Non me ne vogliano i bancari - presi da sempre ad esempio del più manierato piccolo borghesismo - ma questi sono davvero i terribili segnali che qualcosa non funziona! 

Facendo dunque una piccola riflessione mi sono dato la riprova che la storia del Teatro Stabile come luogo deputato della produzione culturale è una emerita bufala. 
Basta infatti pensare alle tante produzioni del Teatro Eliseo di Roma che hanno avuto nel corso degli anni protagonisti come Visconti, Stoppa-Morelli, la Compagnia dei Giovani, la Compagnia Lavia, ecc. Era compagnia privata la “Compagnia dei quattro” di Franco Eriquez, poi suddivisasi in Compagnia Mauri, Compagnia Moriconi, ecc. Erano private le Compagnie di Eduardo e di Peppino De Filippo, quelle milanesi del Teatro Carcano di Giulio Bosetti o del Pier Lombardo di Franco Parenti, così come private erano le compagnie di Vittorio Gassman, di Giorgio Albertazzi, di Carmelo Bene…

Potremmo continuare per intere pagine, ma credo bastino questi pochi nomi per smontare la favoletta che la Cultura sia passata in questo Paese solo per i teatri stabili. 
Mi si dirà che molti di quei protagonisti sono spesso stai scritturati dal Teatro pubblico. Vero! Ma questo abbatte l'idea che il contributo culturale delle compagnie teatrali private in questo Paese sia stato immenso? NO! NO! NO! 
Vogliamo fare l'elenco di testi e autori portati in scena da compagnie come Visconti-Stoppa-Morelli, le innovazioni di De Lullo- Falk-Valli e soci, il coraggio culturale di Gassman, di Bene, o Parenti?
Lasciamo perdere, vero? 

Occorrerà invece fare una piccola meditazione su quale sia, realmente, in teatro, il valore culturale.
Nel frattempo, io so che a molti di voi, soprattutto teatranti, questa mia nota parrà scontata, quasi inutile. Però, proprio a costoro io sento di volere rivolgere un invito: a riflettere sul fatto che le cose date per scontate sono certamente vere come in questo caso, ma spesso il non ripeterle consente alla menzogna ripetuta mille volte e mille volte sostenuta, di sostituirsi ad esse come una novella verità. 

mercoledì 29 agosto 2018

LE COLPE DI NOI TEATRANTI (IL DDL FRANCESCHINI) - LÌ DOVE IL TEATRO MUORE (4)

Per motivi miei ho letto e riletto il Codice dello Spettacolo, il DDL Franceschini diventato Legge il 22/11/2017 con n° 175. 
Trovo che sia una legge per troppi versi orrenda, che massacrerà ulteriormente il settore spettacolo dal vivo. 
La legge è fortemente improntata sugli aspetti economici ancor prima che su quelli culturali che le dovrebbero essere propri. Lo si riscontra dalle decine di frasi, o singole parole, che la costellano nelle intenzioni ancor prima che nella sostanza. 
"Il riequilibrio territoriale e la diffusione nel Paese dell'offerta e della domanda", "l'iniziativa dei singoli soggetti, volta a reperire risorse ulteriori rispetto al contributo pubblico", "razionalizzazione degli interventi di sostegno dello Stato", "determinazione dei criteri per l'erogazione e delle modalità per la liquidazione e l'anticipazione dei contributi a valere sul Fondo unico per lo spettacolo...", "rafforzamento della responsabilità del sovrintendente sulla gestione economico-finanziaria...", "ottimizzazione delle risorse attraverso l'individuazione di criteri e modalità di collaborazione nelle produzioni"... sono solo alcune delle frasi che si trovano nella Legge, e vi assicuro si potrebbe continuare a lungo.

L'aspetto economico è determinante al punto, che all'art 1 c. 3 si riconosce "il valore delle pratiche artistiche a carattere amatoriale, ivi inclusi i complessi bandistici e le formazioni teatrali e di 
danza, quali fattori di crescita socio-culturale". Ora, è ben chiaro che, per esempio, in situazioni di degrado sociale o territoriale, i complessi bandistici possono svolgere un importante ruolo per "togliere i ragazzi dalla strada o da brutte strade", e che lo stesso compito possono avere Prosa o Danza. Come sono certamente importanti il valore e l'azione del Terzo settore, quello del volontariato, dell'impresa sociale e del servizio civile ultimamente regolamentato con la Legge 106/2016, citata nel Codice dello Spettacolo. 
Ma si pone un problema: a prescindere dal fatto che il valore dei gruppi dilettanteschi poteva essere inserito proprio nella Legge 106 sul volontariato, ma qui si mischiano pericolosamente i piani. 
Il DDL Franceschini, infatti, ripete più volte che vanno preservate e riconosciute le professionalità dello Spettacolo, ma poi introduce il concetto di valore della amatorialità e del volontariato. Cosa c'entrano gli amatoriali con il volontariato? Beh, mi pare evidente: cos'è un volontario se non un dilettante che si prodiga per qualcosa che gli procura piacere, e lo fa gratuitamente. Così, un dilettante della cultura è al contempo un volontario della cultura. 
Leggetevi il testo, almeno un paio di volte come ho fatto io e vi sarà assolutamente chiaro. 
(Conosco l'obiezione: "Se un medico fa il volontario per curare le persone non è un dilettante". Infatti non lo è: è un professionista che decide di donare parte delle sue prestazioni. Le ragioni sono solo sue come lo sono quelle dell'impiegato che va ad aiutare gli anziani o a portare gli indumenti ai terremotati. Ma tutto questo c'entra con il mescolare i campi professionali? NO! Se in mezzo ai terremotati, l'impiegato lasciasse i vestiti e si mettesse affianco al medico che sta visitando delle persone per fare lo stesso, il medico lo caccerebbe. E gli daremmo tutti ragione! Perché il volontario non è un professionista che presta gratuitamente la propria opera.)   



Ma c'è un altro concetto che è stato introdotto dall'ex ministro Franceschini: la valutazione della Qualità Artistica, il codiddetto QA. A questo link trovate le varie Schede Q.A., e potrete divertirvi a consultarle.
La domanda spontanea è: "ma chi stabilisce questi "voti"?"; quella dopo è: "ma chi li dà?", e poi ci si comincia a chiedere "sulla base di quali criteri, e perché", ma soprattutto: "influiscono questi Q.A. sulla erogazione dei fondi?". Sì, influiscono. E qui sorge un problema enorme, e profondamente pericoloso, che in qualche modo si sente sotteso alla Legge, quasi come
un "inconscio del testo". 


La mia impressione, infatti, è che con questa Legge, lo Stato voglia pian piano smarcarsi dal sovvenzionamento della Cultura, approdare a quello che in genere conosciamo come "sistema americano", dove le varie istituzioni vanno avanti con i sovvenzionamenti privati. Solo in questo modo posso spiegarmi le mille e mille complicazioni burocratiche che ormai incontrano gli operatori privati per richiedere il sostegno statale al punto che già molti vi hanno rinunciato. 
Un esempio grottesco è questo: nella domanda per la sovvenzione statale, da produrre entro la fine di dicembre si chiede di elencare i teatri in cui si andrà a fare spettacolo. Già questo denota una non conoscenza della vita del mondo della Prosa, dato che "le stagioni teatrali" si costruiscono e consolidano prevalentemente tra febbraio e aprile/maggio, quindi successivamente alla presentazione della domanda. In genere, dunque, i produttori mettono in lista i teatri con cui hanno un consolidato rapporto e nei quali sanno che tendenzialmente verranno accolti. Ma non basta: chi redige la domanda deve indicare... il numero di posti che ha il teatro!!!
Ma secondo voi, ha un senso questa cosa? Ma il Mibact non ha un archivio con le schede tecniche dei singoli teatri italiani?
E oltre tutto, ogni domanda è corredata da queste e similari informazioni, con la consueta produzione di montagne di carta e numeri inutili.

Chiaro a che livello siamo? 
E considerando che il FUS si riduce inesorabilmente di anno in anno... molti, stanchi di tutto ciò, hanno già rinunciato producendo il beato gongolamento di chi queste norme ha prodotto.  

Ma tornando allo Stato e ai suoi intenti, o meglio tornando ai governi di sinistra che hanno prodotto questa e altre leggi sul teatro in pieno delirio liberista (chi ricorda la "residenza teatrale" istituita da Veltroni - 1996 - con i progetti triennali?), diventa palese a leggere il testo di legge che l'intento è smarcarsi dal sovvenzionamento della Cultura. Non so cosa accadrà per i Musei, ma temo che chi elabora tali piani li voglia un giorno togliere alla mano pubblica e regalare al privato. Di sicuro la mescolanza di professionisti e dilettanti non fa altro che il gioco dell'impresa e dei Comuni che vogliono riempire le sale teatrali, e che senza più sovvenzione statale, possono serenamente contare su "manodopera" a basso costo, o comunque su di un comparto attori e tecnici messo in forte crisi dalla concorrenza dell'amatoriale (il quale - si spera non si debba ripetere ogni volta - non ha necessità di guadagnare dal teatro per vivere). 
L'esercizio della professione Culturale, nella visione che si trae dal questa Legge è quella di un Volontariato della Cultura, che arrivi dunque ad essere gratis. Pare quasi si voglia tornare alle confraternite stile Accademia dei Filiomati, degli Intronati o alle Camerate de' Bardi... Bel salto indietro!
I dilettanti, da appassionati senza colpe, divengono in tal modo una sorta di "truppe di riserva del capitale", così come i senza colpa della migrazione lo divengono per l'operaio o il contadino italiano. 

Ma il DDL Franceschini nasconde a mio parere qualcosa di ancor più "perverso": lo Stato non si smarca del tutto, mantiene la sua sfera di influenza su alcuni specifici "plessi produttivi", pochi e a gestione pubblica. Facile identificarli con i Teatri Stabili (di un tempo, oggi Nazionali, Tric, ecc.). La Legge, infatti, sembra fatta come considerando che il teatro si faccia ufficialmente e professionalmente solo in quelle sedi; ma non è tutto, l'esclusivo mantenimento di una sfera di influenza così importante, combinato con la discriminante Q.A., può produrre un mostro: "la cultura di regime". 
Non voglio dire che l'ex ministro Franceschini lo abbia fatto volutamente, ma se ben si legge, questo viene fuori, e se una legge fatta male può non venire male utilizzata da chi c'è, può sempre venire male utilizzata da chi viene dopo. 
Chi è, infatti, il solo che può stabilire un "criterio qualità"? Ma ovviamente il pubblico, con i suoi gusti, discutibili finché ci pare, ma sicuramente liberi (su cosa poi influenzi i gusti del pubblico bisognerebbe aprire un altro dibattito, ma nessuno si deve sentire superiore culturalmente e moralmente a nessun altro quando si trattano i principi). E quanto vale, in fondo, questo "criterio qualità del pubblico"? Tutto e niente. 

Se il legislatore si pone come colui che stabilisce il criterio di qualità, crea una discriminazione, un campo di azione dove chi vi rientra è ritenuto valido e gli altri sono fuori. Una discriminazione, quindi, che non colpisce tanto il gusto del pubblico quanto la libertà di espressione dell'Arte sancita dall'art. 33 della Costituzione, e citato evidentemente in maniera sbadata nello stesso Codice dello Spettacolo. 
Io lo so che voi state già pensando che il "buzzurro Salvini" userà questa possibilità di discriminare (vi conosco troppo bene miei cari colleghi), ma dovete riflettere e profondamente, almeno per una volta: oggi, secondo voi, sarà Salvini, ma domani potrebbe essere chiunque altri verso chiunque altro; e in Arte non può esistere un campo buono e uno cattivo, un campo dei giusti e uno degli ingiusti, in Arte ancor più che in qualsiasi altro campo, poiché limitare la libertà dell'Arte (e della Scienza) vuol dire limitare la Libertà dell'uomo. Chi si crede superiore moralmente e/o culturalmente non è un artista, e a mio vedere nemmeno un lavoratore dello Spettacolo, rendendosi oltretutto complice di una qualsiasi discriminazione domani, perché se hai discriminato tu oggi, autorizzi chiunque altro a discriminare domani.
Mi sorprende, francamente, che nessuno abbia rilevato la possibile incostituzionalità di questi elementi legislativi. Il che dovrebbe anche dirci quanto conta lo Spettacolo dal vivo, per i nostri governanti. 


Cerco di chiudere, ma il discorso è troppo importante e lungo per tagliare a casaccio. 

Qualche giorni fa, su una pagina Facebook dedicata agli attori, ho chiesto ai miei colleghi un parere su un passaggio del Codice. Non riporto qui la pagina per motivi di privacy, ché non mi va di avere rotture di scatole. 
Il mio testo era questo:

Salve.
CODICE DELLO SPETTACOLO. DDL FRANCESCHINI 22.11.2017 n 175
art1 c.4
4. L'intervento pubblico a sostegno delle attivita' di spettacolo favorisce e promuove, in particolare:
a) la qualita' dell'offerta, la pluralita' delle espressioni artistiche, i progetti e i processi di lavoro a carattere innovativo, RICONOSCENDO IL CONFRONTO E LA DIVERSITA' come espressione della contemporaneità.
Secondo voi che significa? Avrei altri cinquanta punti sui quali chiedervi una opinione... ma mi fermo qua. 

I commenti dei miei colleghi sono stati fondamentalmente che era solo fuffa, demagogia, parole scritte al vento, chiacchiere senza costrutto... e così la faccenda è stata liquidata.
Ora, io invece ho il maledetto viziaccio di pensare che se qualcuno scrive qualcosa in una Legge dello Stato un motivo ci deve essere. 

Trovo, girando su internet, questa pagina (importante) nella quale ci si interroga su come rapportarsi alla nuova legislazione. 
Altre critiche, più o meno articolate, ho trovato alla legge... 

Ma quello che profondamente mi ferisce, e che mi ha spinto a questa lunga (mi spiace) riflessione è che mi rendo conto che la mia categoria non si interroga, pensa poco, e naviga decisamente a vista. La sua prerogativa, che tante volte l'ha salvata nei secoli, ma che sta divenendo anche la sua colpa, è quella di essere come l'acqua e trovare accomodamento in ogni diverso recipiente. 
L'attore - diciamocelo chiaro - è colui che si lamenta finché non trova una scrittura. Una volta trovata tutto è semplicemente a posto e i problemi non ci sono più fino al prossimo periodo di non lavoro. 
E come l'attore, così le produzioni teatrali, con il risultato che nessuno protesta mai veramente se non di fronte alla riduzione di fondi. 
Il primo tema di cui intende occuparsi il gruppo di lavoro di Ateatro è, guarda caso: 
I fabbisogni finanziari richiesti dai nuovi impegni previsti dal Codice dello Spettacolo. 
E le prime rimostranze cui ha dovuto far fronte il neo ministro Bonisoli cosa hanno riguardato? L'esclusione di alcuni dai fondi del FUS. 
Sacrosanto, per carità! Senza denari non si cantano messe. 

Ma forse, se siamo giunti a questa situazione è perché si è sempre cercato di adattarsi, perché chi aveva la visibilità per dire una parola, caldo e tranquillo nella propria posizione, non l'ha detta! E continua a non dirla, e se la dice essa è completamente spoglia di qualsiasi consistenza e/o analisi approfondita dei problemi! 
La Verità pare questa: il Teatro Italiano non sa minimamente cosa sia la Politica, quando dovrebbe essere egli stesso sempre Politica, e gli attori i prìncipi dei cittadini della Polis!
Si resta perennemente nella superficialità come se il mondo intorno a noi non ci competesse e non ci interessasse. Al che bisognerebbe chiedersi come il mondo intorno possa interessarsi a noi. Ma ovviamente non lo si fa, costa fatica. E a noi piace svegliarci tardi.. 


Qualcuno ha approfondito, lo ha fatto, si è occupato, ha studiato, ascoltato e letto, indagando su meccanismi non propriamente dello Spettacolo ma che poi sullo Spettacolo influiscono. 
Resta inascoltato. 
Come inascoltato resterà questo appello alla riflessione, dopo, ovviamente, i diversi complimenti sui social.
Coi social non si mangia, con le Leggi dello Stato sì.