giovedì 8 ottobre 2015

3 - IL POETA CHE HO CERCATO DI ESSERE (informale discorso sulla poesia e in ricordo di un poeta)



Ricordo: in rosso le note a piè pagina. (e le foto sono di Pino Rampolla)














II giornata

«Buongiorno.
Come state? Tutto bene?...
Temo - vi avverto - che questa giornata sarà decisamente più faticosa della precedente, e francamente spero che le cose che ci siamo detti l’altra volta vi siano rimaste chiare, così se non ci sono domande, riprenderei il nostro discorso. Dunque… coraggio!
Riprendiamo da una poesia cui l’altra volta avevo accennato, e che fa parte sempre del primo volume pubblicato da Gatto, “Isola”, vi ricordo del 1932, dunque a ventitre anni; si tratta di “Il giogo”. Leggiamola:

Ad una montagna dura, scoscesa,
dritta sullo specchio verde del mare,
mi sono aggrappato in una difesa
panica, con le mani strette alle rare

erbe che si schiantano senza colore.
Non vedo oltre le mie braccia artigliate
dall’istinto: risento con terrore
la gioia di cadere, abbandonate

le membra nel vuoto facile e teso.
Ma mi raccolgo, non grido: la voce
mi ridarebbe il senso del mio peso.

Vi parlavo l’altra volta dell’immediata presa di coscienza del giovane Gatto del suo essere poeta, quasi una vocazione, una chiamata cui non si può sfuggire, e alla fine del nostro discorso siamo arrivati a mettere in gioco questa idea di un poeta che “scrive con il corpo”, che ha offerto il suo corpo alla poesia, che si lascia attraversare dalle sensazioni. “Il giogo” è soltanto il secondo componimento di “Isola”, ma evidentemente con la “fisicità” è necessario confrontarsi subito. Il corpo, infatti, pone problemi quali il senso del peso, il superamento dei limiti,  l’abbandono
Anche qui, quella “gioia netta” di cui dicevamo, credo sia presente. Presente nell’immagine certamente affascinante di questa montagna dura che scoscende dritta sullo specchio limpido e verde del mare (forse un ricordo della bellezza della costa d’Amalfi?), e che mostra immediatamente il suo pericolo, pericolo che spinge alla “difesa panica”. Ma cosa c’è oltre quel corpo, oltre quelle “braccia artigliate/ dall’istinto”? Forse tutto, forse nulla. Certo è che il poeta non vede oltre il suo corpo, oltre lo spazio cerchiato dalla sua fisicità (ce lo dice chiaramente: “Non vedo oltre le mie braccia…”). Tornano gioia e terrore, nel dubbio che cadere o tenersi li comprendano entrambi, nel dubbio che l’abbandono al vuoto possa essere sia profonda acquisizione che facile risoluzione. Dunque che fare?
Gatto sta! Si raccoglie. Non sceglie nessuna delle due soluzioni, nessuna delle due fisiche conclusioni (tenersi o lasciarsi), ma una terza: si ferma! E “raccogliersi” non credo vada visualizzato come tensione cruda del corpo, istintiva nel tentativo di impedire una disfatta, ma come focalizzazione della propria attenzione, delle proprie energie, sull’interno, su se stesso, come ri-accogliersi, come ri-accettare, tornando di nuovo ad una essenza certa: quella del proprio essere uomo. Gatto ristà, dentro, nel corpo, come in quell’ in che dà principio al tutto.
Forse è in tal senso facile farsi venire in mente “in” ben più importanti per la storia della letteratura e dell’umanità. Fratello carnale del piccolo “in” di Gatto è il “Nel” di inizio della Commedia o, ancor più, l’ “In principio era il Verbo” del Vangelo di Giovanni, dove però, il Verbo, facendosi carne, potrà sempre ripetere “In Verità, in Verità vi dico”, vi dico essendo io la verità, vi dico essendo io nella Verità, ecc. (1)
La scelta di essere dentro è inizio di un viaggio interminabile che non vorrà e non potrà conoscere frontiere nell’esplorare quel movimento che il divieto posto dalla propria carne segna come limite, invalicabile e comunque infinito, anzi, di quel limite fa tesoro, nuova scoperta, spostando l’attenzione, di fronte a problemi insondabili quali per esempio la morte, dal macro al micro; forse che in quel cogliere il sospetto e la lusinga del movimento, ci sia un barlume della Verità, del Verbo fatto carne?
Io ho forse più pudore, ma Ràmat senza mezzi termini parla di “ipostasi della poesia”.
Cos’è l’ “ipostasi”? Ci arriveremo.

Siamo partiti in quarta stamattina. Speriamo di non fondere il motore.
“Essere nel corpo”, si diceva, ed essere nel corpo è essere negli occhi. “La lucerna del tuo corpo è l’occhio” dice Cristo (mi pare sia Luca), “se il tuo occhio è sano, anche il tuo corpo è sano, ma se è malato anche il tuo corpo è nelle tenebre”, più o meno, cito a memoria.
L’occhio è importante, gli occhi sono importanti. Uno dei volumi di Gatto, dei primi anni ’50, si intitola proprio “La forza degli occhi”, e se lo leggerete vi accorgerete che è pieno di occhi, volti, colori. Tutti conosciamo quel vecchio adagio che dice: “gli occhi sono lo specchio dell’anima”, e simpaticamente vi sfido a cercare qualcuno che non ci creda. Non avete mai sentito dire: “Sì, gli ho creduto perché l’ho guardato negli occhi”, quasi si sia al di là delle parole? E fateci caso: gli occhi non invecchiano. Vediamo invecchiare tutto di una persona, ma gli occhi no. Soprattutto se è la persona che amiamo, possiamo sempre ritrovare quegli stessi occhi, quello stesso sguardo della prima volta che persiste, resiste: netto.
È un organo strano l’occhio, che sta contemporaneamente dentro e fuori, e che quando vogliamo possiamo decidere di chiudere. Javiers Marìas, un ottimo romanziere spagnolo, vivente, scrive in un suo libro “le orecchie non hanno palpebre”; Roland Barthes dice che le parole sono una chimica impalpabile che senza che ce ne accorgiamo ci entra dentro e ci modifica. È questo che in altro modo dice Marìas: ascoltiamo anche cose che non vorremmo o che non dovremmo ascoltare, e questo, volenti o nolenti, ci cambia.
Ma gli occhi no. E siamo noi che possiamo decidere di porli in azione. E Gatto decide, decide di porre tutto il suo corpo in visione-ascolto, dunque non soltanto gli organi naturalmente preposti ma le sue intere sensibilità.
Chiariamo: non è un ovvio sentire, guardare, vedere, ascoltare, ma un’attenta forma di perlustrazione, di percezione di ogni possibile fremito che derivi dalla e alla sua interiorità. Credo che non deve perciò sorprendere se il percorso del poeta si dipana con una sorta di ordine cronologico, non deve sorprendere se le prime impressioni sono legate alla storia familiare, alla città di nascita, all’infanzia, alle proprie esperienze di gioventù… Tutti temi sempre vivi sulla sua strada, temi che resteranno anche quando la durezza degli eventi ne sovrapporrà di nuovi,  perché crescendo, mutando quindi la sua interiorità, muterà di quei temi la percezione, la visione: i rapporti con la madre e col padre, la morte prematura del fratello Gerardo, nel ’25, l’infanzia propria, e poi dei figli, e poi dei bambini in generale con composizioni di poesie a loro interamente dedicate. A volte sono semplici strappi, registrazioni di lucidi impatti visivi, schizzi di colore.
“Isola” è già segnata da queste visioni: “Corso”, poemetto in prosa in cui si registra una lacerazione tra passato e presente, e dove la visione al crepuscolo della città (probabilmente quella di nascita), si riversa sui dubbi interiori del presente; “Amici”, dove si fa protagonista la Napoli degli anni universitari; o forse, meglio di tutti, “San Liberatore”.
San Liberatore è un piccolo monte a cucuzzolo che sovrasta la città di Salerno. Sulla sua sommità è posta una gran croce. Tornerà questo monte, oltre che in tanti raccontini quale simbolo di scorribande infantili per la tenue campagna salernitana, come doloroso monumento nelle cronache che Gatto scriverà quale inviato per il settimanale “Epoca” in occasione della drammatica alluvione che colpì la sua terra nel 1954:
Il vecchio priore dell’Annunciata, don Luigi Fanchiotti, è morto da un pezzo. Ai suoi tempi, dopo la controra, metteva la sedia fuor di sagrestia e scambiando poche parole col vicino marmista conveniva sulla bella sera, guardando a monte San Liberatore puro, senza nuvole, con la casetta dell’eremita nitida sulla roccia. San Liberatore senza cappuccio significava e significa per i salernitani bel tempo, tempo da scampagnate e da lunedì dell’Angelo. Da via Spinosa a Canalone, alla Croce, a San Liberatore, i ragazzi che bigiano la scuola sanno d’incontrare solitudine e silenzio. Una volta lassù, la città imminente è pur così lontana e il mare fermo come nell’Estaque di Cézanne tien duro la cerchia azzurra e leggera dei suoi monti da Capo d’Orso alla punta di Agropoli. Alle spalle, sul versante di Alessia e di Marini, la strada scende umana e tranquilla a avvicinare, uno dopo l’altro, paesi raccolti intorno al florido androne della chiesa e del campanile, salvi ancora nel loro carattere di agreste neoclassico che dà a ogni casa l’agio e lo spicco di una dimora.”
Ecco, qui siamo di fronte ad un articolo di giornale (e che articolo! V’invito a leggere il resto), ma nel “San Liberatore” di “Isola” il rapporto è sicuramente più intimo, famigliare:

“Dalla nostra casa si vedeva il mare, nel golfo delle montagne.
Il paese saliva con le sue scale verdi, tra gli alberi rugginosi ed incatenati, ad un gran terrapieno a picco sulla valle. Lievito d’acque, a sera, tra le canne ed il fogliame: odore d’erbe, aspro e rapido nel vento.

A petto largo si fiutava lo spazio come un mare. Si capitava così nella notte: gli uomini lenti appendevano i lumi alle case, ed il paese rimaneva approdato ai banchi umidi. Letto di ferro: nella stanza nuda, odorosa di sorbe. Travi grosse al soffitto, dal balcone aperto il vasto soffio della terra. Intirizzivo nella mia carne, dormivo ridente ed intero.”

Un quadro questo passaggio dal giorno alla notte, notte dove “si capita”, quasi per caso, nel lento ripetersi dei riti quotidiani, nella concretezza delle cose e degli odori. La musicalità è qui fatta certo non dalla versificazione (ovvio!), ma dalla punteggiatura, che scandisce, marca, segnala tempi di respiro e pensiero. Ma ciò che Gatto pone al centro del suo poema non sono tanto le immagini di mare e vento e terra, quanto il proprio privato, su cui nasce e termina il poemetto, dove movimento e stasi si incastrano in sensazioni compiute. L’occhio, l’occhio-corpo all’esterno per cogliere una sensazione tutta interiore: dalla casa si esce, sul mare certo nella solidità della cerchia dei monti del golfo salernitano; le sensazioni, le visioni si sviluppano, forse immaginate, forse ricordate, in giochi d’infanzia, scorribande, piccoli viaggi di scoperta che, naturalmente, trovano sbocco nell’umile lavoro degli uomini, che è preannuncio del tepore della notte; la solidità della casa rassicura il fanciullo, il mondo fuori si muove leggero, il brivido che precede il sonno forse dà spavento, ma si fa anche segno tangibile dell’esistenza, e rende sereno l’addormentarsi; gli uomini, lenti, che nella notte appendono i lumi alle case paiono rimandare alla luce povera e rassicurante che la poesia offre al cuore dell’uomo; appesi fuori le case, quei lumi segnano il percorso, rendono possibile la strada, consentono al paese di rimanere attaccato ai suoi “banchi umidi”, a quel punto in cui terra e mare si mescolano.
“Nessuno accende una lucerna per nasconderla, nessuno accende una lucerna per metterla sotto il moggio” dice sempre Cristo. Nessuno scrive una poesia per nasconderla, e forse nessuno che sia “preso dalla poesia” può nascondersi. Almeno credo.
Facciamo una pausa?
Grazie”.



(1) Sempre per il lettore (d’ora in poi non lo ripeto più): molti dei nostri umani problemi nascono dall’impossibilità di conoscere e possedere la Verità. E tale impossibilità ci è “regalata” dall’inganno delle nostre stesse parole. Esiste infatti uno scarto tra le cose e i nomi che noi diamo loro: la parola non è l’oggetto, e viceversa. Basterebbe organizzarsi e cominciar a chiamare una “penna” …“sarolla”, “mi passi una sarolla, per favore”, funzionerebbe lo stesso. In un lontano punto nel tempo e nello spazio, ci siamo solo messi d’accordo su come chiamare le cose. E sto parlando di oggetti, ma immaginate cosa accade con le sensazioni o i sentimenti. È da questo nodo irrisolvibile che scaturiscono tutti i nostri problemi, pensate a quando un Tribunale deve giudicare un imputato, pensate a quando comunichiamo il nostro amore, pensate… a quello che volete.
Dare il Nome alla Cosa è l’atto più… impossibile (se mi passate la sgrammaticatura) che fin dalla notte dei tempi ci sia capitato di affrontare. E l’inganno è anche doppio nel momento in cui ci accorgiamo che quest’atto del nominare è possibile, ci riesce, accade, ma solo dentro di noi, e per ciascuno di noi. Appena pensiamo di “portar fuori”, di comunicare agli altri e con gli altri, è già tutto sbagliato, e non ci ritroviamo più.  Lo so, state pensando a Pirandello, ma non è semplicemente Pirandello, ma Pirandello che “semplice-mente” ha capito tutto, e la sua genialità è essere riuscito a farne non filosofia (tipo Leopardi, sic!), ma teatro, cioè personaggi, cioè carne e sangue.
A questo punto pensate anche a quando qualcuno afferma di possedere la Verità, soprattutto quando un politico afferma di possedere la Verità. Negli ultimi tempi, i nostri politici si sono tutti talmente “incartati” con queste “asserzioni di verità” che nei pubblici contrasti sono arrivati a dire: “La verità vera è…”, come se ne esistesse una falsa. Mah!

martedì 6 ottobre 2015

AIR FRANCE, CHI SONO I VERI VIOLENTI?

Siamo alle solite: si confondo le vittime con i carnefici nel nome di un politicamente corretto che non fa null'altro che ammazzare il libero pensiero e in conseguenza la democrazia.
Così è accaduto che, come certamente saprete, i lavoratori di Air France, i quali si sono visti presentare un pesantissimo piano di ristrutturazione che computa 2900 esuberi (tradotto è: gente da licenziare!), non hanno perso tempo e sono andati all'assalto della sede della società prendendosela con i diretti responsabili: i mega manager del gruppo.
Non ci sarà certo bisogno di tornare sulle immagini dei manager con le camicie a brandelli. Certo è che sentire commenti del tipo "la violenza è sempre da condannare" faceva letteralmente girare i cabbasisi.
E sì, perché grazie alla pronta azione di altri lavoratori non certo "paperon de' paperoni", gli uomini della sicurezza, i mega-manager se la sono cavata con la sola camicia massacrata. Dal canto mio avrei preferito che a brandelli gli riducessero anche i pantaloni, ma ci si deve anche accontentare. Sicuramente i signorotti non hanno subito lesioni fisiche, altrimenti i media di regime ci avrebbero certamente ricamato sopra, buttando subito i lavoratori dalla parte del torto. Non hanno potuto sfruttare una degenerazione, che a quel punto sarebbe stata davvero deprecabile, e dunque possiamo esser certi che altri danni i due non ne hanno subiti.
Negli ultimi anni, da quando soprattutto questa UE sta imponendo le sue politiche distruttive dei diritti dei lavoratori, ci siamo abituati (purtroppo!) a vedere poveri che si scontrano con poveri (lavoratori con forze dell'ordine), mentre il Potere se ne sta quieto nelle sue dorate stanze. In questo caso, almeno, i signorotti si sono presi un sonoro spavento, cosa che mi pare possa bastare.
La riflessione nasce spontanea: "La violenza è sempre deprecabile", siamo d'accordo, ma ci/mi chiedo: sarà violenza quella di chi molla 2900 persone, all'improvviso in mezzo alla strada, e magari perché non ha saputo fare il proprio lavoro portando una azienda in condizioni di estrema difficoltà? Prendere un uomo, una donna, una persona, un lavoratore, e dirgli da un giorno all'atro: "Sei fuori, sei senza stipendio, sei senza lavoro...", gettarlo nell'ansia, nella disperazione, in una difficoltà estrema, violentare la sua psiche, soprattutto se ha figli e moglie e casa e mutuo... se insomma ha una normale vita dignitosa (dignitosa, nulla di più), sarà o non sarà un atto di violenza?
Se non erro, in Italia è stato inserito nel codice penale il reato di "violenza psicologica". Se non erro, allora, di fronte a situazioni di questo genere che si venissero a determinare (come già tante se ne sono determinate), sarà il caso che la magistratura agisca di conseguenza. E magari qualcuno, prima di parlare di deprecabilità della violenza, rifletta sul serio su chi sono i violenti, perché il concetto di feedback non me lo sono inventato io, né degli psicologi che avevano nulla da fare.
Le camicie si ricomprano, la dignità di un lavoratore no.

venerdì 2 ottobre 2015

2 - IL POETA CHE HO CERCATO DI ESSERE (informale discorso sulla poesie e in ricordo di un poeta)



La mia intenzione era di pubblicare le varie "puntate" con cadenza settimanale, come accadeva con i vecchi e bellissimi sceneggiati di una volta, di una Rai che non esiste più. Poi, ho dovuto rilevare, grazie alle piacevoli sollecitazioni di alcuni lettori, che lo scritto interessa. E allora ecco la seconda parte della "prima giornata". Grazie a tutti voi. 
PS - in rosso trovate, all'interno del testo, segnalate le note a pié pagina; non ho scoperto  altro modo per indicarle, se c'è qualcuno che ha la bontà di spiegarmi come le impostazioni del blog consentono un collegamento, gliene sarò molto grato. 










I giornata (seconda parte)
  
Cominciamo a segnare un primo punto: dai pochi brani che fino adesso vi ho letto, traspaiono, tra le altre, due idee, quella della consapevolezza-affermazione del proprio ruolo (piccolo o grande lasciamo per ora perdere), e quella, ancor più affascinante, del continuo passaggio di testimone. Entrambe mi paiono, per quanto ne so, inusuali nel panorama poetico italiano, e non solo.
Forse per contrasto mi vengono in mente due poesie. La prima di Corazzini:

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che lacrime da offrire al silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?
(…)

L’altra di Palazzeschi, molto divertente, “Chi sono?”

Sono forse un poeta?
No certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
“follia”.
Sono dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
“malinconia”.
Un musico allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
“nostalgia”.
Sono dunque… che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore,
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.

Corazzini e Palazzeschi sono vissuti a cavallo dei due secoli, XIX e XX. Gatto, ricordiamolo, nasce nel 1909 (come il Giro D’Italia, vabbè). Quelle dichiarazioni di “non identità” non dovevano essergli sconosciute (sappiamo, anzi, dai suoi stessi scritti, di una conoscenza diretta, seppur non profonda, con Palazzeschi, maturata negli anni fiorentini). Non che voglia particolarmente soffermarmi sui due poeti citati e generalmente considerati “minori” (chissà perché, chissà da chi, e chissà chi è che compone questa classifiche? Mah!), è solo un esempio.
La cosa che mi pare, invece, interessante è che, per quanto ne so (lo ripeto), non ci sono in giro poeti che dichiarano, nella poesia stessa, il loro essere poeta. Forse l’unico cui si può fare riferimento è Walt Whitman, con la sottilissima differenza che l’americano più che cantare il se stesso poeta, canta il se stesso uomo (“camerata, questo non è un libro / chi tocca questo tocca un uomo). (1: nota a piè pagina)
Essere non è fare, questo mi pare evidente: fare l’attore non è esserlo. Si può non fare l’attore eppure esserlo, farlo eppure non esserlo (sic!). La stessa cosa sicuramente accade per i poeti, i musicisti, i pittori, ecc. Ma la poesia, in sé, parla da sola, e da sola determina l’essere del suo autore. Certamente per questo, nessuno ha mai sentito la necessità di fare una tale dichiarazione di “essenza” (lasciatemi passare la brutta definizione). Per motivi opposti e facilmente comprensibili, può nascere invece la “negazione”. In essa c’è la volontà di aprire nuovi spiragli, di offrire all’arte del poetare prospettive diverse da quelle fino ad allora frequentate: nego schemi, concetti, stilemi, per tentare di costruire nuove vie, e per scrivere una poesia, dico di non essere un poeta.
Quanto, dunque, questa dichiarazione di identità, temeraria e pericolosa, sia necessaria, e quanto sia essa possibile, è questione che non riguarda il lettore o lo studioso, ma solo colui che “esercita” quell’arte, e che lo accompagna sempre, silenziosamente e problematicamente.
La prima domanda che mi faccio, quindi, è: perché Alfonso Gatto sente la necessità di dichiararsi poeta?
Secondo punto. Ogni poeta sa che dovrà confrontarsi, o verrà posto in confronto, con tutti quelli che lo hanno preceduto. E nel momento in cui scrive sa che inesorabilmente nasce un rapporto con il futuro. E questo rapporto, questo confronto, sebbene i poeti (tutti gli artisti) spesso ci parlino direttamente di quei loro predecessori che maggiormente hanno amato o detestato, passa più attraverso le forme utilizzate che non attraverso i contenuti. È questione, direi, quasi naturale.

PIOVE                                             

Piove. È uno stillicidio
senza tonfi
di motorette o strilli
di bambini.

Piove
da un cielo che non ha
nuvole.
Piove
sul nulla che si fa
in queste ore di sciopero
generale.

Piove
sulla tua tomba
a San Felice
a Ema
e la terra non trema
perché non c’è terremoto
né guerra.

Piove
non sulla favola bella
di lontane stagioni,
ma sulla cartella
esattoriale,
piove sugli ossi di seppia
e sulla greppia nazionale.
Piove
sulla Gazzetta Ufficiale
qui dal balcone aperto,
piove sul Parlamento,
piove su via Solferino,
piove senza che il vento
smuova le carte.

Piove
in assenza di Ermione
se Dio vuole,
piove perché l’assenza
è universale
e se la terra non trema
è perché Arcetri a lei
non l’ha ordinato.

Piove sui nuovi epistèmi
del primate a due piedi,
sull’uomo indiato, sul cielo
ominizzato, sul ceffo
dei teologi in tuta
o paludati,
piove sul progresso
della contestazione,
piove sui work in regress,
piove
sui cipressi malati
del cimitero, sgocciola
sulla pubblica opinione.

Piove ma dove appari
non è acqua né atmosfera,
piove perché se non sei
è solo la mancanza
e può affogare.

L’esempio è un po’ lungo, me ne rendo conto, ma grazioso, e mi pare che, con tutta l’ironia che vi si ritrova, renda chiaramente l’idea, almeno per una parte del mio discorso. È Montale. Ditemi se non vi viene subito in mente “La pioggia nel pineto” di D’Annunzio. E cos’è questa se non una critica a un certo tipo di poesia, ai suoi estimatori, e al valore forse anche politico che se ne può trarre?
E saltellando qua e là, mi ricordo di Foscolo che si rivolge, addirittura invoca Alfieri; Dante fa sovente riferimento alla poesia del suo tempo, per non dire del rapporto che ha con gli antichi, a cominciare dal venerato Virgilio; o Gozzano, che stabilisce tante delle critiche – ironiche e formali – su Pascoli, ma un’espressione così netta del proprio ruolo inserito nel fluire del tempo, questa idea del “passaggio di testimone”, mi pare nuova fino a sorprendermi. Dunque, anche stavolta: perché?
È a questi perché che vorrei cercare di dare una risposta.

Andiamo all’inizio di tutto.
La prima raccolta di poesie di Alfonso Gatto s’intitola “Isola” (1932). Questo è il titolo anche dell’ultimo componimento della raccolta:

Or nella solitaria
cadenza d’un approdo,
svanita la memoria
al suo tepore effusa,
esala bianca l’isola
la brezza del mio cielo.

Che quest’isola sia proprio la poesia ce lo indica, fin dall’apertura, lo stesso Gatto, con cinque lunghi versi segnati in corsivo, quasi un esergo, una piccola chiave di lettura per tutta l’opera, il cui titolo è “Poesia”:

In ogni gioia breve e netta scorgo il mio pericolo.
Circolo chiuso ad ogni essere è l’amore che lo regge.
Tendo a questo dubbio intero, a un divieto in cui cogliere il sospetto e la lusinga del mio movimento.
Universo che mi spazia e m’isola, poesia.

Silvio Ramat – insieme con Luigi Giordano e Francesco D’Episcopo forse tra gli studiosi più attenti dell’opera di Gatto – sostiene, a ragion veduta, che il componimento è in prosa. La ragione, mi sia concessa l’ironia, è proprio “veduta”, poiché questo la pagina scritta mostra, ma io mi permetto di dissentire. La presenza, da Ràmat stesso rilevata, di tre endecasillabi all’interno del brano, quasi nascosti (In ogni gioia breve e netta scorgo; a un divieto in cui cogliere il sospetto; e la lusinga del mio movimento), mostra subito quella cantabilità, quella musicalità che sarà sempre peculiare nella scrittura di Gatto. Sappiamo inoltre che egli esplorerà, quasi “senza pudori”, tutte le possibilità della versificazione, fino al poemetto in prosa. In questo brano resta ovviamente difficile fissare dei parametri metrici (non ce ne sono, sic!). Ma mi chiedo: cosa spinge Gatto ad intitolare “Poesia” uno scritto in prosa? Soluzione facile sarebbe lasciar scegliere al lettore. Voglio invece affermare a mio rischio e pericolo che si tratta di poesia.
Ma scrutiamo un poco in questi versi/frasi introduttivi. “Isola”, innanzi tutto, è utilizzato, in questa prima scheggia poetica, non come sostantivo ma come verbo, “isolare”: un verbo transitivo, dunque con un… doppio binario d’azione, che cammina in due direzioni. Tutto il pezzo è pervaso da un insistente gioco di dualismi ed ambivalenze, e questo è subito un primo, timido segnale di come il poeta giocherà con le parole, i loro significati, i sensi, le sonorità, i colori.
Le contraddizioni poi – potremmo dire in senso traslato gli ossimori – abbondano. “In ogni gioia breve e netta scorgo il mio pericolo”: l’idea di “gioia” si contrappone a quella di “pericolo”, con un “ogni” (cioè “ciascuno”, cioè “singolo”, “particolare”) che è indicazione di un “tutto”; “Circolo chiuso ad ogni essere è l’amore che lo regge”: l’immagine classica, consueta di “amore” (certamente il nostro primo pensiero leggendo) viene ad annodarsi con quella di “circolo chiuso”, di isolamento (la parola è venuta fuori da sola, chiedo scusa!), ma quell’amore, isolato ed isolante, è ciò che “regge”, che sostiene “ogni” (ancora!) essere, quasi fosse una solitudine necessaria alla sopravvivenza; “Tendo a questo dubbio intero”: la volontà di penetrare questo microcosmo inafferrabile è assoluta, totalizzante, ma quell’accostamento di “dubbio” e “intero” emette una fastidiosa vibrazione: sulla base di quale concetto, mi chiedo infatti, un “intero” si può pensare che contenga delle… crepe?
Ma continuiamo: il valore di “divieto”, quindi di un arresto, di una fermata, di una negazione venuta dall’esterno (ma sarà dall’esterno?), entra in netta relazione con “movimento” (2) tra “divieto” e “movimento”, la tentazione e la circospezione segnalate dai termini “sospetto” e “lusinga”, dunque l’essere compiaciuti, allettati, che si va a mescolare con la diffidenza, col timore di un pericolo: lasciarsi andare o restare (dilemma che subito tornerà in un’altra poesia di questo primo volume, “Il giogo”)?
L’ultimo verso/frase di “Poesia” ha il valore di una dichiarazione assoluta, definitiva: “Universo che mi spazia e m’isola, poesia”. In esso corrono due sostantivi, “universo” e “poesia”, e due verbi, “spazia” e “isola”, con quei mi, riflessivi, a circoscrivere ed additare, contemporaneamente, i margini imperscrutabili di un “infinito” tutto interiore, di un microcosmo così insospettata-mente vasto da sondare che si può ipotizzare di dedicargli tutta una vita, lasciando alla poesia il compito di guidarci.
Universo che mi spazia e m’isola, poesia” è una frase/verso di straordinaria chiarezza, e anche di splendida bellezza, idealmente retto ancor più che dai sostantivi e dai verbi, da quella ripetizione di pronome personale.

In ogni gioia breve e netta scorgo il mio pericolo.
Se è vero, come qualcuno afferma, ed io credo che lo sia, che un testo è già tutto nella sua prima parola, il nostro curioso distico ci pone di fronte a due precisi lemmi: il titolo “Poesia”, ma soprattutto l’ “In” di partenza.
Il titolo ha un senso di semplicità (che mai vuol dire facilità), quasi il poeta ci dica: è semplicemente la poesia il mio argomento, è la poesia la mia dolorosa-gioiosa tentazione ed il mio gioioso-doloroso abbandono; o volendoci spingere a ribaltare il senso di tutto: non so cosa sia (e come sia) ma è poesia.
Ma la parola chiave è In.
‘In’: preposizione propria semplice (indica il vocabolario) che stabilisce diverse relazioni dando luogo a molti complementi: 1 – complemento di stato in luogo (anche figurato); ed ancora: Dentro. È sempre divertente, nello sfogliare un vocabolario, notare come, non potendo prescindere dalle parole per spiegare le parole stesse, nasca un lungo ed inestricabile labirinto fatto di rimandi, intuizioni, allusioni, illusioni, imprecise precisazioni… Per spiegare “in” si dice “stato in luogo”, non potendo che riutilizzare la stessa preposizione.
Tornando a Gatto, l’incipit poetico pare indicare tutta la volontà del poeta di “essere dentro” o “essere per forza dentro”, il suo scoprirsi costretto: si sceglie la poesia, questo dirompente, assordante e silenzioso canto dell’anima, o da essa si è scelti? ”In” è volontà o coercizione? Comunque sia, il poeta (Gatto soltanto?) avverte subito che la gioia, “breve e netta”, sarà il suo “pericolo”, la sua gioiosa condanna.
“I poeti hanno un pubblico clandestino di duemila anime o poco più. Il resto è azzardo. Sarebbe augurabile per il poeta ogni altro strumento che non sia la penna, ma il proprio corpo, le mani, gli occhi. Il giornalismo e l’insegnamento sono soltanto ritirate possibili nel sotterfugio. Forse un poeta dovrebbe essere soltanto un «clochard»; ma occorre almeno una società che offra nelle notti d’inverno la graticola dei metrò”.
Questa è una piccola nota di Gatto, si trova in “Può scoppiare la guerra”, volume “Le ore piccole (note e noterelle)”, edizione Il Catalogo, 1975. A quarant’anni dal suo primo libro, a fama già ben acquisita, pare restare vivo il desiderio di totale abbandono alla condizione “naturale” di poeta, portato dalla vita come un clochard.
Non è un ideale romantico, o fintamente letterario quello cui Gatto si richiama, il luogo comune del poeta povero e maledetto. Gli accenni al giornalismo e all’insegnamento rimandano alla storia personale, e potrebbero essere sostituiti con le situazioni private di qualsiasi altro poeta. Ma l’annotazione di Gatto si fa singola ed universale al contempo, e pare rivolta, in questo caso, più alla società che a se stesso: ama, accudisce, attende realmente la società ai suoi poeti? Il 1975 è l’anno della morte di Pasolini, di Gatto amico: chissà se mentre scriveva queste righe la tragedia era già compiuta.
Nella scelta di quel termine francese, c’è forse il senso della povera foglia-soldato tenuto tra la vita e la morte, di Ungaretti; la sospensione nell’attesa e nel desiderio della folgorazione del nulla montaliano; e perché no: l’aquilone lieve del Pascoli, o le altane sospese tra cielo e terra dell’amico Sereni, o la “povera foglia frale” del suo (suo!) amato Leopardi in “Imitazioni”, piccola poesia scritta sulla falsariga del componimento francese La fueille di Antoine-Vincent Arnault. Ma rispetto ai suoi illustrissimi colleghi, Gatto fa una scelta ben più netta, una scelta che è anche una dichiarazione, non usa metafore e si riferisce, incontrovertibilmente, al corpo, al corpo dell’uomo, al corpo del poeta.
Per restare a Leopardi, la lune e le stelle già “cose”, che ritornano in molti dei Canti, sono percepiti come osservatori distaccati, e per un certo verso adorati, che nella loro lontananza, nel loro non essere più “dubbio” ma essenza assoluta ed imperscrutabile, vengono a contrapporsi alla fisicità, dolente e grave, che Leopardi avverte del corpo (e che nulla ha a che fare con la sua malattia), corpo di cui avverte tutto il peso e la mortalità, esplodendo, per esempio, ne “La sera del dì di festa” nell’urlo dei versi “e qui per terra / mi getto, e grido, e fremo”.
Gatto, al contrario (e sarà una costante della sua vita letteraria, in un certo qual modo superando le posizioni del proprio idolo poetico), sente il corpo come rifugio o viatico per nuove conoscenze, strada privilegiata per nuovi mondi da esplorare: ne coglie le sensazioni, ne riporta fremiti e colori, lo vive intensamente come luogo della poesia, dell’amore, della conoscenza, cassa di risonanza del dolore e della gioia, dello stupore, della malinconia…
Sarebbe augurabile per il poeta ogni altro strumento che non sia la penna, ma il proprio corpo, le mani, gli occhi: “sarebbe augurabile”, ma a rileggerne la poesia, sono già quarant’anni che il suo corpo si offre, indifeso, quale strumento (musicale, verrebbe da aggiungere), si lascia attraversare, testimonia, è un vero e proprio luogo della scrittura, che, inoltre, per proiezione naturale (non banalmente sessuale), lo indirizzerà nella esplorazione di un altro misterioso luogo di divieto in cui cogliere il movimento: il corpo della donna.
Bene. Su questa annotazione… credo che per oggi, possa bastare.
Grazie.»


(1) Caro lettore, scopro, oggi, grazie all’amico attore Beppe Bisogno, che lo ha inserito in un suo spettacolo teatrale, “Il poeta e lo sciamano”, uno scritto di Rimbaud, Arthur Rimbaud, quello straordinario poeta francese dell’ottocento il cui nome solo i suoi compatrioti riescono a pronunciare bene. Nello specifico, si tratta di una lettera indirizzata al prof. George Izambard il 13 maggio 1871, dove scrive: “Voglio essere poeta, e lavoro a rendermi Veggente: lei non capirà niente, e io quasi non saprei spiegarle. Si tratta di arrivare all’ignoto mediante lo sregolamento di tutti i sensi. Le sofferenza sono enormi, ma bisogna essere forti, essere nati poeti, e io mi sono riconosciuto poeta. Non è affatto colpa mia. È falso dire: Io penso, si dovrebbe dire: mi si pensa. Scusi il gioco di parole. IO è un altro”. Una affermazione forte e bellissima, che in Rimbaud non meraviglia. Noto soltanto che, rispetto al discorso condotto su Gatto, essa è in una lettera privata.
Ed ancora, ma siamo in tempi successivi, un’altra notazione, di Jack Kerouac: “Voglio essere considerato un poeta jazz che suona un
lungo blues in una jam session d’una domenica pomeriggio”. Dicendo “Voglio essere considerato”, in fondo anche Kerouac si afferma quale poeta.
Da ultimo – sennò già questa prima nota diventa interminabile, e le note “rompono!” (1a) - una poesia di Guido De Marchi, “Non voglio essere poeta”, in un volume omonimo del 2004: “Non voglio essere/ poeta/ a tessere trine/ e merletti  di parole/ ma voce// voce dell’individuo che vive/ in me/ nella scomposta scorza/ della mia pelle// voce delle cose/ che attraversano/ la mia vita/ tracciando solchi profondi// voce delle percezioni/ a volte appena sfiorate/ che danno colore e suono/ ai miei pensieri// sono l’atomo/ di una molecola/  che senza di me/ non sarebbe/ o sarebbe altra cosa.”. Qui mi pare si torni un po’ ai discorsi di Corazzini e Palazzeschi, ma mica c’è nulla di male, e la poesia è deliziosa.
Quello che in realtà mi dà più piacere è scoprire sempre altre cose, cose che sempre possano mettere in dubbio le mie affermazioni ed aiutarmi a costruirne di nuove. Sennò mi annoio!
                  (1a) Tranne forse quelle spesso esilaranti di Foster Wallace.

(2) Ancora per il lettore. Viene in mente, a leggere questi due termini, quasi abbiano un triste valore di premonizione, un doloroso passaggio della vita di Gatto: nell’estate del 1936, a Milano, verrà arrestato e rinchiuso nel carcere di San Vittore dalla polizia politica del regime fascista con l’accusa di cospirazione comunista. Da quella esperienza nasceranno le poesie di “La storia delle vittime”, diviso in due tronconi: una prima parte di componimenti redatti tra il 1943 ed il ’47, una seconda parte tra il ‘64 e il ’65, poi riordinati dall’autore nei tre corpi che compongono il volume: “Amore della vita, 1944”, “Il capo sulla neve, 1943 – 1947”, “Giornale di due inverni 1943 – ’44, 1964 – ‘65”. Quel ‘divieto’, quella costrizione imposta, in tal caso dall’esterno, quel fisico essere rinchiuso, diverrà motivo di scoperta di un ‘movimento’ interno di straordinaria intensità affettiva e civile.