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lunedì 5 aprile 2021

IL POETA CHE HO CERCATO DI ESSERE (informale discorso sulla poesia e in ricordo di un poeta) - 1

OGGI, 5 APRILE 2021,MI VEDO COSTRETTO A RIPUBBLICARE LA PRIMA PARTE DI QUESTO MIO SCRITTO SU ALFONSO GATTO. NON SO PERCHÉ ERA SPARITA. VABBÈ, PAZIENZA. A TUTTO SI RIMEDIA. LE ALTRE PARTI PARE CI SIANO TUTTE, SIC



Comincio qui, come preannunciatovi un paio di post fa, la pubblicazione di un mio scritto del 2009 che riuscì mai a trovare un editore. Per un periodo provai chiedermi il perché, poi lasciai perdere. Il lavoro, che intitolai "Il poeta che ho cercato di essere (informale discorso sulla poesia e in ricordo di un poeta)", è interamente dedicato ad Alfonso Gatto; più in generale, poi, è una personalissima riflessione sulla poesia. Alfonso Gatto, come potrete vedere nel link, nacque nella mia Salerno nel 1909; morì, causa un incidente stradale, nei pressi di Orbetello, nel 1976. Il testo, dunque, era legato al centenario della nascita. E' composto da una premessa e da quattro "giornate"Non è breve! Procederò dunque a puntate, come un vecchio romanzo d'appendice, fidando nel fatto che sarà comodo e semplice (almeno in questo la tecnologia ci aiuta) tornare alle puntate precedenti, che di volta in volta proverò a risegnalarvi. Vi auguro buona lettura. 


Le foto che pubblico - ma il web ne è pieno - sono state scattate dall'amico, e grande fotografo, Peppe Rampolla. 
Sono alcune delle ultime del poeta.

Tutte le poesie di A. Gatto sono pubblicate da Mondadori. 













Alfonso Liguori

Il poeta che ho cercato di essere
(Informale discorso sulla poesia e in ricordo di un poeta)



PREMESSA

Questa che vorrei definire “conversazione”, in realtà non lo è. È piuttosto una sorta di monologo, anche se non teatrale. Nasce da una serie di incontri avuti nel 2006 con gli studenti di alcuni Licei di Salerno e provincia, sulla poesia e l’attività giornalistica di Alfonso Gatto, nel trentennale della scomparsa.
Come dichiaro nella “conversazione”, non sono uno studioso, ma un appassionato dell’opera di Gatto, un lettore disordinato ma accanito (seppure lento), e per affrontare “le belve”, “la gioventù bruciata”, come affettuosamente chiamo gli alunni, ovviamente mi preparai. Non bastava la sola passione, dovevo dare ai miei pensieri una organicità, il senso di un discorso mirato e articolato.
Scrissi, quindi, delle note. Ma dato che amo, in questi incontri, chiacchierare con i ragazzi e raccogliere da loro stimoli o magari ulteriori informazioni, e possibilmente domande cui mi sarà difficile rispondere, appositamente lasciai dei vuoti. I loro quesiti hanno sostenuto, riempito e migliorato le mie idee su Gatto. Queste pagine, tre anni dopo, nel centenario della nascita, sono l’elaborazione, il frutto di quegli incontri.
E quei ragazzi, di cui non ricordo più non dico i nomi, ma i volti, confusi con quelli di tanti altri con i quali ho chiacchierato di Dante o Pirandello, sono, in un certo qual modo, co-autori di queste pagine. A loro sono grato, e non posso fare altro, oggi, che portarli tutti nel cuore con il generico nome di studenti, categoria verso la quale troppa disattenzione ha ormai questo nostro disgraziato Paese.















I giornata

11 aprile 2009
Aula Magna dell’Istituto Magistrale “Regina Margherita”
Piazza Malta, Salerno

… «Buongiorno.
Mi chiamo Alfonso Liguori. Sono un attore, professionista (oggi, purtroppo, va sottolineato), diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, dove un anno mi è stato anche concesso l’onore di insegnare “Metrica e principi di dizione poetica”, lavoro in teatro da più di vent’anni e posso dire con buoni risultati, mi sono laureato in Lettere presso l’Università di Salerno, ho studiato pianoforte e canto lirico, e sono diplomato in Teoria musicale e Solfeggio per strumentisti… Indegnamente, sono anche un giornalista.
Dico questo, non per impressionarvi, per vantarmi, per farmi bello ai vostri occhi, ma  perché desidero sappiate che tutto ciò che so, le esperienze che ho accumulato, “il mio bagaglio” come si dice, lo metto qui a vostra disposizione. Non sono un professore, non ho registri e non metto voti, quindi gradirei che la nostra discussione fosse libera e serena. Chiedete ciò che volete. Quello che so ve lo dico, e per quello che non so… beh, vedrò di organizzarmi per i prossimi incontri.
Sono qui per parlarvi della poesia di Alfonso Gatto, di cui quest’anno ricorre, come certamente saprete, il centenario della nascita. Gatto, infatti, nasce a Salerno nel 1909, per amor di  precisione il 17 luglio del 1909. Lo faccio con grandissimo piacere; ma è bene che vi dica ancora un’altra cosa: non sono uno studioso, un critico, un letterato, ma solo un appassionato.
La poesia mi piace, mi piace molto, è uno dei grandi piaceri della mia vita, insieme alla letteratura in genere, alla musica, al vino, allo sport - su tutti il ciclismo - e, ahimè, alle sigarette (ci sarebbero anche le donne, ma quella è un’altra storia). E ci sono tre, quattro poeti che amo in maniera speciale: Dante sopra tutti, poi Borges, Montale… e Gatto. Sappiate anche subito che detesto Leopardi! È una pecca? Non so che farci.
Ora, io vi pregherei di non prendere appunti, ma di seguirmi nel discorso, anche se vi parrà che salti di palo in frasca. Sono abbastanza certo (è la consuetudine a questi incontri a dirmelo) che alla fine riannoderemo tutti i fili.
Grazie.

“Ringrazio qui il signor sindaco, che porta il mio stesso nome (…) ho avuto la fortuna di avere, soprattutto al ginnasio, un grande maestro che era Alfonso Donati – si chiamava anche lui come noi – e che voglio qui ricordare (...)”.
Cominciamo subito con una citazione e, perdonerete, con una digressione molto personale. Le poche righe che ho letto sono tratte dal discorso tenuto da Gatto durante un incontro avuto il 15 marzo del 1965 (ero nato da poco più di due mesi) con gli alunni del Liceo “T. Tasso” di Salerno dove era stato studente. Su questo discorso torneremo.
…anche io mi chiamo Alfonso, ed in realtà, penso di aver cominciato a leggere Gatto… per l’omonimia. Cerco rapidamente di spiegarmi: mio padre Gino è un giornalista, oggi in pensione dopo trentatre anni a “Il Mattino”. Molti suoi amici, presidenti di circoli o associazioni culturali, sapendo che aveva un figlio attore, gli chiedevano se potevo andare a leggere delle poesie nelle varie manifestazioni che organizzavano. Spesso erano poesie di Gatto. E secondo me, oltre l’amicizia con mio padre, entravano inconsapevolmente in gioco l’omonimia ed il comune luogo di nascita. Magari è tutta una mia fantasia, ma cosa c’è di più divertente delle fantasie che ci costruiamo da soli?
Voglio svelarvi una cosa degli attori: spesso la loro cultura è determinata più dalla necessità che non dalla curiosità. “Cos’è la cultura?”, mi sono chiesto molte volte. Credo di poter dire che sia una forma della curiosità, combinata con un po’ di memoria e di capacità associativa. Per gli attori, invece, funziona molto il meccanismo del “si deve fare”. Non perché non siano “curiosi”, anzi, in genere più che “non curiosi” sono “pigri” (ma questa è un’altra storia… come dice Mustache), ma perché il piacere della conoscenza deve ineluttabilmente combinarsi con le esigenze lavorative, e dunque di quotidiana sopravvivenza. Quindi, la “necessità di fare” mette in moto sistemi esplorativi che ti portano ad assorbire le più svariate informazioni pur di portare a compimento il lavoro che ti viene assegnato.
Dunque, mi chiesero di leggere in pubblico Alfonso Gatto.
Ammetto: lo conoscevo poco. Il nome, il luogo di nascita, il fatto che fosse un poeta importante del nostro ‘900, che era stato per molti anni a Milano, ma oltre questo…
Tale combinazione di casi mi ha dunque condotto ad aprire per la prima volta nella vita, parlo di almeno una ventina di anni fa, un volume di sue poesie, per l’esattezza: “La forza degli occhi”, che mi fu regalato da mio padre.
“Ma cos’è il caso?”, si chiede Borges, “Forse ciò che chiamiamo caso è soltanto la nostra ignoranza della complessa meccanica della casualità”.
Un dato certo lo avevo: mio padre, Gatto lo aveva conosciuto, e talvolta ci aveva anche cenato assieme. Ovviamente al “Vicolo della neve”, la più antica trattoria di Salerno - questo certamente lo sapete – che il poeta amava profondamente e a cui ha dedicato anche una commovente poesia:

È nella notte d’inverno
il pallido azzurro fornaio
disegnato di vene,
la luna a mezzo febbraio,
quel parlare di cene.
Il vicolo aveva la neve
del dolce nome granito,
un uomo triste che beve
il suo vino appassito.
Il vicolo aveva il balcone
della puttana smargiassa
e quell’odore di nassa
di polpo bollito, e limone.

… eccetera eccetera.

È bella. Magari poi la leggiamo.
Tornando a noi. Non sto dicendo che Gatto e mio padre fossero amici, ma solo che si sono conosciuti, ed io devo confessare che a volte, soprattutto nei periodi in cui ne analizzavo i brani per una qualche lettura, mi è capitato di scoprirmi a scrutare gli occhi di mio padre cercando quegli occhi che avevano visto un poeta. Un po’… scusate, mi viene da sorridere… come il protagonista de “Il grande Gatzby”, il romanzo di Fiztgerald. Avete letto “Il grande Gatzby”? No?! Beh, leggetelo, è un grande romanzo, una meravigliosa e straziante storia d’amore.
Il protagonista, Gatzby appunto, vive un profondo ed infelice amore. C’è un passaggio splendido, dove lui guarda i volti delle persone che passano, pensando che forse qualche volta quei volti hanno visto la pallida magia del viso di lei, di Daisy. È un passaggio veramente piccolissimo, ma straziante di tenerezza, e credo ci dica a quanto e a cosa può arrivare il desiderio e l’amore che possiamo provare per una persona.
Secondo me ha ragione Eliot, quando dice, nei suoi scritti su Dante, che i poeti hanno il compito di trovare le parole per cose o sentimenti che non sono stati ancora espressi. Voi siete giovani – ma certo non “inesperti”, sic! – e se ci riflettete, vi accorgerete che vi sarà già capitato di cercare la persona amata nelle cose più improbabili… così, tanto per sentirvi vicini a lei e sentirvela vicino.
E sto parlando di una donna (o di un uomo, ognuno fa come gli pare), ma il meccanismo credo non sia diverso rispetto a tutte quelle persone o situazioni che per ciascuno di noi sono vitali, anche un poeta. È il desiderio, credo, di concretizzare, materializzare il legame che la loro opera ha creato con noi, la voglia di vedere fisicamente uscire dallo specchio quella figura in cui ci vediamo perfettamente riflessi, e rivelati a noi stessi.
I poeti sono importanti, e rari! Aveva ragione Moravia quando al funerale di Pasolini urlò che avevamo soprattutto perso un poeta, e che non ne nascono molti in ogni secolo; di poeti veri, credo fermamente volesse intendere. Sono importanti perché guardano lì dove noi non guardiamo o non abbiamo il tempo di guardare, presi come siamo dal vortice della quotidianità, e perché spesso, in questo loro guardare, vedono prima di noi quello che accadrà, sentono, percepiscono gli umori nell’aria. E sopra tutto sono importanti, credo, perché ne abbiamo bisogno, bisogno come l’acqua e l’aria, bisogno perché è il canto dell’anima che si fa vivo in loro. E quel canto della loro anima è il canto della nostra stessa anima.
Il poeta è come una consapevole vittima sacrificale, è come uno che si dona alla poesia, che accetta in toto una vocazione, una chiamata, perché l’umanità, l’umanità di quello specifico tempo,  ha bisogno di qualcuno che ne intoni il canto, che svolga quel compito. Come si dice?: è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare.
In questo senso, Gatto e proprio il nostro uomo.

E dunque...
…In tutte le mie letture dell’opera di Alfonso Gatto, fatte per piacere o come dicevo per lavoro, ci sono almeno un paio di espressioni che mi hanno ripetutamente colpito. Parlo di “espressioni” perché non sempre si tratta di versi e, francamente, adesso non so trovare un’altra  definizione.
La prima si trova in “La risposta di Alfonso Gatto”. Il testo è la trasposizione di un discorso che Gatto tenne in occasione della manifestazione, sollecitata dai giovani intellettuali del Circolo Democratico di Salerno, ed organizzata in suo onore il 10 marzo 1963 dall’allora sindaco Alfonso Menna nei saloni di Palazzo di Città.
Ad un certo punto, Gatto dice: “La poesia forse parla poco ai contemporanei; nasce essa stessa dal desiderio di sopravvivere, di parlare a quelli che verranno dopo, ma io so che tornando in quest’aria, sotto questo cielo, tra di voi, bevendo la nostra acqua, io sono nel sangue, alle radici, come voi, inspiegato anche sul come sono: altrimenti forse non sarei nemmeno quel piccolo, quel tanto di poeta che ho cercato di essere.” E più avanti: “E forse il sogno del piccolo e del povero poeta che io sono è che un giorno, tra molti anni, diciamo, un ragazzo come me, con la testa pesante, sul collo magro, passi per questa marina e pensi anche lui alle proprie parole che lo ricorderanno un giorno, pensi anche lui che per amare dovrà dare dolore a suo padre, a sua madre, alla sua città, partire.” Ancora: “Ora in conclusione, voglio dirvi che l’onore che mi avete dato non va tanto alla mia persona, ma va alla poesia, che io, con le mie forze, quali esse siano, rappresento”.
Fin dalla prima lettura non ho mai pensato che in queste parole ci fosse ipocrisia. Mi colpiva, e mi colpisce, quell’insistere sul piccolo, povero poeta, su quel tanto di “poeta che ho cercato di essere”, e sull’onore che va “alla poesia che rappresento”; ma ancor più bella è l’immagine sognata del ragazzo che pensa alle proprie parole. Non so dirvi perché, ma mi è sembrato subito chiaro che l’onestà intellettuale del poeta passava attraverso quel ragazzo.
Non è un’immagine nuova, appositamente coniata per quel discorso tenuto a cinquantaquattro anni. Nella poesia “La valigia” Gatto scrive:

Porto la mia valigia di segreti,
l’ebbi da un nome che al passarmi accanto
s’ebbe il mio nome e proseguì la strada.
(…)
Lascio la mia valigia di segreti
a un altro nome che al passarmi accanto
s’ebbe il mio nome e proseguì la strada.

E ne “Lo stellato”, poesia tenera e dolorosa al contempo, costruita su dolcissimi settenari, semplici e doppi:

Quale immagine vedo oltre di me che viva
in quest’ultimo sole,
quale giorno infinito?
(…)
Così per l’infinito della memoria il nome
mi resti in ogni passo che si ferma vicino
e s’allontana come salendo al mio ricordo.
Basta l’umile accordo di voci e di parole
che mi dica poeta, sarò di chi mi vuole
nel vento della chiara notte che va con lui.

C’è in questi versi quella splendida musicalità che fa di Gatto uno dei miei poeti preferiti. Ma lo è non solo per la musicalità, anche se voglio confessare che spesso, a prima lettura, capisco ben poco, a volte proprio nulla, ma il fascino di quei suoni mi è così caldo e avvolgente… Fascino, da fasciare, avvolgere… a volte basta il suono per farmi sentire “avvolto” in un caldo abbraccio. Cos’è abbracciarsi se non il desiderio di respirare insieme? Spero che alla fine di questa nostra chiacchierata possa fare scoprire anche a voi questa meravigliosa sensazione.
Ma andiamo avanti. Anzi, indietro. Torniamo al discorso agli alunni del Liceo Tasso, dove dice: “Ecco, voi avete davanti a voi un poeta, un piccolo poeta, senza modestia ve lo dico, ma basta esserlo, ed è già qualcosa essere un piccolo poeta, è già qualcosa, non per la vanità di esserlo, e nemmeno la responsabilità di esserlo, è qualche cosa perché la vita è nella presenza dei poeti, che non danno soltanto testi alle scuole, ma suggerimenti alla natura, suggerimenti alla storia, di cui la storia non tiene conto. I poeti sono dei potenziali di vita, sono immagini della vita, sono forze, energie della vita. In questa vita dove tutti vogliono avere, essi rappresentano l’essere. (…) Voglio aggiungere soltanto che io sono tornato con molta commozione in questa vostra e mia scuola. Ci sono tornato come un irregolare (i poeti da molto tempo sono considerati irregolari) che ha, però, la regola nella propria coscienza, ha la regola della consapevolezza di non aver mai chiesto alla poesia e alla cultura di essere mediana delle proprie ambizioni e delle proprie velleità, di averla vista come un documento, come una traccia, come la prova del nostro essere migliori persino degli ideali, per i quali ogni giorno combattiamo. (…) io vi ringrazio tutti, col cuore commosso, con l’animo modesto di un irregolare che riprende la sua strada.”
Il Liceo Tasso, in occasione del trentennale della morte, ha recuperato questo discorso, magicamente rimasto impresso in una vecchia bobina che chissà chi aveva registrato. Ne hanno fatto un cd, che ovviamente ha interessato pochi all’esterno della scuola, invece era una splendida operazione. Sentire la sua voce è molto affascinante e si ha la netta sensazione che queste parole, certamente improvvisate, siano comunque il frutto di una meditazione costante sulla poesia e sul suo senso. Non credo possa essere diversamente. Soprattutto se si estrapolano frasi come: “suggerimenti alla natura” (Oscar Wilde dice che è l’arte ad inventare la natura, ed in un certo qual senso è vero: pensate a chi ha effettivamente e diversamente guardato un tramonto prima che un poeta lo abbia cantato); “suggerimenti alla storia, di cui la storia non tiene conto” credo additi proprio la capacità dei poeti di sentire il futuro, e la incapacità degli uomini di ascoltare, magari per evitare disastri; o “i poeti sono potenziali di vita, sono immagini della vita, sono forze, energie della vita”: non è la vita ad appartenere all’uomo-poeta, ma lui ad appartenere alla vita, e in questo appartenere egli è un’energia potenziale che troppo spesso il consesso degli uomini si rifiuta di sfruttare, ecco perché – credo voglia dire - i poeti sono sempre più considerati degli irregolari. Essi danno fastidio. E chiude, poi, ancora una volta, con l’immagine del poeta che si rimette sul suo ineluttabile cammino. 
Ho citato principalmente, finora, del detto-trascritto, ma nella prefazione a Poesie d’amore, datata “luglio ‘72”, scrive: “per conto mio, riconosco che nei miei testi non c’è nulla d’immaginario e di casuale, che le persone chiamate, invocate, perdute, hanno un nome, e il merito di aver amato, ascoltato, protetto un uomo intrattabile, e insieme arreso alla pietà, quale il poeta è”. Dice quale il poeta è, non quale io sono. 

(continua...)




mercoledì 28 ottobre 2015

6 - Ultima puntata, "Della Poesia" - IL POETA CHE HO CERCATO DI ESSERE (Informale discorso sulla poesia e in ricordo di un poeta)

La conclusione del nostro percorso. Ringrazio coloro che hanno avuto la bontà di seguirmi, non siete stati tanti (perché nasconderlo), ma dai riscontri avuti, certamente appassionati. E questo fa piacere. Se contasse solo "l'audience" (che pure conta!) ci sarebbero "scrittori" contemporanei che conterebbero più di Dante. Fortunatamente non è così. 

Un dovuto riassunto delle "puntate" precedenti per chi arrivasse solo ora, e poi la conclusione. Anche questa ultima giornata, come quella precedente, tutta di seguito (ci sono discorsi che non si possono interrompere...), e ancora grazie, di cuore. 














Ultima giornata

«Oggi non posso nascondere un po’ di malinconia nell’ “annunciarvi solennemente” quello che tutti voi già sapete: è la nostra ultima giornata!
Malinconia, sì. Oddio, una lieve malinconia, non esaltatevi troppo, mia cara, mia tenera “gioventù bruciata”. Perché quando si è stati in buona compagnia, quando lo scambio affettivo è stato sincero (e sento che il nostro lo è stato), è difficoltoso staccarsi; difficoltoso perché è un po’ come staccarsi da se stessi, staccarsi da una creatura cui si è dato amore e attenzione, cui ci si è dedicati, ed accogliere il momento in cui questa creatura dovrà viaggiare da sola, senza più il nostro sguardo presuntuosa-mente e velleitaria-mente vigile su lei, è un po’ come prendere irrimediabilmente coscienza degli anni che passano, e che un giorno passeranno definitivamente.
Con voi, in questi pochi giorni, poche ore, sono stato bene, molto bene. Vi ringrazio dal più profondo del cuore. Avete stimolato i miei pensieri, mi avete costretto a cercare nuovi modi di dire vecchie cose ed anche costretto a capirne meglio altre per potervene parlare; ma soprattutto, in questi nostri pochi giorni – non ve lo nascondo – sono stato bene con Alfonso Gatto; sono stato bene con il dovermi occupare a tempo pieno di lui, dei suoi scritti, sono – almeno spero – cresciuto ancora un po’ nel ripensare a cose che molte volte avevo letto senza comprenderle fino in fondo. Sono stato felice nel leggere i suoi piccoli/grandi meravigliosi pensieri, ed in essi, ogni giorno, ho visto qualcosa non solo di lui, ma di un possibile me.
Ma oggi, la creatura che io sento di dover lasciare andare, non siete voi, non è questo mio spero appassionato discorso, ma quella che questo discorso ha fatto nascere in voi. È una creatura, un figlio (non ho timore a definirlo così) che non conosco né conoscerò mai, ma che sono certo esiste ed esisterà sempre, e che chissà in quale bizzarro modo elaborato dalla vita, forse irriconoscibile a me e a voi stessi, un giorno passerete a qualcun altro. È la Poesia, che corre, silenziosa sovrana, nel cuore dell’uomo. Ad alcuni è dato di esercitarla nelle forme canoniche, ad altri di viverla in forme apparentemente irriconoscibili: un abbraccio, un sorriso, la composizione di una pagina tipografica, sfornare una pizza, redigere un ricorso per un Tribunale, rimettere in sesto la lamiera di un auto, dare calci a un pallone, curare una malattia, insegnare le tabelline… non so… è dovunque. Dovunque noi siamo con l’onestà verso noi stessi e verso gli altri di mettere sempre tutto il nostro cuore in gioco.
“Sono un uomo di cuore” scrive Gatto. Saremo, siamo noi capaci di essere in ogni istante “uomini di cuore”? Non lo so, non so nemmeno se io lo sono. Ma so che possiamo provarci. E già solo il provarci è riuscirci.
Ho guardato spesso, nella mia vita, a quella luna così incredibilmente grande sul golfo di Salerno, della mia, della sua Salerno. Solo un’illusione ottica, nulla di più. Ed ogni volta, guardandola, mi sono chiesto che cosa siano “le radici”, cosa voglia dire “avere delle radici”. Oggi vi dico: nulla. Terre, città, nazioni, regioni, confini… tutte cose che non esistono. Gli uomini non sono diversi, gli uomini sono uguali. La diversità non è un valore, è solo una stupida cosa che non esiste, e con cui il nostro tempo si scontra, sforzandosi in ogni modo di pensarla positivamente come una ricchezza, ma l’unica ricchezza, credo, è capire che la diversità non esiste, capire che tutti gli uomini, nei punti più lontani della terra e del tempo, amano, organizzano le loro società, mangiano in forme diverse le stesse cose, bevono acqua (quelli che ne hanno, sic!), adorano divinità, sperano che ci sia qualcosa dopo la morte, litigano, crescono i figli, qualcuno li abbandona… Facciamo tutti le stesse cose, in fondo. Sempre. Anche poesia, e anche poesia nelle forme canoniche. Gatto ha ragione, Alfonso Gatto, soprannominato “il poeta con la valigia”, ha ragione: “essere alle radici è essere nel sangue”, e “il sangue è tutto rosso” ha detto qualcuno, ecco perché gli uomini sono tutti uguali.
Così, ognuno ha i suoi poeti e ognuno ama i suoi propri poeti. A me piace Alfonso Gatto, ma forse voi, che pure avrete amato questa conversazione, non sceglierete Gatto e andrete verso altri poeti. Che magari non usano la penna ma i piedi, un pennello, una bicicletta. Sono certo che Gatto non si offenderebbe. A Gianni Rivera, uno dei più grandi calciatori di sempre, egli stesso, in una lettera aperta su “Il giornale” allora diretto da Indro Montanelli, scrisse: “lei è un poeta”. E lo stesso Gatto, parlando della sua vocazione ha scritto – ricordate, lo abbiamo letto all’inizio –: “Sarebbe augurabile per il poeta ogni altro strumento che non sia la penna, ma il proprio corpo, le mani, gli occhi.”
Ecco, forse adesso, giunti al nostro ultimo incontro, per raccogliere le fila e riportarci per un attimo al campo letterario, se la vita – come Gatto dice – è nella presenza dei poeti, quello che dobbiamo ancora chiederci è: chi è, cos’è un poeta, e soprattutto noi, “lettori felici”, come lo riconosciamo?
Lo schemino che mi ero preparato per oggi era molto diverso. Volevo parlarvi di un volume a mio parere bellissimo e oscuro di Gatto, “Osteria flegrea”, dove l’osteria è simbolicamente la vita, quel luogo lungo la strada dell’uomo dove si entra, ci si rifocilla, si osservano o conoscono gli altri, poi si va via. Flegrea, è riferito ai Campi flegrei, vicino Napoli, un luogo antico, carico di storia, e che dunque rimanda alle più profonde radici del poeta, quindi dell’uomo: un uomo per tutti gli uomini. Uno splendido volume, una grande meditazione sulla morte, e dunque sulla vita, come lo stesso Gatto scrive nella nota finale: “…il sole di questa serena contemplazione della morte che è, o dovrebbe essere il vino dei poeti. Così, spero, riceva un senso anche il titolo. È un titolo che mi riporta, tra tanti aberranti finalismi della vita di oggi, al sole dei millenni familiari e alla mia terra. (…) Chi è dentro il fenomeno è ancora al limite della sua evidenza, delle sue mani, dei suoi occhi, del suo mistero duro in sé e incomunicabile. Chi ne è fuori – spettatore e retore -  ha solo il «gusto molesto dell’esagerazione»”. Ancora mani, occhi… corpo, e quel mistero “duro in sé e incomunicabile”, incomunicabile ma che spinge comunque alla prova perché “chi è dentro il fenomeno è ancora al limite della sua evidenza”; sua del fenomeno, o sua del poeta? È uguale, in realtà, non c’è distinzione. Borges scrive: “Il verso ricorda sempre di essere stato un’arte orale prima di essere un’arte scritta, il verso ricorda sempre di essere stato un canto”. A chi lo ricorda? È un gioco sottilissimo, un’ambiguità che solo le parole, e solo i grandi che sanno andare verso il cuore delle parole possono restituirci: lo ricorda a se stesso e a noi. Il verso è una cosa viva, quanto noi. La Parola è viva, quanto noi, perché noi siamo parola.
Avrei voluto parlarvi dell’Ermetismo, di quella grande corrente letteraria che fa nuova la poesia italiana, che strappa totalmente con il passato, che nasce grazie a Ungaretti, Montale, Quasimodo, Saba, e che trova nei giovani che succederanno a questo imbattibile poker, i Gatto, i Sereni, Caproni, ecc. un terreno fertilissimo; di come tutti questi poeti abbiano, dopo secoli, trovato il modo per andare nuovamente alle radici della nostra poesia e quindi della nostra lingua, rompendo gli schemi, a volte abbandonando la punteggiatura, procedendo per strappi, simboli, sonorità, immagini… e di come un “m’illumino/ d’immenso” sia… perfetto, senza bisogno di spiegazioni, anzi, le spiegazioni lo svilirebbero. E avrei voluto chiarirvi come un Gatto, per esempio, faccia propria questa lezione, fidando nel potere evocativo delle parole, pur consapevole della loro indiscutibile precisione/imprecisione. Ma non ha importanza, è una esplorazione che se vorrete potrete continuare da soli, innaffiando questo discorso con le vostre sensazioni, le vostre idee, la vostra voglia, privatissima, di diventare “lettori felici”.
Quello che ora trovo più importante dirvi è che, al di là delle malinconie, al di là dei luoghi comuni, tutti i luoghi comuni che accompagnano la poesia, soprattutto lo studio della poesia, Gatto è un poeta vivo, vitale, po-si-ti-vo… non ostante il suo amore per Leopardi (lasciatemi quest’ultima, sorridente battuta polemica), e il pessimismo pare non riesca mai a scalfirlo. I dolori che Gatto racconta sono in un certo qual senso “cronaca”, momenti della vita, momenti che la compongono allo stesso modo delle gioie, tasselli di un incomponibile puzzle.
Consapevole di essere nel tempo, egli ha fiducia proprio nel tempo, poiché sa di avere raccolto da coloro che lo hanno preceduto e fida in coloro che gli succederanno. Ha fiducia nei ragazzi che osserva, nei giovani che vede amarsi, nei bambini, nelle rughe dei vecchi, nelle esperienze drammatiche della sua vita, nella luce, nei colori della terra. È un poeta che ama le cose della vita, che ama la vita, ama coloro che la vivono. Ogni uomo, ogni azione, ogni gesto, ogni atto anche della natura, è uno stimolo a gioire, a stupirsi dell’esistenza, a stupirsi della propria esistenza, “inspiegato anche sul come sono” dice nel discorso a Palazzo di Città.
Non è un poeta lunare. Ma, attenti, non è nemmeno un poeta solare. È solare e lunare al contempo. Perché tutto il problema è negli occhi, tutta la questione è nella luce. Il sole non è il maschio, la luna non è la femmina (in tante mitologie è esattamente il contrario). E la luce della luna non è banalmente un riflesso della luce del sole. La luce del sole è solo quella del sole, la luce della luna è solo quella della luna, e basta.
Mi pare sia Leonardo da Vinci a scrivere che noi non vediamo grazie alla luce poiché essa acceca, ma vediamo attraverso la luce, vediamo ciò che la luce ci consente di vedere, e questo è evidente se pensiamo al sole. Ma se osserverete bene nelle notti di luna vedrete che quella tenue, apparentemente flebile luce circoscrive, disegna, indica, evidenzia solo le cose che quella luce sanno raccogliere e rimandare: sono le cose a mostrarci la luce.
Esiste, dunque, anche un modo di guardare la luce, e io credo che sia proprio ribaltando l’ordinario pensiero sulla luce che Gatto guarda. E lo sappiamo chiaramente perché questo continuo rovesciamento del “pensiero osservante”, o della “osservazione pensante”, è in tutti i suoi scritti. È come se ci dicesse: c’è sempre un altro modo per guardare le cose.

All’altezza dei gridi in cui non vola
altra gioia celeste che lo slancio
dei loggiati dipinti alle colombe
torna al silenzio il suo tremare
al vento la sua pietra
(…)

chi è che vola, si slancia, trema? Le colombe o la pietra dei loggiati? Quante possibili visioni si nascondo in una cosa così semplice e consueta come quella di colombe che si lanciano da un loggiato?
Se mi chiedete che cos’è, chi è un attore, una risposta posso anche darvela, è il mio specifico, la mia categoria, io sono un attore, e ci penso da anni quotidianamente: un attore è una idea in continuo movimento. Questa risposta fino ad oggi mi soddisfa. Ma probabilmente, anzi no, sicuramente se mi chiedete chi è un poeta, io non lo so. Tra le tante definizioni possibili posso dirvi che secondo me un poeta è uno cui la Poesia “ordina” di osservare, ascoltare, percepire le cose, le sensazioni, quella Armonia in cui tutta la nostra vita è adagiata come in un ventre materno, al quale la Poesia “ordina” di rimandarci, in qualche modo, quella Armonia.
C’è in giro, ahinoi, c’è in giro troppa gente che confonde l’ordine con l’Armonia.
Al di là delle poche necessità dettate dal convivere sociale, l’ordine è qualcosa di imposto dall’alto e che prima o poi crea dolore.
Chiudete gli occhi, invece, e immaginate di essere sulla vetta di una grande montagna, con un meraviglioso foulard tra le mani. Lo lasciate andare. Comincia a volare, a fluttuare in una infinità di spostamenti piccoli, grandi, sempre nuovi. Immaginate di seguirlo, quel foulard, istante per istante, movimento su movimento, abbandonatevi al desiderio di essere sempre con lui, un tutt’uno con lui nei suoi mille giochi colorati. Essi saranno dentro i vostri occhi, e potrete arrivare a sentire che ciò che guida il tutto non è il caos, ma una misura impercettibile che vive simbioticamente fuori e dentro di noi. Non so in che altro modo dirlo, ma credo che questa sia l’Armonia: ci siamo dentro anche se non ce ne accorgiamo, sta solo a noi scegliere di essere con lei.
Essere con lei per scoprire la cosa più importante che può svelarci, ciò che si nasconde tra le sue pieghe, tra le pieghe di quel foulard, misteriosa, imperscrutabile, incomprensibile, morbida come un bambino: la Bellezza.
Stendhal dice: “che cos’è la Bellezza per me? È quel carattere che è necessario alla mia anima; la Bellezza è la promessa della felicità”. Padre Dante nella Commedia definisce decine di cose complicatissime, la fede, il famoso trasumanare che “significar per verba/ non si poria”, arriva anche a dare una definizione di Dio: “l’Amor che move il sole e l’altre stelle”; ma per quanto abbia cercato non vi ho trovato una sola definizione della Bellezza, sebbene questa sia richiamata moltissime volte. Quella di Stendhal è la migliore che mi sia capitata tra le mani, e per conto mio, nel valore di soggettività assoluta che il francese attribuisce alla cosa, non definisce proprio nulla, il che rientra perfettamente nel gioco; mi sorge dunque il sospetto che quel “mistero” di cui Tom Robbins parla alla fine del “Picchio” sia proprio la Bellezza, ed è lei, in conclusione, che io credo cerchi un poeta. E di rimando, ciò che noi cerchiamo in un poeta.
Alfonso Gatto non è fuori da questo meraviglioso gioco. È assolutamente quello che Gianni Mura definirebbe un “mendicante di bellezza”.
Mura è un grande giornalista, appassionato di Alfonso Gatto al punto che parlando con lui si ha la netta sensazione che lo abbia conosciuto. Ma se glielo chiedete vi svela che non è così e c’è da rimanerne stupiti. Perché anche questo può fare l’amore per la poesia.
“Mendicanti di bellezza” è una definizione splendida, perfetta, perché è ciò che realmente siamo soprattutto quando amiamo qualcuno o qualcosa. Mura dice che la definizione è di Eduardo Galeano. Ma non è propriamente vero. Sono andato a verificare, Galeano scrive: “Non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo con il cappello in mano e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio »”.
Ma anche questo fa l’amore: sposta i piani, mischia le cose, ci alleggerisce di noi, ci restituisce l’oblio in cui siamo nati, ci inebria, ci confonde, così teneramente ci confonde da renderci autori inconsapevoli di un sempre nuovo, piccolo miracolo, come questo: una definizione, una definizione perfetta che prendo per me nella certezza di essere anch’io soltanto un “mendicante di bellezza”, uno tra i tanti, che va per le strade, vaga tra i libri, la musica, i colori, si perde in un paio d’occhi solo per elemosinare qualche spicciolo di bellezza, che scruta nei poeti, in un poeta vero come Alfonso Gatto, sicuro che gli regalerà un po’ di Bellezza.
Io non lo so se Alfonso Gatto sia più o meno grande di un Montale o decisamente più piccolo di un Ungaretti, o del suo amato Leopardi. Quello che so è che, tra le tante cose, un poeta è anche colui che prima o poi tira fuori un verso cristallino, folgorante, unico, puro, di paternità e bellezza inoppugnabile, come “un uomo vivo col tuo cuore è un sogno”.
È in una poesia dedicata al padre. Quando lo dico questo verso non posso fare a meno di pensare a mio padre, al momento in cui, se natura vorrà, dovrò accompagnarlo nel suo ultimo viaggio:

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà si accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.

Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro il sonno”. Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.

Ecco, io vi chiedo: è morte questa? È morte questo stupirsi? Sono morte i nostri sogni, la libertà, occhi neri,  rondini, mare, il ricordo caldo di una voce, il cuore, il sogno? Sono morte gli insegnamenti dolci che porteremo sempre con noi? È morte questo mondo affacciato nel plenilunio a guardare nuovi uomini incamminati verso nuove albe? No! E io sento che è questa la bellezza, è questa l’altra luce che può illuminare la nostra vita, è questa la poesia: una cosa inutile, talmente pura nella sua inutilità da esserci assolutamente necessaria. È un canto dell’anima (lo ripeto), o il canto da cui l’anima, volente o nolente, è attraversata.
E se ancor di più è vero che la poesia è fare (dal greco poiêin: fare), mi pare possa anche diventare irrilevante sapere che cosa sia: l’importante è farla, testimoniarla, come si direbbe nella religione cristiana.
L’arte è certamente una cosa che si fa e non di cui si parla. È per questo che tutta la critica resta sempre un passo indietro, perché il critico non fa. Mi è capitato di sentir dire: “La critica non ha ancora risolto il tal problema, sciolto il tal nodo”. Come può la critica sciogliere un qualsivoglia nodo se la sua azione è sempre a posteriori, se arriva sempre dopo che l’opera è fatta?
So come gli attori si riconoscono tra di loro, me lo spiegò, in una calda sera siracusana, un collega che purtroppo non c’è più, Piero Di Iorio: “Solo il fratello può riconoscere il fratello”, perché lo percepisce, lo intuisce, ne riconosce gli odori e le sensazioni, sensazioni che, descrivendole, ti accorgi che solo chi fa il tuo stesso lavoro comprende perfettamente. Di sicuro è così anche per i poeti: si annusano e riconoscono tra loro per una serie di problematiche di cui il linguaggio è veicolo chiaro per loro e tra di loro, e sovente incomprensibile agli altri.
Sarà anche per questo che la critica ufficiale mal digerisce gli Eliot, i Borges, o i Calvino quando “fanno i critici”? Quando un autore parla di un altro autore sicuramente ne comprende, e rivive, le difficoltà del percorso creativo. La sua “azione critica” diviene ancor più destabilizzante poiché sui concetti s’innesta l’impalpabile fascino di una nuova poesia, ed è paradossalmente un’azione falsa poiché alla fin fine parla di se stesso utilizzando l’altro autore come riflesso attraverso il quale comprendere le sue difficoltà o esaltazioni.
Eppure, dato per assodato tutto questo, escludendo i puri dati tecnici della composizione, escludendo in toto l’auto-asserzione “sono un poeta”, noi lettori sempre “felici” come facciamo a dire, ed a ragion veduta: “è un poeta!”?
Ipotizzo, perché mi pare veramente che arrivati a questo punto “significar per verba non si poria”: penso che non si possa riconoscere il poeta se non attraverso l’intuizione e la simbiosi, lasciando che, così come è stato per il suo al momento della “ispirazione”, il nostro stesso corpo si abbandoni per poter essere attraversato. È ancora una volta un gioco di rimandi e riflessi: il poeta è attraversato dal soffio delle sue intuizioni, noi da quelle che lui ci rimanda. Sarà anche per questo che non a tutti piacciono gli stessi poeti.
Ecco, forse è così: riconosciamo un poeta perché percepiamo che ha lasciato se stesso per “essere cantato”, per essere attraversato da quel canto che diventa il nostro canto nel momento in cui ci abbandoniamo al suo e ce ne lasciamo attraversare. E in quel momento, la nostra funzione di lettori è vitale, fondante. La parola scritta, chiusa, sola, non è nient’altro che un simbolo morto. È in quel contatto tra lei e il nostro occhio che si attua, dentro di noi, la sua resurrezione. È lì, in quell’istante, che possiamo sentire che quel corpo del poeta, fratello del nostro in quell’attimo, abbandona le rigidità e le durezze che la vita gli ha costruito addosso per essere di nuovo puro e malleabile; come quando era bambino, ma proprio bambino bambino bambino, un bambino che gioca con suoni per noi adulti informi, senza ancora conoscere la gioia ed il peso mortale della Parola.
Non penso di essere riuscito a spiegarmi, e ve ne chiedo scusa (poi parlo male di Bigongiari!); e non ho nemmeno molto altro da aggiungere, se non due piccole annotazioni:
1- non so quale sia esattamente la “visione del mondo” o “della vita” di Alfonso Gatto, e francamente non mi interessa nemmeno saperlo. Mi interessa, invece, il fatto che so che ritrovo e ritroverò in una qualche sua pagina le parole del mio tempo, del mio personalissimo tempo, passato, presente, e forse futuro. Mi interessa sapere che esiste, in qualche angolo di questa mia terra, il cantore dei miei giorni. Lo vogliamo o no, ne siamo consapevoli, coscienti o no, noi cerchiamo le parole del nostro tempo;
2- credo che Alfonso Gatto lasci sui nostri piccoli tavoli inadatti ad accogliere la storia, un “insegnamento”: accogliete le vostre passioni, i vostri sogni di ragazzi, con la consapevolezza – quella sì adulta – che non ci saranno solo glorie, ma anzi molti bocconi amari. Solo così il futuro sarà sempre possibile. Sarà necessaria l’onestà, tanta onestà, intellettuale e interiore, l’onestà non della convinzione di essere, ma dell’avere, con tutte le nostre forze, “cercato di essere”.
Bene, credo proprio che possa bastare. Vi avevo fatto una piccola promessa all’inizio, c’è una poesia che abbiamo lasciato in sospeso, ora la leggiamo:

Il vicolo della neve

È nella notte d’inverno
il pallido azzurro fornaio
disegnato di vene,
la luna a mezzo febbraio,
quel parlare di cene.
Il vicolo aveva la neve
del dolce nome granito,
un uomo triste che beve
il suo vino appassito.

Il vicolo aveva il balcone
della puttana smargiassa
e quell’odore di nassa
di polpo bollito e limone.
Il vicolo aveva l’inverno
il canto della canaria
i numeri rossi del terno
l’ultimo palpito d’aria
di fresca cantina, d’arancio,
che torna – oh, se torna! – nel grano
fiorito della pastiera.
Il vicolo aveva nel gancio
l’insegna contrabbandiera
del c’era una volta il lontano
racconto del tempo che fu.

Straniero, se passi a Salerno
in una notte d’inverno
di luna a mezzo febbraio,
se vedi il bianco fornaio
che batte le mani sul tondo
di quella faccia cresciuta,
ascolta venire dal fondo
degli anni la voce perduta.

L’odore di menta t’invita,
la tavola bianca, la stanza
confusa dall’abbondanza.
In quell’odore di forno
per qualche sera la vita
si scalda con le sue mani
a quegli accordi lontani
del tempo che fu.


Lasciate che vi abbracci tutti di cuore sul cuore.
Grazie, e… Buena vida!»