lunedì 14 gennaio 2019

IN SOFFITTA IL CODICE DELLO SPETTACOLO: "CHE FARE?" (oltre a brindare?)


Mi dicono dalla regia che oggi, 14 gennaio, alle h 18,00 al Laboratorio Formentini in Milano, si terrà un convegno sulla situazione teatrale italiana. Ancor meglio: tema della convention sarà il “che fare?” dopo che la famigerata legge Franceschini è stata praticamente mandata in soffitta dall’attuale governo.
In sintesi: la legge Franceschini, denominata Codice dello Spettacolo, di cui qui abbiamo parlato, entrata in vigore il 27/12/2017, avrebbe visto la sua piena attuazione con la stesura dei decreti attuativi, stabilita per fine dicembre 2018. 
In un primo momento, il ministro Bonisoli intendeva prorogare la data per i decreti (era giunto da poco), poi, pare, in consiglio dei ministri si è semplicemente deciso di lasciar cadere onde procedere alla formulazione di una nuova normativa.
Apriti cielo! Settore in agitazione: il teatro è stato ancora una volta abbandonato a sestesso! Pare sia particolarmente addolorata, poi, la componente sindacale di categoria, la quale si era decisamente spesa nella costruzione di un nuovo Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro che sarebbe dovuto andare di pari passo con la nuova legge, ma che, a mio avviso, più che proteggere il lavoratore si preoccupava di inseguire e assecondare il Codice dello Spettacolo.
Avrei voluto rendervi partecipe di tale dolore con l'apposito link, ma pare proprio che il post sia stato cancellato... 
Ma detto francamente, non mi interessa chi sia pro e chi sia contro il governo, e men che meno che l’attuale componente sindacale, in particolare CGIL, pianga.
Le riforme fatte negli ultimi sette anni hanno dato i loro frutti: il disastro.
Dal mio punto di vista, quindi, se questa legge Franceschini – che tanto e tanti di noi hanno criticato, altro che: "
L’approvazione della legge, nell’autunno 2017, era stata salutata con giubilo dall’intero settore." come dice l'articolo di A-Teatro.it -  è finita in soffitta, non può che essere un bene, altrimenti erano assurde le nostre critiche di prima. È come se qualcuno ti colpisse ripetutamente con uno scudiscio, e poi tu urli allo scandalo perché lo scudiscio è stato rubato.
Uno dei movimenti più importanti nati negli ultimi anni, spontaneamente, a tutela dei lavoratori dello spettacolo e senza appartenenza politica, FACCIAMOLACONTA, ha di recente ottenuto una audizione in Commissione Cultura al Senato, dove si sono potute esporre proprio tutte le perplessità della categoria riguardo a queste riforme.
Fortunatamente, ho sentito solo pochissimi appartenenti al gruppo dolersi per la non attuazione del Codice. Mi sarebbe piaciuto che si festeggiasse “lo scampato pericolo”, ma i miei desideri possono solo essere miei, e così sia.

Capisco bene che ora ci si chieda cosa fare, da dove ripartire, come interloquire con la nuova componente governativa, e soprattutto in quale direzione deve andare il Teatro Italiano.
È palese che con Governo e Parlamento sia possibile interloquire, l’audizione in Commissione lo dimostra. Non dimentichiamo, inoltre, che un nostro collega, Nicola Acunzo è non solo deputato delle Repubblica, ma in Commissione Cultura alla Camera. Se non è un buon primo terminale lui, proprio non so chi possa esserlo. Dunque, si può e si potrà lavorare.

Il vero problema è: cosa vogliono i teatranti?
Ma prima ancora: chi sono i teatranti?
E ancor prima: chi parla per loro?
Proprio la presenza di un Acunzo in Parlamento dovrebbe aiutarci a mettere un punto fermo: 

chi sarà interpellato per parlare di teatro, di attori, di lavoratori dello spettacolo, dei problemi del settore e di una intera categoria?
Perché se ancora una volta dovremo vedere ai tavoli persone che non hanno la minima consuetudine con il lavoro di palcoscenico, saremo punto e a capo.
Intendo professori universitari, amministrativi, critici teatrali, scrittori di vario genere, intellettuali non meglio identificati, sindacalisti di dubbia provenienza, e forse, ma proprio forse, alla fine della fila, qualche regista.

Se così sarà, vi dico subito cosa accadrà: questa massa informe di soggetti che ruotano intorno al sudore degli attori e dei tecnici, si porrà come controparte al fine di preservare le proprie posizioni di rendita a scapito proprio di attori e tecnici.
Il Codice dello Spettacolo andava proprio in tale direzione: “liberalizzare” il mercato lavorativo fino ad aprire al dilettantismo (perché qui piangiamo, ma poi le cose serie le dimentichiamo! Come "la questione 35 anni" che la riforma Franceschini ha introdotto!!!), in modo da convogliare i pochi fondi a disposizione sulla massa burocratico-amministrativa, togliendoli dal palcoscenico.
Capisco, dunque, l’agitazione, la perplessità e la preoccupazione del complesso “intellettuale burocratico amministrativo” (che nemmeno dietro le quinte si muove perché non saprebbe muovercisi): “in quale direzione si andrà?”.

Attenzione, perché è anche possibile che si indìcano e si pubblicizzino convegni, proprio per mostrarsi quali interlocutori autorevoli e credibili. Non dico che sia il caso della riunione di oggi a Milano, ma in futuro ciò potrà accadere.
Per questo è necessaria, da parte di tutti i lavoratori dello spettacolo, una accorta vigilanza e una giusta pressione su chi di noi è dentro le istituzioni. Forse abbiamo davanti a noi, per la prima volta, l’occasione per non farci fregare. E i movimenti spontanei di attori hanno fino ad oggi fatto un buon lavoro: su questi chi è in Parlamento potrà contare.  

Voglio concludere con un piccolo aneddoto: sono stato poco tempo fa a vedere e a trovare la mia cara amica Mascia Musy che era in scena con un bello spettacolo “Callas Master Class”
Al termine, con la mia compagna siamo andati a salutarla in camerino e, come sempre accade, mentre lei si struccava, abbiamo un po’ chiacchierato. Tempo un quarto d’ora, il custode del teatro è venuto a bussare per segnalare che tutti erano andati via e che lui doveva chiudere!
Ecco, a me piacerebbe che un direttore di teatro, appoggiato da un sindacalista, spiegasse a quel custode che se lui ha un posto di lavoro è proprio perché ci sono quegli attori che vanno sul palcoscenico, altrimenti il teatro lo chiudono. Semplice.
E se esiste una consuetudine teatrale, secolare, per la quale ci si intrattiene un po’ dopo lo spettacolo questa consuetudine va rispettata e non scavalcata perché il custode è stufo e deve tornare a casa a bere la sua tazza di latte caldo con i biscotti.
E se il custode dovesse ricorrere al sindacato, mi piacerebbe che il sindacato gli desse torto, almeno entro certi limiti di prolungamento dell’orario di lavoro necessario ad assecondare la storia del teatro!

Questa macchina burocratica, amministrativa, intellettuale, vive e prolifica sulle spalle degli attori. Vogliamo cominciare a cambiare questa tendenza? Bene: la non approvazione della legge Franceschini è un primo passo, e un passo felice.
Al centro della vita teatrale italiana paradossalmente non deve nemmeno esserci la Cultura, ma il lavoro, il lavoro di attori e tecnici. Il resto verrà tutto in conseguenza, anche la Cultura.
Oppure saremo sempre al punto di partenza.

mercoledì 12 dicembre 2018

Voglio sempre avere umana pietà

Lentamente si rimettono a posto i pezzi, e quello che un tempo ti pareva decisamente bianco o nero, oppure incomprensibile o credevi fosse perfettamente chiaro, la vita te lo mette sotto altra prospettiva. Sta solo a te decidere di non smettere di imparare o di metterti in discussione.
Grazie a Dio, il solo pregio che posso riconoscermi nella vita è quello di non avere mai avuto delle certezze assolute, e anche attraverso travagli o lunghe meditazioni mi è capitato sovente di cambiare idea. 

Sto conoscendo, invece, andando avanti con gli anni, alcuni che le loro idee di fondo non le hanno mai cambiate, e ora che il mondo palesemente si ribalta sotto i nostri occhi... ecco che rimangono spaesate. E soprattutto disperate. E questa disperazione per il toccare con mano il fallimento della loro ideologia li rende dannatamente aggressivi. Pensavi di avere di fronte un amico, hai di fronte uno che ti disprezza per il solo fatto di essere portatore del suo fallimento.
Voglio sempre avere umana pietà, comprensione e farmi carico di tutta la carità cristiana che posso. Non si tratta di perdonare, che è un atto alto al quale forse non sono ancora giunto, ma solo di comprendere e superare. 
Pazienteremo e attenderemo che anche questi amici oggi incattiviti, risolvano i loro problemi interiori. L'uomo è complesso, fatto di tante cose che chi può permettersi di giudicare e dire quali sono quelle giuste e quelle sbagliate? Ecco perché ringrazio Iddio di avermi sempre reso disponibile al cambiamento di idea, perché questo ha abbassato il mio livello di possibile cattiveria. Posso essere preso da ire, da raptus di rabbia talvolta anche incontrollata, ma da cattiveria credo di non essere mai stato preso. Ho anzi superato e perdonato e assorbito più di quanto io stesso potessi immaginare.
Di tutto questo sono profondamente contento. La vita mi ha ripagato in modi che solo io so, che se li raccontassi potrebbero sembrare sciocchi, e che dunque non racconterò perché quelle piccole cose per me sono importanti. Le tengo per me. 


Sì, lo capisco, a qualcuno dei miei ventisette lettori questo post parrà strano, e fondamentalmente incomprensibile.
Ma la vita è strana, e credo vada accolta per quel che è: una impalpabile miscela di stranezze, ci sono quelle che ti danno gioia e quelle che ti danno amarezze. 

Tutti preferiamo le gioie, ma nessuno può negare la presenza delle amarezze e il fatto che la loro esistenza aiuti a fare apprezzare le gioie.
Lo so, sto scivolando nelle banalità. Eppure abbiamo bisogno di banalità, abbiamo bisogno talvolta di ripeterci l'ovvio perché tendiamo a dimenticarlo e a volere sempre quello che è speciale, fuori dall'ordinario. Ma quando poi tutto è "fuori dall'ordinario" tutto torna ad essere ordinario, e allora un po' di banalità ci vogliono, per rimetterci con i piedi per terra.

Volevo raccontarvi di cosa avevo capito rivedendo il film sui Queen, di come ho mutato la visione... di tante cose. Volevo raccontarvi di come un amico può ferirci...
Ma facciamo così: sarà per un'altra volta, quando avrò scaricato la malinconia. Non mi piace scrivere sull'onda delle emozioni, in particolari sull'onda di quelle negative o quanto meno tristi: è roba che offusca il sentimento, rende sgradevole l'emozione.
Del mio amico sono certo che non vi importa, ma forse di come mi pare che sia cambiata la musica leggera a seguito di certi eventi (cosa che quando avevi venti o trent'anni non potevi comprendere perché ci eri dentro e ti mancava la visione d'insieme)... forse sì, forse vi interessa.
E per coerenza, lascerò qui queste poche righe ed eviterò anche la condivisione social.

PS - ho visto questo quadro, mi è piaciuto. 


domenica 2 dicembre 2018

WE ARE THE CHAMPIONS (Bohemian Rhapsody, un film tutto da amare)

Sono appena tornato dal cinema dove ho visto "Bohemian Rhapsody", il film su Freddie Mercury e i Queen. 
Non so nemmeno dirvi se sia bello o brutto, ma so di sicuro che è una emozione pazzesca, straordinaria, e questo è possibile che me lo faccia per sempre ricordare come un bellissimo film.
Ma che sia bello o brutto non ha quasi importanza.
Le cose che voglio dire sono altre, sono tutte quelle cui il film mi ha fatto pensare.
Come per ogni cosa ci sono in giro i detrattori, in casi come questi poi, di ricostruzioni bibliografiche, i puristi per cui il terzo pelo a sinistra della barba di Freddie era tagliato obliquo e non diritto saltano fuori come funghi.
Francamente, non ce ne frega niente: l'arte è reinvenzione al fine di creare emozione, altrimenti andate in una sala lettura di una biblioteca e... buon divertimento.

Nei giorni scorsi ho letto sui social post entusiasti di miei giovanissimi allievi, diciotto, venti, ventuno anni. Già in altre occasioni li ho visti carichi di passione per "cose dei nostri tempi", quando infatti Bohemian Rhapsody, il disco, usciva, io avevo poco meno di undici anni, e quando Mercury se n'è andato, nel 1991... beh, ne avevo tanti meno di adesso.
Osservo che sempre più spesso questi ragazzi postano o condividono canzoni di De André, o dei Beatles, o di De Gregori, oppure Rolling Stones o Pino Daniele, di David Bowie o Sting...
Mi pareva una cosa strana, e invece stasera, arrivando alla fine del film, quando vengono ricostruiti splendidamente quei venti minuti al grande concerto Live Aid del 1985, ho capito.

Il film è una pazzesca denuncia del totale fallimento della industria discografica mondiale.

Nel corsa pazza al profitto, si è totalmente uccisa la creatività, si è ucciso il valore della musica, la voglia di fare musica, di creare, di sperimentare, di proporre e rischiare, di durare nel tempo per la sola gioia di fare il lavoro che ci si è scelti: il musicista.
La terribile verità che ho visto emergere dal film è nella domanda:

dove sono i Freddie di oggi, i McCartney di oggi, i Pino Daniele o i De André?

E sia chiaro: non parlo di copie, ma di artisti che raccolgano sulle loro spalle le ansie e le gioie di questi nostri tempi, quelle dei nostri ragazzi di sedici o di venti anni e le sappiano raccontare, mettere in musica e in parole, in film e/o in racconti.
Vediamo gruppi che passano più veloci di meteore, cantanti di cui dopo un mese non sappiamo più i nomi, fenomeni da programmi televisivi che ci abboffano le orecchie di acuti e poi più nulla... vediamo solo fenomeni da baraccone. Presi, spremuti, buttati via.
Si sa che se scrivi un buon romanzo, poi la casa editrice ti fa un bel contratto per tre libri in tre anni. Ma un autore non è un juke box dove inserisci la monetina e viene fuori la musica. Ha bisogno dei suoi tempi, che talvolta possono essere sollecitati, a volte bisogna lasciare decantare.
Il risultato è che la creatività è morta, musica in giro non se ne sente più... e i nostri ragazzi impazziscono per artisti di un tempo in cui loro nemmeno erano nati, e si riconoscono in questi. Perché i nostri ragazzi non hanno più la fortuna che abbiamo avuto noi, di avere i loro cantori.

Ma non basta, ci sono tante altre cose nel film. Quella di Mercury è una storia forte di disperazione, amore, esaltazione, soddisfazioni e solitudine, di dissolutezza e ricerca ostinata della perfezione, di trasgressione forte come in quegli anni usava ed era forse anche un po' il clichè che gli artisti dovevano abbracciare. Ma erano anni forti, intensi, ribelli, dove c'erano i Live Aid, dove si vivevano emozioni collettive potenti, dove ti sentivi, nel bene o nel male, parte di "un popolo" emozionato e appassionato, con esperienze artistiche che ti restavano dentro e che oggi non so più dove i nostri ragazzi possano trovarle (e non penso solo alla musica, anche a teatro si correva a vedere delle cose eccezionali e/o folli, ma frutto di una passione palpabile).
L'ultima volta che sono andato a un concerto fu divertente. Sto parlando all'incirca del 2006, a Roma venivano i Depeche Mode. La mia fidanzata di allora prese i biglietti. Io saranno stati venti anni che non entravo in uno stadio se non che per una partita di calcio.
Mi ritrovai in una situazione surreale: ai lati del palco c'erano degli schermi enormi. Risultato, dopo un po' non guardavi più il palco ma gli schermi. Quindi ero venuto fino allo stadio... per guardare la televisione! Assurdo.
Inoltre, ai miei tempi quando ci piaceva una canzone, si dava fuoco all'accendino.
Lì ho visto centinaia di lucine di telefonini che stavano evidentemente facendo foto o filmati. C'era quindi una massa di persone che era venuta fino allo stadio, ma non seguiva nemmeno il concerto sui grandi televisori ai lati del palco, ma sul piccolissimo schermo del telefonino. E con tutto ciò, io devo pensare che sto seguendo un concerto dal vivo? Ma perché? E allora, se permettete, me ne vado alla Filarmonica, almeno è dal vivo sicuramente. Ai miei tempi si andava a sentire musica e non importava se il tuo artista amato era un puntino sul palco, perché tra te e lui non c'erano mediazioni di alcun genere, né visivo, né sonoro. Noi, mi spiace davvero tanto dirvelo, ragazzi miei, siamo stati maledettamente fortunati. E credetemi non vorrei dirvelo, vorrei che anche voi aveste le vostre fortune...

Guardatevi intorno: oggi le nostre vere star, quelle che ancora vanno in giro a riempire gli stadi, sono degli ultra cinquantenni, sono i Vasco Rossi, i Baglioni, Sprigsteen, i Rolling Stones (avete idea di quanti anni abbia Mick Jagger?)... non ci sono più momenti di grande aggregazione collettiva, non c'è rischio, non c'è ricerca... non c'è niente altro che il bussines, il consumo, il consumo veloce e a tutto spiano, con il risultato che la qualità è sparita dai radar.

E allora è chiaro che di fronte a una storia potente, sfrenata, appassionante come quella dei Queen e del suo leader Freddie Mercury, i nostri ragazzi si lasciano prendere da un meraviglioso entusiasmo.
E fanno bene!
Ecco, mi piacerebbe dire ai miei ragazzi: ribellatevi, o per lo meno non state al gioco, mettete in scacco chi vi vorrebbe solo consumatori, affinate il gusto, studiate, ascoltate... Non c'è bisogno di scendere in piazza per fare la rivoluzione, basta non fare quello che il potere subdolamente vorrebbe indurvi a fare. La storia di Mercury ve lo dice chiaro: ha fatto di tutto, anche troppo, per essere quello che voleva, a voi basterebbe almeno non fare quello che vi vogliono far fare.
E siatene orgogliosi, siate orgogliosi sempre di non essere omologati. 

Beh, non so se sia bello o brutto, ma a me è piaciuto tanto, e vi dico: andate a vedere Bohemian Rhapsody. Io ho cominciato a piangere durante il secondo tempo e continuato fino alla fine dei titoli di coda. 

E ora, se volete, godetevi con me questi venti minuti di puro sangue e sesso.



a proposito, io non ho mai amato i Queen quando ero giovane, li trovavo troppo commerciali, ma stasera... Grazie Freddie, grazie ovunque tu sia per ricordarci ancora che eravamo e siamo una generazione straordinaria: 

We are the champions 



(addendum del 9/12/2018: per accompagnare degli amici che volevano vedere il film in lingua originale sono stasera tornato a vederlo. Confermo in toto quanto già scritto, aggiungendo che:
- anche stavolta a fine film è scoppiato l'applauso
- ho ripianto come un vitello
- ancora una volta la gente non si è mossa dalle poltrone fino alla fine dell'ultimo titolo di coda per ascoltare l'ultima canzone
- gente che piangeva dovunque
- che una degli amici è una ragazzi di 22 anni ed era entusiasta, affascinata... appena a casa ha aperto wikipedia per leggere la biografia di Mercury

ma soprattutto: rivedendolo è stato ancora più chiaro quanto sterili siano la polemiche dei puristi, per il semplicissimo motivo che il più intrinseco pregio del film è che è stato costruito per tirare il più classico cazzotto nello stomaco allo spettatore, per suscitare una scossa, una emozione profonda, e ci sono perfettamente riusciti, dalla sceneggiatura, alla regia, agli attori, al montaggio... è come una torta in cui tutti gli ingredienti sono miscelati alla perfezione e il risultato è sublime. Queste cose non si ottengono con la storiografia e le filologie, ma sapendo usare l'arte, mettendo da parte qualsiasi intellettualismo e seguendo quella ben più articolata e profonda intelligenza dell'uomo che è banalmente identificata con l'istinto, costruire ascoltando la propria sensibilità: quello che sanno fare solo gli artisti. Per tutti gli altri c'è sempre la critica... )

venerdì 30 novembre 2018

UN PICCOLO PREMIO IN QUESTI TEMPI GRIGI (per "Enrico solo")





Cari ventisette amici, forse adesso ventinove, che mi seguite con affetto (e vorrei sapere perché), in questi tempi di tenebre e paludi, almeno una piccola soddisfazione personale è arrivata e la prendiamo con gioia quale viatico per migliori percorsi futuri.
Come potrete vedere nel link sono tra i vincitori del premio "Autori Italiani 2018", concorso indetto dalla storica e prestigiosa rivista di teatro "Sipario" diretta da Mario Mattia Giorgetti, in collaborazione con la Fondazione Teatro Carlo Terron.
Così, il 6 dicembre 2018 alle h 15,30 sarò con gli altri selezionati al teatro Manzoni di Milano per la cerimonia di premiazione. 

Mi fa piacere per diversi motivi: il primo è che la mia povera Patrizia che mi sopporta nelle mie esaltazioni e/ abbattimenti quotidiani merita questa piccola gioia che infatti è dedicata a lei.
Poi perché il Manzoni fu il primo teatro dove ho recitato a Milano nella lontana stagione 1989/90, con "Dolce ala della giovinezza" di Tennessee Williams, con Rossella Falk e Lino Capolicchio per la regia di Giuseppe Patroni Griffi.












Ero giovane e inesperto e nulla ancora sapevo del Teatro e della sua vita di tournée, inoltre ero a Milano per la prima volta, così, quando fummo nel residence, la sera, a cena, a un certo punto guardai la finestra e la vide terribilmente opaca, al punto che esclamai: "Madonna, come è sporco 'sto vetro"; aprì la finestra per guardare il vetro nella parte esterna e mi accorsi che era la nebbia, la famosa nebbia che "c'è ma non si vede", e invece la vidi benissimo tra le risate dei colleghi.

Da ultimo, come dicevo, perché questi per il nostro mestiere sono tempi cupi, molto cupi, ed avere anche un piccola soddisfazione è una boccata di ossigeno che ti fa almeno sperare che qualcosa ancora si possa risolvere e riprendere la retta via, non solo per te stesso ma per tutti i veri teatranti.
Voglio confidare in Dio e credere che così sarà.
Per intanto, ringrazio la commissione selezionatrice del premio e tutti coloro che hanno voluto leggere in anteprima questo testo dandomi i loro consigli (in questo caso molto pochi per la verità perché devo dire che, caso unico, mi è venuto bene subito).

A proposito, voi vorrete sapere, giustamente, di cosa si tratta.
Ebbene, è una curiosa storia: si tratta di Enrico IV di Pirandello, 25 anni dopo la prima chiusura di sipario, che fu nel 1922. Siamo quindi nel 1947, fascismo finito, monarchia finita, guerra conclusa e Repubblica italiana neonata. Il povero "Enrico" però, che dopo l'omicidio del Barone Belcredi la famiglia ha deciso di segregare in quella villa quasi irraggiungibile tra i boschi e i monti dell'Umbria, di tutto quando accaduto in realtà sa poco, anzi quasi nulla. I venticinque anni, per lui, sono passati in solitudine e meditazione.
Nella nuova democrazia italiana, una troupe della radio va raccogliendo le strane storie degli anni bui appena superati. Giunge così fin dentro la villa per registrare la testimonianza di questo curioso signore. Egli racconterà la sua storia finalmente in maniera libera e ormai con la piena coscienza del suo dramma, delle sue colpe, degli errori che ha commesso; ma ha anche conservato la bellezza del pensiero, dell’ironia, del gioco, e un’identità che si era dissolta, frantumata nella tragedia, si ricompone nella volontà di essere sempre e comunque nella vita. 

Perché l'ho scritto? Perché amo profondamente Pirandello e perché mi dava quasi fastidio che le riscritture, in teatro, siano sempre dei personaggi della grande classicità. Ma proprio in quel "Dolce ala della giovinezza", Peppino Patroni Griffi ebbe a discutere con Lino Capolicchio, che aveva i suoi normali dubbi di attore rispetto alla costruzione del personaggio, e gli disse: "Caro Lino, voi attori siete convinti che i grandi personaggi siano solo quelli del passato, come Amleto o Edipo, e invece questi sono i nostri grandi personaggi della modernità, e magari tra duecento anni sarà questo l'Amleto di riferimento". Bene, io amo Enrico IV, è il personaggio che mi ha aperto le porte del teatro e della recitazione, e tante volte mi sono divertito a pensare: ma che accade dopo che si è chiuso il sipario? 
Perché allora parlare sempre delle Clitennestre o degli Amleti? Così ho cominciato a immaginare e poi a scrivere. Spero che un giorno ci sarà chi voglia raccontarci la sua visione di Blanche DuBois, o di Vladimiro e Estragone. Sarebbe divertente. 

A proposito, il titolo: "Enrico solo". 
Il 6 dicembre, in contemporanea con la premiazione, sarà pubblicato sulla rivista e sul portale della rivista www.sipario.it. Vi resterà per 12 mesi, e speriamo che non solo il mio testo ma anche altri dei premiati, trovino qualcuno che voglia metterli in scena.
Sarebbe un bel segnale per tutti noi teatranti. 

Ci vediamo a Milano. L'ingresso è libero.

E grazie ancora a Sipario. 
E a Patrizia.














martedì 30 ottobre 2018

SE IL MIUR LI CERCA, DOVE SONO I PROFESSIONISTI? (perché è ora necessaria un'agile svolta dando vita a un'associazione degli attori professionisti)

Chiedo in anticipo scusa a tutti se quello che racconterò non dovesse corrispondere al vero. 
Il fatto è che: questo mi è accaduto e questo vi dico. 
Perché per quanto abbia cercato sui siti istituzionali una conferma, non mi è stato possibile trovarne. Ed è molto probabile ch'io non sia capace. 
Così, attraverso questo raccontino, chiedo aiuto a voi, miei quarantasette audaci lettori, ché possiate fornirmi, se ce l'avete, un corretto riscontro. 

Un paio di giorni fa, passeggiando per il centro, incontro un conoscente, un ingegnere con la passione del teatro che ha una compagnia amatoriale. Mi dice dell'accordo tra il Ministero dell'Istruzione e il Fita cui la sua compagnia è associata. 
Questo conoscente (non posso dire sia un amico), mi invita a preparare un progetto per le scuole, che, mi dice, certamente verrà approvato. Alla fine dell'anno, poi, il MIUR valuterà i dieci migliori progetti, e questi saranno premiati con € 1500,00 l'uno. 
Mi mostro interessato e gli rispondo che nel giro di qualche giorno gli farò sapere. 

Ora, io spero vivamente che quanto raccontatami, vi assicuro con un certa qual baldanza, non sia vero. Ma come si dice: è assurdo quindi vuol dir che è vero! 
E così mi metto alla ricerca di una conferma, cerco, come si dice, di verificare la notizia... 
nulla. 
Ecco perché ho deciso di chiedervi aiuto. Su internet trovate decine di siti che rimandano al protocollo Miur-Fita, ma non una riga che spieghi come questo protocollo si attui. 
E invece credo sia importante saperlo. Perché se è così come mi è stato raccontato ci sono una serie di considerazioni da fare. 
A cominciare dalla paradossale situazione nella quale ci si può ritrovare: una compagnia amatoriale che dà lavoro a un attore professionista; per proseguire con la "valorizzazione della Cultura" fatta praticamente a costo zero (dieci progetti a 1500 euro l'uno, fa quindicimila leuri, se qualcuno mi vuole calcolare la percentuale sul bilancio del Ministero per non dire dello Stato...); finendo alla attuazione di un progetto "sfruttando" la passione di qualcuno, in questo caso il dilettante, e solleticandone l'ego ("ho vinto il premio!"); il tutto sempre - mai dimenticarlo - a detrimento del lavoro dei professionisti. 

Ma resta il problema: non avendo trovato un riscontro nei siti ufficiali, quel che mi hanno raccontato è vero???

Dopodiché, c'è una considerazione che va fatta a prescindere da tutto. 
Il Ministero dell'Istruzione Università e Ricerca, ha stretto un accordo con la Federazione Italiana Teatro Amatori. Ma perché? Per un banalissimo motivo: 

Perché il Fita ESISTE!!! 

Gli attori professionisti possono dire quel che vogliono, ma qui c'è un dato certo e 
inoppugnabile: una associazione delle compagnie amatoriali ESISTE! 

Un'associazione degli attori professionisti 
NON ESISTE!!!

E questo è un altro dato certo e inoppugnabile. 

Dunque, rendiamoci conto: ammesso che il MIUR avesse voluto chiudere un protocollo con i professionisti, con chi avrebbe potuto farlo? 
Quello che penso di questo accordo e di tutto quello che ha guidato l'emanazione di una serie di normative sullo spettacolo dal vivo l'ho già scritto, per cui non credo che, pur esistendo, i ministeri si sarebbero rivolti direttamente ai professionisti. 
Ma credo anche che se un riferimento certo, giuridico, strutturato fosse stato presente, non avrebbero potuto ignorarlo. 

Tralasciamo per ora il discorso per cui se si vogliono risolvere le problematiche teatrali SI DEVE ASSOLUTAMENTE PARTIRE DA UN PUNTO: la costituzione dell'Albo dei Lavoratori dello Spettacolo; anche se io ne sono fermamente convinto - ho riflettuto a lungo su come si possa fare e questo vorrà essere materia di prossimi post - è una cosa decisamente complessa che non può in questo momento essere la priorità
Prioritaria è la costruzione di opportunità lavorative.
E proprio in tal senso può essere importante decisamente importante - e mi rivolgo qui anche agli amici di Facciamolaconta - avere una semplicissima associazione di attori professionisti. Una cosa agile, leggera, veloce, da fare subito, con pochissime regole, chiare e inappellabili, per cui se la direzione dice che non sei ammesso non sei ammesso, punto! Cosa possibile, a mio parere, proprio perché si parla di Associazione e non di Albo. 
Di Albo poi si parlerà, e magari una associazione così fatta può essere un punto di partenza (costo di iscrizione annuale, una cosa bassissima del tipo dieci euro l'anno, o un euro al mese...). 

A questo punto, una... AIAP (Associazione Italiana Attori Professionisti - il primo nome che mi è venuto, ma il nome è l'ultimo dei problemi) diviene necessaria
Necessaria per dare alle Istituzioni un riferimento strutturato anche giuridicamente. 
Ma ci tengo a sottolineare che per fare questa "AIAP o come ve pare", è necessario pure, in questo momento, farsi poche masturbazioni mentali, fare pochi dibattiti, cavillare poco e andare dritti sull'obiettivo dettato dall'interesse comune. 
Una associazione "sbagliata" si scioglie, un protocollo firmato da un Ministero... beh, è un po' più problematico buttarlo giù...   

PS - un giorno sarà necessaria anche una riflessione sul perché gli amatoriali sono così strutturati e agguerriti, come e perché presidiano il territorio e che rapporti possono avere con la politica in genere locale... 

sabato 27 ottobre 2018

UN SOTTILE MALESSERE (conversazione con un caro collega)

Oggi mi è accaduta una cosa strana, che non mi sarei aspettato: ho dovuto confortare un collega, ma un collega più grande di me, vivo mentalmente e politicamente, non una ameba strisciante di quelle che non si fanno domande, uno che si interroga e si domanda perché le cose vanno così come stanno andando. 
Il mio collega è uno che ha sempre lavorato, da quando è scoppiata la crisi anche più di altri, ma sono un paio di anni che anch'egli ha, purtroppo, cominciato ad arrancare, ed ora si ritrova senza prospettiva lavorativa. Come tanti di noi, ma nella mia testa il mal comune non è mezzo gaudio, è solo mal comune. Fortunatamente, egli ha cominciato a farsi delle domande prima di arrivare in fondo. 
Quelli così, in genere, non hanno grandi episodi di depressione, perché l'inquisizione li tiene svegli, allerta, e non gli permette di ripiegarsi su loro stessi. Eppure, con me si è lasciato andare e mi ha confessato di star male, di essere in ansia, di capire che quello che gli accade intorno, quello che in particolare accade nel nostro lavoro lo sta portando a star male, capisce che è vittima di un perverso meccanismo che lo induce al malessere, e questo, mi ha detto, non gli piaceva. 
Non ne ero meravigliato, per due motivi: il primo è che ci sono passato anche io, il secondo è che se uno è consapevole del malessere strisciante che di lui si sta impossessando, la situazione è meno grave di quel che può sembrare. 
"Vedi - gli ho detto - il motivo per cui sono grato ad Alberto Bagnai come a un fratello, e al suo blog con tutti quelli che lo frequentano abitualmente, è proprio questo, stavo per ammalarmi, con le stesse sensazioni che tu provi ora, e invece ho capito che non avrebbe avuto senso, perché non dipendeva da me; il sistema è costruito in modo tale, vedi, da farti credere che se ti impegni arriverai, ma poi, quando non arrivi, la colpa resta solo tua, perché la sensazione netta che il sistema ti rimanda è che non ti sei impegnato abbastanza; e invece non è così - capii - perché tu fai tutto quello che è nelle tue possibilità e anche qualcosa in più, eppure Il Sistema non ti fa passare; è la bufala della meritocrazia: tutti sono certi di essere meritevoli (perché nessuno direbbe di se stesso che non lo merita), ma questo comporta anche che poi tutte le colpe di un possibile fallimento ricadranno solo su di te. E invece non è così, non sei tu il colpevole, è Il Sistema che è fatto male o per meglio dire, è malato. Ed è contagioso, per cui il risultato è proprio questo: che alla fine sei tu che ti ammali." 
"Sì, è vero - mi ha risposto il collega - ci stavo ragionando proprio in questi giorni, tu fai mille sforzi, eppure ci sono una serie di cose che ti schiacciano, ti sopraffanno. E noi non siamo gente che non ha fatto nulla in vita sua, che non ha meritato, che non ha raggiunto risultati. Cazzo, abbiamo fatto ruoli, protagonisti, coprotagonisti. Quindi non avrebbe senso pensare che sei uno che non ha mai fatto un tubo, semplicemente ora ti stanno come espellendo piano piano, a mano a mano. Io, in questo momento, sono come un esodato. Ho qualche anno più di te, un tempo sarei arrivato finalmente alla pensione. Ora invece in pensione non mi ci mandano, ma non ho un lavoro, quindi non ho un reddito. Tecnicamente sono come un esodato. E siccome, oltre tutto, ho una compagna che invece lavora e guadagna discretamente, non posso nemmeno accedere a tutta una serie di forme di sostegno statale, perché fai l'Isee e praticamente non risulti povero, perché la tua famiglia ti può mantenere. Ma si può pensare alla soglia dei 60 anni di essere mantenuto dalla famiglia? Sei tu che dovresti mantenere la famiglia, o quanto meno dare il tuo giusto contributo."
"Concordo, sono nella medesima situazione. Questa cosa dell'Isee, sarà pure un parametro equo che hanno trovato, ma io la trovo irrispettosa della dignità personale."
"Ma certo, perché tu non puoi dare il tuo contributo alla vita di famiglia, e la cosa assurda che sei incatenato all'altra persona, come in uno stato di dipendenza, di sudditanza. Non so se riesco a spiegarmi."
"Perfettamente. Se un giorno ti svegli e capisci "non ti amo più", non te ne puoi andare perché... non hai una indipendenza economica..."

"O per lo meno un minimo di autonomia. Ora, io non ho intenzione di andarmene..."
"E nemmeno io..."
"...e c'è anche mio figlio, ecc. Ma capisci che questo fatto dell'Isee, dovrebbe fare giustizia sociale, e invece toglie dignità personale."
"E lo capisco sì. Pensa che io dovrei fare il processo alla Sacra Rota per il mio primo matrimonio, ho tutto quello che serve, motivazioni, testimonianze... tutto. Ma per forza di cose devo accedere al gratuito patrocinio. Solo che la mia Curia non lo dà se non gli porto l'Isee. E per farlo devo chiedere alla mia compagna di darmi tutte le sue carte, tutto, anche se ha un libretto di risparmio con duecento euro sopra, io lo devo sapere e portare i documenti a loro... E a me non mi va. Quella è una cosa mia, un problema della mia gioventù, che io voglio risolvere da solo, perché devo coinvolgere lei in un fatto che non la riguarda, un fatto di quando lei non c'era... E tutto questo pur essendo chiaro che il mio reddito ha bisogno della bombola d'ossigeno. Capisco che è una idea paradossale la mia, che uno dice pure: "Ma è la tua compagna, perché deve nasconderti le cose". Ma non è così..."
"Certo, è una tua forma di rispetto..."
"E il risultato è che la causa non parte... e pazienza, il Signore capirà." 

"Secondo me, pure lui ogni tanto guarda qua sotto e si chiede: "Ma che state a combinà?", nemmeno lui ci capisce niente, a volte".
E ci siamo fatti una risata. 

Perché per fortuna noi ridiamo ancora, sorridiamo ancora, in barba a tutto, in barba al mondo, in barba agli uomini che ci hanno tolto un pezzo di tempo che avremmo potuto usare per fare forse qualcosa di buono, o per lo meno di onesto. 
La mia consapevolezza è che non potremo dire che "ci rifaremo" perché il tempo non torna. Potremo solo essere nel presente e vivere tutto quello che c'è da vivere, fino in fondo. 
Anche questa nostra faticosa risalita. 
Sorridi, compare, noi ci facciamo domande, noi in qualche modo ce la faremo, è sicuro. 

lunedì 15 ottobre 2018

LA PREBENDA DEL TEATRANTE

È evidentemente un momento di grandi cambiamenti, di pulsioni, tensioni, ribaltamenti. Comunque la si voglia vedere, qualcosa sta accadendo, e sta accadendo a livello internazionale. Nulla, appare sempre più chiaro, è racchiuso nel nostro piccolo mondo, e mai come adesso si può letteralmente vedere quanto una cosa che accade negli USA o in Germania finisce per influenzare la nostra quotidianità. 
Il globalismo è nei fatti. La sua gestione, invece, è una decisione politica. 
Perché questo benedetto globalismo c'è sempre stato, non è una caratteristica del nostro tempo. 
Si muoveva con ritmi diversi, perché legati a quella della vita in cui i fatti si sviluppavano, ma cos'è Marco Polo che va in Cina, il commercio delle spezie, le guerre per il predominio su certe rotte, l'invasione di altri territorio perché ricchi di alcune materie prime... cos'è tutto questo se non globalismo? 
Il problema è la gestione politica del fenomeno: puoi lasciartene assorbire totalmente e far sì che ogni tuo ristorante diventi un McDonald, porre dei limiti per una equa suddivisione degli spazi, impedire alla multinazionale di arrivare sul tuo territorio... In ogni caso si tratta di scelte politiche. 

Ultimamente anche la mia categoria, gli attori, è in gran fermento. E questo dato non può che essere accolto positivamente, anzi felicemente. In trenta e più anni di frequentazione del mondo teatrale, ho visto spesso gli attori cercare di compattarsi intorno a una qualche rivendicazione sacrosanta, ma regolarmente tutto finiva in una bolla di sapone. Perché? Perché fino a un certo punto c'è stato "pane per tutti", e quando hai la scrittura ogni altro problema passa in secondo piano. "Quando torno dalla tournée ci penso", pareva essere lo slogan del teatrante medio nei tempi andati (oltre tutto non c'erano nemmeno cellulari e computer), e regolarmente "le grandi battaglie" finivano come tutti i pater... 
L'attivismo di oggi, dicevo, è sicuramente forte, e si sviluppa in più direzioni. C'è da un lato chi fa delle precise richieste di tipo professionale, una serie, cioè, di modifiche alle leggi che riconoscano le specificità lavorative della categoria attoriale; c'è chi rivendica il valore della Cultura nel Paese, puntando su un piano puramente concettuale; e c'è chi si affanna in incontri con politici locali e talvolta nazionali rivendicando la necessità di maggiori investimenti. 
Ecco, questi ultimi sono quelli che suscitano in me il maggior sentimento di tenerezza. 
La mia opinione è che ciascuna delle macrocategorie che ho indicato, richiede interventi su elementi importanti, fondamentali; non tutti si pongono il fondamentale interrogativo: "Perché siamo giunti a questo punto?", o quando se lo pongono - è la mia impressione - o non vanno a fondo, o non affrontano il problema in maniera adeguata. È invece - questa sempre la mia opinione - di vitale importanza comprendere i motivi che hanno condotto alla devastazione attuale. Che non sono solo le leggi che sono state fatte, ma il motivo per cui sono state fatte. Su questo, mi spiace dirlo, ragionano in pochi. 
Ma quelli che continuano a chiedere alla politica più investimenti - dicevo - sono quelli che mi fanno maggiore tenerezza. Perché la sensazione che si ha a leggere i resoconti degli incontri o alcune loro esternazioni, è di un qualcuno che viva totalmente sganciato dalla realtà. 
"Il Governo DEVE investire in Cultura"... siamo d'accordo. 
"La Regione DEVE investire in Cultura"... e siamo ancora d'accordo.
"Il Comune DEVE investire in Cultura"... e arisiamo d'accordo. 
Fortunatamente per costoro le Provincie sono state "abolite" dal Governo Renzi, così si possono risparmiare un passaggio (meno fortunatamente per chi non sa più a chi rivolgersi per l'erogazione di determinati servizi). 

Già. Ma se le Istituzioni i soldi non ce li hanno?
Il convincimento di costoro è che i soldi ci siano ma non vengono investiti nei loro settori quasi per una forma di infantil dispetto. Pare quasi una scaramuccia tra bambini: "Dammi il pallone", "Non ce l'ho", "Non è vero, lo hai nascosto", "No, non è vero...", "Sì, è vero, dammelo...". 
Deve essere per questo che mi fanno tenerezza, come tutti i cuccioli. 
E se fosse vero che i soldi non ci sono? Non sarà forse il caso di chiedersi il perché non ci siano? 

In verità, l'azione di questa frangia è più pericolosa di quanto si immagini, poiché dà alla politica una immagine della categoria decisamente misera, da accattoni, e non di professionisti o di imprenditori attivi e vitali, pronti a rischiare e ad assumersi delle responsabilità, ma solo alla ricerca di una sussistenza, mascherata dal discorso culturale.
Trovo encomiabili le azioni di altri gruppi che agiscono, per esempio, per il riconoscimento professionale della categoria degli attori, perché in qualche modo cercano di modificare il sistema, un'azione dalla quale tutti trarranno giovamento e per un periodo lungo.
Il contributo momentanea e non strutturale, invece, legato al politico di turno e alle situazioni contingenti, darà ossigeno oggi, ma domani si tornerà in affanno, e pian piano la sola destinazione è quella dell'oblio. 

Spero vivamente che costoro non trovino sponda nella politica (tanto, denaro in giro non ce n'è) e che si debbano ritrovare spalle al muro a chiedersi almeno per una volta: "Ma perché i soldi non ci sono?".   

giovedì 11 ottobre 2018

NON PRENDETEVELA CON I GIOVANI (è questo il mondo che gli abbiamo consegnato)

Dunque il 6 di ottobre c'è stata la grande manifestazione per la Cultura. Mi dicono sia stato un successo, ma soprattutto ho il piacere di comunicare che mi ero sbagliato: la protesta non è stata strumentalizzata. Semmai un po' ignorata dai Media, ma comunque non strumentalizzata contro l'attuale Governo. 
Mentre un risultato importante i manifestanti lo hanno ottenuto, con una audizione in VII Commissione, Commissione Cultura, al Senato della Repubblica, nella quale i vari gruppi partecipanti hanno potuto presentare le loro istanze. 

Una cosa bella, un momento alto della nostra democrazia. 
Al quale non ha partecipato, come hanno evidenziato alcuni senatori presenti, il Partito Democratico. 
Le motivazioni sono diverse, ci è stato detto in un orecchio, per esempio il fatto che la manifestazione sia stata giudicata da qualcuno un po' troppo grillina; ma molto probabilmente, come da altra "soffiatina", perché il principale "imputato" era proprio il PD con le sue riforme, e nello specifico l'ex ministro Franceschini. Siccome il piddino non si smentisce mai (vedi alla specifica voce del Glossario), non ammette colpe o errori, si ritiene perfetto in pensieri opere e parole... semplicemente non ascolta e rifiuta il confronto. 
Poco danno, tanto ormai il re è nudo. 

Qualcuno ha mestamente notato che alla manifestazione non c'erano giovani attori, che si è provato a coinvolgerli, ma chi ha tentato è stato "guardato come un marziano che parlava un linguaggio antico e incomprensibile". 
Confesso che non mi meraviglia. Mi spiace molto, moltissimo, ma non mi meraviglia. Da anni ormai, gli obiettivi delle giovani generazioni di attori non sono i nostri e con franchezza non si sa più nemmeno bene quali siano. Io per lo meno non l'ho capito, se mai l'ho capito, e sicuramente non lo comprendo più. Forse la notorietà, nemmeno il successo, ma la notorietà. 
Non è colpa loro, è il mondo che gli abbiamo consegnato, anche noi, che avevamo la loro età quando "tutto è cominciato", colpevoli di non avere compreso, di esserci anche noi disinteressati, di aver guardato solo al nostro ombelico... Colpevoli di essere stati, insomma, come loro. 
Forse con una sostanziale differenza: il nostro era ancora il mondo dello Stato Sociale, una serie di cose erano praticamente scontate, come l'efficienza della scuola, della sanità pubblica o del sistema pensionistico, checché se ne dicesse; insomma, se non ci fosse proprio andata bene, sapevamo, quasi inconsciamente, di poter contare almeno su una mano amica che in qualche modo ci avrebbe sostenuto; l'effetto di tutto ciò era che nella nostra esistenza il danaro non era propriamente così importante. I soldi certamente contavano, averne faceva più piacere che non averne per mille motivi facilmente immaginabili, ma a quanti di noi veniva in mente, a meno di trent'anni, che forse era il caso di farsi una pensione integrativa o una assicurazione sanitaria? i nostri pensieri principali erano dedicati ad altro, soprattutto al lavoro e al piacere che ne traevamo, complice anche un'altra consapevolezza: c'erano spazi di vita per tutti. 
In fondo, a guardarlo bene, il nostro mondo non era competitivo, e questo, a differenza di quanto potrebbe credersi, liberava e moltiplicava la creatività. L'urgenza creativa era una necessità dell'anima e non della sopravvivenza quotidiana.
Oggi, invece, questi ragazzi sono immersi in un mondo che è assolutamente basato sulla competitività (che per sua natura non comprende la socialità se non come "elemosina"), e tutto quello che li salva e li salverà è solo il danaro. Chi ne avrà, potrà risolvere la maggior parte dei suoi problemi, altrimenti sarà una vita di serie e continue difficoltà. 

Essi sono immersi in questo mondo, ne sono impregnati, totalmente, e con grande difficoltà arrivano a rendersi conto che il loro nemico non è il collega con cui si ritrovano in competizione, ma il sistema nel suo complesso che li ha posti in una competizione perenne. 
Il mondo in cui sono nati e cresciuti non prevedeva già i diritti dei lavoratori, o se li prevedeva li andava annacquando e/o sbriciolando, sono stati prima "generazione mille euro" e oggi sono "generazione riders", la cui massima prospettiva è andare all'estero, divenire migranti, divenire sradicati nella illusione di essersi costruiti una vita migliore. 
Il distacco che questi giovani hanno con noi è prima di tutto culturale, e dunque linguistico, come notava giustamente il collega del post su FB; per loro, noi, che abbiamo solo 50 anni, siamo già antichi e incomprensibili. Come potete pensare che sappiano cos'è un "comitato di Compagnia" quando non hanno mai visto una vera Compagnia?! Come si può immaginare che partecipino a manifestazioni sui diritti quando non li hanno mai visti i diritti; sarebbe come chiedere ai "riders" di manifestare per il ripristino della scala mobile. 
Tutto quello che questi giovani conoscono è la rabbia

L'operazione cercata dal potere globalista di sradicare, di troncare i legami di fondo con le proprie origini culturali è quasi riuscita, e in questo quasi c'è la nostra possibilità di rimettere tutto nella giusta carreggiata. E al di là di quello che certe ideologie politiche possono avere fatto alla nostra professione, dovremo un giorno, noi "antichi e incomprensibili", interrogarci profondamente su cosa abbiamo fatto noi alla nostra professione, ché se è certo che la politica ci ha fatto molto male, molti, troppi di noi hanno fatto nulla per evitarlo (anche perché non avrebbero mai messo in discussione la loro parte politica), mentre gli altri restavano indifferenti. 
Ancora oggi, di fronte a questa palese debacle trovo colleghi il cui unico interesse è vedere come possono rimediare una scrittura, senza domandarsi perché non la trovino e perché non la trovino per come un tempo era, lunga e correttamente retribuita. Non sono tanti, ma ancora ci sono... e con franchezza sono situazioni nelle quali c'è poco da fare: o non ci arrivano o non ci vogliono arrivare, in entrambi i casi ci si perderebbe tempo. Chi opera per un cambiamento lo fa anche per costoro e non ha alcun problema nel farlo, perché tutti hanno diritto, tutti. 
Con i giovani, però, possiamo prendercela fino a un certo punto, semmai, come il collega nel post, dispiacerci, ma non altro. 
Siamo noi che in qualche modo abbiamo contribuito alla creazione del "casino", a noi, finché ne avremo le forze, tocca porvi rimedio, prima ancora che a loro. Tutto quello che va in questa direzione, come la bella audizione in commissione Senato, è un ottimo passo.