martedì 19 maggio 2020

CARO DE MASI, LO SMART WORKING NON E' LA SOLUZIONE

Egr. prof. De Masi, mi rivolgo a lei in quanto uno dei più noti sostenitori del cosiddetto telelavoro, o smart working, o più banalmente lavoro da casa, ma comprenderà che per suo tramite mi rivolgerò a tutti coloro che inneggiano a questa innovazione. Che poi, come lei spesso racconta nei suoi interventi televisivi, tanto innovazione non è dato che se ne parla da decenni e in altri Paesi è da tempo attiva. 
Nello specifico, racconterò quel che accade a casa mia.

Vivo a Torino. Quest'anno la mia attività lavorativa si svolgeva a Salerno, mia città di nascita, e lì sono rimasto bloccato quando è arrivato il lockdown. Poco male, a Salerno ho ancora i genitori, anziani, ultraottantenni, esserci è stato un modo per aiutarli ad affrontare questa strana situazione.
Nel frattempo la mia compagna era a casa nostra, e dopo i primi giorni di incertezza, la ditta per cui lavora ha deciso di metterla in smart working. 
Per lavorare meglio, è andata a comprarsi (lei!) uno schermo adatto e una tastiera da poter collegare al portatile aziendale, altrimenti si sarebbe "cecata" (lei è campano come me) passando chissà quanti giorni sullo schermo del pc.
P. si è dunque organizzata, ha occupato la mia piccola scrivania, che teniamo in soggiorno, e ha strutturato la postazione lavorativa. 
P. è una impiegata di medio livello alla quale è dato solo il telefono aziendale da usare rigorosamente per comunicazioni di lavoro. I numeri che chiama, infatti, vengono controllati e le telefonate "extra" le vengono tolte direttamente dallo stipendio. Ma questo è un dettaglio da poco dato che P. è perfettamente abituata, da sempre, per nostra abitudine mentale, ad usare il proprio di telefono talvolta anche per le comunicazioni lavorative.
Siamo in due, e la nostra casa non è per niente grande, due camere, bagno, cucina. Mentre io ero a Salerno e lei a Torino, abbiamo ragionato e ci siam detti che in fondo nella disgrazia eravamo fortunati, io perché potevo assistere i miei, lei perché poteva lavorare senza problemi da casa che a quel punto diveniva un ufficio.
Si è posto, però, da subito, un piccolo problema: nell'economia di una casa accade che i coniugi si dividano compiti e spese, nella nostra le bollette toccano a me; ne avevo una arretrata di telefono, non potevo rischiare che lei, a 900 km di distanza rimanesse senza collegamento internet e dunque sono corso a pagarla. 
Ma anche per me si poneva un simile problema, perché lavoro a un progetto del MIUR e dovevo adattarmi come tutti i colleghi professori a fare lezione on line. A casa di mia madre non ho connessione internet, per quel poco che faccio nei giorni normali, uso il telefono come modem. Sarebbe bastato, avrebbe retto i collegamenti con la piattaforma scolastica? Dovevo forse anche io munirmi di una connessione internet casalinga con altre spese da affrontare? Ho fatto una prova e per fortuna mi è andata bene, il solo telefono ha retto.
Da questo primo passaggio però, una cosa saltava fuori evidente: telelavoro, va bene, ma la connessione è a carico di chi? 

Ma andiamo oltre. 

Quando già negli anni '80 sentivo parlare di lavoro da casa, ricordo che si intendeva che l'impiegato non andava in ufficio, gli si affidava un compito ed egli gestiva il proprio tempo liberamente sapendo soltanto che entro la tal data avrebbe dovuto consegnare il lavoro. Beh, pensavo, interessante, un meccanismo che libera il tuo tempo.
Scopro oggi, invece, anche da altri amici che sono a casa in smart working, che il sistema non soltanto rileva quando accendono e quando spengono il computer, ma anche se stanno effettivamente operando. Uno di loro mi ha detto di sentirsi meno controllato in ufficio. 

Dopo il 4 maggio sono tornato finalmente a casa e ho potuto constatare di persona: la mia compagna continua a fare il normale orario di ufficio, non gestisce minimamente il proprio tempo. E da quando sono qui mi sto rendendo conto, tristemente, di altre cose: casa nostra, non è più casa nostra. Sarà anche dovuto al fatto che son solo due camere e cucina, ma mentre lei lavora, e magari fa una conferenza telefonica, io devo starmene relegato in altra stanza, avessi una mezz'ora di tempo per vedere un notiziario o ascoltare un disco, o leggere un libro che mi piace, non potrei farlo, anzi non posso farlo! 
Ed anche quando io mi collego con i ragazzi per le lezioni on line, chiudo la porta della cucina, a questo punto occupata da me, e lei non vi può entrare finché non finisco.
Casa nostra non è più casa nostra, è un luogo... amorfo, una sorta di limbo, un ufficio-casa che pare non più appartenerci, nei suoi spazi, nei suoi orari, nei suoi ritmi di vita.


Ma non basta: perché ti arrivano tutti i nervosismi, le discussioni lavorative, i malumori, le tensioni, e ti restano dentro casa... 

Ma non basta: capita pure che la mia compagna debba chiudere un certo lavoro, e allora accende il computer di sabato o di domenica, tanto "per avvantaggiarsi" dice lei, ma in realtà è una sorta di pensiero che non smette mai di essere con te, la vita diviene il lavoro e il lavoro la vita senza più distinzioni, mentre quando esci dall'ufficio, se ne riparla domani senza dubbio.
E capita anche che qualche suo superiore le mandi un messaggio di sabato pomeriggio o di domenica mattina... e il meccanismo non si arresta mai. 


Ma non basta: perché magari per terminare un lavoro, interrompe solo per cenare e poi si rimette al computer... 

Particolarmente zelante lei? Può anche darsi, ma quel che è certo, senza alcun dubbio, senza tema di smentita, è che casa nostra non è più casa nostra. 
E badi, professore, che non lo era nemmeno quando io ero bloccato a Salerno, questo lo dico perché nessuno pensi che sia un mio fastidio da quando son tornato, poiché P. mi raccontava di questi ritmi anche allora. 

Veda, professore, suddividere gli spazi è suddividere il tempo di vita, e suddividere il tempo di vita è migliorare la qualità della vita. Sia io che P. stiamo sperando che tutto finisca presto e che lei possa tornare in ufficio. Perché un'altra cosa che P lamenta è non avere più contatto umano con i colleghi, e non aver con loro nemmeno un vero contatto professionale. Al di là dei dieci minuti di pausa caffè in cui ci si racconta le stupidate della vita, anche alzarsi per andare da un collega a chiedere una spiegazione o per risolvere insieme una questione è dare un senso alla propria giornata lavorativa.
Ora la casa è un ufficio, l'ufficio è una casa, i tempi di lavoro non sono più distinti da quelli di vita, e quando ti siedi sul divano per vedere un film hai sempre lo schermo del computer lì di lato nella stanza che ti guarda, non si cambia aria, non si cambia ambienti, non si cambia respiro. E il respiro è vita.

Sa cosa davvero mi preoccupa, che come al solito si inneggerà alla innovazione, se ne decanteranno le meraviglie per poi accorgersi che ci sono un mare di problemi.
Ecco, questo esperimento sta già mettendo in evidenza i problemi, come con la Didattica a distanza, che è una schifezza senza pari. Allora, per una volta, ci piacerebbe sentire che si parte a discutere dai problemi e che vi si trova una soluzione, sia pur perfettibile, prima di attuare i progetti.
Pensi che noi siamo in due soltanto, siam soli in casa: qualcuno immagina la situazione di chi ha anche i figli, magari piccoli, da gestire? 

Io le dico, parlando per suo tramite a tutti quelli che magnificano sempre le innovazioni tecnologiche senza ascoltare mai chi pone un dubbio: grazie, anche no.
E sa perché? Perché è già chiarissimo che non è quello né che si immagina, né che si racconta. Sarà solo l'ennesima fregatura per i lavoratori.
Lei vuol vedere come si smonta subito l'entusiasmo delle aziende per il telelavoro? Stabiliamo che la connessione internet di casa deve essere per il 50% a carico dell'azienda. Basterà questa stupidata per far sbollire gli entusiasmi. 

Perché alla fine è solo questione di soldi.

Lo spazio e il tempo sono coordinate fondamentali nella vita di un uomo, ci abbiamo messo anni di riflessioni, discussioni, lotte, anche guerre per dargli una certa definizione che migliorasse la vita delle persone, se volessimo evitare di tornare al medioevo sarebbe francamente cosa gradita.  
   

giovedì 14 maggio 2020

L'INTERPRETE VISIBILE (una piccola interpretazione nel senso profondo)











Nella bella pagina FaceBook, "Vadaviaattore!" creata da Totò Onnis, amico e bravo collega (l'ho più volte visto recitare!), gli attori che vi partecipano si scambiano opinioni e informazioni. 
Oggi Totò ci ha postato l'interessante iniziativa di "Attore Visibile", uno dei diversi e vivaci gruppi di lavoratori dello spettacolo auto-costituitisi da un po' di tempo a questa parte, onde portare avanti le sacrosante battaglie per i diritti della categoria. 
Già, la categoria!
A questa parola si apre un discreto baratro; perché qual è la categoria, da chi e come è costituita? Ancora non lo sappiamo non ostante le interminabili lotte per definire e risolvere il problema. La questione, come infatti alcuni sanno, è antica, basti pensare che ne parlava Eduardo in una famosa lettera al ministro dello Spettacolo già nel 1959, e nel 1964 lo stesso Eduardo ci scrisse su una bella commedia: "L'arte della commedia". Quindi è da un po' che se ne parla senza mai esser giunti a una soluzione. Una volta ci è andato vicino il decano dei sindacalisti degli attori italiani, Tonino Pavan, ma poi tutto naufrago in Commissione parlamentare per interessi particolari estranei alla categoria.
L'attuale situazione Covid19 offre, nella disgrazia generale, una interessante sponda per spingere su questa come su altre questioni. 
Dovendo ad esempio stabilire a chi dare il contributo a fondo perduto, il cosidetto Reddito di emergenza, ecco che spunta come un iceberg la questione: "chi sono i professionisti e come li distinguo dai dilettanti?". 
Nel settembre 2018, segnalai in un post colmo di rabbia lo scempio di un ministro della Repubblica, l'onorevole Fedeli, che, prima di lasciare l'incarico, stringeva un accordo per il Teatro nelle scuole con una associazione nazionale di dilettanti, il FITA.
Poco meno di un mese e non potei esimermi dal segnalare che, non ostante quella del Ministro Fedeli fosse una cosa mal fatta per i mille motivi esposti nel post, un problema c'era ed era quello di sempre: se lo Stato li cerca, dove sono i professionisti? 

Invitavo lì a pensare almeno a una associazione, come quella dei dilettanti, che autoregolandosi desse una minima indicazione sulle professionalità. 
L'interessante proposta, oggi, di "L'attore visibile", postataci dall'amico e bravo collega Onnis (che più volte ho visto recitare!), va proprio in tal senso e credo che mi iscriverò non facendo mancare, per quel che posso, la mia riflessione.
Anzi, ce n'è una che mi preme fare subito. Perché il post di L'Attore Visibile è ottimo, tranne, a mio parere in un un punto decisamente discutibile se non detestabile poiché pervaso da misera ideologia, oltretutto, in questo caso, penalizzante per i teatranti stessi che si vorrebbero rappresentare. 
Mi spiego.
A un certo punto si legge che è stato identificato come nome della Associazione, U.N.I.T.A. acronimo di UNIONE NAZIONALE INTERPRETI TEATRO E AUDIOVISIVO 
dopodiché viene specificato, quasi una excusatio non petita: 

Abbiamo scelto questo nome anche perché la parola INTERPRETE è l'unico sinonimo di ATTRICE/ATTORE che non abbia declinazioni di genere, (una interprete, un interprete) e la questione di genere è un tema sul quale non intendiamo glissare.

Ora: a prescindere dal fatto che il genere in lingua italiana viene declinato dall'articolo, come il loro stesso esempio dimostra, e non dalla finale della parola (altrimenti dovremmo decidere che il femminile di Farmacista dovrà essere Farmacistessa o roba del genere); a prescindere dal fatto che questa moda di voler indicare per forza il genere femminile quando si è difronte a un "neutro", per esempio nelle cariche istituzionali (ministro o sindaco, sono termini neutri, declinati in italiano al maschile per convenzione così come si dice "uomo" per "umanità"), si rivela in realtà ghettizzante per il genere femminile stesso e di rimbalzo per quello maschile; a prescindere dal fatto che non esistono solo i due generi femminili e maschili, ma anche quelli gay e/o trans e/o tutti quelli identificati da un semplicissimo Freud... dunque quante declinazioni dovremo avere?; a prescindere che limitarsi al maschile e femminile vuol dire escludere, ingiustamente, tutti quegli altri generi, ecc. ecc. ecc. 
qui, la questione è tutta un'altra e si muove su tre punti chiave.
1 (quello fondamentale) - La lingua italiana è la sola, con buona pace di tutti ed intendendo fuori concorso il koishan dell'Africa centro-meridionale, in cui la parola ATTORE e la parola TEATRO sono l'una l'anagramma dell'altra
Non è una simpatica bizzarria della lingua, ma la concretizzazione di un significato profondo che investe in concetto stesso di Teatro, concetto magistralmente sintetizzato da Antonin Artaud (c'è qualcuno che ancora lo legge?), quando egli afferma che 
"il teatro E' il corpo dell'attore". 
Puoi togliere dalla scena qualsiasi cosa, costumi, scenografia, luci... il teatro sarà sempre, ma se togli il corpo dell'attore il teatro non è più. La carne sul palcoscenico, viva, è l'atto blasfemo della ipostasi verbo-carne che perpetuandosi rende il teatro la rivendicazione da parte dell'uomo di una possibilità di eterno, il riflesso sfuggente ma visibile della Verità.
Ecco dunque che il termine ATTORE non è la declinazione maschile di una professione, ma il senso stesso del Teatro in quanto carne dell'uomo, della umanità, che si fa viva e possibile sul palcoscenico. 

Nella lingua italiana, come in nessun'altra, dire ATTORE è dire TEATRO, e dire TEATRO è dire ATTORE. Immaginare che nel termine esista una declinazione di genere discriminante è un atto di profonda ignoranza verso la propria professione. 

2 - La parola INTERPRETE è limitante della specificità professionale
L'attore, infatti, non è solo un interprete di un testo o di una idea registica, è al contempo creatore di un atto artistico, di un'opera artistica che si concretizza nel suo stesso corpo/voce in azione. 
Per questo banalissimo motivo si dice che andiamo a vedere (andavamo, sic) la Medea della Mariangela Melato o la Bisbetica di Valeria Moriconi.
Ed è molto probabile che una parte di pubblico andasse a vedere l'artista (maschile o femminile?) Melato o Moriconi indipendentemente dal personaggio che interpretava quella specifica sera, a godere dunque della distinta creazione artistica della signora Melato o Moriconi. 

Il termine interprete non comprende la parte creativa che ogni attore, in quanto unicum, porta irrimediabilmente con sé, esso è dunque limitante la visione professionale, e limitativo nella interpretazione giuridica che ci si propone di sottoporre alla Politica.
3 - L'ideologia, e la recinzione del pensiero unico, stanno uccidendo l'espressione libera dell'uomo e di conseguenza la sua libera espressione artistica.
Se si intende rinchiudere l'arte nella gabbia delle mode ideologiche (oggi sono queste, domani chissà quali), il rischio è quello di inibire la potenza stessa della trasgressione e della sperimentazione, della ricerca che ha sempre alimentato la progressione dell'arte, contro il conformismo, contro il potere, contro l'arte consolidata stessa. 

Quello che pericolosamente stiamo vivendo è un tempo di codificazione della trasgressione, di inquadramento della sperimentazione e dell'avanguardia che alla fine definiranno solo generi senza alcuna reale creatività, senza futuro, senza più Arte. 
Per liberare i generi vanno tolti i limiti, le differenze vanno cancellate non rimarcate, altrimenti si rientrerà in quei totalitarismi che ingabbiano il pensiero e soffocano la creatività e la vita dell'uomo. In questo tempo di politicamente corretto, siamo giunti al paradosso che la tradizione è divenuta la vera sola trasgressione. 
Questo perché abbiamo un serio problema con l'ignoranza. Altrimenti sapremmo che Tradizione e Tradire hanno etimologicamente la stessa radice. 
Il passato è lì a dirci chi siamo davvero, solo recuperandolo ci salveremo.  


PS - detto tutto questo, resto a confermare che intendo essere un sostenitore della iniziativa e spero di essere accolto nella associazione (dopo quanto detto...) che UNITA si chiama e così deve chiamarsi perché il nome ha anche un valore simbolico in questo difficile momento (oltre tutto è gentilmente declinato al femminile il che non guasta). Spero solo di lasciare in ciascuno un briciolo di riflessione per le battaglie odierne e future. Le parole sono vita, e la vita non la puoi costringere mai. 

PPS - non è che ora cambiano il nome delle pagine FB in L'inteprete visibile o vadaviainterprete! Per favore anche no. 

venerdì 8 maggio 2020

9 MAGGIO

Domani sarà ancora 9 maggio. Domani sarà ancora il giorno in cui ricordare quando e come cominciò a morire la nostra democrazia, la democrazia di questa nostra giovanissima repubblica. 
Non so quanti di voi c'erano. Io ero giovane, ma c'ero e quei giorni li ricordo bene, stranamente bene per la mente di un tredicenne. Ricordo l'aria pesante che si sentiva in giro, un senso profondo di paura, di spaesamento, una inquietudine che coglieva tutti, che sentivi nei discorsi di tutti perché davanti a un tredicenne ognuno parla senza bisogno di nascondere i propri pensieri. 
Ero come uno spettatore, esterno all'azione, colpito dalle emozioni che quel terribile spettacolo rimandava: la rabbia di mia madre quando sentì che il Papa aveva scritto "vi prego in ginocchio" ("Il Papa, il Papa, 'sti delinquenti!), le facce giovanissime e impaurite dei militari di guardia al casello autostradale di Roma, lo sconcerto della professoressa di matematica, una giovane supplente, che il 16 marzo venne in classe per far lezione e non poté trattenersi dal darci la notizia, notizia che non capimmo nella sua gravità, i silenzi di papà giornalista, il martellamento di giornali e tv, e tante cose ancora.
Ma tutto questo non conta. Conta uno strano dolore sordo che da allora tanti di noi si portano dentro. Alcuni lo avvertirono subito, altri, come me, nel corso degli anni, vedendo la nostra Repubblica sbriciolarsi man mano e cercando le ragioni di questo lento e impietoso declinare. E da quel dolore, nascere uno strano affetto per quell'uomo mai conosciuto ma che ti pare ancora oggi di conoscere come tuo padre, un padre che voleva proteggerti e vederti crescere adulto e sano, e che ci è stato sottratto. 

A volta penso semplicemente che avevamo la possibilità di divenire una Nazione, per la prima volta nella storia della nostra penisola, una Nazione vera, adulta, autonoma come sono autonomi un uomo o una donna cresciuti in modo sano, capaci di affrontare a testa alta la propria vita, e invece quella possibilità ci è stata tolta.
I motivi ormai sono chiari e sono stati anche ben scritti nei tanti libri di coloro che hanno continuato a cercare, non è nemmeno il caso di ripeterli. 

La nostra battaglia per veder crescere questa Nazione continua e sono certo che noi, che ci portiamo quel dolore sordo dentro, non ci arrenderemo tanto facilmente a dispetto di tutto e tutti anche se si è fatta maledettamente dura, anche se il nemico è potente e terribilmente accanito, ma continueremo, perché dobbiamo e vogliamo continuare, ciascuno con i propri mezzi, lo dobbiamo a quell'uomo. 
Domani è ancora 9 maggio. Ci portiamo un dolore sordo nel cuore e non possiamo voltarci indietro. Lo dobbiamo a quell'uomo. 

Dio ti benedica, Presidente. 


domenica 26 aprile 2020

SINFONIA DEGLI ADDII

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha esposto in una fumosa conferenza stampa il piano per la cosiddetta fase2 dell'emergenza da Covid19. 
Ho così sintetizzato su FB il mio stato d'animo e credo di non essere lontano dal vero. 
La sola cosa che posso dire a tutti i colleghi e a tutti i lavoratori dello Spettacolo è: conservate gelosamente e coltivate in qualsiasi modo potrete le vostre professionalità, non perdetele, non disperdetele qualsiasi cosa accade, è questo il solo tesoro che ci portiamo dietro, che dobbiamo portarci dietro e che sarà nostro compito consegnare alle generazioni future. 
A noi il Cielo ha posto questa tremanda sfida, traghettare la competenza dell'arte teatrale attraverso questo massacro. È tutto quello che dobbiamo fare. Tra due anni, tra tre, tra sette non importa, purché riusciamo a salvare la nostra "arca dell'alleanza", il nostro Graal.
La Cultura è il nostro saper fare tramandato nelle generazioni. 
Non dimentichiamolo. 
Buonanotte, e buona fortuna. 

domenica 5 aprile 2020

LA SFERA DI CRISTALLO

Siamo chiusi in casa. Dice: "Questo è un buon momento per scrivere". E invece non ne ho nessuna voglia. Vi lascio qui adesso poche righe tanto perché non ci si perda di vista, miei piccoli dodici lettori.
Non è che sia annoiato, svogliato, prossimo alla depressione. Tutt'altro, ho cose da fare non ostante la quarantena, e quando non ne ho me ne invento, compreso l'esercizio, apprezzabile a detta dei miei, della pasticceria.
Curiosamente, in questo momento ci sarebbero mille cose da dire, umane, politiche, economiche, ma mi sento preso come da un senso di rispetto: c'è tante di quelle cose più importanti di ciò che io posso raccontarvi che non mi sento all'altezza.
Il post precedente era una poesia di Alfonso Gatto, una poesia di fiducia nel futuro, e anche di una certezza profonda, certezza che anche in questo momento difficile alberga nel nostro profondo: che torneremo alla vita.
In molti si affannano a preannunciarci che "non sarà più quella di prima", ma pensateci: è una banalità.
La vita non è mai quella di prima, anche quando sembra essere sempre la stessa, non è mai quella che è stata il giorno prima, non fosse altro perché NOI abbiamo un giorno di più. E allora, cosa sarà?
Ecco: da quando le nostre situazioni sociali, economiche, politiche non hanno più conosciuto la serenità di un tempo, siamo tutti presi dall'ansia da sfera di cristallo: "come sarà?". E chi può saperlo! Nessuno. 

Ci aggrappiamo alla Scienza, ma la Scienza ammette serenamente che "ne sa meno di noi", per il semplice motivo che più sei specializzato più perdi certezze, ed è normale che sia così. Un medico generico vi dirà: "è questo!", uno specialista vi dirà: "potrebbe essere questo, però facciamo un esame perché potrebbe essere anche quest'altro". 
Più il campo si restringe e più le possibilità si allargano. Curioso, vero?
Dunque, attaccarci alla Scienza ha senso fino a un certo punto, per il semplice motivo che la Scienza, se è onesta, ci dice quello che sa, e va comunque ringraziata.
Quindi, come sarà il futuro? Come è sempre stato: una cosa nuova che diventerà subito vecchia.
Dal mio punto di vista, riguardo a tutto quello che è accaduto negli ultimi 25 anni e rilevo senza ombra di dubbio che man mano che si smontava lo Stato sociale cresceva l'ansia nelle persone, l'ansia per il futuro; quando lo Stato sociale era una sicurezza, la gente si occupava delle normali difficoltà della vita e temeva molto meno, spesso quasi per nulla, l'avvicinarsi del futuro.
Banale? Può darsi. Qui è tutto un festival delle banalità, inseriteci pure la mia.
Ma forse, se siamo così in ansia per il domani, chi per il lavoro, chi per gli studi da scegliere, chi per la pensione, chi per le malattie, è perché l'incertezza è nell'oggi, ed è in noi. Incerto è il presente.
Non siamo più nemmeno sul Titanic, siamo sulla zattera e non abbiamo "nemmeno una maniglia". 

sabato 14 marzo 2020

TORNERANNO LE SERE

Risultato immagini per alfonso gatto












TORNERANNO LE SERE

Torneranno le sere a intepidire
nell’azzurro le piazze, ai bianchi muri
la luna in alto s’alzerà dal mare
e nella piena dei giardini il vento
fitto di case, d’alberi, di stelle
passerà per la grande aria serena.
Torneranno nel sogno anche le voci
delle famiglie illuminate a cena,
la rapida ebrietà del loro riso.
O finestrelle, pozzi, logge, vetri
affacciati alla vita, allo spiraglio
delle fresche delizie e dei rimpianti,
o luna nuova sulla mia memoria,
tornate ad albeggiare con quel canto
di parole perdute, con quei suoni
struggenti, con quei baci morsi al buio.
Siate la polpa rossa dell’anguria
spaccata in mezzo alla tovaglia bianca.


Alfonso Gatto 








venerdì 24 gennaio 2020

RIGOLETTO, DIONISO, RINASCITA, RIVOLUZIONE!


“Il verso esige la declamazione (…)
il verso ricorda sempre di essere stato un’arte orale prima che scritta,
il verso ricorda sempre di essere stato un canto”.
J. L. Borges

“Molte sono le forme degli esseri divini,
molte cose inaspettate fanno gli dei”
Euripide


“Il sogetto è grande, immenso, ed avvi un carattere che è una delle più grandi creazioni che vanti il teatro di tutti i paesi e di tutte le epoche”[1]. Poteva musicare tanti altri soggetti, Verdi, pare invece letteralmente eccitarsi per questo Triboulet. Crediamo sia doveroso e coscienzioso chiedersi ancora una volta: perché?
         È noto il valore rivoluzionario di “Rigoletto”, ed è evidente che per una profonda comprensione delle “ragioni verdiane” non si può prescindere dal testo di Hugo (di cui il libretto di Piave è ottima sintesi). Inutile, in questa sede, ripercorrere la storia di tutte le difficoltà di rappresentazione incontrate sia da Hugo che da Verdi; ma al di là dei moralismi dell’epoca, cosa c’era in questa trama da crearle così tanti impedimenti? Davvero bastano un sovrano libertino, un personaggio deforme, amori “amorali”, intrighi, sicari, un sacco, ecc. per creare tanto scompiglio? La storia del teatro è piena di libertini anche mitizzati, di deformi illustri anche re, di appassionanti passioni travolgenti… Dunque, bisogna andare oltre, oltre una lettura storicistica, oltre le evidenze, e dirigersi, come scrive Neumann, “all’ambito di una psicologia del profondo applicata alla cultura e ad una terapia della cultura”[2], entrare, cioè, nella sfera di quell’inconscio personale e collettivo perennemente animato da medesime lotte e medesime immagini, dirigersi verso la nostra occidentale “psicologia primaria”, verso il mito, ancora una volta verso l’antico teatro greco.

Tema del doppio, tema del travestimento, dell’illusione, della conoscenza, della follia e della follia amorosa, del sacrificio e dell’agnello sacrificale, vendetta, astuzia,  scontro tra dio e uomo, sostituzione… Sono qui votato alla sintesi (anche per la serenità dei miei dodici lettori, sic!), ma tutto questo porta inesorabilmente ai miti di Dioniso, e nello specifico alla grande tragedia di Euripide Le Baccanti. Chiariamo ulteriormente (ove ce ne fosse bisogno): non si tratta di un “ricalco” della trama, ma di una serie di immagini che alla trama stanno sottese, e che con imperscrutabile virulenza colpiscono e agiscono a livello subliminale, nell’inconscio, personale e collettivo.
Pochi e rapidi esempi: 1) Dioniso porta Penteo a spiare i riti delle Baccanti - il buffone porta la figlia a spiare le “abitudini” del sovrano; 2) Cadmo invita Penteo ad assecondare i riti del dio (“pronunciala la bella menzogna”[3]) - il buffone vive a corte in apparenti simbiotici intenti con il suo re; 3) il dio dona alle donne la follia (che è anche libertà sessuale e riappropriazione di una coscienza, “Impara ad apprezzare le tue forme divine”, dice il re a Maguelonne) - Bianca afferma: “A volte s’incontra un uomo che ci salva la vita o uno sposo che donandoci le sue ricchezze, ci fa invidiare da tutti. Ma questi non sono mai gli uomini di cui ci si innamora. È vero, lui mi ha fatto solo del male, eppure io lo amo e non so il perché.”; 4) Dioniso dice che Cadmo “ha reso inaccessibile questo suolo, questo santuario di sua figlia”, Sèmele, madre del dio, di cui entrambi, per differenti motivi, vogliono preservare l’onorabilità - Rigoletto tiene segregata la figlia; 5) Gilda, travestita, si offre quale agnello sacrificale - Penteo travestito è offerto al rito delle Baccanti; 6) il Duca passa dal libertinaggio sfrenato a intimi sentimenti amorosi - Dioniso è dio doppio, del cielo e degli inferi, del maschile e del femminile, perfettamente due nature convivono il lui; 7) …

Re, Duca, Bianca, Gilda, Triboulet, Rigoletto… i personaggi di sono confusi in questa mia necessariamente rapida esemplificazione, poiché Verdi e Hugo, uomini di un tempo comune, sono, nel profondo, vicinissimi. Si impuntò, Verdi, con la censura, per alcuni elementi: “Deve essere un sovrano assoluto; il sacco è un effetto che funzionerà; il buffone deve essere deforme…”, evidentemente sentendoli indispensabili; né accetterà di mettere la sua musica sotto differenti proposte di testo, perché alla fine di tutto il suo linguaggio non è quello delle parole (forse anche per questo insisterà con Piave per la sintesi), ma quello della musica. E nelle forme della musica si possono ritrovare gli stessi motivi di Hugo.
Attraverso differenti linguaggi i due artisti si pongono come spina nel fianco degli ordini costituiti, prospettano altre vie, propongono altre forme, perché così parla l’arte: principalmente per forme, meno per contenuti, e questo è evidente se si pensa che le storie che si raccontano sono, in fondo, bene o male sempre le stesse.
Il romanticismo è certamente una espressione del femminile, inteso in senso junghiano. “Tagliare la testa al re” è, simbolicamente, l’abbattimento del sistema maschilista-patriarcale. Alle rivoluzioni seguì la Restaurazione, ennesimo tentativo di soffocare gli aneliti di cambiamento e liberazione dagli assolutismi che poi si perpetueranno per buona parte dell’800. I grandi discorsi di Hugo in difesa delle donne, la violenta tirata di Triboulet contro i cortigiani pronti per il potere a far mercato delle proprie mogli, sono solo pochi dei tanti segnali che animano lo scrittore e tutta un’epoca. Il femminile è, tra le altre cose, la creatività, la fantasia, l’interiorità, l’immaginazione (bisognerà attendere il ’68, dopo due guerre mondiali, per risentire, proprio in Francia, un motto chiaro: “l’immaginazione al potere”). Il sistema maschile-patriarcale è tendente allo scontro, alla guerra, alla tirannia, e “Eros è sempre sospetto in un sistema tirannico” (Jan Kott). La liberazione, per essere attuata nel profondo, deve essere innanzi tutto liberazione sessuale. Se Verdi fu realmente quell’uomo del nostro romanticismo e del nostro Risorgimento che conosciamo, come poteva non fare propri questi aneliti trasportandoli nel proprio linguaggio? A ben riflettere su questo discorso del femminile, un sottile, robusto, preciso filo rosso lega Rigoletto a La Traviata
Su tutto ciò (ed anche su  altro) s'innesta il violento simbolo della maledizione: lanciata da un uomo, essa stacca nettamente il servo dal padrone. Rigoletto e il Duca vivono in una sorta di simbiosi orgiastica, è spesso il buffone a spingerlo “sulla via della perdizione” (o almeno questa è la sua illusione), ma la maledizione si pone come spartiacque tra le nature profonde dei due. Il sovrano assoluto, simbolicamente dio, non ne è minimamente toccato: cosa può l’invettiva di un uomo su di un dio? Per il buffone, invece, questa si trasforma in un’ossessione, in quella che in psicologia si definisce profezia che si autoavvera (praticamente “portarsi sfiga da soli”, sic!).

C’è sicuramente una punta di grottesco in ciò che diciamo, come ce n’è nel personaggio centrale dell’opera, in Rigoletto. Ma il grottesco è parte viva, integrante di tutto il teatro moderno, certamente da Shakespeare in poi, è quella qualità che Jan Kott definisce come “l’impossibilità di compiere la tragedia in un mondo tragico”[4]. E non deve meravigliare se Verdi vede proprio in questo personaggio grottesco, ambiguo, padre amoroso, servo crudele, uomo maltrattato dalla vita, gobbo, ciò che gli serve per scardinare gli schemi. E anche per il musicista, la novità espressiva passi proprio attraverso questo magmatico protagonista.
Sono state scritte centinaia di ottime pagine che illustrano la volontà del Maestro di Busseto. Non ripeteremo qui, noi, il discorso del volere un “Teatro in musica”, la voglia di “raccontare la vita”, la ricerca dei grigi, com’è stata definita. Magistralmente la descrive Gabriele Baldini[5]: “Mettersi nella situazione di Rigoletto e provare semplicemente a recitare le parole di Piave (…) la musica drammatica non era mai arrivata a tanta impudicizia nel rilevare l’espressione umana delle parole: anziché rivestite di musica, le parole apparvero come spogliate di essa (…) e apparvero in tutta la loro nudità”. Entra (o torna?) in gioco con Rigoletto proprio quel declamato, nato proprio negli antichi teatri greci, che accompagnerà Verdi fino alla fine, e riuscirà ad aprire alla musica operistica nuove, vigorose strade.
Ma anche qui credo si possa ancora “scavare”, in questa ricerca di rapporto con il mito, e quindi con il profondo, che propongo. Con le mie misere - davvero misere! - competenze musicali, provo a sgranare pochi, rapidi esempi: 1) il funesto presagio è già tutto nel preludio, con quel ritmo da marcia funebre, scandito su un secco do centrale che diviene leitmotiv della maledizione - Dioniso, nel prologo de Le Baccanti giunge già con volontà di vendetta: “È Tebe, la prima città di questa terra ellenica/ che io agito con le mie grida (…)”; 2) dal “Questa o quella” al corteggiamento della Contessa di Ceprano il cambio è totale, repentino, ma sempre su stessa tonalità - Dioniso, si è detto, è dio doppio, del cielo e degli inferi; 3) in Gilda la convenzionalità della prima aria va pian piano scomponendosi fino alla follia - Agave resa folle dal dio giunge fino all’omicidio del figlio; 4) il Duca si allontana, si perde nella notte: l’acuto che la consuetudine ha posto alla fine della “canzonaccia da taverna” è evidentemente erroneo, Verdi lo vuole quale ultima nota del sovrano, con una ricaduta sulla tonica che è chiusura del percorso - Dioniso, compiuta la vendetta e ottenuto il sacrificio rituale, riprende il suo cammino: “Poi rivolgerò il mio piede verso un’altra terra/ per rivelarmi ancora”[6]; 5) il coro del Rigoletto è “monosessuale”, come quello de Le Baccanti; 6)…
Un’ultima notazione: non c’è praticamente mai sole in questa trama, ma sopra tutto non c’è luna. Il sole è assente poiché al suo posto c’è il sovrano-dio intorno al quale tutto ruota. La luna è assente perché già morta, già predestinata, come Gilda, al sacrificio, e predestinata proprio da quel maschile (Rigoletto) che per paura di perdere potere, per paura di vedere mutato il suo ordine consolidato, e mascherandosi dietro una idea di protezione assoluta, la nasconde, segrega, tiranneggia, soffoca fino a costringerla alla fuga estrema e rovinosa. L’oscurità in cui è immersa tutta l’opera è l’oscurità del profondo, scena primaria della eterna lotta tra maschile e femminile.

Spero di avere reso, con queste mie poche righe, l'idea di una scelta, voluta ad ogni costo, l'idea di un'opera che è qualcosa di più per la storia del Teatro musicale di quanto forse tutti noi immaginiamo e di quanto fino ad oggi è stato immaginato: "attaccandosi" strenuamente a questa storia, Verdi sentì di sicuro che un sacrificio era necessario per la rigenerazione dell'Opera, per quella Rivoluzione nell'Opera ch'egli agognava sentendola fondamentale per la creazione del suo Teatro in musica.  
Nel momento in cui Rigoletto canta "Pari siamo", il dado è tratto, e l'Opera non è più l'Opera fino ad allora conosciuta, il concetto stesso di Aria è smontato, si entra in un mondo nuovo, si compie il Teatro in musica; ma perché la rinascita si adempia è necessario un sacrificio, è necessaria la vittima che accolga in sé, coscientemente, peso e senso di quel sacrificio. Gilda va alla morte consapevolmente.

Baccanti è certamente la più complessa, e misteriosa, delle tragedie giunte fino a noi; Le roi s'amuse di Hugo è anch'esso una possente scarica data nel profondo; Verdi accoglie tutto ciò che da questi precedenti gli deriva, lo fa proprio e lo rimanda sulla scena, compiutamente. 
Si consideri solo un curioso elemento: nella tenuta di Sant'Agata non sono presenti volumi contenenti tragedie greche; la potenza del Mito scavalca la conoscenza.

Scritto a Roma nel 2010, prima di iniziare l'avventura di "Rigoletto a Mantova"
Decisomi a pubblicare solo oggi, Salerno 2019



[1] Lettera di Verdi a Piave del 28 aprile 1850
[2] Erich Neumann, La psicologia del femminile, Astrolabio-Ubaldini Editore, 1975
[3] Le citazioni da Le Baccanti sono tratte dalla traduzione di Eduardo Sanguineti, SE, 2003
[4] Jan Kott, Shakespeare nostro contemporaneo, Feltrinelli, 1964
[5] il sempre splendido Abitare la battaglia, Garzanti, 1983

giovedì 16 gennaio 2020

SCUOLE IN VENDITA - La falsa indignazione sulla scuola del Trionfale di Roma

Sarò breve, e sul serio. 
Ho letto e sentito di tanta indignazione per quella scuola, pubblica, di Roma, zona Trionfale, che aveva nel suo POF, Piano Offerta Formativa, una sorta di catalogazione dei suoi plessi in scuola di serie A, per le classi medio-alte e per i figli di colf e badanti di quelle stesse famiglie agiate, e scuola di serie B, per extracomunitari, ceti bassi, e tutti gli altri sfigati della terra. 
L'istituto, abbiamo poi saputo dagli indignatissimi tg, ha poi corretto quanto scritto nel suo POF, e la preside, anzi, scusate, il Dirigente Scolastico, si è dovuto precipitare a spiegare e giustificare e scusarsi. 
Ecco: tutta questa indignazione è assolutamente fuori luogo, ma in linea con i tempi che viviamo. 
Fuori luogo perché coloro che si indignano sono esattamente coloro che hanno ridotto la nostra Scuola pubblica a un vero e proprio mercato, nel quale le singole scuole si vendono, si offrono come il paradiso dell’istruzione, l'avveniristico ginnasio nel quale i tuoi figli avranno il meglio del meglio, mettendo gli istituti uno contro l’altro e addirittura i docenti gli uni contro gli altri, perché se non si raggiunge un certo numero di iscritti rischiano di saltare le classi e in conseguenza le cattedre. 
Gli orrendi riti degli Open Day, o addirittura i Saloni d’orientamento, nei quali come in una feria si piantano gli stand, i banchetti delle singole scuole, tra i quali girano famiglie a caccia di informazioni per decidere del futuro dei propri rampolli. Un vero e proprio mercato. 
E allora parliamoci chiaro: quando devi vendere, anche perché al vendere è legata la tua sopravvivenza, cosa fai? Cerchi o no di assecondare interessi e gusti del tuo potenziale cliente, cerchi di attirarlo, gli proponi o no quel che a lui può piacere o interessare?  
E questo ha fatto la scuola del quartiere Trionfale di Roma: ha cercato di vendersi sulla base dei gusti dei suoi potenziali clienti; clienti che, non essendo nata da poco, conosce meglio che per una indagine di mercato. 
Si sbandiera indignazione,si urla allo scandalo, ma chi lavora nella scuola sa bene che negli istituti delle cosiddette “zone ztl” extracomunitari non ce ne sono o sono pochissimi, mentre abbondano, fino ad essere anche maggioranza, nei plessi delle periferie; e dalle inchieste di qualche giornale sappiamo pure che i "figli della ztl" quando si ritrovano in classi che hanno "presenze a loro sgradite” vengono dalle famiglie spostati in “situazioni preferibili”. 
Quello che la scuola del Trionfale aveva scritto era, guarda caso, proprio nella OFFERTA formativa. A questo è stata ridotta la Scuola, questo la Scuola deve fare per sopravvivere: OFFRIRE ai suoi potenziali clienti un luogo che risponda ai loro desiderata.
Dunque l’indignazione è fuori luogo. Ma pienamente in linea con la mistificazione costante dei tempi che viviamo, che vuole l’accoglienza ma non a casa propria, che chiede diritti civili ma dimentica quelli sociali, che fa collette per i terremotati, ma trova normale che sia impedito allo Stato di agire, che inneggia alla competizione ma blocca l’ascensore sociale, che propaganda la meritocrazia ma attua il peggior familismo… 
A che serve l’indignazione? A risciacquarsi la coscienza, soprattutto davanti a quel popolo bue che, insufflato dai Media compiacenti, continuerà a parlare dello scandalo della scuola del Trionfale di Roma mentre ai suoi figli sarà impedito di entrare nelle aule dei "figli della ztl".