mercoledì 24 marzo 2021

L'ASSASSINIO DEL PRIMATTORE

 Al telefono un paio di giorni fa con l'amico e collega Salvatore Felaco cercavamo di evitare di parlare di Teatro. Ci fa troppo male. Ma gli attori non sanno fare altro, è più forte di loro, perché Attore è una condizione esistenziale non un lavoro. 
I guai, è noto a tutti, sono immensi, soprattutto in questo momento. E Salvatore concordava con me che il Covid ha solo acuito e messo a nudo una realtà che era già devastata. 
Con infinita pietà abbiamo pensato a tutti quei giovani che non avranno mai più, forse, il piacere di conoscere quel Teatro, quella vita del Teatro che noi ancora abbiamo avuto avuto la fortuna di frequentare e che è sicuramente l'aspetto che dopo tanti anni ci fa ancora desiderare di fare una valigia e partire per andare in giro a fare spettacolo, dalla grande città al paesino sperduto sui monti, dal magnifico teatro all'italiana al cinemaccio sporco e freddo di periferia. 
Perché la tournée era fatta di tutto questo: sei mesi di viaggi in cui passavi dalle stelle alle stalle, dal caldo al freddo, dal mare ai monti, dagli alberghi dI lusso alle topaie... Ma non aveva importanza, perché tutto era parte di un unico immenso viaggio che nessuno pareva sapere quando era cominciato, e nessuno pareva sapere quando sarebbe finito, il viaggio di una professione di cui tu eri solo una tappa. 
Giovani e anziani insieme, a condividere il tempo e le visioni del mondo, uomini e donne, belli e brutti, savi e stupidi, tutti a insegnarsi qualcosa senza nemmeno rendersene conto: da ragazzi abbiamo imparato dagli anziani, da anziani impariamo dai giovani, e da uomini impariamo dalle donne e da donne impariamo dagli uomini. E odiarsi, e amarsi, e fratelli, e coltelli, tutto in un unico giro di valzer. Il "ternario" non chiude mai. 

E a un certo punto Salvatore ha detto una cosa che mi è rimasta nel cuore, e che mi ha spinto a scrivere: "Questi ragazzi non vedranno mai i primiattori, non sanno proprio cosa vuole dire un primattore". Loro - ne sono sicuro perché i giovani sono presuntuosi (chi di noi non lo è stato, e forse è anche giusto così) - sono certi di saperlo, ma in realtà è un altro pezzo di Storia e di vita del Teatro che questo mondo che alcuni soltanto hanno voluto lavorando per anni nell'ombra, gli ha tolto. 
Il primattore è il Teatro. È l'incarnazione stessa del concetto di Attore/Teatro, è la dirompenza del fascino, è la incarnazione del mistero, che tu osservi sempre distante per quanto tu possa credere di essergli vicino e per quanto egli ti voglia vicino; è l'energia che si sprigiona sulla scena, è il mestiere, è la potenza del Teatro che attraversa un essere umano che ti pare simile a te e che ti accorgi essere diverso. 
Essere accanto a un primattore vero è sentire l'energia che fluisce leggera: tutto ti pare facile, tutto ti pare possibile. Solo dopo anni capisci che quel che pareva così semplice era il frutto di un percorso, di una fatica, di una dedizione, di un amore infinito cui si è sacrificato tutto, e quando diciamo tutto vuol dire proprio tutto. 
C'è una nobiltà in loro, quei pochissimi che ancora sono sulle nostre scene, che li pone in alto e distanti in ogni momento: mangiano con te, lavorano con te, ridono e scherzano con te, ma un naturale timore ti attraversa quando li guardi. Poterli osservare dalle quinte, poterli osservare ogni sera è uno dei motivi che ti fa sentire il privilegio che ti è stato concesso nella vita quando gli dei ti consentirono di entrare in Teatro. Il primattore è un Maestro condannato a dare, a insegnare, a trasmettere, a passare anche quando non vuole, anche quando ti odia; è un corpo di carne viva offerto ogni sera al sacrificio, alla perdita e alla rigenerazione. 

Viviamo in un'epoca di mezze figure, in una stupida epoca che crede che il regista sia il re, che l'intellettualità possa supplire a tutto. E in nome di questa falsa credenza ha cancellato il mito del primattore
L'assassinio del primattore non è espressione edipica di crescita, è solo perdita. 
I recuperi saranno sempre più difficili, talvolta impossibili.

lunedì 25 gennaio 2021

NON SI TRATTA PER FORZA DI COMPLOTTI

 Nei giorni scorsi ho avuto delle antipatiche discussioni sui social a proposito di un twitt che avevo rigirato, questo:  
















Mi permettevo di far notare che c'è qualcosa che non quadra in una tv che insistentemente propone delle specie di riscritture della Storia a uso e consumo in realtà non si capisce di chi. 
Capita sempre più spesso, infatti, di vedere spot pubblicitari con solo neri, oppure in tutte le nostre pubblicità televisive prima o poi sbuca fuori un soggetto, maschio o femmina, di colore, anche nelle situazioni più improbabili nelle quali non si comprende, francamente, il motivo di quella presenza. 
E' facile immaginare quante e quali disgustose accuse di razzismo siano partite e mi siano pienamente giunte. 
Ed inutile è stato far notare che sempre secondo una serie Netflix questi sarebbero Achille e Zeus: 








Ora, passi pure, quel che mi è stato obiettato: "Ma perché, Zeus non può essere nero?!"; certo, lo può pure essere e magari lo era, non lo sappiamo, dopo che saremo trapassati lo scopriremo sia io che l'amico che ha posto l'obiezione, ma quando uno pensa a quel passo di Omero in cui si dice che "Achille pose i suoi riccioli d'oro sul corpo di Patroclo"... 
Dice: "Beh, magari i riccioli possono pure essere scuri come l'ebano, va bene, prendiamo per buona anche questa, solo che..." 









...eccovi, senza elmo sulla capoccia, l'Achille nero di Netflix. Cazzo, nemmeno i capelli! Cosa avrà lasciato sul corpo del suo amato amico morto, la barba, la forfora, le sopracciglia?

Uno è arrivato a dirmi - uno che prima se ne era uscito con la storia di Gesù con gli occhi azzurri e biondo, la solita menata - che sarei un criptorazzista. E vabbè!
A tutti costoro è stato inutile spiegare che qui, evidentemente, c'è qualcos'altro sotto. 
Ed è ben evidente per una serie di motivi: 

 - Innanzi tutto, i signori che tanto si affannano a propagandare spot con neri, fiction con neri, e quant'altro, quei signori che sono i padroni di questi colossi del web e dell'economia, Netflix, Facebook, Amazon, Twitter ecc. quelli che impongono le regole del politicamente corretto e si ergono a giudici se, secondo loro, dette regole non vengono rispettate... sono tutti maschi bianchi e da quel che risulta pure etero. Al che uno dovrebbe chiedersi come mai questi signori cui interessa solo il bussines - inutile negarlo! - si preoccupano così tanto delle "pari opportunità", se così le vogliamo chiamare. Ditemi: quanti uomini o donne di colore conoscete che sono proprietari di grandi aziende, di multinazionali come quelle? Sarò disinformato io, ma non me ne viene in mente nessuno. E già questo non vi lascia qualche sospetto? 
Ma andiamo oltre. 
 

- Si può sapere per quale motivo quelli che appaiono sono quasi sempre "colored", cioè soggetti di colore di "tipologia statunitense". Quanti neri... del Gabon, o della Nigeria, o del Burkina Faso vedete in queste pubblicità? Basta osservare quella natalizia di Amazon per rendersene conto: 


- Ma c'è ancora un altro problema che mi fa convincere che c'è qualcosa in tutta questa storia che non quadra (e ci tengo a rammentarvi che queste mie riflessioni sono solo da spettatore, da cittadino comune, da persona che cerca di vivere nella propria epoca e farsi qualche domanda), c'è un'altra cosa, dicevo, che mi fa pensare che qualcosa non quadra: perché non ci sono cinesi? perché non ci sono peruviani, filippini, arabi, creoli?...
Se c'è una questione di razzismo da superare e combattere e sconfiggere, le etnie da mettere in campo sono tante, perché tante di queste hanno subito soprusi, persecuzioni, dittature, ingiustizie, pensiamo per esempio agli indiani d'America, o alle popolazioni del centro e sud America sterminate dagli europei, Maya, Inca ecc. Dove sono gli Aborigeni australiani, dove i vietnamiti, gli indiani? 
Eppure il cinema e le produzioni televisive per esempio coreane sono in grandissima espansione, con tanti attori bravissimi, perché non vedo attori con gli occhi a mandorla interpretare il famoso ambasciatore svedese alla corte di Caterina di Russia? 

Allora, mi lascerete pensare che è lecito chiedersi se sia vera la storia dello sbandierato contrasto al razzismo e se non vi sia altro dietro, e cioè una operazione economica forse volta a conquistare un'altra parte di mercato fidelizzandola, forse convincendola che può avere tutte le stesse cose che hanno ed hanno avuto i terribili "bianchi".
Ancora una volta i grandi padroni bianchi sfruttano il nero per convincerlo a fidarsi di loro, che gli sono amici, che gli daranno le stesse opportunità di vita agiata se essi entreranno nel rutilante mondo dei bianchi, e dall'altro lato i famigerati "popoli bianchi" devono lasciare che tutto questo accada adattandosi a quello che viene definito il "mondo a colori"?
A proposito: ma ci avete fatto caso che soprattutto nelle pubblicità le coppie miste sono sempre formate da una donna bianca e un uomo nero e quasi mai da un uomo bianco e una donna nera? E ci avete fatto caso che nei film della progressista Hollywood i bianchi sono sempre sposati con bianche e i neri con nere, al punto che combinazioni diverse sono talmente rare da restare a fatica nella memoria? (pregasi non nominare "Indovina chi viene a cena", per evidenti motivi! E nemmeno "Love actually" ché pure quello ha una precisa motivazione! Perché qui sono le ragioni che sfuggono al povero spettatore, ecco perché partono le riflessioni se non lo aveste capito.) 


A questo punto, però, è scattata la "vendetta", non verso i neri (spero sia ovvio), ma verso chi con una superficialità tipica della stupidità della nostra epoca, mi dava del razzista, e la "vendetta" l'ha partorita un caro amico che si è subito adeguato alla obiezione: "Ma perché, Zeus non può essere nero?". 
Bene, ha detto il mio amico, se tutto è possibile, se tutto è accettabile, se la Storia può essere riscritta a nostro piacimento senza problemi allora divertiamoci. Perciò: 


 










Sì, salve: qui sopra, vi presento l'attore che farà il grande B. B. King (qui sotto) 







E a questo punto davvero non vedo cosa ci sia di strano. 

Solo che i commenti a questa boutade - che poi ne ha, come potrete facilmente immaginare, generate delle altre 








- i commenti alla battuta su B. B. King sono improvvisamente spariti. 
Ma il gioco non si è fermato qui, le battute sono sgorgate facili facili, fino a "un cingalese scelto per M. L. King, il grande - grande davvero! - Denzel Washington farà Kennedy in un film sull'assassinio del presidente". Se tutto può essere... 

Francamente non si comprende se qualcosa abbia infastidito, oppure la battuta/provocazione del mio amico è andata a segno tacitando chi non può rispondere perché forse quelle battute nemmeno le ha capite.
Gli faremo dei disegnigni, povere anime. 


Viviamo in un mondo dannatamente bastardo, dove se davvero vogliamo conservare una dignità, un senso della nostra civiltà, del nostro essere cittadini e non consumatori e basta, dobbiamo, e dico, dobbiamo farci qualche cavolo di domanda, dobbiamo osservare fenomeni strani che passano sulle nostre teste. 
Non si tratta per forza di complotti, ma non possiamo lasciare che tutto sia facile come ci viene spiegato da chi ha evidentemente interesse a spiegarcelo in quel modo. 
Non mi esce mai dalla mente Orwell: "chi controlla il presente controlla il passato, chi controlla il passato controlla il futuro". La riscrittura della Storia è un pezzo importante, fondamentale dell'esercizio del Potere, e in casi come questi la propaganda usa qualsiasi strumento per arrivare al suo obiettivo, anche urlare al razzismo, salvo poi impedire a certe etnie di giungere dove potrebbero e magari vorrebbero. 
E' davvero da sciocchi immaginare che chi è proprietario di colossi da miliardi di dollari che agiscono in tutto il mondo, lavori per qualcosa che non sia il tornaconto personale. Se lo crediamo, vuol dire che la Storia non ci ha insegnato niente. E soprattutto non ci ha insegnato che le "evoluzioni naturali" sono una cosa, semplice, sana e giusta, le forzature producono solo un mare di problemi! E qui mi pare evidente che siamo davanti una forzatura!


Voi, per me, potete pure credere che quello sia l'ambasciatore svedese alla corte di Caterina di Russia nel 1760 circa, liberi di farlo. Io continuerò a farmi qualche domanda, alla quale magari non troverò risposta, ma continuerò a farmi qualche dannata domanda perché non riesco a scordarmi di Omero e di Achille che sparge i suoi riccioli d'oro sul corpo dell'amato Patroclo. E quindi, almeno prendete uno con i capelli, cazzo!

venerdì 22 gennaio 2021

SPERANZA

 

SPERANZA

 

Cerco ogni giorno di mettere in ordine

tutte le incompletezze della vita.

Riorganizzo i costrutti, e risistemo

i tempi, i ritmi, le proposizioni.

 

Dispongo su scaffali sempre antichi

le carte dei buongiorno e degli addio;

lascio dentro vetrine ancora nuove

i dolci suoni degli arrivederci.

 

Trattengo i bandi delle novità

attendendo rivelino lo scopo,

quindi le accolgo tra i freschi colori

o le osservo cadere nell’oblio.

 

E in ogni tempo ri-regolamento

ricordi e delusioni, le amicizie

più care o i vecchi amori, assesto insegne

nuove alle consuetudini e rivendo

 

a me stesso di tutte le illusioni

la più grande che l’uomo abbia creato:

---------

Speranza.

 

Ma è così la vita: un rotolare

di sogni inafferrati, il disgregarsi

dei legami del cuore, è l’ostinarsi

della risacca allo scoglio, sapido

 

d’ogni scontro, parata, e poi caduta,

e ripartenza, attese, e sogni ancora,

in un girandolare d’illusioni

che nascondono il guardo della morte.

martedì 22 dicembre 2020

MENU' DI NATALE (ovvero delle Tre cime di Lavaredo)

Su richiesta di un simpatico amico di Twitter, espongo menù di massima delle tre giornate natalizie. 
Al termine del post capirete perché queste vengono soprannominate Tre cime di Lavaredo, ricordando le mitiche e faticose scalate dei grandi campioni del ciclismo: questa è roba da campioni. 

24 sera, la vigilia (orario inizio cena, non prima delle h 20,00) 
Cima 1: La Grande

- nzalata 'e pesce e/o frutti 'e mare (crude e a sotè!)
- vermicielli a vongole ('e spaghette mangiatille tu!)
- baccalà: fritto ('o mussillo), a' nzalata e a' spagnola
- nzalata 'e riforzo
- vruoccole 'e natale
- furmagge (tuoste e musce)
- frutta fresca
- frutta secca
- dolci di natale (roccocò, mustacciuole, susamielle, struffoli, fiche a cioccolato e cu 'a noce mmiezo, pandoro e panettone)
- vini a preferenza, spumati secco e dolce, grappe e/o amari a piacere
... - cafè amaro (per digerire!) 

commento finale d'obbligo, con aria di sufficienza: "E che ce simme mangiato..."


25 Natale: IL PRANZO (orario di inizio non prima delle 13,30) 
Cima 2: Cima Ovest

- antipasto... se salta! jate direttamente a...
- Menesta ammaretata, e po' 
- Lasagna
Oppure: 
- Tortellino o tagliuline c''o brodo ('e carne: manzo e pullastro) 
- Arruosto 'e carne, oppure
- Crapetto, oppure 
- Cuniglio (No 'a carne d"o brodo, nu' sbagliate!)
- patane (fritte, ma meglio a' fforno), e poi sempre...
- nzalata 'e riforzo
- vruoccole 'e natale
- furmagge (tuoste e musce) +
- avanzi vari della sera prima
- frutta fresca
- frutta secca
- dolci di natale (roccocò, mustacciuole, susamielle, struffoli, fiche a cioccolato e cu 'a noce mmiezo, pandoro e panettone)
- vini a preferenza, spumati secco e dolce, grappe e/o amari a piacere
... - cafè amaro (per digerire!) 

commento finale d'obbligo, con aria di sufficienza: "E che ce simme mangiato..."

 26, Santo Stefano: pranzo (orario di inizio, non prima delle 13,00)
Cima 3: Cima Piccola

(e qui serve l'italiano se no non ci capirete una mazza!)
Prendete il manzo con cui avete fatto il brodo (solo il manzo), mettetelo in una grande pentola, aggiungete una quantità quasi uguale di: cipolle rosse, patate a tocchi, pomodori pelati, olio, sale, pizzico di pepe, aggiungete un po' di acqua e mettete tutto sul fuoco, coperchio e fiamma bassa, come voleste fare un ragù. 
Meglio cominciare nel pomeriggio del 25, perché deve cuocere per ore, tutto deve sfaldarsi, restare morbido e formare, alla fine, una specie di crema. 
La mattina del 26, rimettete il tutto sul fuoco se non ha ancora finito di cuocere. Per nostra esperienza, dipenderà pure dalle quantità e dalla forza della fiamma, ma ci vogliono almeno cinque ore. 
Quando è il momento, mettete la vostra pentola d'acqua sul fuoco e cuocetevi dei meravigliosi paccheri (mi raccomando LISCI, LISCI, LISCI! LA PASTA RIGATA è UNA BESTEMMIA!!!), e conditeli con quella specie di crema (che sia abbondante!), il tutto deve "ruzzuliare", deve rotolare, "ruciuliare" in napoletano, rigirarsi morbidamente e intensamente, like a rolling stone, quindi abbondante formaggio grattuggiato... 
Questo è sua maestà IL RUZZULIONE. Piatto messinese entrato nella tradizione della mia famiglia per via del nonno che era della città sicula. 
Se ne consigliano due piatti. 
Avete così riciclato la carne del brodo. 
Ma non basta, prendete il pollo, fate una salsina verde e servite anche quello. 
Poi... tutti gli avanzi dei giorni precedenti
e ancora...
- frutta fresca
- frutta secca
- dolci di natale (roccocò, mustacciuole, susamielle, struffoli, fiche a cioccolato e cu 'a noce mmiezo, pandoro e panettone)
- vini a preferenza, spumati secco e dolce, grappe e/o amari a piacere
... - cafè amaro (per digerire!) 

commento finale d'obbligo, con aria di sufficienza: "E che ce simme mangiato..."

Ora vi sarà chiaro il soprannome Tre cime di Lavaredo, immagino. Sono tre colli da scalare, con la bici che si fa sempre più pesante e le gambe più dure, ma tranquilli, se sopravviverete, la interminabile montagna alla fine vi sembrerà solo una collina, per quello, passata la fatica, diciamo "scollinare", perché in fondo era tutto poco e nulla. 

Ora riposatevi, riposate lo stomaco, perché il 31 si ricomincia, esattamente allo stesso modo, lo stesso menù, con l'aggiunta di zampone e lenticchie alla mezzanotte del 31, e il sollievo che la terza cima questa volta vi sarà risparmiata. 

Quindi, FANCULO AL COVID, E BUONE FESTE!

mercoledì 9 dicembre 2020

ANTIGONE O CREONTE, CHI HA RAGIONE? (piccola riflessione per il parlamentare del 9 dicembre 2020)

Ma insomma, Antigone o Creonte, chi avrà ragione tra loro due? 
In questi giorni sto analizzando la tragedia con i miei allievi. Il comune lavoro consiste nell'insegnare e nell'apprendere un metodo di analisi del testo e di progettazione registica riutilizzabile con qualsiasi drammaturgia.
Per motivi storicistici, legati al procedere dei programmi scolastici (progressione storica che io apprezzo molto nell'insegnamento), la scelta è caduta su questa tragedia di Sofocle particolarmente gradita ai ragazzi per i temi che vi si dibattono.
Con mio sommo piacere, gli allievi scoprono, procedendo con l'analisi, che i temi non erano proprio quelli che generalmente e superficialmente si raccontano: la ragazza buona e giusta contro il tiranno brutto e cattivo, la donna che si ribella ai soprusi del maschio, la ribellione al potere da parte degli ultimi e degli indifesi e altre "provincialate" del genere. 
Ci sarebbe anche tutto questo, ma in realtà c'è molto molto di più. 

Prima di iniziare con loro la lettura, ovviamente ho ripreso in mano la tragedia, letto diverse traduzioni (io non conosco il greco), rivisto un po' di saggistica e ascoltato delle belle conferenze su YouTube.
Molto interessanti le prolusioni di Gustavo Zagrebelsky, di Eva Cantarella (del cui padre, Raffaele, ho scoperto la splendida traduzione), di Massimo Cacciari... tutto materiale che se vorrete cercarlo, troverete facilmente. 

Parentesi: "io non conosco il greco", "ma allora come fai a dire che è una bella traduzione?". Perché il "nostro metodo", di noi teatranti intendo, non è tanto basato sul fattore filologico, che potrebbe rendere poi, però, non-dicibile un testo sulla scena, ma sulla compatezza, sull'armonia, sulla linearità logica e artistica che il testo tradotto rimanda. In poche parole, l'esperienza teatrale ti dice se quella è o no una buona traduzione, poiché la senti "scorrere" e tenersi logicamente. Gabriele Lavia, tanti anni fa, mise in scena Edipo (sempre del sor Sofocle): ebbene, M° Lavia, che a differenza di me conosce il greco, ebbe a dire in un incontro con noi ragazzi dell'Accademia che aveva scelto la traduzione di Quasimodo perché "Quasimodo non conosceva il greco, ma conosceva il teatro". Gli studiosi rabbrividiranno, ma il problema non c'è, dato che noi teatranti rabbrividiamo spesso ad ascoltar gli studiosi. 

Torniamo a noi: capire Antigone, in verità, è più semplice di quanto non sembri!
Concordo con Zagrebelsky che la ragazza è un gran personaggio "ma io una così in casa non ce la vorrei", perché diciamocelo: la signorina è una gran rompicoglioni. Ma d'altronde, nel mondo della tragedia greca non è né sola né detentrice del primato; credo che nessuna possa usurpare il trono a Elettra, la regina delle rompicoglioni! 
Comunque, per quanto disturbante la signorina figlia di Edipo, nipote di Laio e tecnicamente figlia e nipote di Giocasta, è un gran personaggio; e non da meno è il suo antagonista, lo zio, er sor Creonte (perché questi, poi, so' sempre 'mpicci de famiglia). 

Alla fin fine, la ragazza si attiene alla legge naturale, alla legge tribale, della famiglia; Creonte alla legge della Polis. 
Da qui il dilemma: chi avrà ragione? Nessuno, tutti e due hanno ragione e hanno torto, accettando entrambi, fino in fondo, le conseguenze delle loro scelte e del loro attaccamento alla legge cui vogliono aderire.
 
Un punto importante è nel fatto che Antigone non ripudia le leggi della Polis. Chi pensa che la ragazza rifiuti la legge dello Stato sbaglia alla grande. La figlia di Edipo rispetta la legge, e nel momento in cui decide di seppellire il fratello Polinice sa perfettamente che sta violando un editto reale e che ne pagherà le conseguenze. Conseguenze che accetta in toto e fin da subito. 
Al contempo, Creonte non ripudia la legge della tradizione, dei padri, della famiglia, delle origini della sua gente e della Polis. Se infatti decide per l'editto "anti Polinice" è proprio rifacendosi alla più antica e sacra delle regole del loro mondo: non c'è peccato più grave che attaccare la Patria, che rivoltarsi contro la Patria, che tradire la Patria

Dunque, Antigone non è contro la nuova legge, e Creonte non è contro la legge antica. 
Su cosa, dunque, la tragedia ci invita a riflettere? Sul fatto che dal contrasto tra legge naturale e legge della Polis, nasce una frizione, un contrasto che dà vita alla rigenerazione del pensiero e della legge, e al suo adattamento alle nuove esigenze della vita cittadina. 
E resta un punto fermo: il preservare la tradizione è necessario all'evolversi di una società che non si evolve se non mette in costante discussione la tradizione

Nel contrasto tra i due mondi si spiega così il meraviglioso primo stasimo, il lievissimo racconto del irrefrenabile progresso dell'uomo che chiude con: 

Possedendo, di là da ogni speranza,
l'invettiva dell'arte, che è saggezza,
talora muove verso il male, talora verso il bene.
Se le leggi della terra v'inserisce 
e la giustizia giurata sugli dei,
eleva la sua patria; ma senza patria è colui 
che per temerità si congiunge al male:
non abiti il mio focolare
né pensi come me
chi agisce così. 

(traduzione R. Cantarella - Mondadori) 

Antigone non ha né ragione né torto. Creonte non ha né ragione né torto. Il loro scontro è necessario al progredire della società. 
Sbaglia profondamente chi crede che Antigone (sia pure riletta nel corso dei secoli come l'eroina ante-tirannia) sia nel giusto. Quel che conta è la propulsione che da questo scontro si genera ed è una propulsione positiva, necessaria.

E ci sono vari aspetti che oggi come oggi vanno considerati: per prima cosa che Antigone non pretende di "fare la rivoluzione con l'autorizzazione del re", ella si assume fin da subito la responsabilità dei suoi atti e ne accetta le conseguenze prima ancora di compierli. Non c'è coro di ben pensanti che si erge in sua difesa; il coro della tragedia osserva e riflette, e basta. NESSUNO CREDE CHE SICCOME L'ATTO DI ANTIGONE E' "UMANO" ELLA DEBBA ESSERE ASSOLTA A PRESCINDERE. Pur comprendendo il gesto, ciascuno al contempo comprende che la legge è legge. 
E poi, che ciascuno per l'attaccamento alle proprie scelte paga un prezzo, Antigone con la sua stessa vita, Creonte con la sua stessa carne nella figura del figlio Emone, promesso sposo della ragazza, che finirà suicida. 
E soprattutto, in fondo a tutto ma non meno importante, anzi elemento scatenante di tutta la tragedia un concetto semplice e chiaro: non vi è peggior delitto che il tradimento della Patria

Tutto questo ho voluto scrivere perché i parlamentari del Movimento 5 stelle, oggi, 9 dicembre 2020, lo sapessero. 
Non c'è peggior delitto che il tradimento della Patria. Lo sa anche Antigone
Ella sceglie volontariamente il fratello accettando tutte le conseguenze del suo gesto, ma lo sa perfettamente anche lei che Polinice ha sbagliato. 
L'amore per il fratello, non le fai mai dimenticare l'amore per la Patria. 
Cosa che quei parlamentari hanno dimenticato. 

(continua...)

sabato 21 novembre 2020

IL DESIDERIO DI LIBERTA': Attori Mercanti Corsari, cosa vogliamo essere domani?

Ho ripreso in mano un libro che amo molto e che penso tutti gli attori dovrebbero leggere: "Attori Mercanti Corsari" di Siro Ferroni, professore di Storia dello Spettacolo alla Università di Firenze. 

Il libro ricostruisce quella che possiamo considerare nascita e sviluppo della organizzazione del teatro contemporaneo per come noi ancora lo conosciamo. In buona sintesi, verso la fine del 1500 una fortissima crisi economica investe tutta Europa, le varie corti di principi, duchi e granduchi si vedono costretti a tagliare le spese, le compagnie di comici che vivevano e lavoravano a palazzo, furono improvvisamente cacciate fuori e costrette a reiventare tutto il loro lavoro. Da qui, la progettazione, costruzione e/o adattamento di sale per le rappresentazioni, i teatri aperti a tutto il pubblico, non solo quello della corte, le stagioni teatrali, lo sbigliettamento, i contratti delle Compagnie con i teatri, dei comici con le Compagnie, i viaggi, i periodi di prova, ecc. ecc. ecc. 

Riuscire a vedere, attraverso il bel lavoro di Ferroni, come sia nata la organizzazione in cui ancora oggi viviamo, rivedere i nostri antenati alle prese con la precarietà del lavoro, la vita nomade, imprecare alla volatilità del mestiere, alla qualità dell'osteria "dove per lo più si paga bene e stassi male", lamentarsi del padre che non l'ha messi a un altro mestiere "nel quale credo che avrei fatto miglior profitto, e senza tanto travaglio", e vederli giungere alla conclusione che ciascuno di noi perfettamente conosce: "Pacienza, io ci sono entrato e basta in questa professione romperci un paio di scarpe, per non se ne levar mai più" (Domenico Bruni, attore del '600). Notare che l'espressione "romperci le scarpe" è sinonimo di "recitare", dunque una volta fatto non te ne libererai mai. 

Va detto che questa "rivoluzione" è quasi interamente italiana, e il periodo che Ferroni indica per questa riorganizzazione è 1580-1630.

Dello stesso periodo è la nascita di un altro fenomeno totalmente italiano: l'Opera lirica. La prima riunione di quella Camerata de' Bardi da cui tutto nacque, e di cui si ha notizia, è infatti gennaio 1573. 
Un gruppo di nobili si riunisce per discutere informalmente di arti, poi ad un certo punto decide di cercar di capire in quale modo gli antichi greci mettevano in scena le loro tragedie, e soprattutto come le declamavano. Nasce così quello che resterà nella Storia come "il recitar cantando".

Curiosamente, forse il più grande fenomeno musicale di sempre non nasce tanto per "far musica", quanto per "far teatro". Pensando a certe diatribe di oggi tra registi e direttori d'orchestra, a certe antipatie tra cantanti e attori, tra teatri di prosa e di lirica, viene francamente da sorridere. 

Dunque, in questa riorganizzazione, gli attori cominciano a muoversi, a viaggiare, a fare "il moto perpetuo" come scrive uno di loro, Flaminio Scala. Anzi a ri-muoversi, perché il nomadismo dei teatranti è ben più antico di quanto si possa immaginare. 
Ebbene, Ferroni si pone una giustissima domanda: s'è scritto e detto che gli attori si mossero per guadagnarsi da vivere, e questo è certamente vero, ma come argutamente l'autore osserva, è soltanto una parte della verità, perché se fosse solo per quel motivo, motivo economico, di lavoro, di ricerca di benessere, non si spiegherebbero tutte le storie, verificate, dei tanti attori, divenuti famosi, ricchi, importanti, proprietari di case e tenute, che non ostante questa raggiunta agiatezza continuavano a viaggiare, a fare "il moto perpetuo". 

La risposta di Ferroni è decisamente interessante e ve la riporto per come è scritta: 

"La lotta per la sopravvivenza è inseparabile in questi umili attori dalla ricerca di libertà. Altrimenti, come diceva Domenico Bruni, sarebbe stato preferibile "qualche altro mestiero" con il quale si sarebbe potuto cavare "miglior profitto, e senza travaglio". Essi cercano di godere "quella libertà che pare che conceda Iddio benedetto a tutti quelli che non nascano sudditi". Non sappiamo se il viaggio degli attori abbia avuto inizio in una determinata epoca della civiltà come effetto di una crisi improvvisa o se invece, molto più probabilmente, sia sempre esistito come fattore endemico, all'interno e a fianco di altre migrazioni; tuttavia nell'epoca di cui ci occupiamo esso lascia intravvedere tracce di antiche motivazioni. Ebbe, ad esempio, caratteri stagionali, come molti altri viaggi che videro protagoniste le frange mobili delle sociètà contadine. Come il banditismo, ad esempio, o la milizia mercenaria. Ancor meglio delle guerre e delle rapine, che si svolgevano di preferenza in primavera ed estate, l'attività comica poteva integrarsi con il ritmo dell'agricoltura che regrediva proprio nella stagione culminante del carnevale (non a caso, le trattative per le stagioni seguenti si svolgevano in periodo di quaresima e potevano protrarsi fino all'estate, in coincidenza con le fasi più intense dell'attività agricola). In ogni caso la mobilità, anche temporanea, era il modo migliore per vincere la coercizione e l'autorità vessatoria che i padroni potevano esercitare sui modelli stanziali. La terra, i raccolti ciclici, incatenavano l'uomo al potere. Solo la decisione di partire e di vivere da nomade, almeno per lunghi periodi, poteva liberarlo. Il viaggio di questi "ribelli" non ha né uno scopo, né una destinazione, non ha né una fine né un principio: è - secondo le parole dei comici - un "andar in volta", un "moto perpetuo", un "andar attorno", una condizione di vita precaria e instabile assunta per vivere liberamente. Almeno nelle illusioni e nelle scelte di partenza."  

Rileggere questo passo mi ha fatto venire in mente una cosa che riguarda il nostro oggi, o meglio gli ultimi venti anni della nostra storia, quelli durante il quale si è proceduti allo smantellamento silenzioso, sotterraneo e sistematico della tradizione teatrale italiana. 
Quello che leggiamo in Ferroni - come in altri autori - deve innanzi tutto farci capire che il Teatro, in Occidente, che ce ne siamo resi conto o no, siamo noi!, e per tornare ad esserlo è necessario buttare a mare le intellettualizzazioni e gli ideologismi, e riprende tra le mani il mestiere, la professione (in questi giorni se n'è andato Gigi Proietti, forse dovremo ragionare sul serio sul perché ci piaceva Proietti, dire che "ci faceva ridere" è davvero poco e forse anche offensivo per quel magnifico attore, c'è qualcosa di più che DOBBIAMO DIRCI! Ne riparleremo).
Noi siamo quelli che hanno insegnato il Teatro al mondo, è indiscutibile, un vero e proprio assioma, che ci è per esempio confermato dal fatto che abbiamo pochissimi drammaturghi di caratura mondiale, ma tantissimi attori che sono andati a portare "il mestiere" in giro per il mondo. Quando Molière e la sua Compagnia approdano finalmente a Parigi, vi trovano "les Italiens" guidati dal grande Tiberio Fiorillo (Scaramouche); quando Goldoni scrive "Il servitore di due padroni" desidera avere come Arlecchino Antonio Sacco, il migliore del tempo, che in quel momento è impegnato in Russia su invito della Imperatrice Anna Ivanovna; il primo attore, vero, non del racconto, di vita reale, che Stanislavskji cita nel suo splendido "Il lavoro dell'attore su se stesso" è un italiano, è Tommaso Salvini, riportandone un basilare pensiero: "Il grande attore deve sentire veramente quello che immagina", sul quale svilupperà tutto il suo ragionamento e il suo metodo.

Ora, se noi non recuperiamo il senso profondo della nostra Storia e della nostra naturale evoluzione, se non riannodiamo il filo con il nostro passato, non saremo più in grado di proseguire il cammino, di evolverci, di tenere la barra ferma sulla nostra rotta. Se non recuperiamo il senso di ciò che siamo stati diverremo inevitabilmente (i-ne-vi-ta-bil-men-te!) una colonia.
Già per troppi versi lo siamo: la mania del "devi conoscere l'inglese altrimenti non lavori" ce lo certifica, perché conosceremo anche l'inglese ma troppi attori, ormai, non conoscono più la pronuncia italiana; l'insistenza stupida su teorie e tecniche di insegnamento cui nessuno vuol togliere importanza, ma che non ci appartengono, ne è un altro aspetto, ma mi chiedo dove si insegni più il Metodo mimico di Costa che il mondo così tanto apprezzava? Ecc. ecc. 
Chi perde il suo passato ha già perso il proprio futuro (ricordiamoci di Orwell).

In quest'ottica, Ferroni ci dice la cosa fondamentale: perché siamo un teatro girovago? Perché in ciascuno di noi, di noi attori (ma se osservate anche dei nostri tecnici) c'è un inconscio desiderio di libertà.
E questo desiderio di libertà si esprime in un modo in realtà semplice: il viaggio.
Il viaggio è la nostra dimensione naturale, e la sua espressione/organizzazione artistica, la tournée, è un pezzo fondamentale della nostra esistenza spirituale.
Noi viaggiamo per fuggire, per sfuggire, per sfuggirci. E per cercare e cercarci. 
Sfuggire a cosa non si sa, cercare cosa tanto meno, o meglio ciascuno di noi avrà i sui motivi, privati, privatissimi, che a volte nemmeno lui stesso conosce, ma i tanti anni di lavoro e i tanti colleghi che ho conosciuto, mi fanno capire, leggendo quelle pagine, che Ferroni ci ha visto giusto, per una volta un professore universitario ci ha visto giusto su un aspetto del teatro, forse perché leggendo lettere e documenti di quegli attori del passato si è fermato ad ascoltarli, cosa che la politica e i suoi tanti colleghi, sia pur bravi, non fanno mai. 
 
Ecco: nel tentativo tutto politico di questi ultimi anni, a partire dalla legge sulle "Residenze teatrali" di Veltroni nel '96, fino alla ossessione per le "alzate di sipario" con annesso innalzamento delle produzioni regalatoci da Franceschini, dalla cancellazione dell'ETI fino alle complicazioni burocratiche che le Compagnie private, quelle che vivono di tournée, incontrano per accedere a quelle sovvenzioni che son sempre più scarse, tutto pare chiaramente volto ad uccidere la nostra tradizione teatrale, a imporci "la stanzialità", ad impedire la tournée, la vita della Compagnia di giro, a castrare la nostra Storia che non può essere che quella e nessun'altra se lo è stata a dispetto di tutto attivamente fino ad almeno dieci anni fa ed ancora sgomita per esserlo.
 

Festival ed eventi, eventi e festival, teatri stabili e pluriproduzioni, alzate compulsive di sipario e teatri nazionali... tutto pare proprio fatto apposta per soffocare quel nostro inconscio desiderio, quell'atavico bisogno di libertà. Stanziali e non più girovaghi!
Bloccarci, costringerci, irregimentarci, legarci a un dettato artistico-culturale che, una volta perse le radici, non verrà più da noi ma ci sarà imposto, dall'esterno, dall'alto, non si sa da dove, nell'esercizio di una finta libertà di Stato, di un finto pensiero libero. Perché il nostro libero pensiero dovrà essere soffocato, soffocato partendo dalla rivoluzione che cancellerà pian piano, silenziosamente, subdolamente, le nostre radici. 

"Ma perché? Perché tutto questo, qual è il senso di questo progetto distruttivo?", qualcuno si starà chiedendo se avrà avuto la bontà di arrivare a questo punto. Lo scrive ancora Ferroni: "La terra, i raccolti ciclici, incatenavano l'uomo al potere. Solo la decisione di partire e di vivere da nomade, almeno per lunghi periodi, poteva liberarlo. Il viaggio di questi "ribelli" non ha né uno scopo, né una destinazione, non ha né una fine né un principio...". C'è qualcosa che può fare più paura al Potere di una rivendicazione che in realtà non ha alcuno scopo se non in se stessa? Come l'Amore. Nel romanzo di Orwell, gli uomini del Potere non si accontentano di stroncare la storia d'amore dei due protagonisti, che al di là dei loro aneliti di libertà è in se stessa pura, senza scopo, ma di reindirizzarla secondo la loro ideologia verso il culto dell'ideologia stessa.

Risolto dunque il problema del nostro inconscio desiderio di libertà, saremo perfette macchine della propaganda.

Noi siamo stati quelli che una volta "rotte le scarpe" non volevano più tornare indietro, cosa vogliamo essere domani?  

martedì 17 novembre 2020

NON VI LIBERERETE FACILMENTE DI NOI (17/11/1984 - 36 anni di Teatro)

Stavo pensando che il 17 novembre di 36 anni fa, precisamente Venerdì 17 novembre 1984, per la prima volta sono salito in palcoscenico. Ho fatto quello che con una meravigliosa espressione antica si chiama il mio "ingresso in arte", una espressione che andrebbe recuperata, ma il mondo di oggi cosa volete che capisca perso dietro gli alternativi intellettualizzati e gli ideologismi... 

Ma insomma, quel venerdì 17 novembre dopo che mi fu concessa una mezza prova in camerino e una in palcoscenico, fui catapultato sulla scena. 
SI trattava di "Filumena Marturano" di Eduardo, un classico delle compagnie amatoriali, anche se quella non era propriamente una compagnia amatoriale, dato che i due che ne erano a capo, Alessandro Nisivoccia e Regina Senatore, avevano in realtà una lunga esperienza professionale alle spalle, lui con Gassman, lei con Eduardo stesso e Mariano RIgillo. Ma constatato che la vita di tournèe non faceva per loro, si trovarono una bella "cantina" da cento posti che divenne fucina di giovani attori, la chiamarono "Teatro San Genesio" e il gruppo, in onore al TPI, Teatro Popolare Italiano di Vittorio Gassman, TPS, Teatro Popolare Salernitano. 



In quel vicolo della vecchia Salerno, vico Guaiferio, tanti di noi sono partiti alla scoperta di quel meraviglioso mondo che fin da subito amammo e che mai ci ha lasciato anche quando qualcuno di noi ha cambiato strada. Non è retorica: il Teatro è così. Ami quello, vuoi fare quello e non ti interessa in realtà fare altro. Ho conosciuto attori importanti, molto importanti, che dovevano una grossa parte della loro popolarità al cinema e poi alla televisione, ma li ho visti rinunciare a un lavoro davanti la macchina da presa per poter fare la loro tournée teatrale. Perché questo è un altro concetto che si è perso: sarà che siamo italiani e il sangue non lo puoi smentire mai, ma il Teatro è la tournée. 
Non c'è stato niente di più bello nella mia vita, in questi 36 anni - forse perché non ho avuto figli - dei lunghi viaggi, della scoperta delle nuove città, del ritrovare quelle già viste, del rivedere facce amiche dopo anni, del conoscere nuovi teatri, sentire ogni sera pubblici diversi, del veder scaricare le scene, e montarle, e poi alla fine vederle smontare da lavoratori operosi e divertiti, non c'è stato nulla di più bello che stare insieme a un compagno che non sai quando più rivedrai e dividere con lui la cena, e magari il sonno, e le giornate a raccontarsi l'intimità e la vita, niente dell'ascoltare i vecchi parlarti di un altro mondo, e poi crescere e vedere altri giovani che arrivavano con le loro arroganze o timidezze, come eri stato tu alla loro età o come non avevi avuto il coraggio di essere. Nulla ho amato più del sipario, e del camerino che era casa, e gli stucchi, gli ori dei teatri, e quel silenzio sacro e magnifico, quel silenzio di bimbo che dorme sereno che è dentro a un teatro vuoto prima dello spettacolo, quando tutto è pronto, i tecnici si sono allontanati, non tutti gli attori sono ancora arrivati e le mascherine sono ancora nei loro spogliatoi. Quella mezz'ora, se sei fortunato un'ora, carica di pace è un sogno di quiete che si rinnova ogni sera. Niente è stato mai più bello di quello, di quel momento in cui senti che sei nel solo luogo al mondo in cui nulla e poi nulla di male potrà mai accaderti. 
Forse è per questo che ho amato e amo il Teatro, perché il Teatro, al fondo di tutto, senti che ti protegge. Potrai morire ogni sera e poi rialzarti e dire: "ho sbagliato, devo farlo meglio, domani ci riprovo".  

Oggi sono 36 anni, tanti ricordi nella mente, tanti volti e insegnamenti, tanta vita, e amore. Stamane facevo lezione a dei ragazzi che forse abbracceranno questa professione. Il tempo non è passato invano e io sono felice, e sereno per tutto quello che ho fatto e certo che ho ancora tanto da fare, e lo farò, con calma. Non vi libererete tanto facilmente di me. Non vi libererete tanto facilmente di noi: Noi siamo il Teatro. 

Ho almeno tremila anni,
ho visto la luce, giorno per giorno, sorgere e calare,
ho sentito la polis 
crescere intorno a me, 
mentre mi era assegnato l'arduo compito 
di tenerla per mano, compito 
cui non mi sentivo adatto, 
ma che mai e poi mai avrei rifiutato; porto nel sangue 
il coraggio 
la fatica e l'amore 
di tutti quelli che mi hanno preceduto, 
di tutti quelli che mi succederanno; 
a loro lascio 
incorrotto 
quel  testimone che mi fu consegnato, nella certezza 
che il mio impegno sarà perpetuamente rinnovato; 
ogni nostra singola fine 
scivolerà serena in quell'oblio 
che è nostro orgoglio. Noi siamo 
i senza nome e senza memoria 
che sono stati la storia dell'uomo. 
Noi siamo il Teatro. 

lunedì 12 ottobre 2020

QUELLA PARTICOLARE FIRENZE DI GOLDONI

In una delle prefazioni alle sue innumerevoli commedie, Carlo Goldoni scrive che si era dovuto necessariamente occupare della revisione dei testi prima delle loro pubblicazione onde evitare che questi fossero presentati al lettore carichi di strafalcioni, cosa che sarebbe stata una profonda offesa alla Patria e alle sue lettere. 
Va però notato che quando Goldoni parla di Patria, intende l’Italia e non Venezia. Altre volte, infatti, nomina chiaramente, e ancor più direttamente, “le patrie lettere”. 

Ne “La locandiera” la Firenze indicata nella didascalia iniziale non si vede mai, mai è presente, nominata, richiamata, non ne è indicata una via, un monumento, un ponte, una collina, nulla. 

Una sola particolare annotazione può colpirci: Goldoni ci informa nella presentazione della commedia che il personaggio di Fabrizio era in origine il solo in dialetto, e che egli ha poi deciso di trasportare anche quello in italiano, in lingua. 
È davvero una informazione così importante da meritare una specifica comunicazione? 
A ben pensarci, no: il testo va alle stampe tutto in italiano, e la questione sarebbe chiusa lì; il Maestro Goldoni può comunicare alla compagnia che rappresenta la commedia la sua volontà di “tutti in italiano” e la faccenda, anche in questo caso, si chiuderebbe lì (sebbene alcune “abitudini” siano certamente dure da far cadere, soprattutto se, per un qualche motivo, i comici le ritengono efficaci con il pubblico). 
C’è, invece, nell’autore – va rilevato – una qualche specifica volontà, Goldoni vuole, evidentemente, dirci qualcosa di più. 

La mia ipotesi è che per Goldoni quella Firenze indicata in didascalia non sia un luogo geografico, ma un luogo della lingua. 
Nel momento in cui porta a compimento il suo capolavoro deve aver probabilmente percepito di aver finalmente centrato anche il suo obiettivo originario, quello che ci racconta nelle sue “Memorie”: dare alla letteratura italiana, “alle patrie lettere”, appunto la sua “letteratura drammaturgica”, la sua scrittura drammatica. 

Se Dante aveva dato alla lingua italiana la sua scrittura poetica, se ha codificato i canoni della Poesia per la nostra lingua, se Manzoni codificherà la scrittura in Prosa ed i suoi canoni, Carlo Goldoni ha il merito di aver compiuto questa medesima operazione per la Drammaturgia. 

La critica letteraria italiana non lo ha ancora capito. 
La critica letteraria italiana non ha mai capito il Teatro.