Sono nato a Salerno, nella Hippocratica Civitas. E sono un Attore, un hypocrita.
"Un attore – insegnava Marisa Fabbri - è prima di ogni altra cosa un cittadino".
Si può dunque parlare di Teatro senza porre un accorto interesse verso tutto quello che ci circonda?
Non credo. E non è mia volontà.
Forse alla fine il cittadino avrà il sopravvento; ma così non fosse, sarebbe ancora il Teatro, avrebbe mai avuto senso l'essere Attore?
Spero così siano chiari senso e bizzarro titolo di questo blog.
Sono un tifoso della Salernitana. Posso solo essere un tifoso della Salernitana. Sono nato nel vecchio Stadio Vestuti al centro della città, e quando ci passo davanti non posso fare a meno di pensare a quando ero bambino, a quando papà mi ci portava, a certi pomeriggi di freddo e pioggia, quando guardavamo la partita andando avanti e indietro per scaldarci e gli adulti bevevano quel Caffè Borghetti che a noi piccoli non era ancora concesso. Quando le maglie granata entrano sul tappeto verde io ancora mi emoziono come il primo giorno che le ho viste. Ed anche ora che sono lontano, la domenica penso sempre, almeno per un secondo, alla Salernitana. I Napoletani sono fortunati! Lontani dalla loro città hanno cento cose per rivendicare la propria appartenenza: la pizza, il babà, il Vesuvio, il mare, le canzoni, il Regno delle Due Sicilie, San Gennaro... ed anche i tanti luoghi comuni che pure sono segno di esistenza. Quel che Salerno era, la sua piccola ma specifica importanza nella Storia si è persa. Il Regno Longobardo, la Scuola Medica, l'ostinata devozione a San Matteo, il nostro piatto tipico, la milza cotta nell'aceto, e pure l'invenzione del calcio all'italiana, sono ricordi per pochi che non ci identificano davanti al mondo. Ma San Gennaro no, la pizza no, "'O sole mio" no. Se solo nomini una di queste cose, il mondo intero pensa a Napoli. E va bene così, io sono sinceramente felice per questo. A noi salernitani cosa resta? Ebbene sì, resta solo la Salernitana. Ché finché ci sarà, anche in terza serie, sapremo di appartenere a quella città ricca di Storia, e di problemi. Sapremo che Alfonso Gatto è il nostro poeta, che Torquato Tasso cresceva tra le nostre mura, che Gregorio VII riposa nel nostro Duomo, che la prima rappresentazione grafica al mondo del crollo della Torre di Babele è nel nostro Museo Diocesano, che la pizza "scarola ulive e capperi" è nostra e non napoletana, che il castello d'Arechi dove Foscolo ambienta la sua "Ricciarda" ci protegge ogni giorno, che il cuore della città vecchia conserva le sole alzate civili longobarde che ci sono al mondo, che la cripta del Duomo è un gioiello di purezza e luce, che la "Scazzetta" di Pantaleone è semplice e unica come la nostra testardaggine, che la ferita dell'Alluvione del '54 non è ancora completamente rimarginata, che abbiamo fischiato Caruso prima che lo fischiassero a Napoli e il grande tenore decidesse di andarsene, e che abbiamo lasciato costruire il Crescent perché oltre che pieni di Storia e virtù siamo pure parecchio fessi. Tutte cose che il mondo non sa, o certamente non sa più, e che quella maglia granata quanto meno ricorda ogni giorno a noi che siamo lontani da casa, lontani a volte per sempre. Quella maglia, indossata in onore della tragica fine del grande Torino, come è il loro sangue è anche il nostro, con amore e devozione. Soltanto così riesco a spiegare il viscerale attaccamento dei salernitani alla Salernitana, non mi viene in mente un altro motivo, attaccamento che ho visto crescere esponenzialmente in chi vive lontano dalla città delle antiche saline romane.
Domenica, come vittime predestinate, assisteremo al meritato trionfo del Napoli. Non lasciamoci prendere dall'invidia, dalla stizza, dal rancore, sentiamo invece un po' di orgoglio meridionale, perché gli azzurri sono i soli, sotto Roma, ad avere vinto trofei nazionali, nessun altro, e ogni meridionale deve a loro qualcosa, alla nostra capitale qualcosa. Guardiamoli con piacere e distacco, con letizia e cordialità. Dopodiché pensiamo alla nostra salvezza, è a portata di mano, e ce la siamo meritata ancora una volta, se l'è meritata il Presidente, tutto il suo staff, l'allenatore, i giocatori, e soprattutto i tifosi, quei tifosi che così tanti elogi raccolgono andando in giro per l'Italia, per passione e educazione. Restiamo come siamo. Abbiamo cuore granata, pulsa nel golfo di una città stanca ma viva, palpita silenzioso nelle nostra parlate lontano da casa, discrete e mai invadenti, sorride a un futuro di ricordi e dolci malinconie. Macte animo, esiste solo la Salernitana!
È certamente un fatto curioso della mia vita che deve avere
una qualche spiegazione nell’inconscio: non ho una fotografia assieme alle
persone cui ho voluto bene e che hanno avuto nella mia vita una importanza sia
professionale che esistenziale. Parlo, ovviamente, di coloro che non ci sono
più, come Mario Ferrero o Peppino Patroni Griffi.
Stamane mi è giunta la triste notizia che se n’è andato
anche Sergio Solli. Sergio, per coloro che non lo sapessero, era un attore
napoletano, nato professionalmente con Eduardo De Filippo, e che è poi divenuto
popolare con tanti ruoli cinematografici. Per i più è “lo spazzino” di “Così
parlò Bellavista”. Detto ciò, stamane quando la notizia mi è arrivata grazie
all’amica e collega Irma Ciaramella che si è preoccupata di avvisarmi – cosa
che al tempo d’oggi pare non usi più – mi ha colto una profonda tristezza,
questo non ostante detta notizia fosse in qualche modo attesa, dato che Sergio
era da un po’ che stava male, entrando e uscendo dagli ospedali.
Ebbene, tra i vari pensieri uno si è proposto alla mente con
nettezza: non ho una foto con Sergio. Come non ce l’ho con Peppino, con Mario,
con Valeria, con Giulio… Foto di scena escluse, ovviamente, ma immagini di
vita, di momenti semplici, a un tavolo, per la strada, in casa non ne ho.
Con Sergio ho passato tante estati nella sua amata Agerola.
Lì aveva una simpatica casa, piena di ninnoli colorati, di oggetti spiritosi,
bizzarri, il più delle volte inutili, che amava comprare in giro per l’Italia e
che teneva con la cura che si riserva alle opere d’arte.
Non immaginate una reggia, era un semplice appartamento, in
quello che allora, sto parlando degli anni 90, era un simpatico paese, ancora
semplice, contadino, e senza troppe pretese. Nella nostra Agerola c’erano solo
due ristoranti, anzi un ristorante e una pizzeria; e il circolo dove andavamo a
giocare a carte la sera era una specie di capanno in un giardino con tavoli e
sedie. Tutto qua. La vita vi scorreva leggera, dal belvedere si scorgevano
sotto di noi Amalfi e la Costiera in tutto il loro splendore, ma pure in tutta
la loro confusione di turisti ai quali non amavamo mischiarci.
l'altipiano di Agerola
Anche perché noi, su ad Agerola ci andavamo principalmente
per provare. In quelle estati abbiamo allestito, infatti, praticamente tutti
gli atti unici di Eduardo, qualcuno di Peppino e di Scarpetta, e un paio di
deliziose commedia di Giorgio Melazzi che con Sergio era amico. Dal paese, poi,
partivamo e andavamo in giro per la Campania, o la Calabria, o il Lazio, a fare
spettacolo.
Lo spirito era un po’ quello della Compagnia all’antica
italiana, con un repertorio a disposizione a seconda delle richieste. Tutto
quello che serviva per gli allestimenti stava nei bagagliai delle nostre station
wagon, più il furgone con luci e fonica. Agilità, velocità e disponibilità
massima verso il committente erano le nostre leggi.
Andavamo dovunque ci chiamassero, teatri al chiuso,
all’aperto, circoli, piazze, anche discoteche o pizzerie, contava fare
spettacolo, stare in allegria, divertirsi e soprattutto far divertire con
serietà e impegno. Perché la prima cosa che ho imparato con Sergio è stata che
non conta se fai lo “scavalcamontagna”, ma la serietà che metti nel lavoro, e
noi, in un teatro o in una osteria, mettevamo sempre lo stesso impegno. È stato
così che siamo andati avanti per anni, per tante estati belle e divertenti,
estati piene di sole.
Sulla comicità ho imparato da Sergio più di quanto abbia imparato
da tanti altri grandi artisti.
La vita poi è stronza, e ci ha portato lontano l’uno
dall’altro, ma l’affetto è rimasto sempre intatto, da parte di entrambi. Gli ho
voluto bene come lui me ne ha voluto, e tante cose anche private sono accadute
in quelle stagioni: amori, liti, passioni, risate, confidenze, segreti, perdoni
e tradimenti.
E racconti, tanti racconti che porto nel cuore, sulla sua
vita, su gli anni con Eduardo, con De Crescenzo. E aneddoti che riguardano noi,
proprio noi, che a ripensarci mi fanno sorridere di tenerezza più di tutto il
resto.
Non devo dire nulla a Sergio. Lui sa già tutto, ora più di
prima. Tranne che… non ho una foto, Sergio, non ho una foto di noi, insieme,
nella vita di tutti i giorni, per la strada o in casa, o al bar. Posso solo
conservare la memoria, e lo farò finché le forze me lo consentiranno. Poi tutto
si dissolverà con noi, anche i ricordi, anche il sorriso. Fin quando ci
rivedremo. Ma ho intenzione di metterci molto tempo, Sergio, molto, molto
tempo, ma prima o poi arriverò per forza. Tu intanto saluta gli amici per me,
io intanto cercherò di raccontare di te a chi vorrà ascoltare la nostra piccola
e sorridente storia.
Ti voglio bene.
Sergio Solli: Napoli 19 novembre 1944 - 3 febbraio 2023 ATTORE
Salerno 17 novembre 1984 - Torino 17 novembre 2022
Oggi sono trentotto anni dalla prima volta che sono salito su di un palcoscenico. Trentotto anni. Durante i quali sono successe molte cose, belle e brutte, durante i quali ho capito tante cose, belle e brutte. Essere attore è sostanzialmente un paradosso, è cercare la sanità mentale sbandierando la propria malattia, il proprio disturbo. Perché essere attore è un disturbo, un disturbo nella testa, che si pensa di curare, o quanto meno mitigare, assecondando quel bisogno di curare un disturbo; ma nell'assecondare si trae piacere, ed ecco, quindi, che il disturbo non può che essere alimentato. Essere attore è una devianza, il bisogno di essere sé e altro al contempo, è la ricerca di un se stessi già chiaro fin dal principio: sei questo è lo sarai sempre anche quando non farai l'attore, e l'augurio è che non guarirai mai, e non guarirai mai perché solo in quella condizione stai bene. Essere attore è una metafora, essere attore è essere una metafora, e, come dicevo, un paradosso: è essere portatore di un profondo erotismo ed al contempo essere un soggetto totalmente asessuato. Sono maschio, sono femmina, sono omosessuale, sono transessuale, sono tutti i personaggi cui presto questo mio corpo, la mia voce, il mio pensiero; io non esisto come loro non esistono, siamo tutti solo funzione di un racconto il cui obiettivo è "riconoscersi". Niente è più doppio di un attore, niente è più uno di un attore. La sostanza delle cose è in sé e sfugge allo stesso tempo, così come sfugge il tempo, come sono sfuggiti questi trentotto anni solo d'amore. Buon compleanno, attore. Tu sei nulla, orgogliosamente nulla, sei in ogni istante tutti coloro che ti hanno preceduto, tutti coloro che ti succederanno fino a che un uomo avrà respiro per raccontare, per raccontarsi una storia tentando di comprendere "chi sono". Buon compleanno. Ogni debutto è il primo attore del mondo che rinasce, felice di rifare tutta la strada, felice di sapere che non troverà mai la risposta, felice di perpetuare il cammino.
A tutti "i senza nome e senza memoria", cuore vero del Teatro, cui orgogliosamente appartengo e sempre apparterrò, buon compleanno.
Perché fin dalla notte dei tempi l'uomo ha bisogno di raccontare? Io sono certo lo abbia fatto sempre, in tutti i modi che gli erano possibili e che aveva a disposizione. Chi ci dice che davanti a quegli elementari disegni sulle pareti delle caverne, non ci fosse qualcuno che raccontava agli altri una storia che era già illustrata? O davanti a quegli stessi disegni elementari, ognuno costruisse o rivedesse una propria storia, perché magari era in testa al gruppo che cacciava l'animale per sfamare la tribù, oppure era in fondo, o nel mezzo del gruppo, e ha visto un compagno cadere dietro di sé, o davanti a sé, ha visto la fiera azzannare un amico che era di lato, o ha sentito un amico dietro di sé urlare perché una fiera lo aveva azzannato. Ogni uomo la stessa storia, ogni uomo una storia diversa. Punti di vista. Ciascuno mette sull'infinito piatto dei racconti la propria versione della storia: ognuna è vera, ognuna è solo un pezzo della verità.
Ma cosa cerca ogni uomo nel racconto, perché ci raccontiamo delle storie, con le parole, con il disegno, con il movimento del corpo o plasmando la materia. Io credo che sia la necessità di un riflesso in cui specchiarsi, e finalmente vedersi, almeno un po', almeno per un attimo. Ogni storia che raccontiamo agli altri è la storia che di noi raccontiamo a noi stessi nella speranza di sapere chi siamo. Ogni racconto è un atto di conoscenza, un tributo di amore e curiosità che rivolgiamo a noi stessi.
Fin dalla notte dei tempi, gli uomini raccontano storia per sapere chi sono. Niente di più.
Sai cosa mi piace del voto? Che sei completamente solo. In quella cabina non può e non deve esserci nessuno. La responsabilità è solo tua, verso la tua Nazione innanzi tutto, ma soprattutto verso te stesso. Sì, la responsabilità più grande è verso te stesso anche se non si vede subito. "Il voto è libero" è una delle affermazioni più belle che ci sono nella Costituzione, e "libero" penso voglia dire tante cose: per prima cosa che devi sentirti e devi essere libero dentro, che la libertà è appunto una assunzione di responsabilità, e che la libertà non è uno spazio, la libertà io credo sia una condizione, interiore ed esteriore, e perché la libertà è strettamente legata, per fortuna e per disgrazia, alla solitudine. Per tutti questi motivi il voto è libero, e in quella cabina non può e non deve esserci nessuno. Solo.
Se volete davvero comprendere cosa sia il calcio spettacolo,
“ascoltate questa favola antica” che i veri salernitani conoscono a memoria,
perché cento volte è stata loro raccontata, e loro stessi continuano a raccontarla
a figli e i nipoti come il momento più bello della Storia del calcio, un
momento esaltante, appassionato, di calore e conforto, d’esplosione di vita,
anche se parla di sconfitta. Perché nessuna sconfitta fu mai così dolce per un
salernitano, perché quella volta, quella sola volta non si era andati allo
stadio per veder vincere la propria squadra, ma per guardare negli occhi la
leggenda, poter dire “io c’ero, li ho visti”, per potersi dire, insieme a una
nazione intera “siamo ancora vivi”, per potersi sentire parte di quella
nazione. Non c’era nessuna partita quel giorno, ma solo lo Spettacolo.
Torino e Salernitana schierate prima della gara
Fu il 17 aprile del 1948. In quel campionato, 1947/48, per
la prima volta la Salernitana giocava in serie A, ed arrivava a Salerno il
grande Torino.
Il giorno dopo ci sarebbero state le elezioni politiche, forse le più
importanti e tese della storia della Repubblica, si sarebbe deciso il destino
di una nazione per chissà quanti anni a venire.
Ma l’arrivo del grande Torino, del quale si leggeva nelle emozionanti cronache
giornalistiche, che si vedeva al cinema negli spezzoni di partita che offriva
la Settimana Incom, che si ascoltava alla radio nel racconto secco e preciso di
Nicolò Carosio, era un evento troppo grande per la nostra piccola città. Vederli,
finalmente vederli davvero, gli undici campioni con la maglia color del sangue
più fiero, riscatto di una Patria in rovina tutta da ricostruire, baluardo di
una dignità perduta da riconquistare. Le forze dell’ordine in città
scarseggiavano, non si sarebbe potuto in contemporanea garantire il servizio
alle urne e allo stadio, così, cosa eccezionale per quel tempo, si decise di
anticipare la partita al sabato.
“Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano,
Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola”. Così papà la ripete ancora oggi, e così
io l’ho imparata. Perché papà quel giorno c’era, aveva dodici anni. A quel
tempo le banche la mattina del sabato erano aperte, e mio nonno, commesso alla
Banca Nazionale del Lavoro, alle 7,30 del mattino lasciò papà a un custode
dello stadio suo amico.
Lo stadio, il Donato Vestuti, oggi è al centro della città, a quel tempo era
solo una prima periferia già con dei palazzi attorno dai quali si vedeva il
campo di gioco. La capienza era limitata, dodicimila posti, e quel giorno per
accaparrarsi un posto ci sarebbe voluto un miracolo.
Il catino infatti si riempì prestissimo, papà ebbe la fortuna di essere fatto
accomodare nel gabbioto dello speaker.
La gara di andata, a Torino, era già stata segnata da un
curioso episodio: si era sul 6 – 1 per i sabaudi, l’arbitro fischiò la fine, ma
mentre erano già nel tunnel, un assistente del direttore di gara fece notare a
questi che aveva fischiato con qualche minuto d’anticipo; la giacchetta nera,
resosi conto dell’errore, ordinò alle squadre di tornare in campo, pochi
minuti, il tempo che il Torino segnasse il settimo gol.
Ora, sulla partita di ritorno, quel sabato 17 aprile 1948,
il racconto dei salernitani veri dice questo: iniziò la partita, la Salernitana
si batteva coriacemente, e dopo una decina di minuti circa passa addirittura in
vantaggio con un gol di Merlin su cross di Onorato; ci si sarebbe aspettati un
boato dei tifosi locali, invece il gelo scese sullo stadio, e dagli spalti iniziarono
a volare una impressionante serie di improperi verso il grande Torino: “E
questo sarebbe il Torino – Andate via – Vergogna – Tornatevene a casa –
Scandalo…”, la folla non si quietava più.
Valentino Mazzola, il grande capitano granata, raccolse la palla in fondo al
sacco, si portò a centrocampo, sistemo il pallone per la ripresa del gioco, poi
alzò lo sguardo verso le tribune: col palmo della mano in aria fece chiaramente
segno agli spettatori di aspettare, poi fece quel gesto che ne caratterizza
ancora oggi la leggenda: si tirò su le maniche, sbatté più volte le mani e urlò
ai suoi: “Andiamo, ragazzi!”.
In sette strepitosi minuti il Torino segnò tre gol! E a quel punto lo stadio
esplose in un tripudio inarrestabile, uno scroscio di applausi senza fine, urla
di gioia, canti, una festa infinita.
Ci fui poi un quarto gol, ma a quel punto poco importava;
quel che contava era che il Grande Torino c’era, era lì, davanti a loro,
esisteva sul serio, non era solo una sequela di parole nelle cronache. E se il
Grande Torino c’era forse c’era ancora la speranza di casa, di vincere ancora,
di ricostruire, di rinascere, di ripartire. Una vittoria che era soltanto "una vita", era ancora possibile.
Più passano gli anni e più mi convinco che fu per questo il tripudio, la
meraviglia, il bisogno della rassicurazione di essere ancora vivi, anche in una
piccola cittadina di provincia. Ed è l’unico episodio di vero calcio-spettacolo
che io conosca, dove anche i tifosi di casa erano andati allo stadio non per
vincere ma per essere stupiti dalla leggenda.
Poi ci fu lo schianto di Superga. La nostra maglia, come
quella di molte altre compagini italiane, divenne granata in omaggio a quei
leggendari campioni, e anche un giornalista salernitano, Renato Casalbore, in
quella tragedia trovò la morte. La piazza dove ancora oggi si trova il vecchio stadio
Donato Vestuti fu intitolata a lui.
Stasera giocano al nuovo stadio, l’Arechi, Salernitana e Torino, ma non sono
più i tempi delle favole; noi intanto continuiamo a raccontarci questa come la
più bella sconfitta della nostra storia, essendone ancora felicemente fieri.
“Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigam…”
Talvolta le conoscenze
personali mettono sulla strada sbagliata o quanto meno impediscono di vedere
con chiarezza. Aver avuto vent’anni di
sincera amicizia e affetto con il M° Giuseppe Patroni Griffi, scrittore,
drammaturgo, regista di teatro e cinema, uomo di straordinaria qualità, vasta
cultura e creatività sfrenata, mi ha per lungo tempo quasi inibito l’analisi e
la comprensione razionale della sua opera. L’ho amato, ammirato, mi sono
commosso sui suoi lavori, ne ho riso e goduto, ma solo adesso, a quindici anni
dalla sua scomparsa, comincio a comprendere quali fossero gli architravi del
suo mondo artistico.
Patroni Griffi col suo amato cane Dario
Si annovera quasi sempre
Patroni Griffi tra quegli scrittori e registi il cui tratto distintivo sarebbe “l’estetica”,
volendo indicare con questa generica definizione una sorta di ricerca del “fatto
estetico” fine a se stesso. Diciamo subito che la definizione, per i critici ideologizzati
degli ultimi 40 anni, cioè la maggioranza, assume carattere spregiativo.
Esaminando il côté maggiormente noto di Patroni Griffi, quello teatrale, autore e regista,
lo si è quasi sempre collocato in quella sorta di “dannunzianesimo registico”
che vien fatto risalire a Luchino Visconti; il discorso non è peregrino dato
che Patroni Griffi era amico di Visconti e se ne considerava registicamente
allievo, così come considerava altrettanto importante nella sua formazione da metteur
en scene un altro grande purtroppo dimenticato, Ettore Giannini: “Ho
imparato – amava ripetere - stando seduto in platea a guardarli provare”; e
negli anni era poi stato “seduto in platea” a guardare le prove di Giorgio De
Lullo in cui si mescolavano la lezione viscontiana e quella di Orazio Costa
Giovangigli, e del suo grande amico della giovinezza Mario Ferrero, allievo e
per anni assistente di Costa.
Visconti e Patroni Griffi
A questo punto, in realtà, la
domanda da porsi sarebbe: ma Visconti era davvero “dannunziano” come lo si
descrive, era davvero un regista per il quale il senso estetico veniva prima di
qualsiasi altra cosa?
"L'Innocente" di Visconti
Io sono certo di no: Visconti era tantissime cose, il
decadentismo e l’estetismo dannunziano facevano certamente parte del suo mondo,
ma coglierne solo questo aspetto è limitarlo colpevolmente (e forse anche con
una certa intenzionalità). Il discorso, però, ci porterebbe lontano, sarà
meglio rimandarlo ad altra riflessione.
Dunque, come spesso accade, tante strade s’incrociano nella formazione di un
vero talento creativo, al punto che quando questo trova la propria autonomia resta
difficile indicarne una come preponderante o determinante. Certamente il seme
gettato da Visconti, sia in cinema che in teatro, ha prodotto molti frutti e
ciascuno con una propria precisa individualità, pensiamo soltanto al gusto per
la maestosità e il dettaglio di Zeffirelli, alla maniacalità, sotto ogni aspetto,
di De Lullo, o al realismo civilmente impegnato di Rosi.
Per Patroni Griffi, però, il
discorso è leggermente diverso; poiché egli nasce, volendo esserlo, scrittore,
e solo in un secondo momento, quasi inconsapevolmente egli accoglie in sé la
lezione di Luchino: il suo debutto registico, infatti, è tardo e casuale, a 44
anni con "La governante" di Brancati. Scrittore egli si sentirà sempre e tale si dichiarerà fino alla fine: “Sui
miei documenti ho scritto scrittore”, ponendo così una netta cesura tra
sé e i registi, invocando la propria alterità come tratto distintivo di una
maggiore completezza.
Il mondo di Patroni Griffi si
sviluppa in realtà per percorsi non convenzionali, spesso inaspettati e
insospettabili: il non essere entrato in arte come giovane desideroso di
diventare regista, ma l’essercisi ritrovato per caso, lo ha probabilmente
costretto a elaborare una propria poetica e una propria metodologia di lavoro,
recuperando improvvisamente dalla memoria, non solo cosciente, tutto quello cui
aveva assistito nelle serate di prove teatrali.
Egualmente, in un percorso
precedente a quello registico, in maniera non convenzionale inventa il suo
teatro. Un teatro che è già cinema pur rimanendo teatro, lì dove il classico
testo teatrale si mescola alla sceneggiatura: un teatro adeguato al suo tempo,
alle nuove esigenze e gusti degli spettatori. Basta leggere la sua prima
commedia, “D’amore si muore”, per rendersene conto.
Valli e De Lullo in "D'amore si muore" (foto da programma di sala T. Eliseo)
Fidandosi quasi ciecamente di
quella che oggi definiremmo intelligenza empatica Patroni Griffi si lascia
sprofondare senza timori nel suo mondo, procedendo in una sperimentazione
costante che non ha e non può avere limiti, e che in poco tempo lo porterà a
scrivere quel capolavoro assoluto che è “Metti, una sera a cena”, una commedia
senza più luogo e tempo definiti, dove la trama è una non-trama che ciascuno
spettatore può liberamente ricostruire nella propria mente.
E tutto questo non gli
impedirà di realizzare commedie nella più tradizionale delle forme, come la
commovente e spiritosa “In memoria di una signora amica”, o la scandalosa
“Persone naturali e strafottenti”, fino a quella favola antica che è “Una
tragedia reale”.
"Metti, una sera a cena", I rappresentazione 1967 Orsini, Albani, Valli, Giuffré, Falk (foto da programma di sala Teatro Eliseo)
Bene, ma di cosa è fatto il
mondo di Giuseppe Patroni Griffi, sia come autore che come regista?
Io lo definirei un mondo di
“estetica citazionista”.
Patroni Griffi tesse le sue
tele con i mille elementi sedimentati nel suo animo e nella sua memoria, la
maggior parte dei quali sono richiamati con piena coscienza, mentre altri
emergono con felice inconsapevolezza: un tessuto ornato di prezioso ricamo, la
tela di ragno nella quale lo spettatore rimane invischiato.
Attraverso la miriade di
citazioni che popolano le sue opere, verbali e visive, palesi o no, Patroni
Griffi aggancia empaticamente il lettore-spettatore nel fondo di una memoria
comune, in un inconscio culturale collettivo nel quale riconoscersi. “Qualcuno
deve averle scritte queste frasi se io le ho lette tante volte”, dice Nina in
“Metti, una sera a cena”, commedia che è un vero e proprio florilegio di
richiami letterari, pittorici e drammaturgici. Perché come Nina afferma, quelle
frasi, quelle storie o immagini, sono dentro di noi, e noi le abbiamo acquisite
dalla letteratura, dalla pittura, dalla musica. Pare quasi dirci, Patroni
Griffi, in un percorso che sicuramente prosegue quello Pirandelliano, che è
l’arte a scrivere la vita; ed ancor più: la sua visione supera Pirandello,
poiché è l’arte a scrivere l’arte, arte che, in fondo, non parla di niente
altro che di se stessa, e attraverso se stessa si racconta, raccontandoci la
vita.
Ecco, dunque, che la Storia
prende a svolgersi su più livelli: c’è quello intellettuale, di chi coglie i
vari riferimenti, e c’è quello da inconscio collettivo, di chi ha in sé la
citazione pur non avendone memoria. Ma c’è un terzo livello cui Patroni Griffi
non rinuncia, ed è quello della pura narrazione che, sostenuta in maniera forte
da questa trama memonica, trova una solida base di appoggio per aprirsi allo
spettatore nel più semplice dei modi e colpire lì dove deve: nel sentimento,
come nella coscienza, come nel pensiero. Chi non coglie le citazioni, è colto
però dalla solidità evidente del tessuto narrativo, fatto al contempo di
accadimenti e di stile, uno stile ricercato, spesso raffinato, ma sempre
funzionale alla storia, storia che sta in piedi perché trova in questo tessuto “citazionista”
il terreno fertile nel quale essere coltivata. Ed attenzione: la citazione, il
richiamo può essere raffinatissimo o assolutamente popolare, talvolta anche
volutamente volgare lì dove ce ne sia una esigenza drammaturgica.
È dunque in questo modo che Patroni
Griffi conduce il lettore/spettatore all’emozione, non attraverso “il caldo”,
attraverso l’abbraccio rassicurante, ma tramite il gelo della lucidità, lo
sbarbaglio di un bisturi, la crudezza della realtà, disvelando una memoria
collettiva che è presenza, incarnarsi dell’arte nella nostra esistenza quale elemento pienamente partecipe.
Un “sistema” efficace,
dunque, che soddisfa ogni livello di percezione, in una lezione parallela e sovrapponibile a quella di Pier Paolo Pasolini, e che ugualmemte non trova
alcuna difficoltà nel descrivere qualsivoglia situazione sociale o storica.
da "Addio fratello crudele"
"Addio fratello crudele", scenografie di Mario Ceroli
Credo che in questo senso l’opera letteraria, le messe in scena, il cinema ed anche la televisione di
Patron Griffi siano marcate dal “discorso estetico”, discorso che non si fa
minimamente riduttivo così come intende certa critica in malafede, ma che tende
verso una spasmodica ricerca della bellezza.
“La bellezza – ripeteva convintamente Peppino – è oggettiva”, un’affermazione per
troppi versi contestabile e che è stata oggetto serale di cento appassionate
discussioni dalle quali sono sempre uscito poco convinto; ma mi è chiaro oggi
che per lui la bellezza diveniva oggettiva nel momento stesso in cui la
identificava come parte imprescindibile del comune sentire degli uomini,
elemento condiviso che travalica mode e singole culture di riferimento.
Ciò che è bello è anche
giusto, sano, e morale anche quando pare ammantato di immoralità; essa bellezza
è viva, ci appare o perdura in una sorta di comune inconscio primordiale,
compito dell’arte e dell’artista è farla riemergere o emergere.
Stamp e Antonelli in "Divina creatura"
Mi si lasci chiudere con un episodio che mi ha visto coinvolto. Preparavamo la diretta televisiva mondovisione di "Tosca, nei luoghi e nelle ore di Tosca", era (ahimé!) il lontano 1992, una estate torrida e meravigliosa nella quale facemmo, posso dirlo con orgoglio, la storia della televisione, grazie, innanzi tutto, alla genialità di un grande produttore, Andrea Andermann, inventore del meccanismo che consentì l'operazione. Io ero un giovane e imberbe assistente del regista.
I luoghi dove lavoravamo erano straordinari: la chiesa di Sant'Andrea della Valle, Palazzo Farnese, Castel Sant'Angelo. Patroni Griffi, forte della solida collaborazione di Vittorio Storaro, cercava in ogni modo inquadrature che, oltre a rendere la precisa idea della storia che egli aveva in mente, potessero mostrare al mondo i nostri capolavori. Mai però come documentario - errore oggi abbastanza frequente in registi senza qualità e cultura - ma sempre come scenografia, come reale ambientazione dell'opera, capolavori a fare da naturale corollario a un capolavoro.
Le scena del Te Deum, finale I atto, che qui vi lascio è esemplificativa.
Giunse il coro per le prove, e dopo qualche giorno arrivarono sul set anche le comparse che avrebbero dovuto essere il clero, il popolo, le guardie svizzere...
Peppino era ovviamente preso dai mille problemi che una tale regia può comportare. Tra le comparse, il mio occhio cadde sul viso di un ragazzo, avrà avuto vent'anni, dai lineamenti finissimi, un naso dritto e gli occhi acquosi, azzurro pieno, alto, elegante.
Ne fui molto colpito, c'era un qualcosa di affascinante in lui che però non cogliere pienamente.
Al ragazzo il capo-comparse aveva assegnato, in attesa di conferma da parte della regia, il ruolo di "portatore della croce".
Quando Patroni Griffi arrivò per occuparsi dei movimenti delle comparse, mi avvicinai a lui e con una ammirazione sincera gli dissi: "Peppino, guarda come è bello quel ragazzo". Fu un attimo, egli si voltò di scatto e urlò a Stroraro indicando il giovanotto: "Vittorio, dobbiamo fare un primo piano qua! Ma lo vedi, questa è la testa del David di Michelangelo! Ma facciamo vedere che non sono solo opere d'arte, facciamogli vedere che noi queste cose ce le abbiamo nella vita!". Era il suo profondo orgoglio di italiano davanti al mondo, mostrare la nostra bellezza.
Ecco, la differenza era tutta qua: io, sia pur scusabile nella mia inesperienza, ero rimasto affascinato da una volto senza sapere il perché; Giuseppe Patroni Griffi era istantaneamente volato al collegamento d'arte e di vita, aveva subito compreso dov'era la bellezza che ciascuno di noi, anche inconsapevolmente, si porta dentro come un bene comune dal quale non possiamo staccarci, una bellezza a tutti noi nota e da tutti noi riconosciuta, la sua amata "bellezza oggettiva".
Pier Luigi Pizzi, Giuseppe Patroni Griffi, Giorgio De Lullo, Romolo Valli durante le prove di "D'amore di muore", 1958 (foto da un programma di sala del Teatro Eliseo)