mercoledì 6 marzo 2019

Don Aniello Manganiello... fede nella Parola, amore in Dio

E' da un po' che non ci si vede.
Di cose ne sono accadute, e tante. Anche fare una sintesi diviene complicato.
Diciamo che fondamentalmente sono stato preso dalla preparazione di no spettacolo cui tengo molto, "Poeta per Poeta" dove si parla di Divina Commedia letta, vista, analizzata da altri poeti, e che ha avuto una sua replica a Torino. E ora me ne scendo giù nella mia Salerno per preparare un'altra cosa che mi sta a cuore: "Gesù è più forte della camorra", per la regia e l'adattamento di Pasquale De Cristofaro, tratto dall'omonimo e fortunato libro di don Aniello Manganiello e Andrea Manzi che non so più a quale numero di ristampa sia arrivato.
Mentre la prima era una sfida del cuore, intima e delicata, questa sarà una sfida della forza, dell'emozione, del credere, un percorso complicato nel quale conteranno mille cose, oltre la propria esperienza professionale, e probabilmente la cosa più importante sarà proprio il credere, la fede, e se non proprio la fede in Dio (altra cosa intima e a mio avviso difficilmente esplicitabile), almeno la fede nell'uomo e soprattutto nella Parola.
Mi accingo a questo viaggio nel profondo della Parola umana con la consapevolezza della mia pochezza ma con il desiderio di corrompermi per apprendere.
Non avrei mai immaginato di interpretare un sacerdote. E dalle prime letture fatte in solitaria mi è chiaro che non è la più semplice delle situazioni. Cos'è e chi è un uomo che è dedito agli altri non per amore diretto verso di loro ma per amore assoluto verso il Padre, il cui compito pare essere quello di aiutare tutti i figli a tornare ad essere figli. Credo si sbagli quando si pensa a un prete come un banale crocerossino dedito al prossimo. Paradossalmente, un prete ama Dio e non l'uomo. Il suo amore per l'uomo è una conseguenza, uno strano riflesso scambiato per luce originaria.
Nel suo amore per Dio egli opera per il compimento del suo regno sulla terra, e in quest'opera c'è il ricondurre a casa i suoi figli dispersi. Il cuore dell'opera sublime di don Aniello è proprio nelle conversioni di camorristi che è riuscito a far compiere, ma non lo ha fatto per suo piacere o orgoglio, lo ha fatto per amore di Dio. E lo ha fatto usando quello che è il primo strumento della mia professione: la Parola.
Il viaggio sarà complesso, ma ho la netta sensazione che è questo lo strumento da cui devo lasciarmi attraversare. Credo di essere pronto.
L'opera è alta e io, quale sacerdote laico, metto a disposizione del mio rito tutta la mia fede in esso.
Confidando intimamente nell'amore e nel sostegno di Dio.
Ci potremo vedere, per cominciare, a Salerno, Sala Pasolini, il 6 e 7 aprile. Poi chissà...

mercoledì 13 febbraio 2019

Sì TAV - No TAV, L'ERRORE (un rapido pensiero della massaia che è in me)

Scusate, voglio fare una domanda semplice perché la questione è molto complessa e non investe soltanto il problema di completamento o no del corridoio5 col tratto Torino-Lione, ma il sistema di governo. Attenzione, non l'attuale sistema di governo, che è ancora "in embrione" (nella sua (ri)nascita), ma quello radicatosi nella mente della maggioranza dei cittadini negli ultimi 30 anni, per cui non esiste più la mediazione e la ricerca del compromesso ma soltanto il decisionismo. Il Decisionismo è parte del Facilismo: la gente delega e si sgrava così del problema, non se ne deve più occupare, esattamente come accade in un condominio quando hai segnalato la rottura dell'ascensore all'amministratore, a quel punto il problema DEVE essere risolto da un altro. Questa concezione della Politica ha allontanato il cittadino dalla Politica stessa, fornendogliene, oltre tutto, una visione distorta: il politico come Amministratore Delegato. Il meccanismo rende la vita del cittadino più facile (ma non più semplice come si può serenamente osservare), ma ha anche un altro risvolto, negativo: che l'AD può fare come vuole, giustificando e motivando in mille modi, e magari attraverso lo sfruttamento di una sostanziosa rete di relazioni, il proprio operato; in pratica, il politico può anche decidere di farsi i fatti propri. A quel punto, il cittadino che ha delegato, deve mettere in campo un'altra delega, quella alla magistratura, fidando e sperando che quest'altro Potere dello Stato se ne occupi... Ma in qualunque caso, il cittadino è messo in un angolo. E mi, spiace dirlo, per suo "collaborazionismo": è stato lui il primo ad accettare, a volere, a sostenere e invocare un sistema in cui poteva delegare, così da non avere rotture di balle. In questo sistema ci sono quelli che si oppongono, una minoranza (che però sta divenendo maggioranza) spesso additata come sovversiva, distruttiva e tutta la sequela di epiteti denigratori che ben conoscete. Ma lasciamo un momento da parte questo schema che è generale e che in realtà investe il mai risolto problema del rapporto tra governabilità e rappresentatività. Voi cosa preferite? Io la rappresentatività. Preferisco infatti che si discuta di più si decida un po' meno ma che alla fine nelle decisioni prese ci siano bene o male assommate le idee della maggioranza dei cittadini. La governabilità, per capirci, è quella delle elezioni dei sindaci in Italia (la legge madre di tutti i disastri), o del presidente in Francia, dove un Macron diviene capo di Stato con il solo 25% dei voti effettivi e decide della vita del 100% senza che almeno un fetentissimo 40% possa mettervi bocca. Potremmo fare mille esempi su questo se guardassimo a come sono governate tutte le nostre città e da tutte le parti politiche, ma lasciamo stare. Tornando alla domanda semplice iniziale: perché la questione può essere solo declinata nei termini di SìTAV o NoTAV? Perché non ci sono mai state altre opzioni sul tavolo? Perché, ai tempi di un tal Burlando, si decise che si doveva bucare la montagna punto e basta? Perché nessuno ha mai voluto davvero prendere in considerazione le alternative proposte che non avrebbero impedito il compimento dell'opera? Perché ci ritroviamo in questa situazione assurda che ci vede ancora una volta schierati come in Coppi-Bartali, Callas-Tebaldi, MIlan-Inter, Nordisti-Sudisti, Baggio-Del Piero, ecc. ecc. ecc.
C'erano le soluzioni alternative? Ma in nome di cosa non sono mai state considerate? Io credo in nome del primato della GOVERNABILITà, della idea del "ghe pensi mi", del "decido io", ed è questo concetto, fondamentalmente, che si doveva fare ingoiare al popolo, non la giustezza o no dell'opera. E giunti al punto in cui siamo, anche quei politici "pro-popolo" che sarebbero aperti al dialogo e alla ricerca di altre soluzioni si ritrovano ormai schiacciati nello schema senza possibilità di uscita. A meno che non vogliano trovarla perché la Politica può sempre trovare una giusta soluzione. Ma per farlo deve occuparsi realmente del problema e non dell'uso dello stesso a fini politici. Saranno in grado di farlo? Spero di sì. Perché la famosa domanda che volevo fare è: ma se una cassetta di zucchine viaggia a una media di 250 km l'ora da Lisbona a Kiev (da LISBONA A KIEV!) sarà proprio tanto grave se in un tratto di una quarantina di chilometri la sua velocità scende a 150? PS - Se la Lega chiederà il referendum su questo tema, andrà a sbattere e potrebbe essere l'inizio del declino. Tutti i territori nei quali per fare 80 km in treno occorrono due ore e mezza, o quelli che ancora hanno binario unico o che non hanno proprio la ferrovia, gli voterebbero contro. La propaganda dell'avversario sarà molto semplice: "la TAV porterà sviluppo dove si fa; gli investimenti della TAV potrebbero essere usati in altro modo". Non è uno scenario complicato da immaginare.
Scendere in piazza con "le madamine" a Torino è stato per gli uomini di Salvini un errore. ZIngaretti, infatti, ha appena dichiarato che alle prossime elezioni il partito dovrebbe candidare persone lontane dalle politica: "per esempio le madamine torinesi". Era fin troppo facile capire che quella era una manifestazione di radical chic e non di gente che prende un fottutissimo regionale tutti i giorni.

martedì 22 gennaio 2019

POLITICHE TEATRALI, QUELLI CHE FANNO "I CONVEGNI".



Se c'è una cosa che detesto è fare il profeta. A questo Paese bastano le lagne di Celentano perché vi si aggiungano le mie.
In un post precedente vi avevo o non avevo avvertito che sarebbe cominciata una sarabanda di convegni nei quali persone di varia estrazione professionale ma certamente non teatrale e soprattutto NON TEATRANTI avrebbero aperto discussioni, dibattiti, conferenze il cui unico scopo recondito non sarebbe stato quello di parlare della condizione dei lavoratori (passo primario e principe per potere parlare di attività culturali), ma quello di accreditarsi come credibili interlocutori presso una classe politica che nulla sa di teatro e teatranti? 
Questo di cui vedete la pubblicità nella foto sarà anche un ampio e importante dibattito, di larga durata e con tanti sponsor, con un bel sito ad annunciare l'evento e un solerte ufficio stampa, ma dalla ricerca rapida che ho potuto effettuare, l'elenco dei relatori non contiene il nome di un solo teatrante, attore, regista o tecnico. 
Se lo credete opportuno, rifate la ricerca e ditemi se ho sbagliato. Sono giornalisti, critici, professori, studiosi di vario genere... 
NESSUN TEATRANTE! 
Eppure costoro parleranno del vostro futuro, e voi, cari i miei colleghi Lavoratori dello Spettacolo, sarete relegati al ruolo di spettatori, e forse vi sarà concesso di fare qualche domanda. 
CARI COLLEGHI LAVORATORI DELLO SPETTACOLO, ve lo dico semplicemente: per relazionarsi con le istituzioni ci vuole almeno una forma mentis istituzionale. Non voglio dire che dobbiate fare per forza una Associazione dei Professionisti anche se sarebbe la cosa più sana, ma invece di andare a questo o ad altri convegni dove nessuno di voi potrà parlare, organizzatelo voi un convegno.
Io, purtroppo, non sono più a Roma, città che - come diceva la dolce Lara Pasquinelli - ci ha letteralmente cacciati ("Ci stanno cacciando, Alfonso" ripeteva Lara prima di morire a 45 anni perché il cuore le ha ceduto, e un cuore non cede solo per malattia, ma per solitudine, per mancanza di lavoro, di prospettive, di vita, di affetto... ); ormai vivo in un vero e proprio angolo d'Italia, dove vorrei che accadessero più cose, ma... lasciamo stare.
Io, purtroppo - dicevo - non posso essere in loco a darvi una mano, ma se posso aiutarvi a fermarvi e a riflettere con queste poche righe, beh, lo faccio molto volentieri. 
Voi, però, riflettete, vi prego. Ma soprattutto, fate sì che le vostre azioni siano conseguenziali ai pensieri. Tanto, già morite di fame, ma se pure mandate affanculo qualche "potente" (o sedicente tale) di più, ma cosa pensate che cambierà nella vostra vita professionale? Sappiatelo, sarà la stessa merda di sempre. 
Non potrò mai dimenticare un importantissimo professore, studioso di teatro, di questo angolo d'Italia in cui vivo, che alla mia domanda su se conoscesse le riforme Franceschini e per esempio il "problema 35 anni", mi guardò perplesso e ammise di no, di non sapere nulla. Eppure è ritenuto uno dei massimi esperti di Teatro in Italia, ma della vita del Teatro sapeva letteralmente nulla. Gli dovetti spiegare e rimase di stucco. 
Ecco, sappiate che è questa la gente che, se non interverremo, domani si siederà ai tavoli istituzionali per decidere del futuro dei lavoratori italiani dello spettacolo.  

mercoledì 16 gennaio 2019

PROSA, MA A COSA SERVE LA SOVVENZIONE STATALE? (uscire dalla logica de "La Chiuuultuuraaaaa -wooow")

Mi asterrò da un discorso lungo e complicato, per quanto l'argomento sia complesso. 
Ho appuntamento col mio tributarista, causa simpatiche cartelle esattoriali annullate quattro anni fa dal giudice e ancora risultanti nel mio... credo che si chiami "estratto di ruolo", o forse sbaglio... insomma nella mia scheda tasse. Permetterete che mi roda un po'!

Prima di andare, però, ho promesso a un caro amico che avrei messo nero su bianco il mio pensiero sul FUS, il Fondo Unico per lo Spettacolo, o più semplicemente le sovvenzioni statali a sostegno della Cultura.
Ecco, già qui c'è da fare il primo chiarimento e si spererebbe che una volta per tutte spariscano certe locuzioni che sono mistificatorie, mistificanti, fuorvianti e soprattutto che si prestano a speculazioni di parte.
Quindi ripetete con me: 


Lo Stato non sovvenziona LA CULTURA ma LE ATTIVITA' CULTURALI 
Lo Stato non sovvenziona LA CULTURA ma LE ATTIVITA' CULTURALI
Lo Stato non sovvenziona LA CULTURA ma LE ATTIVITA' CULTURALI
Lo Stato non sovvenziona LA CULTURA ma LE ATTIVITA' CULTURALI
Lo Stato non sovvenziona LA CULTURA ma LE ATTIVITA' CULTURALI

Cambia? Hai voglia se cambia!, è proprio tutta un'altra cosa. Per un semplicissimo principio: solo un cretino può pensare di produrre un capolavoro, di fare cultura, di produrre Arte.
Le persone serie, fanno quotidianamente il proprio lavoro, quello per cui si sentono portati, che sentono di svolgere bene, e lo fanno con piena coscienza e dedizione. Poi - DOPO! - a un certo punto, qualcuno o qualcosa ci dice che è stato prodotto un capolavoro, che si è fatta dell'Arte.
L'Arte è in qualche modo qualcosa che ci sfugge di mano... 

In quest'ottica, dove il principale valore è il lavoro, la cultura non è altro che l'esercizio del lavoro stesso, l'esercizio professionale e quotidiano, tramandato di mano in mano nel tempo, con tutte le sue naturali evoluzioni ma che procede su di un percorso netto e soprattutto lineare non ostante tutte le normali digressioni che può conoscere. 

Il concetto che lo Stato deve sovvenzionare la Cultura è ormai divenuto funzionale a una serie di attività che con la scusa della "produzione culturale", quindi in un'ottica di intellettualizzazione del processo creativo, drena risorse al sistema a vantaggio di pochi e a scapito dei molti. Per far ciò necessita un meccanismo che valorizzi, supporti e propagandi il tutto, in un processo che autoalimenta se stesso e i suoi adepti. 
In questa visione il FUS è letteralmente sprecato poiché non assolve alla sua vera funzione, cioè non assolve a quello che è il vero compito dello Stato: proteggere il lavoratore. 

D'altronde, il tanto sempre citato art. 9 della Costituzione dice:
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnicaTutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Si parla di "sviluppo della cultura" - associato sempre, anche nell'art 33. all'attività scientifica, e questo è un altro punto su cui si dovrà riflettere - e nel termine cultura sarà compreso tutto, anche come si fa una pizza, o solo quello che alcuni decidono sia arte e cultura? Questo perché la Costituente aveva chiaro un semplice concetto: da dove arriverà il capolavoro o la novità scientifica rivoluzionaria non si sa, lo Stato deve fare in modo che arte e scienza arrivino sempre al maggior numero di persone possibili, sia come fruitori che come operatori attivi, e basta. 
Chi si arroga il diritto di dire che una cosa è Cultura e l'altra no, tradisce il dettato costituzionale. 
E se promuovi "lo sviluppo" non puoi innanzi tutto non proteggere i lavoratori che di quello sviluppo si occupano.   



Ora: sorvoliamo per un attimo sul fatto che il FUS sostiene tante diverse attività e restiamo per un momento sul mio capo, quello del teatro di Prosa, chiedendoci: 
A COSA SERVE DAVVERO LA SOVVENZIONE STATALE?
Si dice, in maniera sommaria, a ricoprire le perdite. 
Dato che praticamente ogni anno i produttori chiedono di accedere al FUS (parliamo di "Privato", perché è evidente che il "Pubblico" deve per forza accedervi), c'è da immaginare che siano sempre in perdita; ma è immaginabile che una impresa sia continuamente in perdita? Evidentemente no, sarebbe una azienda malata. 
Ma a parte il fatto che, almeno un tempo, quando si lavorava!, le Compagnie NON erano sempre in perdita, il sostegno dello Stato aveva un valore fondamentale per la qualità degli allestimenti, ma soprattutto per la tutela dei Lavoratori dello Spettacolo.

Provo a spiegarlo con un esempio: un regista chiede all’impresa, dopo aver scelto dei bravissimi protagonisti, di scritturare per un ruolo non principale un attore non di grido ma molto bravo, così da “mantenere uniforme” la qualità dell’allestimento; questo attore, avendo professionalità e esperienza, ha un certo costo; l’impresa, però, preferirebbe un altro attore, un po’ meno bravo, magari un po’ più giovane e dal costo più abbordabile. A questo punto il produttore fa le proprie valutazioni: se sa che a fronte di una perdita potrà contare sul sostegno dello Stato, sarà sicuramente più disponibile verso la richiesta del regista; in caso contrario evidentemente no, cosa che creerà una serie di problemi. Innanzi tutto alla qualità dello spettacolo (perché io sto facendo l’esempio solo su un singolo attore, ma dovete immaginare che il meccanismo va a replicarsi su ogni comparto dell’allestimento), ma soprattutto sul conflitto interno al “corpo dei lavoratori” che verrà automaticamente a crearsi: perché “l’attore più bravo”, escluso per motivi economici, in una successiva occasione sarà costretto a rivedere al ribasso il proprio compenso; ma per restare in corsa, lo stesso dovrà fare “l’attore meno bravo”, e così via… Si sa bene dove porta questo giochino e non credo si debba aggiungere altro per comprendere quanto può essere importante la rete di protezione offerta dallo Stato, cioè dai lavoratori stessi a tutti gli altri lavoratori: perché di deflazione salariale in deflazione salariale i vincenti possono solo essere i dilettanti. 

Il valore della Sovvenzione statale è questo: proteggere i lavoratori e in questo modo promuovere lo sviluppo delle attività culturali, che in quanto tali possono solo essere professionali. 

Il problema cui siamo oggi di fronte è: può uno Stato che ha ceduto la propria sovranità monetaria, e quindi la possibilità di decidere della propria politica economica, e quindi, banalmente, decidere quanti soldi investire qui e quanti lì... sovvenzionare adeguatamente il nostro comparto? 
Evidentemente no. 
E inoltre può farlo in un sistema dove le crisi, non potendo essere scaricate sulla moneta, devono per forza essere scaricate sui salari? 
Evidentemente no.

Pensate non riguardi la Prosa? E invece riguarda anche la Prosa.
Nel corso degli ultimi anni, tutti noi scritturati sappiamo che i tagli fatti al comparto delle attività culturali si sono tramutati in paghe più basse, molto banalmente. 

I produttori, sia privati che pubblici, per sopravvivere, hanno semplicemente scaricato sui lavoratori le loro difficoltà, mettendo in scena commedie con meno personaggi (anche qui molto banalmente) e abbassando le paghe (sempre banalmente). 
Ditemi che non vi risulta!  
E per le stesse produzioni, meno soldi in giro, patti di stabilità, restrizioni di sovvenzioni regionali e comuncali, hanno significato meno Comuni che fanno stagioni teatrali, pagamenti con tempi indecenti (anche questi banalmente scaricati sui lavoratori che attendono anni), tournée decisamente più brevi, talvolta inesistenti... 

E in questo sistema, dove le risorse si sbriciolano sempre più, la lotta tra lavoratori, tra comparti, tra dipendenti amministrativi e personale artistico, tra sindacalizzati e non, senza contare la pletora di "intellettuali" che in nome della chiultura vegetano sulle spalle di tutti gli altri, si fa sempre più accesa, sviluppa sempre maggior odio e insofferenza. A me non pare così difficile da capire: dieci ossi per dieci cani significa un osso a testa, tre per dieci cani vuol dire che qualcuno digiuna. 

Mi si dirà: allora hanno ragione coloro che chiedono più fondi?!
Certo che hanno ragione, ma dipende per farci cosa e con quale filosofia. Se stiamo ancora a "la chiulturaaa", siamo totalmente fuori strada. 

Mi si dirà che qualcuno disse: "Con la cultura non si mangia"?!
Vero, ma il citare questa frase è solo un modo per scaricare su una sola parte politica le responsabilità e assolverne l'altra che a quel punto può continuare a invocare fondi per il proprio progetto di dominio culturale.
Tutta questa roba va consegnata alla Storia perché semplicemente non si ripeta più.
Quello a cui oggi si deve pensare è come sbloccare il Paese nel suo complesso, smettendo di vivere di ELEMOSINE, smettendo di pensare che qualche "animale sia più uguale degli altri", anzi mettendo nell'angolo chi solo si azzarda a pensarlo. 


Se il comparto Prosa nel suo complesso continuerà a bersi la favola della Cultura, come ho già avuto modo di scrivere si avvererà la "profezia" di Tremonti.
Perché forse un filo di verità nel fatto che con la Chiultura non si mangia c'è, o per lo meno non ci mangiano tutti.
Con il Lavoro sicuramente sì! 

lunedì 14 gennaio 2019

IN SOFFITTA IL CODICE DELLO SPETTACOLO: "CHE FARE?" (oltre a brindare?)


Mi dicono dalla regia che oggi, 14 gennaio, alle h 18,00 al Laboratorio Formentini in Milano, si terrà un convegno sulla situazione teatrale italiana. Ancor meglio: tema della convention sarà il “che fare?” dopo che la famigerata legge Franceschini è stata praticamente mandata in soffitta dall’attuale governo.
In sintesi: la legge Franceschini, denominata Codice dello Spettacolo, di cui qui abbiamo parlato, entrata in vigore il 27/12/2017, avrebbe visto la sua piena attuazione con la stesura dei decreti attuativi, stabilita per fine dicembre 2018. 
In un primo momento, il ministro Bonisoli intendeva prorogare la data per i decreti (era giunto da poco), poi, pare, in consiglio dei ministri si è semplicemente deciso di lasciar cadere onde procedere alla formulazione di una nuova normativa.
Apriti cielo! Settore in agitazione: il teatro è stato ancora una volta abbandonato a sestesso! Pare sia particolarmente addolorata, poi, la componente sindacale di categoria, la quale si era decisamente spesa nella costruzione di un nuovo Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro che sarebbe dovuto andare di pari passo con la nuova legge, ma che, a mio avviso, più che proteggere il lavoratore si preoccupava di inseguire e assecondare il Codice dello Spettacolo.
Avrei voluto rendervi partecipe di tale dolore con l'apposito link, ma pare proprio che il post sia stato cancellato... 
Ma detto francamente, non mi interessa chi sia pro e chi sia contro il governo, e men che meno che l’attuale componente sindacale, in particolare CGIL, pianga.
Le riforme fatte negli ultimi sette anni hanno dato i loro frutti: il disastro.
Dal mio punto di vista, quindi, se questa legge Franceschini – che tanto e tanti di noi hanno criticato, altro che: "
L’approvazione della legge, nell’autunno 2017, era stata salutata con giubilo dall’intero settore." come dice l'articolo di A-Teatro.it -  è finita in soffitta, non può che essere un bene, altrimenti erano assurde le nostre critiche di prima. È come se qualcuno ti colpisse ripetutamente con uno scudiscio, e poi tu urli allo scandalo perché lo scudiscio è stato rubato.
Uno dei movimenti più importanti nati negli ultimi anni, spontaneamente, a tutela dei lavoratori dello spettacolo e senza appartenenza politica, FACCIAMOLACONTA, ha di recente ottenuto una audizione in Commissione Cultura al Senato, dove si sono potute esporre proprio tutte le perplessità della categoria riguardo a queste riforme.
Fortunatamente, ho sentito solo pochissimi appartenenti al gruppo dolersi per la non attuazione del Codice. Mi sarebbe piaciuto che si festeggiasse “lo scampato pericolo”, ma i miei desideri possono solo essere miei, e così sia.

Capisco bene che ora ci si chieda cosa fare, da dove ripartire, come interloquire con la nuova componente governativa, e soprattutto in quale direzione deve andare il Teatro Italiano.
È palese che con Governo e Parlamento sia possibile interloquire, l’audizione in Commissione lo dimostra. Non dimentichiamo, inoltre, che un nostro collega, Nicola Acunzo è non solo deputato delle Repubblica, ma in Commissione Cultura alla Camera. Se non è un buon primo terminale lui, proprio non so chi possa esserlo. Dunque, si può e si potrà lavorare.

Il vero problema è: cosa vogliono i teatranti?
Ma prima ancora: chi sono i teatranti?
E ancor prima: chi parla per loro?
Proprio la presenza di un Acunzo in Parlamento dovrebbe aiutarci a mettere un punto fermo: 

chi sarà interpellato per parlare di teatro, di attori, di lavoratori dello spettacolo, dei problemi del settore e di una intera categoria?
Perché se ancora una volta dovremo vedere ai tavoli persone che non hanno la minima consuetudine con il lavoro di palcoscenico, saremo punto e a capo.
Intendo professori universitari, amministrativi, critici teatrali, scrittori di vario genere, intellettuali non meglio identificati, sindacalisti di dubbia provenienza, e forse, ma proprio forse, alla fine della fila, qualche regista.

Se così sarà, vi dico subito cosa accadrà: questa massa informe di soggetti che ruotano intorno al sudore degli attori e dei tecnici, si porrà come controparte al fine di preservare le proprie posizioni di rendita a scapito proprio di attori e tecnici.
Il Codice dello Spettacolo andava proprio in tale direzione: “liberalizzare” il mercato lavorativo fino ad aprire al dilettantismo (perché qui piangiamo, ma poi le cose serie le dimentichiamo! Come "la questione 35 anni" che la riforma Franceschini ha introdotto!!!), in modo da convogliare i pochi fondi a disposizione sulla massa burocratico-amministrativa, togliendoli dal palcoscenico.
Capisco, dunque, l’agitazione, la perplessità e la preoccupazione del complesso “intellettuale burocratico amministrativo” (che nemmeno dietro le quinte si muove perché non saprebbe muovercisi): “in quale direzione si andrà?”.

Attenzione, perché è anche possibile che si indìcano e si pubblicizzino convegni, proprio per mostrarsi quali interlocutori autorevoli e credibili. Non dico che sia il caso della riunione di oggi a Milano, ma in futuro ciò potrà accadere.
Per questo è necessaria, da parte di tutti i lavoratori dello spettacolo, una accorta vigilanza e una giusta pressione su chi di noi è dentro le istituzioni. Forse abbiamo davanti a noi, per la prima volta, l’occasione per non farci fregare. E i movimenti spontanei di attori hanno fino ad oggi fatto un buon lavoro: su questi chi è in Parlamento potrà contare.  

Voglio concludere con un piccolo aneddoto: sono stato poco tempo fa a vedere e a trovare la mia cara amica Mascia Musy che era in scena con un bello spettacolo “Callas Master Class”
Al termine, con la mia compagna siamo andati a salutarla in camerino e, come sempre accade, mentre lei si struccava, abbiamo un po’ chiacchierato. Tempo un quarto d’ora, il custode del teatro è venuto a bussare per segnalare che tutti erano andati via e che lui doveva chiudere!
Ecco, a me piacerebbe che un direttore di teatro, appoggiato da un sindacalista, spiegasse a quel custode che se lui ha un posto di lavoro è proprio perché ci sono quegli attori che vanno sul palcoscenico, altrimenti il teatro lo chiudono. Semplice.
E se esiste una consuetudine teatrale, secolare, per la quale ci si intrattiene un po’ dopo lo spettacolo questa consuetudine va rispettata e non scavalcata perché il custode è stufo e deve tornare a casa a bere la sua tazza di latte caldo con i biscotti.
E se il custode dovesse ricorrere al sindacato, mi piacerebbe che il sindacato gli desse torto, almeno entro certi limiti di prolungamento dell’orario di lavoro necessario ad assecondare la storia del teatro!

Questa macchina burocratica, amministrativa, intellettuale, vive e prolifica sulle spalle degli attori. Vogliamo cominciare a cambiare questa tendenza? Bene: la non approvazione della legge Franceschini è un primo passo, e un passo felice.
Al centro della vita teatrale italiana paradossalmente non deve nemmeno esserci la Cultura, ma il lavoro, il lavoro di attori e tecnici. Il resto verrà tutto in conseguenza, anche la Cultura.
Oppure saremo sempre al punto di partenza.

mercoledì 12 dicembre 2018

Voglio sempre avere umana pietà

Lentamente si rimettono a posto i pezzi, e quello che un tempo ti pareva decisamente bianco o nero, oppure incomprensibile o credevi fosse perfettamente chiaro, la vita te lo mette sotto altra prospettiva. Sta solo a te decidere di non smettere di imparare o di metterti in discussione.
Grazie a Dio, il solo pregio che posso riconoscermi nella vita è quello di non avere mai avuto delle certezze assolute, e anche attraverso travagli o lunghe meditazioni mi è capitato sovente di cambiare idea. 

Sto conoscendo, invece, andando avanti con gli anni, alcuni che le loro idee di fondo non le hanno mai cambiate, e ora che il mondo palesemente si ribalta sotto i nostri occhi... ecco che rimangono spaesate. E soprattutto disperate. E questa disperazione per il toccare con mano il fallimento della loro ideologia li rende dannatamente aggressivi. Pensavi di avere di fronte un amico, hai di fronte uno che ti disprezza per il solo fatto di essere portatore del suo fallimento.
Voglio sempre avere umana pietà, comprensione e farmi carico di tutta la carità cristiana che posso. Non si tratta di perdonare, che è un atto alto al quale forse non sono ancora giunto, ma solo di comprendere e superare. 
Pazienteremo e attenderemo che anche questi amici oggi incattiviti, risolvano i loro problemi interiori. L'uomo è complesso, fatto di tante cose che chi può permettersi di giudicare e dire quali sono quelle giuste e quelle sbagliate? Ecco perché ringrazio Iddio di avermi sempre reso disponibile al cambiamento di idea, perché questo ha abbassato il mio livello di possibile cattiveria. Posso essere preso da ire, da raptus di rabbia talvolta anche incontrollata, ma da cattiveria credo di non essere mai stato preso. Ho anzi superato e perdonato e assorbito più di quanto io stesso potessi immaginare.
Di tutto questo sono profondamente contento. La vita mi ha ripagato in modi che solo io so, che se li raccontassi potrebbero sembrare sciocchi, e che dunque non racconterò perché quelle piccole cose per me sono importanti. Le tengo per me. 


Sì, lo capisco, a qualcuno dei miei ventisette lettori questo post parrà strano, e fondamentalmente incomprensibile.
Ma la vita è strana, e credo vada accolta per quel che è: una impalpabile miscela di stranezze, ci sono quelle che ti danno gioia e quelle che ti danno amarezze. 

Tutti preferiamo le gioie, ma nessuno può negare la presenza delle amarezze e il fatto che la loro esistenza aiuti a fare apprezzare le gioie.
Lo so, sto scivolando nelle banalità. Eppure abbiamo bisogno di banalità, abbiamo bisogno talvolta di ripeterci l'ovvio perché tendiamo a dimenticarlo e a volere sempre quello che è speciale, fuori dall'ordinario. Ma quando poi tutto è "fuori dall'ordinario" tutto torna ad essere ordinario, e allora un po' di banalità ci vogliono, per rimetterci con i piedi per terra.

Volevo raccontarvi di cosa avevo capito rivedendo il film sui Queen, di come ho mutato la visione... di tante cose. Volevo raccontarvi di come un amico può ferirci...
Ma facciamo così: sarà per un'altra volta, quando avrò scaricato la malinconia. Non mi piace scrivere sull'onda delle emozioni, in particolari sull'onda di quelle negative o quanto meno tristi: è roba che offusca il sentimento, rende sgradevole l'emozione.
Del mio amico sono certo che non vi importa, ma forse di come mi pare che sia cambiata la musica leggera a seguito di certi eventi (cosa che quando avevi venti o trent'anni non potevi comprendere perché ci eri dentro e ti mancava la visione d'insieme)... forse sì, forse vi interessa.
E per coerenza, lascerò qui queste poche righe ed eviterò anche la condivisione social.

PS - ho visto questo quadro, mi è piaciuto. 


domenica 2 dicembre 2018

WE ARE THE CHAMPIONS (Bohemian Rhapsody, un film tutto da amare)

Sono appena tornato dal cinema dove ho visto "Bohemian Rhapsody", il film su Freddie Mercury e i Queen. 
Non so nemmeno dirvi se sia bello o brutto, ma so di sicuro che è una emozione pazzesca, straordinaria, e questo è possibile che me lo faccia per sempre ricordare come un bellissimo film.
Ma che sia bello o brutto non ha quasi importanza.
Le cose che voglio dire sono altre, sono tutte quelle cui il film mi ha fatto pensare.
Come per ogni cosa ci sono in giro i detrattori, in casi come questi poi, di ricostruzioni bibliografiche, i puristi per cui il terzo pelo a sinistra della barba di Freddie era tagliato obliquo e non diritto saltano fuori come funghi.
Francamente, non ce ne frega niente: l'arte è reinvenzione al fine di creare emozione, altrimenti andate in una sala lettura di una biblioteca e... buon divertimento.

Nei giorni scorsi ho letto sui social post entusiasti di miei giovanissimi allievi, diciotto, venti, ventuno anni. Già in altre occasioni li ho visti carichi di passione per "cose dei nostri tempi", quando infatti Bohemian Rhapsody, il disco, usciva, io avevo poco meno di undici anni, e quando Mercury se n'è andato, nel 1991... beh, ne avevo tanti meno di adesso.
Osservo che sempre più spesso questi ragazzi postano o condividono canzoni di De André, o dei Beatles, o di De Gregori, oppure Rolling Stones o Pino Daniele, di David Bowie o Sting...
Mi pareva una cosa strana, e invece stasera, arrivando alla fine del film, quando vengono ricostruiti splendidamente quei venti minuti al grande concerto Live Aid del 1985, ho capito.

Il film è una pazzesca denuncia del totale fallimento della industria discografica mondiale.

Nel corsa pazza al profitto, si è totalmente uccisa la creatività, si è ucciso il valore della musica, la voglia di fare musica, di creare, di sperimentare, di proporre e rischiare, di durare nel tempo per la sola gioia di fare il lavoro che ci si è scelti: il musicista.
La terribile verità che ho visto emergere dal film è nella domanda:

dove sono i Freddie di oggi, i McCartney di oggi, i Pino Daniele o i De André?

E sia chiaro: non parlo di copie, ma di artisti che raccolgano sulle loro spalle le ansie e le gioie di questi nostri tempi, quelle dei nostri ragazzi di sedici o di venti anni e le sappiano raccontare, mettere in musica e in parole, in film e/o in racconti.
Vediamo gruppi che passano più veloci di meteore, cantanti di cui dopo un mese non sappiamo più i nomi, fenomeni da programmi televisivi che ci abboffano le orecchie di acuti e poi più nulla... vediamo solo fenomeni da baraccone. Presi, spremuti, buttati via.
Si sa che se scrivi un buon romanzo, poi la casa editrice ti fa un bel contratto per tre libri in tre anni. Ma un autore non è un juke box dove inserisci la monetina e viene fuori la musica. Ha bisogno dei suoi tempi, che talvolta possono essere sollecitati, a volte bisogna lasciare decantare.
Il risultato è che la creatività è morta, musica in giro non se ne sente più... e i nostri ragazzi impazziscono per artisti di un tempo in cui loro nemmeno erano nati, e si riconoscono in questi. Perché i nostri ragazzi non hanno più la fortuna che abbiamo avuto noi, di avere i loro cantori.

Ma non basta, ci sono tante altre cose nel film. Quella di Mercury è una storia forte di disperazione, amore, esaltazione, soddisfazioni e solitudine, di dissolutezza e ricerca ostinata della perfezione, di trasgressione forte come in quegli anni usava ed era forse anche un po' il clichè che gli artisti dovevano abbracciare. Ma erano anni forti, intensi, ribelli, dove c'erano i Live Aid, dove si vivevano emozioni collettive potenti, dove ti sentivi, nel bene o nel male, parte di "un popolo" emozionato e appassionato, con esperienze artistiche che ti restavano dentro e che oggi non so più dove i nostri ragazzi possano trovarle (e non penso solo alla musica, anche a teatro si correva a vedere delle cose eccezionali e/o folli, ma frutto di una passione palpabile).
L'ultima volta che sono andato a un concerto fu divertente. Sto parlando all'incirca del 2006, a Roma venivano i Depeche Mode. La mia fidanzata di allora prese i biglietti. Io saranno stati venti anni che non entravo in uno stadio se non che per una partita di calcio.
Mi ritrovai in una situazione surreale: ai lati del palco c'erano degli schermi enormi. Risultato, dopo un po' non guardavi più il palco ma gli schermi. Quindi ero venuto fino allo stadio... per guardare la televisione! Assurdo.
Inoltre, ai miei tempi quando ci piaceva una canzone, si dava fuoco all'accendino.
Lì ho visto centinaia di lucine di telefonini che stavano evidentemente facendo foto o filmati. C'era quindi una massa di persone che era venuta fino allo stadio, ma non seguiva nemmeno il concerto sui grandi televisori ai lati del palco, ma sul piccolissimo schermo del telefonino. E con tutto ciò, io devo pensare che sto seguendo un concerto dal vivo? Ma perché? E allora, se permettete, me ne vado alla Filarmonica, almeno è dal vivo sicuramente. Ai miei tempi si andava a sentire musica e non importava se il tuo artista amato era un puntino sul palco, perché tra te e lui non c'erano mediazioni di alcun genere, né visivo, né sonoro. Noi, mi spiace davvero tanto dirvelo, ragazzi miei, siamo stati maledettamente fortunati. E credetemi non vorrei dirvelo, vorrei che anche voi aveste le vostre fortune...

Guardatevi intorno: oggi le nostre vere star, quelle che ancora vanno in giro a riempire gli stadi, sono degli ultra cinquantenni, sono i Vasco Rossi, i Baglioni, Sprigsteen, i Rolling Stones (avete idea di quanti anni abbia Mick Jagger?)... non ci sono più momenti di grande aggregazione collettiva, non c'è rischio, non c'è ricerca... non c'è niente altro che il bussines, il consumo, il consumo veloce e a tutto spiano, con il risultato che la qualità è sparita dai radar.

E allora è chiaro che di fronte a una storia potente, sfrenata, appassionante come quella dei Queen e del suo leader Freddie Mercury, i nostri ragazzi si lasciano prendere da un meraviglioso entusiasmo.
E fanno bene!
Ecco, mi piacerebbe dire ai miei ragazzi: ribellatevi, o per lo meno non state al gioco, mettete in scacco chi vi vorrebbe solo consumatori, affinate il gusto, studiate, ascoltate... Non c'è bisogno di scendere in piazza per fare la rivoluzione, basta non fare quello che il potere subdolamente vorrebbe indurvi a fare. La storia di Mercury ve lo dice chiaro: ha fatto di tutto, anche troppo, per essere quello che voleva, a voi basterebbe almeno non fare quello che vi vogliono far fare.
E siatene orgogliosi, siate orgogliosi sempre di non essere omologati. 

Beh, non so se sia bello o brutto, ma a me è piaciuto tanto, e vi dico: andate a vedere Bohemian Rhapsody. Io ho cominciato a piangere durante il secondo tempo e continuato fino alla fine dei titoli di coda. 

E ora, se volete, godetevi con me questi venti minuti di puro sangue e sesso.



a proposito, io non ho mai amato i Queen quando ero giovane, li trovavo troppo commerciali, ma stasera... Grazie Freddie, grazie ovunque tu sia per ricordarci ancora che eravamo e siamo una generazione straordinaria: 

We are the champions 



(addendum del 9/12/2018: per accompagnare degli amici che volevano vedere il film in lingua originale sono stasera tornato a vederlo. Confermo in toto quanto già scritto, aggiungendo che:
- anche stavolta a fine film è scoppiato l'applauso
- ho ripianto come un vitello
- ancora una volta la gente non si è mossa dalle poltrone fino alla fine dell'ultimo titolo di coda per ascoltare l'ultima canzone
- gente che piangeva dovunque
- che una degli amici è una ragazzi di 22 anni ed era entusiasta, affascinata... appena a casa ha aperto wikipedia per leggere la biografia di Mercury

ma soprattutto: rivedendolo è stato ancora più chiaro quanto sterili siano la polemiche dei puristi, per il semplicissimo motivo che il più intrinseco pregio del film è che è stato costruito per tirare il più classico cazzotto nello stomaco allo spettatore, per suscitare una scossa, una emozione profonda, e ci sono perfettamente riusciti, dalla sceneggiatura, alla regia, agli attori, al montaggio... è come una torta in cui tutti gli ingredienti sono miscelati alla perfezione e il risultato è sublime. Queste cose non si ottengono con la storiografia e le filologie, ma sapendo usare l'arte, mettendo da parte qualsiasi intellettualismo e seguendo quella ben più articolata e profonda intelligenza dell'uomo che è banalmente identificata con l'istinto, costruire ascoltando la propria sensibilità: quello che sanno fare solo gli artisti. Per tutti gli altri c'è sempre la critica... )

venerdì 30 novembre 2018

UN PICCOLO PREMIO IN QUESTI TEMPI GRIGI (per "Enrico solo")





Cari ventisette amici, forse adesso ventinove, che mi seguite con affetto (e vorrei sapere perché), in questi tempi di tenebre e paludi, almeno una piccola soddisfazione personale è arrivata e la prendiamo con gioia quale viatico per migliori percorsi futuri.
Come potrete vedere nel link sono tra i vincitori del premio "Autori Italiani 2018", concorso indetto dalla storica e prestigiosa rivista di teatro "Sipario" diretta da Mario Mattia Giorgetti, in collaborazione con la Fondazione Teatro Carlo Terron.
Così, il 6 dicembre 2018 alle h 15,30 sarò con gli altri selezionati al teatro Manzoni di Milano per la cerimonia di premiazione. 

Mi fa piacere per diversi motivi: il primo è che la mia povera Patrizia che mi sopporta nelle mie esaltazioni e/ abbattimenti quotidiani merita questa piccola gioia che infatti è dedicata a lei.
Poi perché il Manzoni fu il primo teatro dove ho recitato a Milano nella lontana stagione 1989/90, con "Dolce ala della giovinezza" di Tennessee Williams, con Rossella Falk e Lino Capolicchio per la regia di Giuseppe Patroni Griffi.












Ero giovane e inesperto e nulla ancora sapevo del Teatro e della sua vita di tournée, inoltre ero a Milano per la prima volta, così, quando fummo nel residence, la sera, a cena, a un certo punto guardai la finestra e la vide terribilmente opaca, al punto che esclamai: "Madonna, come è sporco 'sto vetro"; aprì la finestra per guardare il vetro nella parte esterna e mi accorsi che era la nebbia, la famosa nebbia che "c'è ma non si vede", e invece la vidi benissimo tra le risate dei colleghi.

Da ultimo, come dicevo, perché questi per il nostro mestiere sono tempi cupi, molto cupi, ed avere anche un piccola soddisfazione è una boccata di ossigeno che ti fa almeno sperare che qualcosa ancora si possa risolvere e riprendere la retta via, non solo per te stesso ma per tutti i veri teatranti.
Voglio confidare in Dio e credere che così sarà.
Per intanto, ringrazio la commissione selezionatrice del premio e tutti coloro che hanno voluto leggere in anteprima questo testo dandomi i loro consigli (in questo caso molto pochi per la verità perché devo dire che, caso unico, mi è venuto bene subito).

A proposito, voi vorrete sapere, giustamente, di cosa si tratta.
Ebbene, è una curiosa storia: si tratta di Enrico IV di Pirandello, 25 anni dopo la prima chiusura di sipario, che fu nel 1922. Siamo quindi nel 1947, fascismo finito, monarchia finita, guerra conclusa e Repubblica italiana neonata. Il povero "Enrico" però, che dopo l'omicidio del Barone Belcredi la famiglia ha deciso di segregare in quella villa quasi irraggiungibile tra i boschi e i monti dell'Umbria, di tutto quando accaduto in realtà sa poco, anzi quasi nulla. I venticinque anni, per lui, sono passati in solitudine e meditazione.
Nella nuova democrazia italiana, una troupe della radio va raccogliendo le strane storie degli anni bui appena superati. Giunge così fin dentro la villa per registrare la testimonianza di questo curioso signore. Egli racconterà la sua storia finalmente in maniera libera e ormai con la piena coscienza del suo dramma, delle sue colpe, degli errori che ha commesso; ma ha anche conservato la bellezza del pensiero, dell’ironia, del gioco, e un’identità che si era dissolta, frantumata nella tragedia, si ricompone nella volontà di essere sempre e comunque nella vita. 

Perché l'ho scritto? Perché amo profondamente Pirandello e perché mi dava quasi fastidio che le riscritture, in teatro, siano sempre dei personaggi della grande classicità. Ma proprio in quel "Dolce ala della giovinezza", Peppino Patroni Griffi ebbe a discutere con Lino Capolicchio, che aveva i suoi normali dubbi di attore rispetto alla costruzione del personaggio, e gli disse: "Caro Lino, voi attori siete convinti che i grandi personaggi siano solo quelli del passato, come Amleto o Edipo, e invece questi sono i nostri grandi personaggi della modernità, e magari tra duecento anni sarà questo l'Amleto di riferimento". Bene, io amo Enrico IV, è il personaggio che mi ha aperto le porte del teatro e della recitazione, e tante volte mi sono divertito a pensare: ma che accade dopo che si è chiuso il sipario? 
Perché allora parlare sempre delle Clitennestre o degli Amleti? Così ho cominciato a immaginare e poi a scrivere. Spero che un giorno ci sarà chi voglia raccontarci la sua visione di Blanche DuBois, o di Vladimiro e Estragone. Sarebbe divertente. 

A proposito, il titolo: "Enrico solo". 
Il 6 dicembre, in contemporanea con la premiazione, sarà pubblicato sulla rivista e sul portale della rivista www.sipario.it. Vi resterà per 12 mesi, e speriamo che non solo il mio testo ma anche altri dei premiati, trovino qualcuno che voglia metterli in scena.
Sarebbe un bel segnale per tutti noi teatranti. 

Ci vediamo a Milano. L'ingresso è libero.

E grazie ancora a Sipario. 
E a Patrizia.