venerdì 27 marzo 2026

I senza nome e senza memoria. 27 marzo, Giornata mondiale del Teatro, e del silenzio!

 27 marzo. È la giornata mondiale del teatro. 
Non mi piacciono le giornate mondiali, non so che cavolo vogliano significare. Mi pare altresì un becero modo per cercare di sostituire le feste locali, le tradizioni religiose e nazionali, per inventare appuntamenti globalisti, e mi domando spesso quanto una cosa come la giornata mondiale del teatro, o dei nonni, o del gatto, o della bicicletta abbiano rilevanza in Vietnam, in Congo, nel Paraguay o alle isole Samoa, quanto siano sentite in Olanda o in Estonia, se se ne parla allo stesso modo a Malta o in Canada. 
Francamente, delle giornate mondiali di qualsiasi genere o su qualsivoglia argomento, me ne importa meno di zero, ed ancor più sinceramente non ho bisogno di una giornata mondiale per ricordarmi di chi sono, di tutti coloro che mi hanno preceduto, di guardare a coloro che verranno dopo di noi, di ringraziare di cuore tutti, i grandissimi come gli sconosciuti del teatro di ogni tempo e di ogni epoca, quelli che io chiamo “i senza nome e senza memoria”, quelli senza i quali, ne sono più che certo, il teatro non sarebbe mai e poi mai arrivato fino a noi, e senza i quali non arriverà mai ai nostri bisnipoti e anche oltre. 
Invece di guardare una immagine di Eduardo, di Molière, di Miller, di Cechov o di Goldoni, oggi, se veramente volete pensare al Teatro e alla sua primaria ed unica essenza, gli attori, provate a immaginare chi potevano essere quelli sulle carrette che portavano in giro i fescennini, o che si lanciavano sui palchi delle sacre rappresentazioni medievali, che in un villaggio del Giappone o della Cina si cimentavano nel Nō, o nel Kabuki, ai comici che sotto una tenda ricorrevano ai più bassi stratagemmi del mestiere per commuovere o far ridere un pubblico rozzo di poveri contadini bruciati dal sole nel corpo e nell’anima. 
A che serve una Giornata mondiale del Teatro se non pensiamo per un attimo a chi non viene mai ricordato. Lasciamo per un giorno perdere i personaggi famosi, ma inventiamo i nomi di quegli sconosciuti, diciamoli nella nostra mente, immaginiamo i loro volti segnati dalla passione per un’arte che chiede solo d’essere amata come un figlio o un padre, come chi è giusto che abbia tutto l’amore senza chiedere, come chi è giusto che dia tutto l’amore senza che gli sia chiesto. 
Stiamo in silenzio, a guardare la nostra piccola stanza, i ritratti di quei volti mancanti sulle nostre pareti, ricordiamo ogni attimo trascorso nei nostri camerini, case comuni, immaginiamo tutti coloro che vi sono passati e ringraziamoli. 

In silenzio. 

Null'altro.  


Un attore e un tecnico riposano stanchi dietro le quinte

martedì 24 marzo 2026

SCUOLA, ABBIAMO UN PROBLEMA!

 Uno dei motivi, penso, della vittoria eclatante del No al Sud è dovuto non solo alle appartenenze di partito, ma al fatto che molti di quei bei giovanotti che sbandierano il drappo rosso nelle piazze sono meridionali fuori sede tornati a casa per votare. 

La questione dei giovani è decisamente annosa e coinvolge il livello di istruzione e crescita delle menti che la scuola fornisce, stimola, promuove, attiva. Evidente che abbiamo tirato su una generazione di utili idioti incapaci di pensare con la loro testa, che procedono per slogan, il cui livello massimo di attenzione è quello del tempo di un reell di instagram (e a proposito, nella vecchia scuola, non dico quella del 1950, ma quella in cui noi siamo cresciuti e siamo stati istruiti, fine '70 primi '80, ci abituavano a pensare con la nostra testa, e guarda guarda siamo cresciuti comunisti, socialisti, democristiani, repubblicani, liberali, quindi non mi dite che nella scuola dei nostri tempi si indottrinava al fascismo, poiché è stato palesemente il contrario). 

Tra i mille altri, penso ci sia un serissimo problema che si chiama: genitori. 
Ma non perché, come starete subito pensando in riflesso pavloviano, i genitori "non sanno più fare il loro lavoro", ma semplicemente perché essi sono generalmente convinti che la scuola di oggi, sia esattamente la scuola dei loro tempi, che la scuola dei loro figli sia perfettamente uguale alla loro scuola, credono ancora, e ci credono seriamente, che i docenti siano quelli della loro epoca, arcigni, implacabili, con "poteri" enormi sui loro figli e possibilità di insegnamento sterminate; credono, davvero, che quando il loro figlio prende 8 o 9, quello sia il voto che davvero merita, voto che loro, negli anni dello studio, mai sono riusciti ad avere; si fidano del fatto che insegnare a scrivere cominciando dallo stampatello maiuscolo sia efficace, anche se tutto dimostra il contrario, che se uno psicologo dice che il loro figlio è dislessico, disortografico, discalculico... il bambino lo sia davvero, senza alcun dubbio; protestano perché non c'è la gita in terza media o in terza liceo, perché la scuola non compra la carta igienica o non ripara i soffitti con i milionari fondi del PNRR (senza sapere che la scuola non può farlo!), ma non si chiedono cosa fanno i figli durante le interminabili ore di: orientamento (in e fuori sede), pcto, asl-educazione alimentare, asl-educazione malattie sessualmente trasmissibili, FFOO-sicurezza stradale, FFOO-alcol e droghe, partecipazione a conferenze (in e fuori sede), a convegni di vario genere, uscite di un giorno, uscite di più giorni, uscite per il teatro, il cinema, il concerto, l'opera lirica, la mostra di pittura o di moda, progetti di varia natura, ecc. ecc. ecc. Non hanno la minima idea del numero di ore di lezione che i loro figli perdono per una serie di stupidate inenarrabili, e soprattutto sono certi che debba andare così senza porsi alcuna domanda. 
Quando il loro bambino, la loro bambina arriva alla scelta del liceo, l'unica domanda che si fanno è: "che lavoro farà dopo", e mai "che persona diventerà mio figlio, chi sarà nella vita". Pur di non avere problemi - ed in questo è il vero rifiuto di fare "il loro lavoro" - hanno accolto l'idea che si studi per lavorare, che la scuola debba solo servire a trovare un lavoro, rifiutando l'idea che l'istruzione serva a formare una persona, un cittadino, che la scuola sia la palestra della società in cui poi i loro figli vivranno, dimenticando spesso che loro stessi fanno lavori soddisfacenti ma diversi da ciò per cui hanno studiato. 
Non sanno cosa è la scuola d'oggi, e non se lo chiedono nemmeno. Il risultato è sotto i nostri occhi, con ragazzi che non sanno comporre due frasi in italiano corretto, che non conoscono la Storia o la Geografia, che soprattutto, non avvezzi ad affrontare le difficoltà, si bloccano davanti a qualsivoglia problema dichiarando ansia e stress per non si sa cosa. 

In questa ridda di pensieri mi domando anche se, capendo quanto questa scuola sia diversa dalla loro, inizierebbero a protestare. Difficile, anzi difficilissimo. Dovrebbero "elaborare un lutto", affrontare un problema, rendersi conto quanto i figli possano essere una rinuncia, una fatica, una responsabilità... e non so quanti di loro siano pronti e disposti a farlo. 

Non mi preoccupa il fatto che i ragazzi votino NO, mi preoccupa quel che leggo sui tanti social quando ne leggo le motivazioni. La scuola, in questo scenario, è diventato un problema. 

lunedì 23 marzo 2026

Musica liquida? Sì, ma con accortezza (perché il vinile ha ancora senso)

 Mi sono ritrovato in una simpatica pagina facebook a chiacchierare con altri appassionati audiofili come me, patiti di amplificatori, giradischi, casse e altre diavolerie, di musica liquida.
Il tutto è partito dalla richiesta di consiglio di un partecipante su quale lettore streamer comprare. Per chi non lo sapesse, il lettore Streamer di rete è una macchina che si collega a internet e ti dà la possibilità di usufruire di tutti quei servizi di musica che sono on line, Spotify, Qobuz, Amazon music, Youtube music e tanti altri. O meglio, i lettori di alta gamma ti offrono la possibilità di collegarti a tutto, quelli di fascia più umana soltanto ad una serie di servizi con i quali, è abbastanza chiaro, la casa costruttrice ha una qualche convenzione. È un po’ come quando sui telecomandi della tv trovate già il tasto di accesso a Netflix o a Disney channel.
Chiariamo un altro punto: quando parlo di alta gamma, mi riferisco ad apparecchi che superano 1500, o anche 2000 leuri freschi freschi, e che per suonare hanno comunque bisogno di un amplificatore, di casse acustiche ecc. La gamma bassa sta ovviamente sotto e trovate apparecchi che funzionano egregiamente anche per 150 euro. Il perché un audiofilo compri un apparecchio da duemila euro è facilmente comprensibile: all’appassionato non puoi comandare, ed è come un amante delle auto che prende una Ferrari, sia pure usata, sia pure per tenerla 350 giorni l’anno nel garage, ma si scioglie “liquido” quando la guarda.
Ultima annotazione: per funzionare lo streamer di rete ha bisogno di una ottima connessione internet, il che è un ulteriore problema. 

Fatta questa premessa per i non appassionati, diciamo che la discussione è andata verso l’eterno ed annoso problema: come supporto per l’ascolto, meglio la musica liquida, il cd, o il vecchio e glorioso vinile? Io, come ho scritto ai partecipanti al forum, non ho dubbi: su tutto vince ancora il vinile, ma ci sono sicuramente un’altra serie di riflessioni da fare, di carattere più sociologico che prettamente audiofilo/musicale. 

Dunque: tra il vinile e gli altri supporti a mio parere non c’è paragone, dato che già non ce n’era tra vinile e cd, figuriamoci col resto. 
Mi dicono che le campionature per la musica liquida siano più ampie e ricche, al mio orecchio francamente non pare e il massimo di differenza che sento è se collego al bluetooth dell'amplificatore il telefono o il pc, con un netto vantaggio per il computer.
La musica liquida, a mio vedere, come tutta la tecnologia moderna, ha un solo scopo: renderti facile la vita. Peccato che "facile" non sia "semplice", e alla fine, se osservi, la facilità diventa un danno, poiché abitua il cervello a un minor livello di attenzione, ne smorza gradualmente l’interesse. 

Quando mettevamo sul piatto del giradischi un LP di un qualsiasi cantante, o una sinfonia, o un’opera lirica, tendenzialmente ascoltavamo dall'inizio alla fine; ora ci prende la noia, come con lo scrolling, e passiamo da un cantante a un altro. Eppure - non parlo di musica classica dove il meccanismo di saltare da un primo movimento di una sinfonia di Mozart a una giga di Bach e poi a un Notturno di Chopin è a dir poco innervosente, insopportabile, intollerabile – eppure, dicevo, quando ha creato il suo Long Playing il cantante ha pensato a una disposizione di brani che costruissero, nelle sue intenzioni, un discorso composito. Non era presumibilmente per una estrazione a sorte se “Sono solo canzonette” di Eduardo Bennato iniziava con “Ma che sarà” e finiva con la canzone che dava il titolo al disco, o se “Revolver” dei Beatles inizia con “Taxman”, prosegue con “I’m only sleeping” e via dicendo. Anche nella semplice alternanza di brani più… animati e brani più “dolci” c’è evidentemente la volontà di creare una emozione. E non addentriamoci nemmeno nella sequenza di costruzione di una sinfonia di Beethoven o Brahms.
Il problema con la cosiddetta musica liquida - definizione che non casualmente riprende quella di Baumann sulla società liquida, i cui principi ho qui trovato ottimamente sintetizzati 








- il problema con la musica liquida, è che il tuo atto di ascolto non è più un atto di conoscenza, come leggere un libro o vedere un film, ma la musica diventa una sorta di mero sottofondo alle altre tue attività, una specie di colonna sonora alla tua vita, dove ogni pezzo, che magari appartiene a un determinato genere che l'algoritmo ha identificato come il tuo preferito, va bene. E per quanto possiamo amare Morricone o Williams le loro belle musiche accompagnano, favoriscono la creazione di una atmosfera, sottolineano passaggi, ma la parte predominante, quella che stiamo seguendo è il film, non la musica, al punto che nei concerti di questi splendidi autori ci esaltiamo solo quando riconosciamo il film in cui quel brano è inserito, e questo penso sia innegabile.
E' vero, mi piace il jazz, ma non è che un qualsiasi pezzo di jazz in quel preciso momento in cui voglio ascoltare musica mi va bene. E ancora peggio: nel procedere dell’ascolto tollero, aspetto, subisco uno o più pezzi che non amo attendendo quello che mi piace, oppure salto da un brano all’altro senza arrivare mai in fondo. Mi si dirà che è per questo motivo che ci sono le playlist, ma avete mai provato a usare una playlist su queste piattaforme digitali? Costruisci la tua play, ma se non paghi la sequenza che hai costruito non viene seguita, si salta comunque da una musica a un'altra, e magari non puoi ascoltare la canzone che ti piace più di un tot numero di volte e devi aspettare il giorno dopo… Almeno il lettore cd, con il suo bel telecomando, ti permetteva questo: voglio ascoltare dieci volte di seguito “Life on Mars”! Fatto! E anche l'idea che hai "tutto il mondo musicale a tua disposizione", oltre a essere una pia illusione, per il discorso, ad esempio, che esistono accordi tra le varie case e non tutte stanno con tutte, reprime quel grande atto dell'uomo che è vitale per la conoscenza: la ricerca spinta dalla curiosità, dalla voglia di conoscere e sapere. Dove saremmo oggi senza questo elemento? Ci faremmo ancora curare dagli stregoni e il massimo che avremmo è i tamburi sui tronchi di legno, o al massimo il flautino di Pan. Non mi pare propriamente interessante.

Sarò forse esagerato nelle mie riflessioni, ma io evito la musica liquida il più possibile. Non la escludo del tutto, come gli elementi contemporanei della tecnologia offre di certo una serie di vantaggi, ma non sono ancora disposto a buttare tutto il passato a mare per lanciarmi in un futuro che non vedo, anzi non sento, propriamente al servizio dell’uomo. 

martedì 24 febbraio 2026

Servitori dello Stato, una delle storie più belle che mi siano capitate.

È una delle storie più belle che mi siano capitate. 
L’altro giorno, ero a scuola, vedo nei corridoi una ex alunna, diplomata tre anni fa. 
Non mi aveva visto, mi avvicino per salutarla… e non era lei. 
Non lo era perché era la sorella, gemella. 
Già, perché Maria Francesca e Alessia sono gemelle omozigote, identiche come non te lo immagineresti nemmeno in un racconto di fantasia. Due belle ragazze alte, forti, dagli occhi scuri e profondi. 
A questi episodi di confusione sono chiaramente abituate da sempre, e da sempre si son sentite dire tutte quelle stupidate che si dicon loro quando si vuol essere banalmente spiritosi: Vi scambiate per le interrogazioni, chi esce con il fidanzato di chi, ecc. ecc. 
La ragazza, anzi, ormai la giovane donna era lì per ritirare una copia del diploma. Perché? Perché ha vinto il concorso nei Carabinieri e tra poco partirà per i sei mesi di addestramento. 
Al che ho sbarrato gli occhi dallo stupore, perché so che anche la sorella ha vinto quel concorso! 
“No – mi corregge  – lei lo ha vinto in Polizia”. 
Insomma, una andrà nei Carabinieri e l’altra in Polizia. 
Non sarei mai arrivato ad immaginare una simile situazione: due sorelle, gemelle, due nostre ex allieve, che hanno trascorso venti anni della loro vita gomito a gomito, nello stesso momento scelgono di essere due Servitori dello Stato. Non posso nascondere che in cuor mio mi son commosso. E nemmeno posso nascondere che uno dei pensieri è stato: “Signore, fa che non succeda loro mai nulla di brutto”. 
“E così, alla fine le gemelle si dividono”. 
“Già – mi ha risposto – una da una parte e una dall’altra”, e ho avuto l’impressione che, pur sorridendo, un leggero velo di malinconia passasse nei suoi occhi. 
Ho fatto loro i miei auguri e son tornato al mio lavoro. 

In questi giorni in cui per la vergogna di disprezzabili soggetti le Forze dell’Ordine si ritrovano nella buriana, davanti ai miei occhi c’era una ragazza, anzi due, che con sorriso e coraggio intraprendevano una difficile strada, una via di dedizione e rigore. 
Ma lasciandola non ho pensato alla brutta cronaca di questi giorni, davanti a miei occhi è invece passata l’immagine di loro che hanno trascorso venti anni della loro vita sempre insieme, a scuola, in casa, al mare, nella squadra di pallavolo di cui erano due imprescindibili colonne, e ora arrivava la vita, a dividerle. Se davvero ho visto malinconia nei suoi occhi, ho pensato, doveva essere per questo, per la coscienza, che rapidamente han dovuto acquisire, che la giovinezza volgeva al termine. 
Perché la giovinezza finisce, mie care ragazze, se struie, si spegne come qualsiasi candela. Forse una andrà a prestare servizio a Bolzano e l’altra ad Agrigento, le vostre storie si intrecceranno ad altre storie, ma quel che posso dirvi è che l’infanzia non sparirà mai, la giovinezza finisce, ma l’infanzia, quella sarà sempre con voi, e in voi, niente cancellerà quel che siete state, gli anni e le ore che avete vissuto l’una accanto all’altra, il vostro essere figlie e nipoti e sorelle, il vostro essere due brave giocatrici di pallavolo, e non importa chi alzava e chi schiacciava, la vittoria non è nel punto, ma nel giocare la partita, e nessuno come voi la sta giocando. Dio vi benedica.