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Dettaglio scenografia di Eugenio Siniscalchi "Nzerra chella porta" esercitazione alunni V T Sperimentale Teatro 2024/25 Liceo Artistico Sabatini-Menna Salerno |
ipocrita civitas
Sono nato a Salerno, nella Hippocratica Civitas. E sono un Attore, un hypocrita. "Un attore – insegnava Marisa Fabbri - è prima di ogni altra cosa un cittadino". Si può dunque parlare di Teatro senza porre un accorto interesse verso tutto quello che ci circonda? Non credo. E non è mia volontà. Forse alla fine il cittadino avrà il sopravvento; ma così non fosse, sarebbe ancora il Teatro, avrebbe mai avuto senso l'essere Attore? Spero così siano chiari senso e bizzarro titolo di questo blog.
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mercoledì 22 gennaio 2025
UN MIRACOLO CHIAMATO EDUARDO
giovedì 19 dicembre 2024
CULTURA, PERCHE' LA DESTRA HA SBAGLIATO TUTTO
Un importante politico democristiano una sera mi disse: "Il mio partito ha commesso un unico errore: quello di lasciare la Cultura nelle mani dei comunisti".
Quanto è importante la Cultura? Tantissimo, è una sorta di comizio perpetuo che in maniera subliminale convince, condiziona, trasforma il pensiero e quindi il comportamento delle persone. Averne in mano le redini significa gestire davvero un grande potere.
Per intenderci praticamente: potrete fare mille discorsi a scuola sui danni delle droghe o sulla violenza di genere e non riuscirete a "bucare" l'animo di un solo allievo; proiettate un film, che so, "Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino", oppure "La sposa bambina" o l'ultimo bel film della Cortellesi "C'è ancora domani", e vedrete che l'impatto emotivo cambierà il modo di pensare di tanti spettatori.
Questo, la Sinistra lo ha capito già da quando non era ancora "la sinistra". La destra, invece, non solo ha sbagliato completamente strada, ma non ha mai nemmeno voluto chiedersi se doveva cambiare rotta. Pare anzi che sia sempre mancato, al suo interno, un'effettiva analisi della situazione. Chiariamo: parliamo del periodo che va dal dopoguerra ad oggi, ciò che c'è stato prima è cristallizzato nella Storia e porta il marchio del potere, sabaudo prima, fascista poi, perché si sa, chi ha il potere detta legge, gestisce e non teme il confronto.
Nel dopoguerra, invece, è successa una cosa diversa e forse nuova: la Cultura è finita nelle mani di chi non aveva il potere, per lo meno non il potere ufficiale.
Ora, sarà un mio bislacco pensiero, ma dalla fine della II Guerra mondiale al 1992 circa, in Italia ha governato la Democrazia Cristiana, e per me la DC non era destra, e non era nemmeno centro, era già sinistra, sia pur "moderata", con tutti i distinguo e le sfumature che potrebbero essere rilevate.
Il problema è che, impadronendosi il Partito Comunista, cioè l'opposizione, del mondo della Cultura, la DC, in quanto potere, diveniva l'altra sponda, ossia "la destra". Eppure, per chi lo ricorda, a destra dei democristiani c'era ancora tanto altro mondo, dai liberali fino ai monarchici e ai fascisti impenitenti. Per gli intellettuali, però, per gli artisti - non sempre gli artisti sono intellettuali, anzi spesso non lo sono, e questo non è un demerito ma un pregio - era quasi naturale schierarsi a sinistra, con il PCI innanzi tutto o con i Socialisti, per il semplice motivo che un artista si sente più a suo agio tra gli oppositori al potere, anche se molti di loro erano e restano artisticamente di destra pur senza saperlo.
L'esplosione dell'egemonia culturale di sinistra l'abbiamo, senza ombra di dubbio, dal '68 in poi.
Fino ad allora, tanti artisti, pur dichiarandosi pubblicamente comunisti o socialisti, restavano legati alle più solide forme della professione, al mestiere! Per stare in ambito teatral-cinematografico, sappiamo per esempio che comunisti si dichiaravano Visconti, De Sica, e socialisti Gassman o Strehler. L'appartenenza politica, però, non metteva in discussione "il mestiere". Storie come "Ladri di biciclette", "Umberto D", "Miracolo a Milano", o ancora "La terra trema", "Rocco e i suoi fratelli", possono ancor oggi essere considerate storie di sinistra, storie che mettevano crudamente in piazza quelli che sarebbero poi stati identificati come "i panni sporchi da lavare in famiglia", battuta, guarda caso, attribuita allo storico leader democristiano Andreotti, ma che poi ultimamente è stato rivelato che Andreotti non l'ha mai pronunciata.
Dal '68 in poi gli argini si rompono, irrompe nel campo dell'arte il suo più grande nemico: l'intellettualismo. Tutto si può fare, tutto si può portare in scena o sullo schermo, o sulla tela purché sia supportato da quello che all'epoca di chiamava "il messaggio", il concetto forte, talmente forte da schiacciare ogni altra cosa, in particolare "il mestiere". Abbiamo così passato un periodo, tremendo e lungo, troppo lungo, in cui si affermò senza alcun pudore che chiunque poteva salire in palcoscenico e recitare o avere una qualsiasi altra espressione artistica anche senza conoscere la basi tecniche del mestiere, poiché ciò che contava era "il concetto", la "liberazione del proprio sé", l'espressione "dell'interiorità", e per farlo non era nacessario conoscere "il mestiere".
Stabilito il principio che io definirei del "famo come ce pare" e avendo in mano quasi tutta l'intellighenzia, il lavoro propagandistico è stato facilissimo, con giornali e intellettuali che esaltavano lo sciamannato o la stracciacula di turno sostenendolo con acrobatiche e talvolta perverse elucubrazioni sulla validità e necessità della ardita prova artistica, elucubrazionei che imponevano un principio classista e dunque fascista: "non è che non ti è piaciuto, è che non ti è piaciuto perché non hai capito, adesso te lo spiego io", meccanismo che ovviamente comporta che chi "spiega" si piazzi, anzi, auto-piazzi su un piedistallo facendoti, così, sentire inferiore meccaniso che, inoltre, una volta instaurato, comporta la caduta della semplice ipotesi: "Va bene, grazie, ho capito, ma non mi piace lo stesso".
L'espressione più semplice e libera dello spettatore, quella che in realtà ha sempre mandato avanti l'arte, cioè il banalissimo piacere (mi piace un quadro, lo compro, una musica e l'ascolto...), veniva così ad essere cancellata.
Poteva bastare come danno? No.
Perché una volta mortificata una grossa fetta di pubblico, questo ha trovato riparo nelle nascenti tv private, le tv commerciali, in particolare nelle tv berlusconiane, le quali, dovendo, comprensibilmente, fidelizzare lo spettatore, hanno abbassato il livello, hanno portato la "comunicazione artistica" lì dove la mitica "casalinga di Voghera" o lo storico "bracciante lucano" si sentivano rassicurati.
Il danno prodotto da quella propaganda "sinistra" è stato così doppio: da un lato si sono minate le basi di un prezioso e secolare artigianato, dall'altro si ottenuta l'auto-esclusione di una grossa fetta di pubblico, pubblico che in precedenza si sentiva sempre e comunque coinvolto, al quale il "mestiere" comunicava comunque, limitandosi alla espressione artistica che poi ciascuno avrebbe "letto" secondo il proprio livello culturale senza mortificazione di alcuno. Per intenderci, i Maigret di Gino Cervi, o i Karamazov di Bolchi li vedevano tutti, dalla portiera al professore universitario.
Ma in tutto questo, la destra, la neonascente destra liberale che da Berlusconi prende le mosse, cosa ha fatto?
Ci è già chiaro che al Cavaliere questa situazione faceva gioco, è invece a tutti quelli che gli stavano intorno e si definivano "intellettuali di destra" che doveva suonar stonata. Ed è lì che tutti hanno sbagliato strada.
Per prima cosa il grosso errore, anche in periodo sessantottino, lo fecero proprio gli artisti "di mestiere", i quali avrebbero dovuto osteggiare gli "artigiani incompetenti", e invece lasciarono correre, a volte macerandosi tra le quinte per i giochetti di potere che dietro certi successi si nascondevano, e pensando sempre esclusivamente alla propria espressione artistica. Che però, con questo ribaltamento di valori, veniva spesso ad essere mortificata: Mario Ferrero ebbe una volta a raccontarmi che una volta Visconti, si era dopo il 68, ebbe a dirgli: "Mario, sai che sono comunista, ma lavoravo di più quando eravamo in dittatura democristiana che non adesso che i compagni hanno preso il largo". Non fatico a credere alle parole di Ferrero, perché cose simili mi son state riferite anche da altri attori e registi che purtroppo non ci sono più.
Fatte salve, però, le responsabilità dei teatranti, dove "l'intellighenzia" di destra ha davvero sbagliato tutto e da quel che vediamo continua a sbagliare?
Orbene, se la sinistra, da un certo momento in poi, come detto, ha prediletto l'intellettualizzazione a scapito della sapienza artigianale, la destra, mi pare evidente, deve occuparsi di proteggere "il mestiere", di preservare l'artigianato, quella sana tradizione che non può mai essere intesa come mera conservazione, ma come capacità realizzativa basata sul passaggio di testimone e sulla naturale trasformazione nel tempo, che non perde mai di vista le proprie radici, ma è consapevole che "tradizione", "tradurre", "tradire" hanno tutte la stessa radice etimologica.
La destra - porto ad esempio il mio campo, il teatro - se veramente volesse fare una battaglia culturale e marcare un suo territorio, dovrebbe proteggere i grandi attori, gli attori e i registi del grande mestiere, le scuole serie di recitazione, le accademie di ogni espressione artistica, dovrebbe, tanto per capirci, "caricarsi" un Gabriele Lavia, un Rigillo, anche se Lavia si dovesse dichiarare un giorno sì e uno pure, di sinistra.
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Gabriele Lavia in Re Lear - foto T. Le Pera |
E' solo difendendo e sostenendo quell'artigianato che ha fatto grande il Paese, che lo ha costruito e fatto conoscere nel mondo, solo proteggendo "chi sa fare", che la destra troverà una via per opporsi alle "masturbazioni mentali" di sinistra.
Spero che ora sia chiaro perché ritengo molti artisti inconsapevolmente "di destra", poiché continuano a coltivare e tramandare, tradurre, tradire la conoscenza del loro artigianato, perché restano, non ostante tutto, "attaccati alla terra".
Non sarà facendo una fiction su un coraggioso ragazzo di destra che si affermerà una cultura libera, così come negli anni non è servito a nulla sostituire un tizio rosso con un tizio azzurro, ma sarà sconfiggendo l'intellettualismo, facendo scendere dai piedistalli i signori dell' "adesso te lo spiego io", che si potrà tornare a una espressione culturale davvero libera.
Perché quello che conta, ciò che davvero comunica un'idea, un principio, una filosofia, ciò che davvero la rende forte, è il modo, la forma, il "come" eseguo, e non il contenuto.
Se la destra vuole davvero trovare uno spazio suo culturale per opporsi al predominio dell'intellighenzia, della masturbazione mentale, della perpetua demolizione del "saper fare", deve darsi come obiettivo la liberazione della cultura tutta dalla dittatura dell'intellettualismo, sostenendo il suo più nudo e fulgido artigianato. Se non capisce questo resterà sempre al palo, sempre a rincorrere la sinistra sui suoi terreni, dove è chiaramente più brava, sempre in quello stato di subordinazione timorosa e inconcludente, sempre condannata ad essere una cultura di serie B.
venerdì 11 ottobre 2024
DELLA SONORITA' PERDUTA (Musica e Recitazione, l'indissolubile nodo)
Cambiando il punto di vista si osservano molte cose diversamente. Come, per esempio, siano cambiate le sonorità nella recitazione. E siccome adesso non fai più l'attore a tempo pieno, cioè colui il cui principale scopo è agire, ma il docente, cioè colui il cui principale scopo è istruire, e quindi capire, spiegare, far capire, nonché guidare, ti viene spontaneo farti una serie di domande cui prima avresti prestato minore attenzione.
Ad esempio: è impressionante la povertà di intonazioni, cioè di sonorità espressive, che i giovani paiono oggi avere a disposizione, ed è ancor più impressionante la difficoltà che il loro orecchio ha di percepire sonorità diverse, per non parlare poi delle sfumature, ormai emerite sconosciute.
Il mondo cambia, siamo tutti d'accordo, e certo non ci son più quei nostri maestri capaci di cogliere la sottile differenza tra le diverse pronunce di una sola sillaba. Il problema è che noi con quelle attenzioni siamo cresciuti, e con difficoltà possiamo distaccarcene.
D'altronde, non ne vediamo il motivo! Perché per un adeguamento "alla modernità" dovrei limitare le mie possibilità espressive? E se per le giovani generazioni invochiamo e propagandiamo sempre creatività e espressività, la capacità di spaziare e collegare, di conoscersi e crescere costantemente, perché dovrei accettare questa limitazione alla loro crescita espressiva non segnalando loro il problema?
Per farlo, però, devo interrogarmi sulle cause di questo impoverimento, trovare non soltanto una risposta ma anche un modo per spiegarglielo e scuoterli da quello che considero un vero e proprio torpore della mente e forse della coscienza.
Si sa che noi ripetiamo i suoni che ascoltiamo, lo facciamo fin dal primo giorno di vita e in modo più o meno evidente proseguiamo per tutta l'esistenza. Verificarlo è facile: se un bimbo nasce in Italia la prima parola che dirà sarà "mamma", se nasce a Londra sarà "mom", e così a seguire; ma non basta: se sei nato in Calabria e a un certo punto della tua vita ti trasferisci a Cuneo o a Treviso, il tuo modo di parlare pian piano cambierà, magari non fino alla cancellazione della cadenza d'origine, ma certamente questa non sarà più la stessa anche se ti sarai spostato a sessant'anni; inoltre, si sa che le lingue che hanno una maggior gamma di sonorità, ad esempio le arabe o le slave, mettono chi le parla in una condizione di maggior facilità di apprendimento di altre lingue.
Quindi: se c'è un impoverimento delle capacità espressive nelle giovani generazioni è ipotizzabile che questo possa essere attribuito alla povertà delle sonorità che i giovani ascoltano, ad una escursione sonora sempre più misera.
Ribadisco, poiché il cretino è sempre dietro l'angolo, che sto parlano di espressività sonora, di gamma di suoni a disposizione, non del vocabolario a disposizione (che pure quello si sta tristemente impoverendo). Al cretino parrà una cosa inutile o di scarsa importanza, ma se faccio una domanda o non la faccio sarà chiaro grazie alla sonorità che la compone e sorregge: "Sei sempre il solito idiota?", "Sei sempre il solito idiota!".
Un primo problema lo troviamo proprio nella scuola, specificamente nella scuola elementare, dove non si fa più, o si fa pochissimo, la lettura ad alta voce, una pratica fondamentale non solo per imparare a leggere con espressività, ma anche per imparare a scrivere. Infatti, la lettura ad alta voce ti insegna a riconoscere funzione e valore della punteggiatura, capire dove termina una frase, dove c'è una sospensione, un respiro, una pausa più o meno lunga... Se impari questo, conseguenzialmente capirai come usare la punteggiatura, e alla fine: se saprai leggere saprai scrivere, se saprai scrivere saprai leggere.
Ovviamente, in tanti daranno colpa alla televisione, che alcune ne ha, ma va considerato un fatto importante: i nostri giovani non guardano la tv o la guardano molto poco.
La maggiore colpa della tv, soprattutto da quando si è diffusa quella commerciale, è aver lasciato degenerare la pronuncia dell'italiano. La televisione di oggi potrebbe avere come costante sottotitolo: "La dizione, questa sconosciuta", ma è un altro tipo di problema che solo in parte ha a che fare con la questione "gamma sonora". L'esempio negativo più grosso la tv lo dà in quel modo di parlare, ormai adottato da tutti i telegiornali, a volte anche radiogiornali, che abbatte il senso della punteggiatura, nella convinzione che sia più colloquiale e gradevole. In realtà spesso non si capiscono le notizie, proprio perché la punteggiatura è tutta spostata, o inesistente, o illogica. Sembra di ascoltare quell'attore dilettante del film "La Stranezza": "Non ho nessuno, scopo e sono felice", col povero Valentino che cerca di correggere inutilmente: "Non ho nessuno scopo, e sono felice".
Orbene, da tutto questo possiamo dedurre facilmente che l'effetto sull'ascoltatore, se combiniamo insieme il problema dizione e quello lettura inespressiva, è che dire le cose in un modo o in altro non fa alcune differenza, per cui, da oggi, provate a fare una domanda senza farla, o a non farla facendola, a intimare a qualcuno di andarsene senza intimarglielo, o a pregarlo di restare senza pregarlo, tanto è lo stesso, vero? Poi fatemi sapere come va.
Non vorrei passare per il vecchio brontolone (che comunque sono, ma non in questo caso), ma il dilagare della lingua inglese evidentemente non aiuta, poiché si mescolano le sonorità senza che si apprenda, al contempo, quale sia l'effettiva linea di demarcazione tra le due lingue, cosa che invece, come ho scritto per il problema dialetti, sarebbe straordinariamente utile all'apprendimento e crescita di chi vuole usare i due idiomi.
Ma il macigno grosso, a mio vedere, è un altro.
Identifico due elementi che contribuiscono all'impoverimento sonoro delle nostre nuove generazione, il primo sono i social, il secondo la musica.
Nei social si ascolta di tutto, ci si ritrova davanti a ogni nefandezza linguistica, sonora, dialettale per non dire etica e culturale. Deleterio penso sia quella pratica di avere sempre i sottotitoli a ogni video, ad ogni tipo di discorso, poiché questo, come ho potuto verificare lavorando con i ragazzi, disabitua all'ascolto. Si potrà pensare che li alleni alla lettura. E invece no. Perché la perversa combinazione, un po' ascolto-un po' leggo, fa scorrere tanto velocemente che si accoglie come comprensione piena quella che in realtà è una percezione superficiale. Insomma, alla fine vale più il "ho capito che vuoi dire e passo oltre", che il "che stai dicendo? voglio capire bene".
Fate questo piccolo esperimento: date un testo da leggere a dei ragazzi della scuola superiore, meglio se una poesia italiana, potrete notare l'aggiunta di piccole particelle, minuscole parole che non alterano il senso della frase (anche se nel caso della poesia ne scombinano la metrica), ma indicano che il ragazzo sta scorrendo sulle parole in velocità, limitandosi a una comprensione superficiale del testo, accontentandosi del senso, diciamo così.
Vi riporto, a memoria, un piccolissimo esempio, accaduto di recente. Si leggeva "L'infinito" di Leopardi, esercizio per la declamazione del verso.
e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.
diventava
e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
CH'è viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensierO mio:
e il naufragar m' è dolce in questo mare.
Ecco, minime variazioni, che certo non fanno diventare "L'infinito" di Leopardi un'altra cosa, che non ne cambiano la sostanza, ma che dimostrano che la convinzione imperante è che "tanto è lo stesso".
Aggiungete che le varie ideologie imperanti, o che tentano di imporci: politicamente corretto, woke, gender etc. instillano nei più la convinzione che le parole abbiano valore oggettivo, che dire "negro" è solo offensivo, che dire "clandestino" o "straniero" sia solo discriminante, che dire "donna" sia un affronto per un trans, che dire "ingrassato" sia lesivo della psiche di un altro... E tante altre sonore minchiate che conosciamo, dalle quali la ben nota domanda:
"ma il cioccolato bianco è razzista?".
Sappiamo - e ribadiamolo più che possiamo - che tutte questa sono cazzate! Le parole non sono oggettive, se lo fossero ognuno di noi sarebbe Dio, ma non lo siamo, e dunque una parola, una qualsiasi parola è solo un accordo, una convenzione, una metafora. Anche bicchiere è una metafora, anche magro è una convenzione.
Ma nell'idea che le parole abbiano valore oggettivo, ecco che l'espressività non può che impoverirsi e con essa si dissolve la sonorità.
Tutto questo non basta, il colpo di grazia lo dà... la musica, la musica che i giovani ascoltano. Che per la maggior parte è non-musica, mi riferisco in modo particolare al rap e a tutte le sue degenerazione, tipo il trap.
Il rap è la musica di chi non sa fare musica, di chi non conosce la musica.
E questo, checché ne pensino alcuni, è indiscutibile. Sono le origini stesse di questa forma espressive (non me la sento di definirlo genere musicale) a dircelo.
Il rapping - vado per sommi capi, poiché chi vuole potrà approfondire - poi contratto in rap, nasce nelle radio degli ispanoamericani e degli afroamericani. Grido di rabbia, di protesta, di denuncia costruito avendo una base musicale, sempre la stessa, su cui il rapper parla ritmicamente. Quindi il rap è "parlato", non è musica, non è canto, è "parlato".
Cosa avrà di diverso dagli stornellatori di osteria toscani me lo sto chiedendo da sempre, forse il fatto che melodicamente gli stornellatori toscani han più fantasia, ma alla fin fine la modalità è la stessa.
Conosco l'obiezione che mi si fa a questo punto: "ma i testi, devi sentire i testi, spesso i testi sono davvero belli". Rispondo subito: se voglio leggere un bel testo leggo una poesia, non ascolto il mio concittadino Rocco Hunt, o Eminem, o chicchessia. Perdonate la supponenza, che poi tale non è, perché se voglio musica, cerco musica, non parole.
In questo, devo fare una confessione: io mi sento un privilegiato, paradossalmente un privilegiato, perché non so l'inglese. Spesso il testo "ci frega", ci affascina, ma io, non conoscendo l'idioma d'oltremanica, da decenni ascolto musica limitandomi all'ascolto della musica. Dopo anni mi son reso conto che questo è stato un grande allenamento: ascoltare Beatles, o Queen, o Doors, o tutti i grandi gruppi del rock senza sapere cosa dicessero, non mi ha creato il condizionamento che qualche volta ho avuto con i nostri cantautori, per cui il fascino di una bella frase faceva passare in secondo piano la qualità della musica, e ci ho messo un po' di anni a riconoscere il valore puramente musicale di Piano Daniele, o Eduardo Bennato, o Flavio Giurato, o Ivano Fossati come nettamente superiore a quello di un... Antonello Venditti, anni per trovare il coraggio di dire in pubblico che Fabrizio De André era musicalmente noiosissimo, che se non fosse arrivata la PFM a dargli un po' di spinta, e che spinta!, stavamo ancora all'adorazione della nenia.
Qualcuno che è svenuto. Mi spiace.
Tornando a noi, facciamo qualche esempio, prendo da YT dei pezzi a caso, sperando non ce li vietino subito per questioni di diritti:
https://youtu.be/iNSQ15H8DZo?si=OAu6K8uo9BhvAGXv
https://youtu.be/h9NH6dFgM38?si=h0NrPmPdLHJF7GGt
https://youtu.be/N1pIm7822Kw?si=hxBCMQiL3HFp2dck
https://youtu.be/CQ-NSM-tt44?si=JJtepjXRCENGdbAg
più o meno raffinato, il succo è sempre lo stesso. Quel che più mi colpisce guardando i video è la gestualità, che è praticamente unica, come un segno di appartenenza, un marcamento di territorio ancor più forte della "musica", e dunque, a mio parere, limitante. Perché così come la voce perde sonorità, anche il corpo perde gestualità, entrambe sono possibilità espressive.
Ora, se noi ripetiamo i suoni che ascoltiamo, come detto in principio, è evidente che avendo nelle orecchie questa limitata quantità di suoni replicheremo una limitata quantità di suoni, così come il vocabolario degli studenti si va restringendo e la gestualità si sta accartocciando su se stessa.
La Musica che io principalmente ascolto, fin da quando sono bambino, è questa:
https://youtu.be/K6CVqC-zHMs?si=nEPKT_y_3DcqdbBL
e questa:
https://youtu.be/uUV5K20xuN4?si=EGwx0mobOcnvlM9B
e questa:
https://youtu.be/SN5cnVk85uo?si=Zwd5lMBK0vErclch
e questa:
https://youtu.be/h7qtyCl7ysE?si=Hj8n5hq1t32dnjDP
Snob? Può darsi, ma vi assicuro che non è colpa mia se sono cresciuto così. Ho sentito il mio primo disco di pop a quindici anni, in seconda liceo, quando mi accorsi che i miei compagni ascoltavano musica totalmente diversa e sentii la necessità di recuperare. Perché, credetemi, non è stata una bella sensazione scoprire che eri lontano anni luce dai tuoi simili, sentirsi escluso da ascolti e discussioni, non poter essere in una condivisione anche se critica.
Detto ciò, io sono certo che con estrema facilità potrete rilevare quanto di toni, armonia, variazione, ricerca, di fraseggio, respiro e silenzi, quanto di colori, di consonanze e dissonanze, di legato e staccato, quanto di diversi andamenti, lento, adagio, andante, presto, allegro, allegretto, quale gamma di sonorità possono ascoltare le nostre orecchie, quale quantità di possibilità espressive possiamo acquisire e provare a restituire nella recitazione.
Stiamo al contrario perdendo tutto ciò dietro alle degenerazioni della contemporaneità e soprattutto volendo ignorare il problema.
Penso sia necessaria una ri-educazione all'ascolto per i giovani, dovremmo smettere, nelle scuole, di insegnare a suonare il flautino e quattro scemenze di solfeggio, ma fare ascoltare e ascoltare e ascoltare la musica, dal gregoriano ai giorni nostri, perché quando con loro ho il tempo di farlo, i volti si illuminano. E Sì, fino ai giorni nostri, perché qualcuno certamente dirà che sono un vecchio parruccone, invece qualcosa di buono in questa modernità c'è, qualcosa con cui ancora giocare e divertirsi, dalla mia amata Robin McKelle fino a...
https://youtu.be/-FVvVMNuIXU?si=BuXZcd3bOD4YVmlK
Ascoltate MUSICA e Buon divertimento!
lunedì 23 settembre 2024
LA FAVOLA NUOVA
Papà non mi ha mai letto una favola, ma ricordo perfettamente il primo libro che mi regalò: era Pinocchio. Ho con me anche l’ultimo, un prezioso e introvabile volume su Valeria Moriconi, attrice con cui ho lavorato e che lui apprezzava molto, libro che ordinò mesi e mesi prima facendomi una bellissima sorpresa.
Ma la sorpresa che io ho sempre negli occhi è quella del Pinocchio. Non ricordo il motivo per cui chiesi proprio quel libro, forse perché erano i giorni dello splendido sceneggiato tv per la regia di Comencini, e un po’ tutti eravamo affascinati dalle vicende del burattino di legno. Dubito che io abbia fatto tanti ragionamenti estetici, avevo poco più di sette anni, chiesi solo Pinocchio.
Ero a casa dei nonni, dove eravamo soliti pranzare, seduto in terra a giocare con macchinine e mattoncini Lego, l’ora di pranzo si avvicinava, papà tornava dal lavoro: indossava il suo bel loden verde, e ricordo che mi colpì il fatto che lo tenesse completamente abbottonato, dal primo all’ultimo bottone. Appena arrivò io gli chiesi se mi aveva preso il libro. Papà disse di no, io ci rimasi un po’ male e distolsi lo sguardo, tornando a guardare tristemente le mie macchinine, ma poi, ridendo e dicendomi qualcosa come “eccolo qui”, papà da sotto al loden tirò fuori una bellissima edizione del Pinocchio, e la mia felicità andò a mille. Lo ringraziai come credo di non avere mai più fatto, con tutta l’allegria e l’incoscienza dell’infanzia. Chissà se lo abbracciai, io e papà ci siamo sempre abbracciati poco, evidentemente per noi non era necessario.
Era un bellissimo libro bianco, di un formato più grande del normale, quadrato, con la copertina rigida e lucida, e con tanti affascinanti disegni. Pinocchio era fatto con una giubba violacea a fiori, i pantaloncini sul verdino e il suo bel cappelluccio di mollica di pane bianco sporco. La parte scritta era predominante, e io, che già avevo imparato a leggere, lo lessi tutto, tutto d’un fiato, e poi lo rilessi, e forse lo lessi ancora soffermandosi sempre a osservare quei disegni i cui tratti ancora appaiono, sia pur sbiaditi, nella mia memoria
Ho conservato quel libro per tanti anni, oggi purtroppo non so dove sia, mi farebbe piacere ritrovarlo, ma non importa, perché quel che conta è sentire ancora viva dentro di me la felicità di quel giorno, la faccia divertita di papà, il ricordo di quel libro, il ricordo di lui, il ricordo di quel semplice scherzo, la felicità che papà mi regalò, e quella che io regalai a lui con la mia felicità.
Mi chiedo se ci possa essere qualcosa di più bello che riuscire a far felice, anche solo per un attimo, un proprio figlio. Me lo chiedo e penso che non ho figli, ma che ricordo vividamente la faccia allegra di papà e provo a immaginare quello che provò, e francamente, oggi, mi basta, mi basta la gioia che mi ha restituita e quel ricordo.
lunedì 22 luglio 2024
IL SOGNO DELLA BAMBINA (Come l'ideologia può calpestare i sogni dell'infanzia)
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Antonia Brico, primo direttore d'orchestra donna |
Una sera il papà portò la bambina a un concerto. Era la prima volta. La bambina aveva circa otto anni. Emozionatissima entrò nel teatro tutto illuminato, con le poltrone rosse e i palchi dorati. Tanti signori in abito scuro erano su quello che imparò dal padre si chiamava palcoscenico, ognuno di loro aveva uno strumento. Poi arrivò un signore senza strumento, con una bacchetta tra le mani, le luci si abbassarono e al gesto di quel signore tutti quelli in abito scuro cominciarono a suonare.
Il concerto fu bellissimo. Alla fine la bambina chiese al papà: “Chi era quel signore con la bacchetta?”, e il padre: “Quello è il direttore d’orchestra”. La bambina ci pensò e poi decise: “Da grande voglio fare anche io il direttore d’orchestra”.
Così il papà e la mamma la portarono da un Maestro di pianoforte e la piccola iniziò a studiare. Più di dieci anni dopo tanta applicazione e fatica, diventò quello che aveva sognato da bambina: un direttore d’orchestra!
Prendete questa storiella e trasportatela in altri campi:
- C’era un giorno una bambina che con la mamma andò a trovare la nonna in ospedale, vide un signore con il camice bianco che curava le persone e allora chiese alla mamma: “mamma chi è quel signore…”
- C’era un giorno una bambina che con i genitori andò alla festa delle Forze Armate, vide un signore con una bella divisa piena di bottoni dorati e chiese: “Chi è quel signore che dà gli ordini e tutti fanno quello che dice lui… “
(continuate a piacere...)
Ecco, per me la questione si pone in questi termini: “c’era una bambina che sognava di diventare”.
Poi qualcuno decise che era discriminante chiamare un direttore d’orchestra donna al maschile, e cominciò a chiamare la bambina ormai donna: direttrice. Ma la direttrice, la bambina ormai donna la ricordava bene, era quella che dava gli ordini alla sua scuola elementare, una signora molto brava e importante, che faceva andare avanti una scuola con 500 bambini e tante maestre e tanti signori che collaboravano, la sua direttrice era una davvero in gamba, solo che faceva un altro lavoro, non muoveva le braccia e ai suoi cenni nessuno di quelli della scuola si metteva a suonare. Perché la dovevano chiamare direttrice? Lei aveva studiato per diventare un Direttore! E non gliene importava niente se era al maschile, perché quando aveva scelto il suo lavoro non aveva pensato agli uomini e alle donne, ma solo al fascino di quel ruolo. E se proprio la doveva mettere sulla questione di genere, la conquista sarebbe stata proprio quella di prendere il posto di un maschietto, per fare esattamente lo stesso lavoro del maschietto, e quindi essere definita come un maschietto perché tra lei e il maschietto non c'era nessuna differenza.
Ma la bambina non voleva nemmeno questo, voleva solo fare il Direttore. Perché per lei non contava il sesso, contava il ruolo.
Ecco, io la vedo così: avvocata, magistrata direttrice o direttora, medica, questora… che diritto abbiamo di calpestare il sogno di una bambina?
lunedì 1 luglio 2024
"BENVENUTO ALL'INFERNO"
Coloro che la tua paura implora;
Tu non sei gli altri e ti vedi ora
Centro del labirinto che tramarono
I tuoi passi. Non ti salva l’agonia
Di Gesù o di Socrate né il forte
Aureo Siddharta che accettò la morte
In un giardino, al declinar del giorno.
Polvere è pure la parola scritta
Dalla tua mano o il verbo pronunciato
Dalla tua bocca. Non perdona il Fato
E la notte di Dio è infinita.
Tu sei fatto di tempo, di incessante
Tempo. Sei ogni solitario istante.
Si intitola "L'apice", è una poesia di Jorge Luis Borges, contenuto nella sua ultima raccolta, "La cifra".
Quando l'ho letta, la prima volta, a circa 35 anni, non potevo capirla.
"Come sai che erano 35 anni?". Perché i tempi della mia vita sono scanditi dai miei rapporti con le donne, e molte delle mie letture sono legate a loro suggerimenti.
Le storie, ovviamente, non sono finite bene, ma sicuramente i consigli che loro mi davano erano profondamente interessanti.
La stessa donna che mi convinse a leggere Borges, mi fece leggere Pessoa. Un'altra mi indirizzò verso la letteratura americana contemporanea facendomi scoprire quello che è diventato uno dei miei tre, quattro autori preferiti, Tom Robbins.
A volte sono state scoperte cinematografiche, altre volte musicali... io posso dire di avere sempre ricambiato con una accorta proposta teatrale molto apprezzata.
Perché dico che lei "mi convinse" a leggere Borges. Borges era all'apice della sua fama proprio quando io avevo vent'anni. Potevo leggerlo allora. Ma mi rifiutai. Intorno a me c'era una sorta di "delirio Borges", un deliquio fastidioso, che riusciva solo a produrmi orticaria.
Sono probabilmente sempre stato così: rifiuto genetico di qualsivoglia omologazione. Soprattutto quando "non si può vivere senza". Stronzata, si può benissimo vivere senza.
Dunque, tutti in delirio per Borges, ed era come vedere, per citare Eliot, quelle care signore che entrano e escono dalle sale da the parlando di Michelangelo. Come potevo adeguarmi?
Poi giunse V. e mi spinse alla lettura. Mi disse di cominciare da "Altre inquisizioni". Così feci. E ancora oggi io consiglio di cominciare da lì. Mi è sempre parsa una scelta giusta.
Ma a 35 anni quella poesia non potevo capirla.
Quando sei giovane, il mondo ti appartiene, è nelle tue mani, non hai la sensazione del tempo, non pensi che il tempo possa finire, e che quel finire sei tu stesso, e dunque il vero senso delle cose è semplicemente nel fatto che, come il verso più importante e bello della poesia dice, "tu sei fatto di tempo".
Tu materia es el tiempo
Qualcosa poi un giorno accade e ti rendi conto che il tempo è passato, e immediatamente lo metti a confronto con quello che ti resta, che poi nemmeno sai quanto sarà, forse cento anni, forse un minuto.
Quando il nostro amico Giuseppe Rispoli, bravo attore, compì 50 anni, un altro caro amico, e bravo attore, Andrea Lolli, gli mandò gli auguri di prammatica con questa frase: "Benvenuto all'inferno!".
Mi fece ovviamente ridere, ma Andrea aveva colto nel segno. Un tempo si diceva che "la vita comincia a 40 anni", per indicare il punto di svolta, lo scollinamento. Cambiano le epoche, cambiano tante cose... oggi possiamo dire che lo scollinamento si fa a 50. Lì sono cominciati i dolorini, la pillolina per la pressione, lo scrocchiare delle ossa la mattina... Uff! un mare di noie, cui si deve dar conto. Il corpo comincia a parlarti in un modo che non puoi più ignorare, sei costretto a rispondere.
L'inferno è quello.
Tu sei fatto di tempo, sei ogni solitario istante, sei ogni chiropratico che ti mette le mani addosso per farti scrocchiare la cervicale, riallinearti la schiena, illuderti che in fondo basta poco per tornare a ballare. Amen.
giovedì 27 giugno 2024
PEPPINO ANDAVA A CENA FUORI TUTTE LE SERE (QUANDO IL MONDO ERA PIU' SEMPLICE)
Capitava che invitasse in casa sua, ma che Peppino mangiasse solo, o con la sorella, davanti a una tv, era una cosa che non stava né in cielo né in terra. Piuttosto al ristorante da solo! Piuttosto non si mangia!
Il ristorante prescelto durava per un certo periodo. Poi si cambiava, poi si ritornava in uno da cui ci si era allontanati magari per una discussione con il proprietario o per semplice noia, poi se ne trovava uno nuovo. Fate conto, insomma, che all'incirca ogni paio d'anni il punto di riferimento si spostava. E in venti anni di amicizia sono stati molti: Le Cornacchie, il Cantuccio (proprio di fronte al Senato), I due ladroni, Er Pallaro... se volevi cenare con Peppino a una certa ora del pomeriggio(mai prima delle h 18,00) gli telefonavi, chiedevi se quella sera avrebbe cenato fuori e se ci si poteva vedere. Serenamente ti diceva Sì o No e in caso affermativo si prendeva appuntamento.
Mai prima delle dieci! E se in tv, in prima serata, c'era un programma che gli interessava non usciva di casa finché non finiva la trasmissione, il che poteva voler dire anche le undici o mezzanotte! Certe volte ci voleva un po' di pazienza... ma ne valeva la pena.
Oppure, in periodi in cui noi ragazzi non avevamo tanti soldini a disposizione, si sapeva dove lui cenava e, all'ora in cui si ipotizzava stesse finendo il pasto, lo si passava a trovare per sedersi con lui e bere una grappa, una vodka, un amaro... E anche questo a lui faceva molto piacere.
Per un periodo più lungo del solito si andò a cenare in un simpatico e colorato ristorante in via del Vantaggio (sempre a Roma, ovviamente), il Melarancio, la cui proprietaria era "la Lolly", e tutti lo conoscevamo così: "ci vediamo dalla Lolly".
Lolly era una simpatica e bella signora che aveva fatto per tanti anni la truccatrice nel cinema, poi aprì questo simpatico locale che aveva le pareti tutte tappezzate di fiori rosa e gialli e le tovaglie in tinta, i camerieri informali e un divertente chef, di cui purtroppo non ricordo il nome, che usciva dalla cucina a salutarti e a concordare egli stesso con Peppino il menù della serata.
Perché è facilmente comprensibile che, cenando fuori tutte le sere, e sempre nello stesso locale, il menù classico venisse a noia, e allora, proprietari, chef, camerieri, che finivano in qualche modo per diventare amici, si prodigavano a trovare soluzioni alternative spesso inventate al momento, a volte soluzioni semplici: "Maestro, ma volete due uova al tegamino?", e vada per le uova al tegamino!
Ricordo, a questo proposito, che quando facevamo "Tosca nei luoghi e nelle ore di Tosca", nei giorni in cui si lavorava in Sant'Andrea della Valle, si andava sempre a pranzo dai mitici Nino e Paola del ristorante "Er pallaro", antica istituzione romana, che è proprio di fianco alla chiesa.
Ora, dovete sapere che Er pallaro funziona a menù fisso con cifra fissa. Paola cucinava splendidamente, ma, data la formula, il menù era sempre lo stesso. Un giorno Peppino se ne lamentò con la superba cuoca: "Paola, sai fare tante cose buone, che non si trovano più in giro, il coniglio, i rognoni... e facci qualcosa di diverso!".
Non lo avesse mai detto! Paola, come ferita nell'orgoglio, offesa nell'onore, due giorni dopo si scatenò e tiro fuori un pranzo dove c'era di tutto, rognoni trifolati, carciofi, puntarelle, coniglio, fegatini e fegato, spezzatini... fu un vero delirio, una specie di mini-orgia culinaria alla quale, ovviamente, non ci sottraemmo.
E quando tornammo a lavorare in chiesa eravamo letteralmente cotti! Letteralmente cotti!
Io quasi barcollavo, e non per il vino, sia chiaro, proprio per il cibo. Peppino teneva sempre energicamente in mano la baracca, ma stavolta, era chiaro, anche lui decisamente a rilento. Storaro, che era stato il più parco, procedeva comunque, sia pur con una certa moderazione.
Fu il pomeriggio di lavoro più faticosamente divertente che ricordi.
Quando il giorno dopo, prima di andare a pranzo, Paola venne a informarsi se il pranzo fosse stato gradito, Peppino le rispose: "Magnifico... Anche troppo!". "Bene", fece Paola, e se ne tornò alla sua cucina con un sorrisino stampato in volto e l'occhietto birichino che esprimevano una certa qual perversa soddisfazione per quella goduriosa vendetta.
Al Melarancio, dalla Lolly, veniva talvolta una bellissima trans, molto compita, sempre abbigliata con eleganti tailleur, si chiamava Valeria. Avrà avuto una quarantina d'anni, ed aveva un fidanzato più giovane di lei, un ragazzo bellissimo e anche lui sempre compito e elegante. Pareva essere proprio una coppia dolcemente innamorata.
Un giorno Valeria arrivò con le stampelle e un piede ingessato. Aveva avuto un piccolo incidente domestico. Il suo fidanzato la seguiva con amorosa attenzione.
Quando Valeria arrivava c'era sempre uno scambio di battute cortesi con Peppino e la sua tavolata, in quel caso la conversazione durò come ovvio più del solito per spiegare ragioni e dinamiche dell'incidente.
Per tutti noi quella era Valeria e quello era il suo fidanzato. Punto.
Di strano, di particolare, di "spiazzante"... di diverso c'era assolutamente nulla!
Questo valeva per Valeria, come per tanti altri omosessuali, e trans, e anche persone di colore che incontravamo nelle nostre serate. Si divideva con queste persone il tempo, la chiacchiera, la tavola, le pene, le risate, come la cosa più semplice e normale del mondo.
Nei giorni scorsi Valeria mi è tornata in mente, soprattutto l'immagine di lei, una sera, con un elegantissimo tailleur color avio, la folta capigliatura cotonata, un paio di finissime decolleté chiare ai piedi. Perché quella immagine? Non lo so.
E negli stessi momenti mi sono tornate in mente altre persone. Per esempio un compagno delle elementari che si chiamava Franco. Ed era nero, coi capelli ricci, e gli occhiali sin da piccolo. Perché la mamma era eritrea e aveva sposato un ingegnere italiano. Io ero piccolo, e mi pareva che la signora fosse altissima. Tutti i giorni veniva a prendere Franco all'uscita dalla scuola e subito gli dava una piccola cosa da mangiare, una merendina, un panino, un frutto, mentre ritornavano a casa.
E c'era poi un ragazzone alto, robusto, dai muscoli splendidamente disegnati, che faceva il truccatore. Il nome purtroppo non lo ricordo. Era un cubano, omosessuale, la pelle molto scura: era riuscito a scappare dal suo paese, dalla dittatura di Castro. Era diabetico. I racconti di lui, omosessuale, perseguitato e sbattuto in prigione, senza la possibilità di fare l'insulina, che stava male, con i compagni di cella che nulla potevano fare se non implorare per lui una iniezione, o di suoi amici che cercando di fuggire su barche fatiscenti erano finiti in mare in pasto agli squali, beh, erano cose che straziavano l'anima. Veder piangere quel ragazzone alto e dal fisico scolpito, che pareva un dio, che t'immaginavi non potesse essere abbattuto... inutile che ve lo racconti, e mi spiace davvero non ricordarne il nome.
Nel nostro mondo, nel mondo in cui siamo cresciuti, le persone "diverse" facevano parte tranquillamente della nostra vita. Ed erano diverse perché uguali, uguali perché nessuno ci faceva caso, nessuno pensava a sottolineare qualsiasi differenza tra "me e te, noi e voi", ognuno era quel che era e basta. E tutti facevano la corte a tutti, se uno o una ti piacevano "ci provavi" e basta, senza dover sapere prima quale fosse il suo orientamento sessuale.
Dove doveva esser scritto che magari a una lesbica non potesse piacere un uomo, o un etero non accettasse la corte di un omosessuale, o che una etero potesse a far l'amore con un gay... Conoscevo un regista, di cui ovviamente terrò per me il nome, che era omosessualissimo, ma c'era una donna, etero, una sola donna davanti alla quale perdeva completamente la testa, erano anche stati insieme per anni, e ogni volta che la rivedeva era innamoramento.
Chi offendeva veniva automaticamente messo in disparte, non c'era posto per gli stronzi, cafoni nel nostro mondo, quelli se la facevano, alla fine, con i loro omologhi e basta.
mercoledì 15 maggio 2024
PIAZZARE UNA DIDASCALIA (ancora su Carlo Goldoni)
Mi attardo in questa serata per farvi partecipi di un pensiero che da qualche giorno attraversa la mia mente.
Mi piace Goldoni, mi piace molto, forse qualcuno lo ricorderà. C'è però una piccola cosa che mi ha sempre lasciato perplesso e alla quale credo di aver finalmente trovato una risposta.
Il problema riguarda "la didascalia" nell'opera di Carlo Goldoni.
Perché leggendo i suoi testi succede una cosa strana: le didascalie che indicano il modo in cui un personaggio dice una battuta, che indicano un certo movimento, o a chi il personaggio si sta rivolgendo, sono scritte alla fine della battuta stessa.
Capisco che per i non addetti ai lavori questo non sia un particolare problema: "Goldoni voleva scriverle così", mi si potrebbe dire. E in realtà questo non è un problema nemmeno per i comici, i quali serenamente leggono battute e didascalie in questa successione come la cosa più normale del mondo, abituati forse, per l'esercizio di lettura all'improvvisa ad alta voce, a buttare l'occhietto alla fine del rigo per vedere se la frase finisce con un punto o un interrogativo.
Invece, lavorando con i ragazzi di una età compresa tra i quindici e i diciannove anni, ti accorgi che non solo è un problema, ma devi anche rispondere alla loro più insistente domanda: "Prof, perché?".
Così pensi e ripensi, e ancora ci ripensi... finché una mattina, nel dormiveglia, ti giunge una possibile risposta.
Chiariamo un altro punto: non tutte le edizioni riportano le didascalie come Goldoni le ha fatte stampare (attenzione a questo "fatte stampare"), e non tutte le commedie procedono esattamente con lo stesso schema. Inoltre, se la battuta è breve, di normale lunghezza, una battuta di dialogo insomma, troviamo la didascalia alla fine, se invece si tratta di un monologo, facile la si trovi all'inizio.
Da tutto questo discorso, aggiungiamo, sono evidentemente escluse le didascalie che descrivono un luogo o una particolare azione precedente la battuta.
Qualche esempio da La locandiera
Orbene, perché?
Sappiamo che Goldoni scriveva la commedia, quindi questa veniva provata e rappresentata; durante prove e repliche il testo era "aggiustato", perfezionato, con la diretta partecipazione degli attori, una volta avuta questa sorta di versione definitiva che era già passata per il palcoscenico, o meglio per il corpo, la voce, ritmi, pensieri, in sintesi per la recitazione degli attori, poteva andare alle stampe.
Ho avuto modo di raccontarvi come a mio parere il grande autore non volesse semplicemente fare teatro ma dare alle patrie lettere quella letteratura drammatica che le mancava. Resto convinto che il vero motivo della Riforma sia questo, dove la sostituzione della commedia all'improvvisa con un testo scritto, delle maschere con personaggi della vita reale, son solo pezzi di un progetto più ampio.
Ebbene, pensateci: se io scrivo, come sempre fanno tutti i drammaturghi, la didascalia prima della battuta, didascalia che contiene una indicazione su come andrà detta la battuta, (malinconico), (allegro), (tra sé)... oppure a chi la battuta è rivolta, (a Lelio), (a Rosaura), (a suo padre, in disparte)...
qui un esempio preso al volo da Il Giuoco delle parti, di Pirandello
sarò certamente di fronte a un copione teatrale.
Ma forse Goldoni voleva che anche nella forma il testo scritto non fosse come un copione classico di teatro e ricordasse più la narrativa, si mostrasse decisamente come letteratura. Quante volte, infatti, nei romanzi leggete: "Lo saprai a suo tempo", le disse calmo, guardandola dritto negli occhi (ho inventato io, non googlate inutilmente).
Ecco, la tecnica goldoniana io penso si riferisca a questa tipologia di scrittura pienamente narrativa, e ci costringe a leggere tutta la frase, ad aspettare l'indicazione come in un racconto, si viene a mostrare come letteratura, sganciandosi volontariamente da un copione di teatro, così da tornare ad esserlo solo sulla scena, quando i comici, dopo lettura piena e intera, rimetteranno, nel loro quotidiano esercizio, le didascalie al loro posto naturale avendo in tal modo introiettato, anche a loro insaputa, la Riforma.
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Valeria Moriconi ne La locandiera |