sabato 10 agosto 2019

AMICIZIA PERSA, LIBERTA' DENTRO

Sta accadendo una cosa davvero spiacevole che a questo punto sento di voler comunicare sperando di trovare ancora in voi delle persone sagge e comprensive, e soprattutto delle persone davvero aperte così come in genere vi professate. 
Ho scelto di parlarvene dopo una lunga riflessione, perché la cosa mi produce non poco dolore, malinconia, fastidio, senso profondo di isolamento. Tutte cose che possono andar bene con gli estranei, dei quali alla fin fine chi se ne frega, ma non con le persone cui vuoi bene e che ti conoscono, e conosci, da una vita. 
Certo, è un tipo di situazione che potevo prevedere, frutto delle scelte che ho coscienziosamente fatto e che rifarei altre mille volte; dovevo e potevo aspettarmelo, e infatti me lo aspettavo, ma non nei termini in cui si sta verificando. Forse perché, così come credetti  un tempo in certe idee, ho continuato a credere che coloro che, come me un tempo, continuano a professare quelle idee che io non professo più, siano e restino davvero animate da un profondo spirito democratico, da una voglia di confronto, da un rispetto intrinseco dell’altro, anche se la pensa diversamente da noi. 
Tutti noi abbiamo avuto amici che la pensavano politicamente in maniera diversa, con loro ci siamo scontrati, abbiamo discusso, abbiamo cercato di convincerci vicendevolmente, ma questo non ha intaccato mai il senso di stima verso l’altro, e soprattutto – ed è questo il punto più grave, il vero punto doloroso – mai abbiamo trattato improvvisamente l’amico dall’alto in basso come un minorato mentale, un ignorante, un troglodita, per le sue idee, facendolo sentire improvvisamente privo della nostra stima e dunque del nostro affetto. Ché stima e affetto sono profondamente incardinate. 
Mio nonno materno era un vecchio ufficiale della Milizia fascista, ma la persona che più stimava in città era un vecchio deputato socialista, che nessuno gli doveva toccare altrimenti diventava una belva, e lo stesso era per quel deputato se qualcuno parlava male di mio nonno (i nomi non contano). Si possono immaginare due soggetti più lontani come pensiero politico, visione della vita e del mondo? Eppure era così. E questo stesso tipo di relazioni mi sono capitate tante e tante volte sotto gli occhi, per i genitori, gli amici, i parenti e anche, fino a un certo punto, per me stesso. 
Da un po’ di tempo a questa parte io non mi sento più libero, libero dentro, di potere esprimere le mie idee. Non con chiunque, che sarebbe una vera e propria assurda pretesa - ché sempre in un certo modo son fatte le relazioni umane - ma con le persone che immagino, presumo, penso, credo, ho creduto fino al momento della fatale rivelazione, mi vogliano bene. 
Vivo una sorta di abbandono, peggio ancora di senso del disprezzo, solo perché io la penso diversamente. Il risultato è che non parlo più, e con i miei amici non esprimo più liberamente il mio animo. Fingo. Sissignore, sappiatelo, fingo, per evitare prima inutili discussioni, poi la mortificazione di sentire un amico o un’amica trattarti improvvisamente dall’alto in basso. 
Inutile cercare di fare capire che anche io ho le mie motivazioni, che il mio approdare dove non avrei mai creduto anni fa di approdare, è frutto di un percorso, un percorso duro, faticoso, pensato, meditato; e forse un amico, che dice non solo di volerti bene ma di essere interessato profondamente alle vicende di questo nostro Paese, dovrebbe domandarsi per un momento come mai tu sia giunto lì, tu che quell’amico dice e ha sempre detto di stimare davvero, che ha tenuto in considerazione il tuo pensiero, i tuoi consigli, i tuoi giudizi. 
Invece questo non accade, sei solo oggetto di ludibrio, quando non di disprezzo, quando non di quella considerazione riservata ai poveri dementi. Potete immaginare come ci si possa sentire dentro nel momento in cui tu sei tranquillo, pensi di poter liberamente parlare perché di fronte hai un amico, una persona con la quale, qualsiasi sia la discussione, immagini che i rapporti non si deterioreranno, e invece trovi improvvisamente un vuoto, un abbandono che in un attimo si consuma accompagnato da un senso di superiorità che ti umilia. 
Sono cose lecite e comprensibili nei nemici. Ma gli amici, gli amici no. 
Se non puoi essere libero, libero dentro, con loro, qual è il senso di tutto questo? Se rimaniamo tutti delle monadi immutabili, fermi in un unico pensiero che tutti ci contiene e mai veniamo disturbati, scossi, scarrucolati da una diversità, da una progressione, da una inattesa adempienza, da una sorpresa, qual è il senso del nostro percorso in comune? Perché ci frequentiamo? 
Io, anche se in molti non ci credono, ho sempre appreso tantissimo dagli amici, nonché dalle donne con cui sono stato, e anche dagli scambi occasionali. Credo, anche se in molti non ci credono, di essere fondamentalmente fatto di questo, di tutto questo, di questo accumulo di idee e suggestioni, di ricordi e passioni. Amo il percorso che ho fatto e il dove mi ha portato, e ringrazio sempre tutti quelli che ho incontrato lungo la mia strada anche se qualcuno oggi non voglio più vederlo. 
Ma se non c’è questo, nelle nostre relazioni, se tutto si riduce a una cena insieme per dirci che siamo d’accordo su tutto, a che serve? Se non possiamo più scambiarci le parole e i pensieri, ma a che serve?
Vorrei ancora stare con i miei amici, discutere sinceramente e liberamente, libera-mente dentro, con loro, senza dovere nascondere che sono borbonico, che sogno la secessione del Sud, che sono sovranista, che sono un No-euro (e pure della prima ora!), che sono contro la UE, che ho votato per la Lega, che da meridionale ho convintamente votato per la Lega… e non sentirmi, per tutto questo, improvvisamente disprezzare dalle persone che conosci da trent’anni solo perché dici che vorresti la secessione del Sud come se fossi un minorato mentale rincoglionito, pazzo e stronzo. 
Credetemi, è una coltellata che ti arriva, e che fa dannatamente male, perché all’improvviso senti che è stato alzato un muro tra te e quell’amico/a, e quel muro lo ha alzato lui solo perché tu sei stato sincero. Ti senti improvvisamente abbandonato. Improvvisamente imprigionato.  
E il fatto che tu comprendi perfettamente che quella loro reazione isterica – poiché solo di isteria può trattarsi nel suo improvviso impennarsi, innervarsi, nel perdere le coordinate, nell’accecamento che osservi in loro o che ti si rivela, dopo, a mente fredda – il fatto che comprendi che quella reazione è dovuta al senso atroce di sgretolamento del mondo in cui hanno creduto, al fallimento delle ideologie che hanno abbracciato, alla perdita dei punti di riferimento che si erano costruiti, al senso profondo e inconfessato anche a loro stessi di sconfitta, tutto questo non mitiga il tuo dolore. 
Anche perché capisci che molto è legato al loro arroccarsi, alla loro indiscutibile chiusura, alla non accettazione dei fatti che la Storia ha messo sotto gli occhi di tutti noi senza tema di smentita. Il muro si alza per non accettazione della disfatta, anche a costo di perdere l’amico, di perdere l’affetto. 
Se parlare davvero, senza pregiudizi, fosse possibile, se scambiare davvero le opinioni fosse possibile, senza preconcetti, senza disprezzi, lontani da qualsivoglia senso di superiorità morale e culturale, forse tanti nodi si scioglierebbero. Invece no, e il dolore cresce in ciascuno di noi, restando tutti sempre più soli. 
Io ho fatto una scelta, delle scelte, e ne accetto le conseguenze, la solitudine che ne può derivare e alcuni inevitabili distacchi, ma non posso smettere di voler rivendicare tutte le cose che penso e in cui credo. 
Mi chiedo soltanto se nel profondo, nel profondo soprattutto della loro sempre sbandierata democraticità, i miei amici sono ancora disposti ad accettarmi per quel che sono? 
Oh, so bene che diranno tutti di sì, ora, a parole, diranno tutti di sì, ma vi assicuro che dopo quello che è accaduto in questi ultimi tre anni - dal referendum costituzionale in poi, per esser chiari – dopo i tanti abbandoni che si sono consumati lungo la mia strada, io ci credo sempre meno, sempre meno sento di potermi esprimere liberamente con i miei amici. E questo mi addolora. 
Fingo. Fingo, per evitare discussioni, per evitarmi la coltellata, e quel malinconico senso di perdita della libertà, libertà dentro.  

giovedì 18 luglio 2019

ANDREA CAMILLERI: TEATRANTE!

Ho visto e letto un mare di cose in queste ultime 24 ore su Andrea Camilleri. 
Ora, io Andrea il piacere di conoscerlo ce l'ho avuto, dato che era un insegnante della "Silvio D'Amico", ho seguito alcune sue lezioni e mi prese per fare uno spettacolo, che dopo qualche prova io rifiutai (avrei dovuto fare un intermezzo recitando tutta "La quercia del Tasso" di Campanile, lo fece poi un mio compagno di corso, Giacomo Zito). 
Quando al bar di fronte l'Accademia andai a comunicargli che avevo deciso di non partecipare più, mi disse: "Non preoccuparti, Alfonso, lo avevo capito. Tu sei un anarchico che lavora meglio solo che in compagnia". E tutto si chiuse lì, senza patemi. 
Ci ho messo anni, davvero anni per capire cosa volesse dire quella frase, per arrivare a dire, alla fine, che era vero, che Andrea Camilleri, in una breve frequentazione, aveva capito di me più di quanto io non abbia capito in 30 anni. 
Ci siamo incrociati piacevolmente in Accademia altre volte, e poi intorno casa sua poiché per un periodo ho abitato praticamente dall'altro lato della piazza, in via Corridoni. Sempre uno scambio cordiale, piacevole, una battuta spiritosa. Un uomo davvero davvero interessante sotto mille e mille punti di vista. 
Un giorno, in Accademia, durante la pausa pranzo, ero seduto a fumare sul muretto di fronte all'ingresso principale che delimita il cortiletto intorno la palazzina. C'erano un po' di nuvole e la luce era come grigia, pesante. Andrea apparve sulla soglia con la sua solita Multifilter tra le dita. Si guardò intorno, guardò il cielo, poi venne da me, piantò improvvisamente il suo viso a cinque centimetri dal mio e con quella voce che tutti ormai conoscete mi disse: "Che luce di merda!". E se ne andò. Io lo guardai andar via con gli occhi sbarrati pensando una semplice cosa: "è pazzo!". Ma non lo era, chissà cosa gli girava per la testa... 
Suonava il sax, con l'ancia, con l'imboccatura al contrario. Una volta a casa sua, durante una di quelle prove, spiegò anche il perché, ma non me lo ricordo.
Ora, come è purtroppo nell'ordine delle cose, Andrea non c'è più, e tanti di quella generazione splendida che ci ha allevato non ci sono più. Penso a Mario Ferrero, alla grandissima Marise Flach, ad Angelo Corti, a un bravo insegnate e ballerino che si chiamava Stefano Valentini che un brutto male si è portato via giovanissimo, Paolo Terni, Elena Povoledo... E un giorno, forse ve li nominerò tutti e vi spiegherò cosa facevano e perché erano speciali. 
Di questo gruppo di insegnanti straordinari faceva parte anche Andrea Camilleri.
Ho letto, vi dicevo, e ascoltato, decine di cose. E quel che più mi ha ferito è che nessuno ha detto o scritto che Camilleri era un docente dell'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica, e che insegnava una cosa importantissima: Regia. 

Forse avrò letto e visto le cose sbagliate. Tutto può essere.
E francamente me ne infischio delle polemiche politiche sia dell'una che dell'altra parte.

Su qualche giornale ho letto che "Camilleri si dilettava anche di regia". Beh, è una dimostrazione di ignoranza e superficialità che non mi meraviglia nell'attuale giornalismo italiano.
Camilleri ERA un regista, non si dilettava, ERA.
Camilleri Andrea diviene scrittore dopo, con il passar del tempo, ma studia da regista nella più prestigiosa scuola italiana di teatro, l'Accademia "Silvio D'Amico", e nel 1949 è anche il solo allievo ammesso al corso. 

Il suo Maestro si chiamava Orazio Costa Giovangigli, per tutti Orazio Costa: il Maestro dei Maestri, il più importante teorico e soprattutto pedagogo teatrale che il nostro Paese abbia conosciuto, che ha elaborato un proprio metodo di formazione dell'attore, che nel corso di quasi mezzo secolo ha fatto crescere quasi tutti gli attori e i registi della seconda metà del '900 in Italia. E noi, in qualche modo, siamo tutti figli, nipoti o pronipoti di Orazio Costa!

Ma tanto loro, quelli che scrivono, queste cose non le sanno. 
Non sanno chi è Andrea, perché non sanno chi è Costa, e non sanno cosa è un regista e che lavoro davvero fa, difficile e faticosissimo, e soprattutto non sanno che cosa sia il Teatro e quanta cultura e lavoro ci sia dietro anche soltanto a una farsa di Peppino De Filippo. 
Costa ha attraversato i confini nazionali con il "metodo mimico", in continuo scambio teorico e pratico con le scuole di mezzo mondo. Era, per farlo capire ai gonzi, lo Stanislavskji italiano. E a sua volta era cresciuto alla scuola di Copeau. Era anche un filologo, ma soprattutto era Maestro nel senso alto della parola (e pensate che rifiutava per sé la definizione di regista, ma figuriamoci quanto vi incartereste se adesso vi spiegassi questo, nel link su Costa ci sono moltissime buone informazioni). 

A questa scuola è cresciuto Andrea Camilleri, nello stesso periodo insieme a un altro grande Maestro, Mario Ferrero, anche lui allievo e per tanti anni assistente del Maestro Costa.
Era una generazione con le palle, c'è poco da fare! Camilleri, fece nel '58 il primo Beckett in Italia, Ferrero, di qualche anno più grande, il primo Eliot (Cocktail Party, 1950). Non solo: Ferrero, rampollo di benestante famiglia fiorentina, conosceva benissimo l'inglese, al punto che in gioventù ha tradotto alcuni dei racconti di Hemingway che ancora trovate pubblicati. Purtroppo non si sa più quali siano e in verità nemmeno Mario se lo ricordava più. 

Le storie sono strane, e si intrecciano a volte meravigliosamente: Ferrero fece il servizio militare insieme a un certo Franco Rosi, il quale finita la guerra lo invita a Napoli dove Ferrero conosce Patroni Griffi, ed insieme a questi va a vivere a Roma, Mario per frequentare l'Accademia, Peppino per lavorare alla Radio. 

Scusate se ho deviato un attimo dalla mia riflessione su Camilleri. Era solo per farvi comprendere cosa siano state quelle generazioni.
Camilleri e Ferrero si re-incroceranno tante volte in tv, uno come regista (Sorelle Materassi, Velia, I Murri, Il commissario De Vincenzi), l'altro come dirigente Rai. 
Poi di nuovo in Accademia, entrambi a insegnare, Mario recitazione in versi (materia che oggi, chissà perché, non si insegna più), Camilleri fu scelto per sostituire proprio il loro Maestro Orazio Costa alla classe di Regia. 
E si poteva capire il perché: Mario era più "pratico", più feroce nell'attaccare il palcoscenico, più "animale di scena". Il primo anno di corso con lui ti rivoltava come un calzino, ne uscivi invecchiato, maturato all'improvviso di cinque anni. 
Andrea era più riflessivo, narratore, quasi più intellettuale sebbene entrambi avessero vasta cultura, ragionatore, conoscitore di uomini e cose, maggiormente capace di condurre un allievo dentro lo spirito di un testo e nel mistero di quel difficile lavoro.
Racconta un suo carissimo allievo, Giuseppe Di Pasquale, che ogni mattina Andrea cominciava, seduti al bar ovviamente, con raccontare: "Stanotte ho sognato che...". 

Un giorno, anche un po' esasperato da questo modo di procedere, Di Pasquale gli chiese: "Scusa, Andrea, ma perché ci racconti sempre cosa hai sognato?", e lui: "Perché se non sai raccontare una storia non puoi fare questo lavoro". 
Ecco, quando parlava di "questo lavoro", Camilleri si riferiva al regista, a ciò che lui era. 
DOPO, solo dopo è diventato uno scrittore. Il perché non lo so e non ha alcuna importanza. Per lui, evidentemente, era un altro modo di raccontare una storia. 

Chiaro che la popolarità viene dai libri, da Montalbano, dagli sceneggiati tv con Zingaretti, per tantissimi Camilleri è l'autore di Montalbano e basta. Va benissimo!
Ma forse, scrivendo un "coccodrillo", certi cronisti dovrebbero fare lo sforzo di raccogliere qualche informazione in più e non fermarsi come ormai regolarmente paiono fare, all'evidente e all'ovvio! 

Andrea Camilleri era un regista, allievo del più grande Maestro di Teatro che l'Italia abbia mai avuto, Maestro a sua volta di regia e anche di recitazione nella più importante scuola italiana di Teatro, che poi un giorno, per motivi suoi che non ci interessa sapere, è diventato anche scrittore. 
Le vie del destino sono strane, " cos'è il caso - si chiedeva Borges - forse il caso è soltanto la nostra ignoranza della complessa meccanica della casualità": Andrea chiude il suo percorso, almeno quello pubblico, con un bellissimo spettacolo che ieri sera Rai1 ha riproposto, "Conversazione su Tiresia", una meravigliosa serata di teatro nella quale chi ha orecchio per queste cose, poteva ritrovare proprio tutta la lezione di Costa, quella della grandissima recitazione italiana, della recitazione migliore, alta, che cerca i colori, le espressioni, il senso logico e filologico, la combinazione di questi con il sentimento, che spinge sulla nitidezza delle frasi, sulla chiarezza dell'espressione, con i ritmi, la sorpresa, il sorriso elegante. Le sue letture dei versi, poi, erano emozionanti: piene, assolute, esattamente come quella scuola ci ha insegnato, attraverso non soltanto Costa, ma un altro grande Maestro di allora, Mario Pelosini.
L'ho visto ieri sera e ho goduto, l'ho visto e posso dire senza tema di smentita che Camilleri non parlava, recitava!, con tutta la consapevolezza del teatrante di razza e di altissima scuola, la nostra, quella italiana.  
Poi fu lo scrittore, ma alla fine di tutto Andrea è tornato a casa. 

lunedì 3 giugno 2019

Su Radio Meglio di Niente i Lavoratori della Cultura


Se vi va, domani sera possiamo vederci e sentirci sul canale YT di Radio Meglio di Niente

https://t.co/M5EglsKMfQ

Nel vivissimo programma di Barbara Tamperi, anche nota al popolo dei social come Barbara T. Lameduck. Una giovanotta davvero brillante e interessante da seguire.
E sarà un vero piacere.
Di cosa parleremo? Di varie amenità sicuramente, ma fondamentalmente di Teatro: di ricordi, aneddoti, esperienze lavorative e di vita.
Ma la voglia è anche quella di infilare il dito in una dannata piaga: chi, come e perché ha ridotto il teatro italiano nella situazione in cui si trova, e magari cosa possiamo fare per risollevarlo?

Radio Meglio di Niente è un canale davvero libero, dove potete ascoltare (e vedere) cose che non sentite su canali di grandi network, a me ricorda un po' il Byoblu degli inizi.
E non posso che augurargli lo stesso successo, e anche di più.

Intanto li ringrazio per questa occasione di parlare di problemi che restano sempre non in nicchia, ma dietro le nicchie, ben nascosti, perché a nessuno interessano, ma investono, invece tantissime persone. Forse non tutti sanno che, direbbe la nota rubrica, solo in Teatro, tra Prosa e Lirica lavorano oltre un milione di persone. E poi c'è il cinema, la televisione, la radio, i musei, il comparto archeologia, restauro... Insomma, il mondo dei LAVORATORI DELLA CULTURA è immenso, ed è quello che ci interessa.
La CULTTIURRA la lasciamo ai salotti. Noi siamo gente che va in teatro a lavorare! 

mercoledì 22 maggio 2019

DANTE E' RAZZISTA E VA BANDITO (ci mancava questa...)

Tanti amici giocano con me e mi dicono che sono un brontolone. E' vero, io brontolo spesso e talvolta anche volentieri. Diciamo che per un 30% ormai fa parte del mio personaggio pubblico.
A volte, però, ti trovi di fronte a cose che non c'entrano con il brontolio, né quello vero né quello "da spettacolo". Fatti che sono anche profondamente offensivi per chi ama alcune cose. In questo caso la letteratura, e nello specifico La Divina Commedia. Non voglio farvi perdere tanto tempo, ecco il link dell'articolo. https://www.liberoquotidiano.it/news/rubriche/956338/dante-razzista-follia-onu-bandire-divina-commedia.html
E per assecondare vostra santa pigrizia estraggo i momenti più aberranti di questa signora Sereni, presidente di questo Gherush92, un "Comitato per i Diritti Umani è un’organizzazione non governativa no profit". Dunque una ONG. Si legge nel sito che "ha ottenuto lo status di consulente speciale del consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite". Perché? Boh...
Potete poi andare alla pagina "progetti" e troverete: 

"DIRITTI UMANI, DIVERSITA ' E PACE"

Progetto di comunicazione per lo sviluppo e la pace

Data: 2009-03-02
Autore: Gherush92

Gherush92 è promotore del progetto internazionale "Diritti Umani, Diversità e Pace" con i documenti dal titolo "Risoluzione di Roma: Linee guida per la protezione della diversità culturale" e "Per una convenzione contro il razzismo", contro il razzismo e a favore del riconoscimento dell'importanza della diversità culturale.

L'obiettivo del progetto è quello di sviluppare una serie di ricerche sulle migliori procedure per accertare le cause del razzismo culturale e dei conflitti, al fine di contribuire alla conoscenza e ai negoziati.

Il progetto, seguendo un approccio interdisciplinare e formativo e nuove strategie di informazione e informatiche, si propone di: sradicare forme contemporanee di razzismo scientifico; sradicare la povertà estrema e la fame, assicurare la sostenibilità ambientale; dare inizio al processo di solidarietà-negoziazione- riparazione.

Bello, vero? Tante belle parole e belle intenzioni. Deve essere per l'azione interdisciplinare e formativa che il testo preso in esame è nientepopodimenoche La Divina Commedia. E basta adesso: vi rimando alla lettura. I ESTRATTO "Il poema, spiega Valentina Sereni, presidente di Gherush92, «pilastro della letteratura italiana e pietra miliare della formazione degli studenti italiani, presenta contenuti offensivi e discriminatori sia nel lessico che nella sostanza e viene proposto senza che via sia alcun filtro o che vengano fornite considerazioni critiche rispetto all’antisemitismo e al razzismo». Spiega ancora Sereni: «Nel canto XXVIII dell’Inferno Dante descrive le orrende pene che soffrono i seminatori di discordie, cioè coloro che in vita hanno operato lacerazioni politiche, religiose e familiari. Maometto è rappresentato come uno scismatico e l’Islam come un’eresia. Al Profeta è riservata una pena atroce: il suo corpo è spaccato dal mento al deretano, in modo che le budella gli pendono dalle gambe, immagine che insulta la cultura islamica. Alì, successore di Maometto, invece, ha la testa spaccata dal mento ai capelli». «L’offesa», aggiunge, «è resa più evidente perché il corpo “rotto” e “storpiato” di Maometto è paragonato ad una botte rotta, oggetto che contiene il vino, interdetto dalla tradizione islamica. Nella descrizione di Maometto vengono impiegati termini volgari e immagini raccapriccianti tanto che nella traduzione in arabo della Commedia del filologo Hassan Osman sono stati omessi i versi considerati un’offesa»."
MA LA PERLA E' QUI «Non è colpa nostra se ci sono opere d’arte italiane eventualmente razziste», ribadisce la Sereni, perché «è l’insegnamento della Divina Commedia che DEVE ESSERE CONTESTUALIZZATO E SICCOME VIENE INSEGNATA E PROCLAMATA OGGI, IL CONTESTO E' OGGI». L'appello è ovviamente ai docenti di lettere e non... Ma anche agli amici attori... e agli appassionati... Prendete posizione per favore, come più potete. Qui siamo alla follia pura e soprattutto alla distorsione del senso, della lingua, delle informazioni... io sapevo, nella mia ignoranza, che contestualizzare voleva barbaricamente dire che sono io che mi metto nei panni di quello di allora, che mi calo nel contesto, e non che l'opera di 700 anni fa deve essere piegata sul pensiero nostro di oggi (quale pensiero poi, il mio, il tuo, il nostro, il vostro, il loro....?). Cominciamo così, lasciamo passare, e poi mi diranno che quella commedia di Goldoni dove il padre decide il matrimonio della figlia è maschilista, o quell'opera di Shakespeare dove si maltratta l'ebreo non è più accettabile per razzismo, che l'Opera di Verdi dove un handicappato è raggirato... e così via.
E' già accaduto, se qualcuno lo ricorda, con una Carmen di Bizet dove si è cambiato il finale perché se no "IL FEMMINICIIIIDIOOOO". Ma qui ci stiamo bevendo il cervello tutti, decisamente tutti.
Personalmente sono stanco, molto stanco. Mi pare che siamo di fronte a un attacco violento contro tutto ciò che è la nostra storia e la nostra cultura, le nostre radici e il mondo in cui siamo nati e cresciuti, il mondo consegnatoci dai nostri padri, nonni e bisnonni. Ed è un attacco compiuto in nome di una ideologia che ha il subdolo vantaggio di sfuggire, di coprirsi perfettamente dietro parole belle, dietro intenzioni pacifiche e umanitarie. Quello cui stiamo assistendo, se però vi fermate un momento a guardare e a riflettere, è il tentativo violento di prevalere di una parte sull'altra, e in questa guerra non ci sono - guarda caso - confini: tutto è da mettere in discussione, tutte le certezze sono da minare. E per far questo ci si rigira ogni cosa come si vuole, anche distorcendo il senso, la lingua, i pensieri. E questa ideologia, oltre a sapersi molto ben mascherare, ha anche un altro vantaggio: lavora per slogan, rapidi ed efficaci. Così finisce che "la menzogna" si veicola in una sola frase, la Verità, per essere ricondotta al posto che le spetta, ha bisogno di lunghi momenti di spiegazione. Facile dire "l'euro ci protegge - senza l'euro facevamo la fine dell'Argentina", ma poi, per dimostrare la falsità di queste affermazioni e schiodare le persone dal loro terrore, ci vogliono ore di spiegazione, pagine e pagine di libri... e non tutti hanno la forza e la pazienza di voler capire, e soprattutto di voler UNIRE I PUNTINI, per cui non c'è distanza tra "l'euro ci protegge" e "Dante è razzista". Fa tutto parte della riscrittura della Storia a uso e consumo del potere. Sono trappole infernali, ben peggiori dell'Inferno che ha descritto Dante. Decidete voi qual è la fatica che volete fare, se poca perché le belle parole mostrano un mondo "facile", o tanta perché la verità è "faticosa" e amara.

venerdì 17 maggio 2019

HO UN GATTO, ANZI UNA GATTA (ma perché teniamo gli animali con noi?)






Ho un gatto. Anzi, una gatta. Si chiama Penny. Per volontà della mia compagna.
Io volevo chiamarla Concetta, ma non c'è stato nulla da fare. Le memorie londinesi di lei - due anni di lavoro nella City - hanno prevalso sui miei amori teatrali. Ma va bene lo stesso, perché alla fin fine, Penny non si discute.

Penny sta con noi da più di un anno, è arrivata che già ne aveva circa due. Veniva da una di quelle cucciolate curate dai Comuni, quelle di cui si occupano le famose "gattare" - che a dirla tutta le avevano dato l'orrendo nome di "Briciola" che non si poteva sentire e così fu Penny! - e venendo da queste cucciolate ha avuto una storia un po' travagliata.
Per un certo periodo ha vissuto in una specie di scantinato, praticamente sempre al buio, poi insieme a un altro gatto fu data a una famiglia, la quale, dopo qualche mese, decise di tenersi il gatto e "restituire" Penny, roba che secondo me non si fa, ma lasciamo stare, è storia passata. Alla fine Penny è qui, ci ha messo molto a fidarsi, ma alla fine... è qui.
Inutile dirvi che è dolce, è tenera, è coccolosa ecc. in genere i gatti lo sono. Quel che posso assicurare è che Penny ti sta dannatamente a sentire. Se le dici con nettezza che non deve fare una cosa, lei non la farà mai più. Dunque, stabilito quel che serve per l'ordine della casa, Penny può sbizzarrirsi come vuole.

Il suo più grande nemico sono i tappetini, con i quali intraprende durissime e incomprensibili battaglie, finché non li ha rivoltati a dovere. La sera, prima di andare a dormire io sistemo il tappetino in cucina, la mattina lo trovo tutto "arravugliato" sotto una sedia, un qualche mobile. La mattina sistemo gli scendiletto, la sera li trovo tutto "arravugliati".
Il perché di queste lotte resta un mistero. 



Penny non è un genio, assolutamente. E' una gatta normale come tante altre, che fa cose da gatta. Per esempio se ne sta ore a guardare fuori dalle finestre, anche attraverso i forellini delle tapparelle abbassate, o i vetri smerigliati della veranda.
Cosa guardi, così immobile per ore è un altro mistero. E se vai a disturbarla, a "scoprirla" in questa sua opera di piccola vedetta lombarda ne resta abbastanza seccata.














Si infila negli armadi, si nasconde tra i vestiti, quando vede un cassetto aperto ci deve mettere dentro il muso, gioca con la pallina colorata meglio di Maradona, si addormenta in posizioni improbabili, si incanta quando vede altri animali in tv, e alle cinque di mattina corre per casa facendo una confusione che me l'ha fatta soprannominare "il cavallo".



Bene.
In verità, non è la prima volta che ho un gatto. Una trentennio fa almeno, ne ebbi addirittura due per alcuni anni, due che poi rimasero con la mia compagna di allora quando ci lasciamo (lasciò lei me, io lei? bah, meglio ricordarsi dei gatti che dei fatti). 
Erano un maschio e una femmina, Mustafà e Nenè: un nome dall'Opera e uno dalla Prosa.
Mustafà e Nenè arrivarono da noi piccolissimi, due mesi appena, quindi li crescemmo e il rapporto che si crea è davvero diverso da quello con un gatto già adulto.
E adulto sono io, e cambiando l'età, cambiano le domande che ti fai. Da giovane le cose sono semplici, non ti interroghi più di tanto sui "sistemi della vita", quasi sempre agisci e basta. Da adulto, anzi da adulto ormai maturo, ti chiedi se in questo rapporto con un animale, qualunque esso sia, ci sia qualcosa di più, quali possano essere le ragioni che lo costruiscono e soprattutto che te lo fanno cercare.
Per me Penny è e resta un animale, e non sarà mai altro, il mio adorato animale, il mio gatto di casa, ma niente altro. Io e Patrizia non abbiamo figli, e non vorrei mai sostituire un figlio con un gatto. Se vogliamo un figlio lo facciamo, finché Natura ci aiuta, o lo adottiamo. Punto.
Altrimenti è come scaricare sull'animale, che è e resta ignaro, le nostre inquietudini. Oltretutto, sai che cazzo gliene frega al gatto delle tue inquietudini? E ci ha pure ragione.
E non illudetevi: non è perché "il gatto è autonomo". A parte che non lo è, ma anche se fosse un cane non gliene fregherebbe una mazza lo stesso. E' roba che non fa parte del suo mondo! E non si discute. Lui è animale e fa l'animale. Ma allora, cosa ci fa cercare il rapporto con questo altro essere vivente?

Posso capire chi alleva cavalli o buoi o capre... animali utili all'uomo; e anche il cane, prima di divenire salottiero svolgeva alcuni compiti importanti, come fare la guardia, aiutare con le greggi, ecc. Ma il gatto... perché il Gatto? Forse un tempo cacciava i topi e i piccoli insetti, ma oggi... Se c'è un animale splendidamente inutile è proprio il gatto. E checché se ne pensi, abbiamo bisogno anche di inutilità.
Lo so cosa state pensando: il gatto è tenero, fa tante coccole, è divertente, è tranquillo, è morbido... e altre scemenze del genere.
Io penso invece che ci sia qualcosa di più profondo. Penso che noi cerchiamo di costruire un rapporto con gli animali in generale e con questo in particolare per trovare una comunicazione che vada al di là delle parole, una comunicazione che travalichi tutto il linguaggio che abbiamo appreso fin da piccoli, quello ordinariamente verbale e quello anche del corpo. E' come cercare di comunicare con gli alieni, con un altro mondo, è come cercare un ponte con un altro noi stessi, primitivo, profondo, che non aveva bisogno di linguaggio per "sentirsi" con l'altro, per percepirsi. Nell'animale immagino che ricerchiamo quel primitivo animale che è sicuramente in noi e che la civiltà dei secoli ci ha fatto perdere. E' come se cercassimo chi siamo... in origine, quando non avevamo ancora inventato alfabeti. Deve essere per questo che quando "ci capiamo" con il nostro animale, la cosa ci dà tanta allegria, soddisfazione, abbiamo attraversato un ponte al di là del quale ci siamo noi. 











mercoledì 6 marzo 2019

Don Aniello Manganiello... fede nella Parola, amore in Dio

E' da un po' che non ci si vede.
Di cose ne sono accadute, e tante. Anche fare una sintesi diviene complicato.
Diciamo che fondamentalmente sono stato preso dalla preparazione di no spettacolo cui tengo molto, "Poeta per Poeta" dove si parla di Divina Commedia letta, vista, analizzata da altri poeti, e che ha avuto una sua replica a Torino. E ora me ne scendo giù nella mia Salerno per preparare un'altra cosa che mi sta a cuore: "Gesù è più forte della camorra", per la regia e l'adattamento di Pasquale De Cristofaro, tratto dall'omonimo e fortunato libro di don Aniello Manganiello e Andrea Manzi che non so più a quale numero di ristampa sia arrivato.
Mentre la prima era una sfida del cuore, intima e delicata, questa sarà una sfida della forza, dell'emozione, del credere, un percorso complicato nel quale conteranno mille cose, oltre la propria esperienza professionale, e probabilmente la cosa più importante sarà proprio il credere, la fede, e se non proprio la fede in Dio (altra cosa intima e a mio avviso difficilmente esplicitabile), almeno la fede nell'uomo e soprattutto nella Parola.
Mi accingo a questo viaggio nel profondo della Parola umana con la consapevolezza della mia pochezza ma con il desiderio di corrompermi per apprendere.
Non avrei mai immaginato di interpretare un sacerdote. E dalle prime letture fatte in solitaria mi è chiaro che non è la più semplice delle situazioni. Cos'è e chi è un uomo che è dedito agli altri non per amore diretto verso di loro ma per amore assoluto verso il Padre, il cui compito pare essere quello di aiutare tutti i figli a tornare ad essere figli. Credo si sbagli quando si pensa a un prete come un banale crocerossino dedito al prossimo. Paradossalmente, un prete ama Dio e non l'uomo. Il suo amore per l'uomo è una conseguenza, uno strano riflesso scambiato per luce originaria.
Nel suo amore per Dio egli opera per il compimento del suo regno sulla terra, e in quest'opera c'è il ricondurre a casa i suoi figli dispersi. Il cuore dell'opera sublime di don Aniello è proprio nelle conversioni di camorristi che è riuscito a far compiere, ma non lo ha fatto per suo piacere o orgoglio, lo ha fatto per amore di Dio. E lo ha fatto usando quello che è il primo strumento della mia professione: la Parola.
Il viaggio sarà complesso, ma ho la netta sensazione che è questo lo strumento da cui devo lasciarmi attraversare. Credo di essere pronto.
L'opera è alta e io, quale sacerdote laico, metto a disposizione del mio rito tutta la mia fede in esso.
Confidando intimamente nell'amore e nel sostegno di Dio.
Ci potremo vedere, per cominciare, a Salerno, Sala Pasolini, il 6 e 7 aprile. Poi chissà...

mercoledì 13 febbraio 2019

Sì TAV - No TAV, L'ERRORE (un rapido pensiero della massaia che è in me)

Scusate, voglio fare una domanda semplice perché la questione è molto complessa e non investe soltanto il problema di completamento o no del corridoio5 col tratto Torino-Lione, ma il sistema di governo. Attenzione, non l'attuale sistema di governo, che è ancora "in embrione" (nella sua (ri)nascita), ma quello radicatosi nella mente della maggioranza dei cittadini negli ultimi 30 anni, per cui non esiste più la mediazione e la ricerca del compromesso ma soltanto il decisionismo. Il Decisionismo è parte del Facilismo: la gente delega e si sgrava così del problema, non se ne deve più occupare, esattamente come accade in un condominio quando hai segnalato la rottura dell'ascensore all'amministratore, a quel punto il problema DEVE essere risolto da un altro. Questa concezione della Politica ha allontanato il cittadino dalla Politica stessa, fornendogliene, oltre tutto, una visione distorta: il politico come Amministratore Delegato. Il meccanismo rende la vita del cittadino più facile (ma non più semplice come si può serenamente osservare), ma ha anche un altro risvolto, negativo: che l'AD può fare come vuole, giustificando e motivando in mille modi, e magari attraverso lo sfruttamento di una sostanziosa rete di relazioni, il proprio operato; in pratica, il politico può anche decidere di farsi i fatti propri. A quel punto, il cittadino che ha delegato, deve mettere in campo un'altra delega, quella alla magistratura, fidando e sperando che quest'altro Potere dello Stato se ne occupi... Ma in qualunque caso, il cittadino è messo in un angolo. E mi, spiace dirlo, per suo "collaborazionismo": è stato lui il primo ad accettare, a volere, a sostenere e invocare un sistema in cui poteva delegare, così da non avere rotture di balle. In questo sistema ci sono quelli che si oppongono, una minoranza (che però sta divenendo maggioranza) spesso additata come sovversiva, distruttiva e tutta la sequela di epiteti denigratori che ben conoscete. Ma lasciamo un momento da parte questo schema che è generale e che in realtà investe il mai risolto problema del rapporto tra governabilità e rappresentatività. Voi cosa preferite? Io la rappresentatività. Preferisco infatti che si discuta di più si decida un po' meno ma che alla fine nelle decisioni prese ci siano bene o male assommate le idee della maggioranza dei cittadini. La governabilità, per capirci, è quella delle elezioni dei sindaci in Italia (la legge madre di tutti i disastri), o del presidente in Francia, dove un Macron diviene capo di Stato con il solo 25% dei voti effettivi e decide della vita del 100% senza che almeno un fetentissimo 40% possa mettervi bocca. Potremmo fare mille esempi su questo se guardassimo a come sono governate tutte le nostre città e da tutte le parti politiche, ma lasciamo stare. Tornando alla domanda semplice iniziale: perché la questione può essere solo declinata nei termini di SìTAV o NoTAV? Perché non ci sono mai state altre opzioni sul tavolo? Perché, ai tempi di un tal Burlando, si decise che si doveva bucare la montagna punto e basta? Perché nessuno ha mai voluto davvero prendere in considerazione le alternative proposte che non avrebbero impedito il compimento dell'opera? Perché ci ritroviamo in questa situazione assurda che ci vede ancora una volta schierati come in Coppi-Bartali, Callas-Tebaldi, MIlan-Inter, Nordisti-Sudisti, Baggio-Del Piero, ecc. ecc. ecc.
C'erano le soluzioni alternative? Ma in nome di cosa non sono mai state considerate? Io credo in nome del primato della GOVERNABILITà, della idea del "ghe pensi mi", del "decido io", ed è questo concetto, fondamentalmente, che si doveva fare ingoiare al popolo, non la giustezza o no dell'opera. E giunti al punto in cui siamo, anche quei politici "pro-popolo" che sarebbero aperti al dialogo e alla ricerca di altre soluzioni si ritrovano ormai schiacciati nello schema senza possibilità di uscita. A meno che non vogliano trovarla perché la Politica può sempre trovare una giusta soluzione. Ma per farlo deve occuparsi realmente del problema e non dell'uso dello stesso a fini politici. Saranno in grado di farlo? Spero di sì. Perché la famosa domanda che volevo fare è: ma se una cassetta di zucchine viaggia a una media di 250 km l'ora da Lisbona a Kiev (da LISBONA A KIEV!) sarà proprio tanto grave se in un tratto di una quarantina di chilometri la sua velocità scende a 150? PS - Se la Lega chiederà il referendum su questo tema, andrà a sbattere e potrebbe essere l'inizio del declino. Tutti i territori nei quali per fare 80 km in treno occorrono due ore e mezza, o quelli che ancora hanno binario unico o che non hanno proprio la ferrovia, gli voterebbero contro. La propaganda dell'avversario sarà molto semplice: "la TAV porterà sviluppo dove si fa; gli investimenti della TAV potrebbero essere usati in altro modo". Non è uno scenario complicato da immaginare.
Scendere in piazza con "le madamine" a Torino è stato per gli uomini di Salvini un errore. ZIngaretti, infatti, ha appena dichiarato che alle prossime elezioni il partito dovrebbe candidare persone lontane dalle politica: "per esempio le madamine torinesi". Era fin troppo facile capire che quella era una manifestazione di radical chic e non di gente che prende un fottutissimo regionale tutti i giorni.

martedì 22 gennaio 2019

POLITICHE TEATRALI, QUELLI CHE FANNO "I CONVEGNI".



Se c'è una cosa che detesto è fare il profeta. A questo Paese bastano le lagne di Celentano perché vi si aggiungano le mie.
In un post precedente vi avevo o non avevo avvertito che sarebbe cominciata una sarabanda di convegni nei quali persone di varia estrazione professionale ma certamente non teatrale e soprattutto NON TEATRANTI avrebbero aperto discussioni, dibattiti, conferenze il cui unico scopo recondito non sarebbe stato quello di parlare della condizione dei lavoratori (passo primario e principe per potere parlare di attività culturali), ma quello di accreditarsi come credibili interlocutori presso una classe politica che nulla sa di teatro e teatranti? 
Questo di cui vedete la pubblicità nella foto sarà anche un ampio e importante dibattito, di larga durata e con tanti sponsor, con un bel sito ad annunciare l'evento e un solerte ufficio stampa, ma dalla ricerca rapida che ho potuto effettuare, l'elenco dei relatori non contiene il nome di un solo teatrante, attore, regista o tecnico. 
Se lo credete opportuno, rifate la ricerca e ditemi se ho sbagliato. Sono giornalisti, critici, professori, studiosi di vario genere... 
NESSUN TEATRANTE! 
Eppure costoro parleranno del vostro futuro, e voi, cari i miei colleghi Lavoratori dello Spettacolo, sarete relegati al ruolo di spettatori, e forse vi sarà concesso di fare qualche domanda. 
CARI COLLEGHI LAVORATORI DELLO SPETTACOLO, ve lo dico semplicemente: per relazionarsi con le istituzioni ci vuole almeno una forma mentis istituzionale. Non voglio dire che dobbiate fare per forza una Associazione dei Professionisti anche se sarebbe la cosa più sana, ma invece di andare a questo o ad altri convegni dove nessuno di voi potrà parlare, organizzatelo voi un convegno.
Io, purtroppo, non sono più a Roma, città che - come diceva la dolce Lara Pasquinelli - ci ha letteralmente cacciati ("Ci stanno cacciando, Alfonso" ripeteva Lara prima di morire a 45 anni perché il cuore le ha ceduto, e un cuore non cede solo per malattia, ma per solitudine, per mancanza di lavoro, di prospettive, di vita, di affetto... ); ormai vivo in un vero e proprio angolo d'Italia, dove vorrei che accadessero più cose, ma... lasciamo stare.
Io, purtroppo - dicevo - non posso essere in loco a darvi una mano, ma se posso aiutarvi a fermarvi e a riflettere con queste poche righe, beh, lo faccio molto volentieri. 
Voi, però, riflettete, vi prego. Ma soprattutto, fate sì che le vostre azioni siano conseguenziali ai pensieri. Tanto, già morite di fame, ma se pure mandate affanculo qualche "potente" (o sedicente tale) di più, ma cosa pensate che cambierà nella vostra vita professionale? Sappiatelo, sarà la stessa merda di sempre. 
Non potrò mai dimenticare un importantissimo professore, studioso di teatro, di questo angolo d'Italia in cui vivo, che alla mia domanda su se conoscesse le riforme Franceschini e per esempio il "problema 35 anni", mi guardò perplesso e ammise di no, di non sapere nulla. Eppure è ritenuto uno dei massimi esperti di Teatro in Italia, ma della vita del Teatro sapeva letteralmente nulla. Gli dovetti spiegare e rimase di stucco. 
Ecco, sappiate che è questa la gente che, se non interverremo, domani si siederà ai tavoli istituzionali per decidere del futuro dei lavoratori italiani dello spettacolo.