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venerdì 27 marzo 2026

I senza nome e senza memoria. 27 marzo, Giornata mondiale del Teatro, e del silenzio!

 27 marzo. È la giornata mondiale del teatro. 
Non mi piacciono le giornate mondiali, non so che cavolo vogliano significare. Mi pare altresì un becero modo per cercare di sostituire le feste locali, le tradizioni religiose e nazionali, per inventare appuntamenti globalisti, e mi domando spesso quanto una cosa come la giornata mondiale del teatro, o dei nonni, o del gatto, o della bicicletta abbiano rilevanza in Vietnam, in Congo, nel Paraguay o alle isole Samoa, quanto siano sentite in Olanda o in Estonia, se se ne parla allo stesso modo a Malta o in Canada. 
Francamente, delle giornate mondiali di qualsiasi genere o su qualsivoglia argomento, me ne importa meno di zero, ed ancor più sinceramente non ho bisogno di una giornata mondiale per ricordarmi di chi sono, di tutti coloro che mi hanno preceduto, di guardare a coloro che verranno dopo di noi, di ringraziare di cuore tutti, i grandissimi come gli sconosciuti del teatro di ogni tempo e di ogni epoca, quelli che io chiamo “i senza nome e senza memoria”, quelli senza i quali, ne sono più che certo, il teatro non sarebbe mai e poi mai arrivato fino a noi, e senza i quali non arriverà mai ai nostri bisnipoti e anche oltre. 
Invece di guardare una immagine di Eduardo, di Molière, di Miller, di Cechov o di Goldoni, oggi, se veramente volete pensare al Teatro e alla sua primaria ed unica essenza, gli attori, provate a immaginare chi potevano essere quelli sulle carrette che portavano in giro i fescennini, o che si lanciavano sui palchi delle sacre rappresentazioni medievali, che in un villaggio del Giappone o della Cina si cimentavano nel Nō, o nel Kabuki, ai comici che sotto una tenda ricorrevano ai più bassi stratagemmi del mestiere per commuovere o far ridere un pubblico rozzo di poveri contadini bruciati dal sole nel corpo e nell’anima. 
A che serve una Giornata mondiale del Teatro se non pensiamo per un attimo a chi non viene mai ricordato. Lasciamo per un giorno perdere i personaggi famosi, ma inventiamo i nomi di quegli sconosciuti, diciamoli nella nostra mente, immaginiamo i loro volti segnati dalla passione per un’arte che chiede solo d’essere amata come un figlio o un padre, come chi è giusto che abbia tutto l’amore senza chiedere, come chi è giusto che dia tutto l’amore senza che gli sia chiesto. 
Stiamo in silenzio, a guardare la nostra piccola stanza, i ritratti di quei volti mancanti sulle nostre pareti, ricordiamo ogni attimo trascorso nei nostri camerini, case comuni, immaginiamo tutti coloro che vi sono passati e ringraziamoli. 

In silenzio. 

Null'altro.  


Un attore e un tecnico riposano stanchi dietro le quinte

martedì 17 ottobre 2023

"E VONNO FA' ER TEATRO!", COME IL TEATRO ACCREBBE IN NOI L'AMORE

Arrivano, e mi dicono che vogliono fare gli attori. Bene, mi fa immensamente piacere. Così, cominciamo a lavorare.
Nel corso dei giorni mi capita di far riferimento ad autori, a registi, ad attori del passato o del presente, di teatro, cinema, talvolta anche di televisione, è una cosa normale, sarebbe come parlare di Leopardi senza far mai riferimento a Dante o a Petrarca, o di Picasso senza mai nominare Raffaello o Manet. 
Praticamente è impossibile: non puoi pensare di apprendere nulla senza avere come riferimento chi ti ha preceduto in quello stesso campo e spesso anche in altriAnzi, personalmente ho sempre sostenuto e continuo a sostenere, che per capire davvero la propria arte è bene guardare alle altri arti, alla danza, al canto, alla letteratura, ecc. Perché se vuoi essere attore e guardi esclusivamente alla recitazione, rischi di far la fine di colui che vuole osservare il dipinto tenendo il viso a due centimetri dalla tela; se invece guardi alle altre arti hai un effetto distanziamento che può aiutarti ad avere una visione complessiva. 
Conosco l'obiezione a questo punto: "Dunque, i giovani fan bene a non seguire il teatro, o gli attori". Assolutamente no, non fanno bene: osservare il dipinto nella sua totalità è decisamente utile, ma se vuoi capire come è dipinto devi avvicinare lo sguardo, e anche parecchio, talvolta usare anche una lente di ingrandimento. 
Perché il "come è fatto" è importantissimo, anzi è fondamentale!
Per chi soprattutto vuole intraprendere questo percorso artistico, abbracciare questa professione, farne il proprio lavoro, non conta tanto quel che le opere dicono, ma il come sono eseguite, interpretate, ri-create, messe in scena, recitate. Poiché la recitazione è un atto del come! 
Capisco possa sembrare una bestemmia, ma il "cosa" praticamente non conta. 
Per spiegarlo faccio sempre un esempio (già riportato anche su questo blog):

chiedo agli allievi
- Quante "Madonna con bambino" avete visto in vita vostra?
- Beh, tante...
- E perché alcune si ritengono migliori di altre, più belle, più emozionanti, interessanti o quel che vi pare? Eppure sono sempre il dipinto di una donna con un bimbo in braccio. Cosa fa la differenza se il contenuto è sempre lo stesso? 












Il testo di Amleto è sempre Amleto, "Sei personaggi" sempre "Sei personaggi" o, se preferite, la storia di un amore contrastato è sempre la storia di un amore contrastato, che sia in "Romeo e Giulietta", ne "La locandiera" o in "Fedra"!
Cos'è dunque che fa la differenza, tra la messa in scena di "Amleto" di Vittorio Gassman e quella di Gabriele Lavia? Certo non quel che il testo "Amleto" racconta, ma come io "racconto" quel testo, dove per "racconto" si deve intendere: come lo eseguo, come lo metto in scena, e soprattutto come ogni singolo attore recita il proprio ruolo.
I piani del "come" divengono, come potete immaginare, tantissimi, non complichiamoci per ora la vita e fermiamoci qui; consideriamo però, da attori o aspiranti tali, un singolo, ma determinante elemento:
la consapevolezza dell'importanza di quel "come" ti farà automaticamente salire di livello, da semplice interprete a creatore, ed è dunque proprio quel "come" a fare di te indiscutibilmente un artista.
Se poi piaci o no, se le tue creazioni piacciono o no, è un altro discorso. 

E torniamo adesso al nostro ragionamento di partenza: come puoi decidere, stabilire, identificare il tuo modo di raccontare se non hai un'idea, anche non approfondita, di come quella stessa storia è stata raccontata prima? Sarebbe nata "Guernica" così come Picasso l'ha dipinta se non ci fosse stata prima... la "Battaglia di San Romano" di Paolo Uccello? E attento, anche se la storia che racconti ti pare nuova, stai pur certo che in un qualche modo che non ravvisi è stata di sicuro già raccontata prima. Prendi ad esempio il mito di Eros e Psiche: Cenerentola, La locandiera, Aminta, fino a La ragazza di Bube, sono tutte riscritture di quel mito. 
Dunque, il rapporto col passato, che qualcuno vorrebbe cancellare o riscrivere a proprio uso e consumo, è fondamentale per costruire il presente nonché il futuro. Siamo oggi quel che siamo perché veniamo da un certo passato, ignorarlo non offre possibilità di nuova creazione, ma limita il futuro della propria creazione, il più delle volte nell'illusione di aver "inventato" qualcosa di nuovo, ma in Arte, spiace dirlo, nulla si inventa.

Nulla si inventa, se non un come, un come che di per sé non è nemmeno pura invenzione, ma tale ci appare perché è il nostro come. Nulla si inventa poiché ciascuno di noi è il frutto di tutto ciò che ha visto e sentito, ecco perché nemmeno quel come è puro. Ha un solo punto di forza: è tuo, poiché frutto della elaborazione, conscia e inconscia, di ogni informazione che ti ha attraversato nella vita. Non è poco, anzi; solo che a questo punto devi chiederti come potrai costruire una tua espressione attoriale se non hai rapporto con l'arte della recitazione che ti ha preceduto? Da dove attingerai quegli elementi grammaticali consolidatisi nel tempo, e che non solo gli attori conoscono, ma il pubblico riconosce? Come capirai senso e tempo di una pausa se, molto semplicemente, non hai mai visto eseguirne una? 
La recitazione, come ogni altra arte, ha una sua grammatica, una sua serie di codici espressivi che, seppure non scritti, gli attori si tramandano da generazioni e la maggior parte delle volte se li tramandano semplicemente "eseguendoli", guardare gli attori semplifica l'apprendimento; oltre tutto non è disprezzabile la pratica, al principio, di imitare un attore che ti piace, facilita le cose, è come trovare delle orme sulla sabbia e imparare a camminare rimettendo i piedi in quelle orme, una volta acquisita "la pratica del camminare" andrai spedito per i fatti tuoi, accade dalla notte dei tempi e nessuno ci ha mai trovato niente di strano: Giotto avrà iniziato copiando Cimabue, Puccini imitando Verdi, Pirandello scrivendo poesie alla Leopardi... 

In conclusione, spero di averti dato delle buone ragioni perché tu possa comprendere che se vuoi fare questo lavoro, se vuoi abbracciare questa professione devi, e ribadisco devi, conoscere chi c'è stato prima di te. 
Quando eravamo giovani noi, correvamo a teatro o al cinema dove e come potevamo (soprattutto noi delle piccole città di provincia), ci facevamo raccontare dai più grandi, leggevamo vecchie cronache. 
Oggi un ragazzo ha a disposizione uno strumento straordinario: internet, con tutti i suoi canali dove sono diffuse e conservate le grande interpretazioni del passato, le vecchie messe in scena, le commedie che ai giorni nostri sono fuori repertorio. E tutto questo ce l'hai sul tuo fott..o telefonino, a portata di due click. Eppure non guardi, non cerchi, non vai a vedere... 
E allora mi chiedo: sicuro che la tua sia passione per questa arte? Sicuro che il tuo non sia solo un bisogno di attenzione, di apparire, di salire su un palco e essere visto, riconosciuto come esistente? Perché per far questo hai altri mille modi, non è proprio necessario tu faccia l'attore, che è una professione faticosa, difficile, amara. 
Essere attori è un dono, divenirlo una fatica. Forse è proprio questo: oggi la tecnologia non vi pone più nella condizione di fare fatica. 
Il problema è che la passione è fatica, l'amore è lavoro e fatica, il raggiungimento del piacere è fatica (come dovrebbe sapere chiunque abbia una esperienza sessuale). Abbiamo tolto a queste giovani generazioni il piacere di fare fatica, lo abbiamo fatto noi, ora possiamo solo dirglielo e stimolarli, ma sono loro a dover credere di poterlo fare e a volerlo fare. 
Era divertente, esaltante, emozionante organizzarsi, noi diciottenni, in quattro, cinque dalla piccola Salerno, prendere di domenica mattina un treno (un Espresso, mica un'Alta Velocità!), arrivare a Roma, mangiare quella cosa che ci pareva esotica come un tramezzino conservato sotto un leggero panno di cotone, poi andare al Teatro Argentina per vedere "La grande magia" di Eduardo, con la regia di Strehler, e ancora oggi ricordare, il passo dinoccolato e affascinante di De Carmine, la nettezza di Franco Parenti, le misteriose luci del maestro, un teatro affascinante d'oro e passato, e poi uscire e riprendere un treno per tornare a raccontare la tua avventura nella piccola città.
E c'era chi lo faceva con un concerto rock, chi per un museo, chi per un'opera lirica... 
Forse era quella fatica, quella impossibilità apparente di raggiungere le cose che accresceva la nostra forza, il nostro desiderio, il nostro amore. 

domenica 1 ottobre 2023

MINISTERO DELLA CULTURA, UN ANNO DI SANGIULIANO. VOTO INSUFFICIENTE!

Mi disse un vecchio dirigente RAI: “Se vogliono dei buoni politici, devono venirseli a prendere qui dentro, soprattutto tra i giornalisti”. 
Ero solo un giovane attore, non ancora avvezzo ai linguaggi del mondo, e non capii bene cosa intendesse. Ma come tutte le frasi strane, sibilline, che lì per lì non capisci, ti restano nella mente. 
Stava per esplodere Mani Pulite, c’erano stati i primi arresti, e in ogni dove era normale parlare o accennare alle miserie e agli splendori della politica. 
Dopo un anno di Governo Meloni ancora non ho capito come sia venuto fuori per il dicastero della Cultura il nome di Gennaro Sangiuliano, ma una cosa è certa: mentre vedevo il neo Ministro avvicinarsi al tavolo del giuramento, la frase di quel dirigente mi è balzata subito in testa. 

Dodici mesi sono un tempo ragionevole per fare un primo bilancio. Voto 5, quel cinque che, come si dice nei consigli di classe, può sempre arrivare a 6 se il ragazzo si impegnerà un po’ di più. 
Non ho notizie di interventi per il mondo del Teatro di Prosa né per quello della Lirica, niente si sa per il martoriato mondo degli archeologi, poche notizie sul Cinema, e qualche intervento c'è stato sui Musei. 
Per il resto, tante polemiche, ma va anche detto che il mondo della intellighenzia italica, composto quasi totalmente da “intellighenti de sinistra”, quando governa il centrodestra apre una polemica per qualsiasi cosa, e nella maggior parte dei casi sono inutili polemiche, mentre nessuno bada alla sostanza. 
Ma tornando al nostro: si è applaudito alla iniziativa dell’Alta Velocità che ferma a Pompei. Con franchezza, non mi è parsa una cosa molto azzeccata pensando a turisti che da Roma prendono un treno, scendono, visitano e vanno via. Facile immaginare che l’indotto della cittadina campana non ne avrà piacevoli ritorni, gli alberghi, per esempio, o le trattorie. Decisamente non apprezzabile invece, come le varie associazioni di categoria hanno già segnalato, la norma che stabilisce in 60 le giornate lavorative perché i lavoratori dello Spettacolo possano accedere ai sostegni al reddito: chi fa il nostro lavoro sa bene che mettere insieme quel numero di giornate in un anno è ormai divenuto difficilissimo per la maggior parte dei lavoratori; la norma dunque è impopolare ed alimenta la inimicizia della categoria: è convenuto? Il Ministro è stato ben consigliato? 
Interessante l’opera, invece, di “raddoppio” di alcuni importanti musei italiani, Brera, Uffizi, Archeologico di Napoli… aprendo altri spazi dove potranno essere viste opere che per ora sono nei sotterranei, e questo, negli intenti del Ministro porterà sicuramente un beneficio alle casse delle nostre pinacoteche, sicuri, però, che sia tutto, ma proprio tutto giusto?

Certo, è passato solo un anno di cinque e come detto il ragazzo potrà puntare alla sufficienza. Cos'è che in realtà non va? Proprio quell’atteggiamento politico-rai che tende a voler "tenere buoni rapporti con tutti", a non inimicarsi nessuno, e alla fin fine a non prendere mai una chiara decisione. Qualcuno lo definirebbe un atteggiamento democristiano. Io, da vecchio e mai pentito sostenitore dello scudo crociato, trovo che sia invece semplicemente un atteggiamento che non porterà da nessuna parte, che non farà il bene della Cultura italiana e che farà sì che il Ministro Gennaro Sangiuliano non lascerà di sé alcun particolare ricordo. 
Resta infatti un mistero come un ministro di un governo indiscutibilmente politico si sia tenuti intorno tutti i direttori, dirigenti e quant’altro che sono il prodotto dei lunghi anni di gestione Franceschini. È ipotizzabile, eccellenza, che la scelta, ad esempio, delle 60 giornate lavorative per attori e tecnici, sia stata fatta da chi, conoscendo l’ambiente, sa che in quel modo avrebbe scontentato tutti? Nulla è invece stato fatto per verificare se il Codice dello Spettacolo, legge del 2017 dell’ex Min. Franceschini, fosse in qualche modo da modificare. Né si è pensato di mettere mano alla organizzazione dei teatri italiani, in particolare di quelli pubblici che, tranne Catania, son tutti gestiti da uomini di riferimento della sinistra. Anche in questo caso vogliamo non inimicarci nessuno?
Le nomine, poi, di alcuni consulenti… diciamo che francamente hanno lasciato il tempo che han trovato: saranno anche personagg* alla ribalta, ma non sempre “l’ambiente” li considera il meglio nel loro lavoro. Sembrano più nomine di facciata, quasi pubblicitarie, che non la reale ricerca di un esperto consulente e consigliere. 

Ma la vera nota dolente, caro Ministro, è l’approccio al mondo della Cultura che pare non esser diverso da quello di Franceschini. 
Per anni la sinistra italiana ha eretto barricate perché la Cultura non aveva un suo ministero così come accadeva in Francia, poiché era scandaloso che la Cultura fosse mescolata col vil Turismo, era il segno della insipienza culturale del mondo democristiano. Il vecchio Turismo e Spettacolo fu così spacchettato alla prima occasione utile (Governo Ciampi 1994). 
Come fu e come non fu, nel 2013, proprio un governo di sinistra, governo Letta, rimise insieme i pezzi, e dopo l’esperienza del Min. Bray, Franceschini è stato il dominus del dicastero per un interminabile periodo durante il quale ha marcato i settori in un modo che parrebbe non modificabile. In particolare – lo si legge tra le righe del Codice dello Spettacolo – il ri-accorpamento dei dicasteri Cultura e Turismo (oggi nuovamente divisi, lo sappiamo) contiene una visione della Cultura, in particolare degli eventi spettacolo, non come produttori di lavoro e di formazione del cittadino, civiltà, di sapienza, di crescita collettiva, ma come situazioni atte ad attirare turisti! Una Cultura, dunque, non intesa come valore in sé, ma come banalissimo volano economico. 
Cosa questo ha comportato l’ho scritto altre volte e non lo ripeterò ora

Ebbene, la visione di Sangiuliano pare ad oggi essere la stessa di Franceschini. Comprensibile che il turista contribuisca con un minimo obolo al mantenimento delle nostre opere d’arte, ma pensare tutto il nostro patrimonio artistico come fonte di guadagno, pensare ancora alla nostra cultura come “il nostro petrolio” (una delle stupide frasi che hanno rovinato l'economia del Paese: "Turismo e Cultura sono il nostro petrolio", ma i Paesi che vivono di turismo sono Paesi servi, senza futuro e dipendenti in toto dall'estero!), pensare alla nostra cultura come il nostro petrolio, dicevo, ha già prodotto nel settore i suoi disastri. E soprattutto, a mio immodesto parere!, l’errore è concettuale, culturale: caro Ministro, permetta, noi non conserviamo i nostri beni per fare soldi, noi conserviamo i nostri beni perché sono la nostra Storia, la nostra memoria, perché sono la concretizzazione di ciò che siamo, se questa opera di conservazione, conoscenza, diffusione sarà fatta bene, il guadagno sarà una logica, facile e nobile conseguenza. Se ci ricorderemo sempre di chi siamo, arriveranno anche i danari, altrimenti i danari arriveranno e passeranno con il respiro di una moda. Quel che io credo è che non si viene in Italia per visitare il Colosseo, ma per conoscere una Nazione che conserva il Colosseo come un impagabile gioiello che è parte indiscutibile della sua stessa natura. 

Non serve, caro Ministro, cambiare un nome con un altro per segnare il cambio di passo, vanno modificate le logiche, va ricercata una nuova filosofia, che spesso per essere attuata ha bisogno di scelte nette e magari impopolari, sia pure impopolari solo all’interno del suo Ministero. 
Ella, Eccellenza, quanto è disposto a intraprendere un reale via di cambiamento?   



martedì 30 ottobre 2018

SE IL MIUR LI CERCA, DOVE SONO I PROFESSIONISTI? (perché è ora necessaria un'agile svolta dando vita a un'associazione degli attori professionisti)

Chiedo in anticipo scusa a tutti se quello che racconterò non dovesse corrispondere al vero. 
Il fatto è che: questo mi è accaduto e questo vi dico. 
Perché per quanto abbia cercato sui siti istituzionali una conferma, non mi è stato possibile trovarne. Ed è molto probabile ch'io non sia capace. 
Così, attraverso questo raccontino, chiedo aiuto a voi, miei quarantasette audaci lettori, ché possiate fornirmi, se ce l'avete, un corretto riscontro. 

Un paio di giorni fa, passeggiando per il centro, incontro un conoscente, un ingegnere con la passione del teatro che ha una compagnia amatoriale. Mi dice dell'accordo tra il Ministero dell'Istruzione e il Fita cui la sua compagnia è associata. 
Questo conoscente (non posso dire sia un amico), mi invita a preparare un progetto per le scuole, che, mi dice, certamente verrà approvato. Alla fine dell'anno, poi, il MIUR valuterà i dieci migliori progetti, e questi saranno premiati con € 1500,00 l'uno. 
Mi mostro interessato e gli rispondo che nel giro di qualche giorno gli farò sapere. 

Ora, io spero vivamente che quanto raccontatami, vi assicuro con un certa qual baldanza, non sia vero. Ma come si dice: è assurdo quindi vuol dir che è vero! 
E così mi metto alla ricerca di una conferma, cerco, come si dice, di verificare la notizia... 
nulla. 
Ecco perché ho deciso di chiedervi aiuto. Su internet trovate decine di siti che rimandano al protocollo Miur-Fita, ma non una riga che spieghi come questo protocollo si attui. 
E invece credo sia importante saperlo. Perché se è così come mi è stato raccontato ci sono una serie di considerazioni da fare. 
A cominciare dalla paradossale situazione nella quale ci si può ritrovare: una compagnia amatoriale che dà lavoro a un attore professionista; per proseguire con la "valorizzazione della Cultura" fatta praticamente a costo zero (dieci progetti a 1500 euro l'uno, fa quindicimila leuri, se qualcuno mi vuole calcolare la percentuale sul bilancio del Ministero per non dire dello Stato...); finendo alla attuazione di un progetto "sfruttando" la passione di qualcuno, in questo caso il dilettante, e solleticandone l'ego ("ho vinto il premio!"); il tutto sempre - mai dimenticarlo - a detrimento del lavoro dei professionisti. 

Ma resta il problema: non avendo trovato un riscontro nei siti ufficiali, quel che mi hanno raccontato è vero???

Dopodiché, c'è una considerazione che va fatta a prescindere da tutto. 
Il Ministero dell'Istruzione Università e Ricerca, ha stretto un accordo con la Federazione Italiana Teatro Amatori. Ma perché? Per un banalissimo motivo: 

Perché il Fita ESISTE!!! 

Gli attori professionisti possono dire quel che vogliono, ma qui c'è un dato certo e 
inoppugnabile: una associazione delle compagnie amatoriali ESISTE! 

Un'associazione degli attori professionisti 
NON ESISTE!!!

E questo è un altro dato certo e inoppugnabile. 

Dunque, rendiamoci conto: ammesso che il MIUR avesse voluto chiudere un protocollo con i professionisti, con chi avrebbe potuto farlo? 
Quello che penso di questo accordo e di tutto quello che ha guidato l'emanazione di una serie di normative sullo spettacolo dal vivo l'ho già scritto, per cui non credo che, pur esistendo, i ministeri si sarebbero rivolti direttamente ai professionisti. 
Ma credo anche che se un riferimento certo, giuridico, strutturato fosse stato presente, non avrebbero potuto ignorarlo. 

Tralasciamo per ora il discorso per cui se si vogliono risolvere le problematiche teatrali SI DEVE ASSOLUTAMENTE PARTIRE DA UN PUNTO: la costituzione dell'Albo dei Lavoratori dello Spettacolo; anche se io ne sono fermamente convinto - ho riflettuto a lungo su come si possa fare e questo vorrà essere materia di prossimi post - è una cosa decisamente complessa che non può in questo momento essere la priorità
Prioritaria è la costruzione di opportunità lavorative.
E proprio in tal senso può essere importante decisamente importante - e mi rivolgo qui anche agli amici di Facciamolaconta - avere una semplicissima associazione di attori professionisti. Una cosa agile, leggera, veloce, da fare subito, con pochissime regole, chiare e inappellabili, per cui se la direzione dice che non sei ammesso non sei ammesso, punto! Cosa possibile, a mio parere, proprio perché si parla di Associazione e non di Albo. 
Di Albo poi si parlerà, e magari una associazione così fatta può essere un punto di partenza (costo di iscrizione annuale, una cosa bassissima del tipo dieci euro l'anno, o un euro al mese...). 

A questo punto, una... AIAP (Associazione Italiana Attori Professionisti - il primo nome che mi è venuto, ma il nome è l'ultimo dei problemi) diviene necessaria
Necessaria per dare alle Istituzioni un riferimento strutturato anche giuridicamente. 
Ma ci tengo a sottolineare che per fare questa "AIAP o come ve pare", è necessario pure, in questo momento, farsi poche masturbazioni mentali, fare pochi dibattiti, cavillare poco e andare dritti sull'obiettivo dettato dall'interesse comune. 
Una associazione "sbagliata" si scioglie, un protocollo firmato da un Ministero... beh, è un po' più problematico buttarlo giù...   

PS - un giorno sarà necessaria anche una riflessione sul perché gli amatoriali sono così strutturati e agguerriti, come e perché presidiano il territorio e che rapporti possono avere con la politica in genere locale... 

domenica 30 settembre 2018

DILETTANTI IN CATTEDRA, ACCORDO MIUR-FITA (cari attori, dal 6 ottobre trovatevi un lavoro)


Cominciamo col dire che questo sarà l’ennesimo post lungo.
A me non piace fare post lunghi come non mi piace leggerli (e soprattutto rileggere i miei dopo che li ho scritti!), ma le cose che devo raccontare, non sono purtroppo note a tutti, a volte nemmeno a tutti gli addetti ai lavori, e quindi c’è la necessità di far capire e di far capire bene. Inoltre, in casi come quello che state per leggere, le cose da dire sono molte e intrecciate tra loro, stesso dicasi per le considerazioni da fare. Con estrema franchezza preferirei cavarmela in venti righe ed economizzare anche sul tempo (che mi è prezioso), ma pare proprio che non si possa fare, e questo mi fa incavolare più di quanto possiate immaginare, più di quanto già non lo sia proprio per quel che mi tocca raccontarvi.



Diciamo che sono arrabbiato.
Diciamo che sono molto arrabbiato.
È uno di quei periodi che “mai ‘na gioia”, nemmeno nelle cose accessorie come il Mondiale di pallavolo o di ciclismo, il Napoli che sbanda pesantemente a Torino con la Juve e i numeri del Lotto che non si fanno vedere nemmeno col binocolo, la festa di San Matteo a Salerno è stata di una noia tremenda e quando ci sono state le ultime giornate buone per andare al mare erano quei fine settimana targati: “Non avvicinarti se non vuoi essere inghiottito dalle sabbie popoli”.
Ma il condimento dei condimenti arriva stamattina, in una bella domenica di settembre.
Già. Si avvicina questa benedetta Manifestazione per la Cultura, il 6 ottobre a Roma, che vedrà insieme tutti i comparti del mondo culturale italiano, dai museali ai teatranti, e ti sbucano fuori notizie che prima ti lasciano di sasso, poi ti fanno perdere le staffe.
Così, in questa intervista "multipla", nel pezzo dedicato al rappresentante degli attori, gruppo Facciamo La Conta (di cui anch’io farei parte, porca paletta!), scopro che, per l’insegnamento del Teatro nelle scuole, il MIUR ha stretto un accordo con il FITA.
In questo momento qualcuno starà pensando: “E chi se ne frega”, qualcun altro: “E chi sono ‘sti due”.
Rispondo a tutti, compresi i mister chissenefrega, perché questi sono poi sempre i primi che quando scoppiano i problemi si lamentano. E dunque non ci vengano poi a dire che nessuno glielo aveva detto.

Il MIUR è, come dovreste sapere se siete cittadini di questa Nazione, il Ministero Istruzione Università e Ricerca, cioè quello che una volta chiamavano molto più semplicemente Ministero della pubblica istruzione, poi ci hanno messo insieme l’Università e la Ricerca e ne è venuto fuori l’acronimo. Perché una cosa vi deve essere chiara: noi non accorpiamo i ministeri per pubblica utilità, ma sulla base della bellezza dell’acronimo: MPI (ministero pubblica istruzione) non suonava bene, e quindi, dopo vari esperimenti, siamo giunti a MIUR, con l’accento sulla I e non sulla U, mi raccomando altrimenti sembra il miagolio di un gatto, o il chiù di pascoliana memoria.
Poi c’è il FITA, cioè: la Federazione Italiana Teatro Amatori.
Praticamente una federazione di gruppi teatrali di dilettanti.

Bene. Più di due anni fa, prima dell’arrivo del Ministro Valeria Fedeli al MIUR, quando c’era il Ministro Stefania Giannini, furono emanate delle linee direttive per l’insegnamento del teatro nelle scuole, non più inteso come materia extrascolastica, ma come un insegnamento con la stessa dignità degli altri, con il pieno diritto di essere nei programmi scolastici e non più nelle “attività del pomeriggio”.
Un salto di qualità enorme, soprattutto perché si riconosceva che la Recitazione, ancor prima che il Teatro, è una vera disciplina formativa.
Io che ho insegnato Recitazione nell'unico liceo teatrale d’Italia, il “G. Erba” di Torino, tutto questo lo sapevo già, ma figurati se qualche capoccione viene a chiedere a chi fa le cose che tipo di valore possono avere…
Ho visto ragazzi con tre in matematica o quattro in storia, recuperare voti su voti dopo un serio percorso di formazione teatrale.
Perché a differenza di quello che si crede, la recitazione non è gioco e divertimento, la recitazione è disciplina, una disciplina che ti entra nell’animo e ti modifica senza che tu te ne accorga. Così come ho visto ragazzi appassionarsi non tanto al teatro quanto alla letteratura e alla scrittura, o imparare a mettere ordine nelle loro cose, interiori e esteriori. Ho visto con piacere, ragazzi smetterla di farsi “le canne”.  
L’insegnamento della recitazione non prevede che tutti debbano diventare attori, perché non tutti possono diventare attori, come non tutti possono fare i pittori o i ballerini o gli architetti o gli avvocati, ma prevede che tu compia un esercizio di disciplina e sulla disciplina, che tra le altre cose ti insegna che per raggiungere un risultato, per ottenere un piacere devi fare una fatica.

Io so benissimo che a molti di voi sembra un fatto normale, ma guardate che per la gioventù di oggi, abituata ad ottenere facilmente le cose (e non propriamente per loro colpa), questi non sono dati scontati. Un giovane di oggi che cerca per esempio il significato di una parola, non deve alzare il culo dalla sedia per andare a prendere il vocabolario nella libreria come dovevamo fare noi. Apre il suo smartphone collegato a internet, digita la parola, trova la risposta. Ed è così per tutto, per tut-to!
Certo, ci sono quelli che studiano danza, o che fanno sport o si esercitano con la musica che apprendono le stesse cose. La vulgata, purtroppo alimentata da troppi nostri importanti attori, è che invece con la recitazione ci si diverta. I miei ragazzi, posso portarveli quali testimoni, hanno imparato che non è così, e hanno appreso il gusto del piacere che arriva dal sudore, e dalla corretta speculazione intellettuale.
Perché l’organo maggiormente sollecitato nella recitazione è il cervello, in mille modi che ora vi risparmio, come il comprendere, il pensare, il prevedere, il programmare, il rilevare lo spazio, allenare l’ascolto, il percepire il suono e il suo senso, ecc. ecc. ecc.
(e “l’immedesimazione” non c’entra un cazzo,
“l’immedesimazione” non c’entra ...,
“l’immedesimazione” non c’entra ...,
“l’immedesimazione” non c’entra ...,
“l’immedesimazione” non c’entra ...,
così come “l’improvvisazione”,
così come “l’improvvisazione”,
così come “l’improvvisazione”,
così come “l’improvvisazione”,
così forse ci capiamo subito anche su queste stronzate cosmiche delle quale un giorno ci toccherà pesantemente fare giustizia!).

La Recitazione è un esercizio di rigore e di controllo potentissimo che agisce nel profondo dell’anima strutturandola e aiutandola a crescere.

Ora: tutta questa roba, evidentemente di una delicatezza estrema, vi pare possa essere messa nelle mani di un gruppo di dilettanti?
Vi pare che l’animo dei vostri figli possa essere messo nelle mani di un gruppo di dilettanti?
Se il medico vi ordina dei massaggi dal fisioterapista, andate da un fisioterapista laureato o andate dalla cinesina che vi massaggia sulla spiaggia sotto l’ombrellone?
Se un vostro caro ha bisogno di fare delle flebo, cercate un infermiere professionale o fate venire la portiera del palazzo che sa fare le iniezioni?
Il signore che tiene la scuola calcio, o insegna nuoto nella piscina dove portate il vostro bambino, ce l’ha o no uno straccio di diploma che attesti una sua specifica competenza passata attraverso un minimo di studi, oppure mettete il corpo di vostro figlio nel periodo della crescita, nelle mani del vostro amico cassiere di banca appassionato di calcio che guarda tutte le partite alla tv?
Quando pagate le lezioni di piano, volete o no uno che abbia almeno uno straccio di diploma al conservatorio? E immagino che lo stesso pretendiate per la danza, dato che non vorrete che la vostra bella bimba si rovini qualche tendine…
Potremmo continuare per ore.
Quando però si parla di Recitazione, quando si parla dell’arte del fingere (“il teatro è finto, non falso!”), allora va bene chiunque?
Anche uno che se vostra figlia ha un difetto di pronuncia magari glielo fa peggiorare?
O che magari le fa compiere dei movimenti azzardati che possono crearle problemi?
O che le faccia compiere azioni “spregiudicate” sotto molti punti di vista così da crearle inibizioni invece che aiutarla a togliere timidezze?
Perché è questo, cari genitori, che non vi è chiaro, e che vi dovrebbe spingere a richiedere la professionalità del fisioterapista laureato: recitare vuol dire toccarsi, abbracciarsi, entrare in una intimità dell’animo ancor prima che del corpo, che non ha limiti; o se ne ha, questi possono essere splendidamente interessanti o decisamente pericolosi; che sia farsa o tragedia ci si allena a spingersi sul baratro delle emozioni, sempre, si lavora sui sentimenti, sempre.
E vi pare che tutto questo, nel momento in cui sono coinvolti i vostri figli, magari in quella difficile età di formazione tra i quattordici e i diciotto anni, possa essere messa in mano alla simpatica cinesina che fa il massaggio sulla spiaggia? Perché è di questo che stiamo parlando.

Ma tranquilli, se non ve ne volete occupare, ebbene il Ministero ha deciso per voi, e io voglio sperare che voi non lo troviate normale.
Noi attori non lo troviamo normale, anche se – ed è qui che inizia la mia arrabbiatura – abbiamo dato poco, pochissimo spazio a una questione così delicata sotto più punti di vista: quelli esposti che riguardano il profondo valore delle professionalità, e quelli pratico-lavorativi, perché è evidente che questo dell’insegnamento nelle Scuole, in un momento di crisi economica così profonda, poteva essere un interessante sbocco per molti di noi.
Invece lo Stato, anzi i Governi, anzi nello specifico i governi del Partito Democratico, stabiliscono che un professionista o un amatoriale sono la stessa cosa, decidono che quando il medico vi dirà di fare della fisioterapia potrete anche andare dalla simpatica cinesina sulla spiaggia.

Il protocollo d’intesa MIUR – FITA  è datato 27 marzo 2018, con un curioso esergo: “Rafforzare il rapporto tra scuola e mondo del lavoro”.
L’ennesimo regaluccio fattoci, dunque, poco prima che il Governo Gentiloni lasciasse le stanze dei bottoni? In particolare vorremmo tanto che ci fosse data la certezza che non sia stato per fare un piacere a qualcuno. Vorremmo davvero tanto essere rassicurati in tal senso, perché ci sono curiose assonanze che portano a pensar male e, seppure peccatori, non vogliamo in alcun modo azzeccarci; come ad esempio il fatto che il tesoriere del FITA si chiama Giuseppe Minniti ed è, da quanto leggiamo in internet, di Reggio Calabria come l’ex ministro dell’Interno, Marco Minniti. Solo un caso? Speriamo di sì.
Ma tralasciando dietrologie e complottismi, ci piacerebbe che nel concreto i responsabili di questo accordo ci spiegassero l’esergo. “Rafforzare il rapporto tra scuole e mondo del lavoro”. Ecco: qual è il mondo del lavoro dei dilettanti?
Perché nel sito, come potete vedere, tale FITA si dichiara come associazione di compagnie amatoriali.
Ma poi nel protocollo potrete trovare che: “è una federazione di associazione che ha la finalità di stimolare e sostenere la crescita culturale (…) si propone altresì di favorire lo sviluppo di iniziative destinate alla formazione artistico-culturale e sociale (…) già da anni ha avviato percorsi di alternanza scuola lavoro con diverse realtà scolastiche in tutta Italia e, a tal fine, ha già organizzato incontri di formazione per i propri iscritti, nella piena consapevolezza che l’alternanza scuola lavoro è una metodologia didattica, con finalità di motivazione e accrescimento delle competenze delle studentesse e degli studenti (…) rende disponibili le professionalità della propria struttura organizzativa e del proprio management, per favorire lo sviluppo di percorsi di alternanza scuola lavoro”.
La lettura di queste sedici pagine è particolarmente interessante e vi invito a farla (oltre tutto non è particolarmente complicata), ma c’è un punto, all’art. 3, che mi ha decisamente interessato; quando si dice che la FITA si impegna a: “ricercare e selezionare, anche attraverso accordi di rete, i comitati regionali e/o provinciali e le associazioni ad essa iscritte che, a livello territoriale, si rendano disponibili ad accogliere studentesse e studenti in progetti di alternanza scuola lavoro”.
Ora, devo essere io che non capisco. La FITA dice nel suo sito di essere “una federazione di associazioni culturali, artistiche e in particolare di teatro amatoriale senza fini di lucro, apartitica e aconfessionale”. Però si occupa di progetti alternanza scuola lavoro, di fare praticamente da mediatore (se ben ho compreso) tra la scuola e chi volesse studenti per l’alternanza, ma soprattutto, la FITA pare davvero essere consapevole di essere una associazione di amatoriali, cioè di dilettanti, infatti dice nel protocollo che ha organizzato incontri di formazione per i propri iscritti perché sanno che l’alternanza è una metodologia didattica. Che dunque ai suoi iscritti manca?
E a tal fine: rende disponibili le professionalità della propria struttura organizzativa e del proprio management, per favorire lo sviluppo di percorsi di alternanza scuola lavoro.
Ma insomma il MIUR con chi ha sottoscritto un protocollo: con una associazione di amatoriali o con un gruppo di professionisti?

Resterà un mistero, come mille altre cose in questo Paese se… se qualcuno non ci metterà seriamente le mani. Si spera vivamente lo faccia questo Governo dal quale in tanti ci aspettiamo tante cose, col rischio che non abbiano nemmeno il tempo per farle.
Di sicuro, mettere le mani nella materia teatrale è un vero problema, un ginepraio orrendo che si è incancrenito strato su strato, incrostazione dopo incrostazione.
E la colpa di questo, come ho già avuto modo di scrivere, è anche dei teatranti stessi, che vivono ai margini del mondo, preoccupati solo del loro personalissimo contingente e strafottendosene di tutto quello che gli accade intorno, salvo poi lamentarsi del fatto che il mondo non si occupa di loro.
Quanto vi ho sommariamente raccontato su questo accordo MIUR – FITA è di una gravità inenarrabile, ma ho il vago sospetto che i miei colleghi non lo abbiano compreso, e soprattutto non abbiano compreso il perché di certe azioni politiche. Che sono studiate, mirate, che fanno parte di un piano, che non nasce dalla generica cattiveria o dalla stupidità di un ministro, ma da un progetto preciso di…
Che c’è? Ora volete sapere?
Sapete cosa vi dico? Che non ve lo dirò. Perché ve l’ho detto tante di quelle volte, in pubblico e in privato che sono stufo di ripetere a chi non solo non vuole ascoltare, ma quando ascolta e dice di avere capito poi non agisce in conseguenza. E allora a cosa serve?
Qui, miei cari, la colpa non è del FITA che fa giustamente il suo gioco, il suo interesse, ma di chi non ha voluto ascoltare e studiare e ragionare e apprendere quando era il momento, di chi ancora oggi si rifiuta di comprendere le cause in nome di ideologie che gli scattano dentro in automatico come il pulsante spostato da On-Off.
Che continuino pure, costoro, a nutrirsi della informazione, che pure sanno essere distorta, dei giornaloni e dei telegiornaloni di regime, il destino che li attende è esattamente quello programmato dal Potere: la morte del professionismo artistico; fatto salvo un gruppo ristretto che servirà a propagandare la “cultura di regime”, il circolo dei buoni. Il resto saranno solo dilettanti. Trovatevi un lavoro, è meglio, perché il vostro caro teatro diverrà soltanto il divertimento dei fine settimana.
Lo so, in cuor vostro siete certi che voi entrerete in quel ristretto numero di eletti della “cultura di regime”, e starete protetti.
Vi do una notizia: ne siete già fuori. Il Potere ha già fatto i suoi giochi e voi non siete nel novero dei prescelti. Forse insistendo, prostrandovi molto, abdicando totalmente il senso della vostra dignità potrete sperare nelle briciole che cadranno dal tavolo. E forse qualcuno di voi avrà anche un breve periodo di fama, se servirà al Potere, che una volta che vi avrà spremuti vi getterà via.
Tante volte mi è capitato di ripeterlo: di deflazione salariale in deflazione salariale, alla fine vincono gli amatoriali. E così è successo, al punto che adesso lo Stato lo ha scritto in un suo documento ufficiale.

Ma c’è un’altra cosa più grave sulla quale dovreste riflettere, cari i miei colleghi, e che dovrebbe investire tutte le vostre convinzioni, portandovi finalmente a tagliare quel cordone ombelicale col voi stessi di prima conducendovi alla salvezza del teatro italiano e quindi anche vostra: ricordate tutti la triste frase del ministro Tremonti: “Con la Cultura non si mangia”; la tenete di sicuro a mente, visto che la disse uno del governo di quello, e che ci avete costruito decine di pubbliche rimostranze.
Bene, Tremonti lo disse, ma i nostri cari amici de sinistra, i governi del vostro caro PD, quelli degli ultimi sette anni da Monti a Letta a Renzi a Gentiloni, ‘a sinistra che avrebbe dovuto difendere i lavoratori, i valori della Cultura, della Storia del Paese, delle sue ricchezze e bellezze, della sua Arte, lo hanno fatto: hanno strutturato un sistema nel quale “con la Cultura non si mangia, e non mangerete”.
Trovatevi un lavoro, nuovo popolo di dilettanti.  


PS - Come ho già avuto modo di dire in pubblico e in privato, alla manifestazione del 6 ottobre non ci sarò. Ho altro da fare, andare a San Giorgio Canavese a un incontro con Gero Grassi sul "caso Moro" che mi sta molto a cuore, forse più a cuore delle sorti della Cultura italiana perché credo che se la Cultura sta come sta... le ragioni vanno anche cercate in quel brutto fatto.
E poi perché come ho detto, sempre in pubblico e in privato, in questa manifestazione non credo. Per due motivi:
1° le manifestazioni non servono più a un tubo, lasciano il tempo che trovano e sono anche odiate da quelli che vanno in macchina "e nun ponno passà perché ce sta 'a manifestazione mortacci loro", ma soprattutto: se sono pacifiche finiscono a pag. 20 di Repubblica, se diventano violente finiscono in prima pagina perché i violenti, i fascisti, gli scontri, i black block ecc. Questa volta, essendo Cultura, avrà il richiamino in prima, l'eco dura un giorno, massimo due e finisce lì.
2° perché in questo momento, la manifestazione sarà strumentalizzata dai Media di regime che la agiteranno come "la manifestazione degli operatori della cultura contro il governo dei buzzurri"; lasceranno anche parlare i rappresentanti delle varie categorie, i quali potranno anche specificare che è contro le leggi fatte da Francescini (160/2016), ma poi continueranno imperterriti per la loro strada. 
Scusate, ma io alle strumentalizzazioni di chi ha sostenuto e sostiene le politiche e i politici che ci hanno ridotto come ci hanno ridotto NON CI STO.
E con il vostro permesso me ne vado da Gero Grassi, a parlare di Aldo Moro. 

domenica 11 settembre 2016

PERCHÉ NON RIESCO AD AMARE SHAKESPEARE




Ci ho messo più di trent’anni per capirlo, ma finalmente credo di esserci arrivato: perché non riesco a relazionarmi con Shakespeare, con uno dei quattro, cinque più grandi autori teatrali di sempre, esclusi i tre sommi tragici greci?
Quando ero ragazzo, avrò avuto quattordici o quindici anni, non di più, la Rai trasmetteva su una neonata Rai3 un ciclo di opere del Bardo realizzate dalla BBC, ovviamente doppiate in italiano. In perfetto sicrono, la radio mandava l’audio originale inglese. Una operazione intelligente che anticipava le svariate funzioni che oggi possiamo avere con un dvd.
Seguire quelle messe in scena era davvero facile, bastava conoscere la trama, poi abbassavi il volume del televisore e alzavi quello della radio. Così facevo, e godevo, mi ricordo che davvero godevo.
“Giunto in Arte”, il rapporto con Shakespeare si è mortalmente complicato per me: non riuscivo e ancora non riesco a relazionarmi emotivamente con la sua scrittura che trovo ampollosa, prolissa, spesso al limite della noia. I miei favori vanno decisamente ad altri autori, a Cechov per esempio, ma sopra tutto a Pirandello e Goldoni. Perfino il romantico Alfieri si incastra meglio con il mio animo.
Quando mi parlano del Guglielmo, sono solito dire: “Rispetto e riconosco il genio, ma non mi piace”, stessa cosa mi accade con il Mozart operistico.
Potevo fermarmi qui, a questa semplice e lecita constatazione. Ma non sarei quel che sono se non mi fossi perpetuamente sotto sotto chiesto come mai.
Ebbene, credo di avere trovato la risposta.
Sfogliavo ieri il “Sogno di una notte di mezza estate”, opera a mio vedere noiosissima! Nulla mi interessa di fate e elfi e incantesimi e sotterfugi e magie... Tra le parti tradotte in prosa, mi compaiono sotto gli occhi delle parti in versi. Le leggo, e mi torna alla mente un passaggio dei Saggi danteschi di Borges: “Milton è stato paragonato a Dante, ma Milton non ha che una sola musica: è ciò che in inglese si chiama “uno stile sublime”. Quella musica è sempre la stessa al di là delle emozioni dei personaggi. In Dante invece, come in Shakespeare, la musica segue le emozioni. L’intonazione e l’accentazione sono ciò che conta di più”.
Ecco, mi sono detto, il problema è qui. Oggi, come allora, da ragazzo, ascoltare in originale mi affascina, la traduzione mi annoia mortalmente. Perché? Perché è evidente che prima ancora di essere Teatro, Shakespeare è Poesia, e io – non so voi – la poesia tradotta non riesco a leggerla, mi pare sempre di percorrere una strada sconnessa, dove in più punti l’asfalto ha ceduto e devi stare attento a dove metti i piedi invece di camminare senza pensieri, lasciando che il passo vada fluido e leggero. Tu e la strada non riuscite mai a essere uno.
Non conosco l’inglese - se non quelle quattro parole che tutti oggi siamo quasi costretti a masticare - ma l’ascolto dell’originale forse mi fa pienamente percepire che lì c’è una musica, musica che in italiano perde la propria intonazione, la propria accentazione, per quanto il traduttore possa essere bravo. Tradurre poesia vuol dire consentire a un’automobile di camminare, ma dopo averle dovuto togliere un pistone. E dunque può accadere che un senso di noia ti pervada perché senti chiaramente che sempre un passaggio manca al raggiungimento della pienezza.
Le tragedie o le commedie di Shakespeare che riesco a vedere e amare in teatro sono sempre state quelle che avevano un grande attore a muovere il gioco, perché il fascino derivava dall’arte di lui, prima ancora che dal testo. Ma quando lo leggo, il Bardo mi resta lontano, come una meraviglioso dipinto, che un velo posto davanti, o una faro mal piazzato, o un gruppo di turisti idioti quanto la loro guida ti impedisce di cogliere nella sua goduriosa pienezza.

È Poesia, e la poesia non si può tradurre. Non trovo altra spiegazione. 



martedì 1 marzo 2016

LO SFREGIO SUL VOLTO DEL TEATRO.






















Stiamo, noi attori, generalmente al di là del sipario che vedete sullo sfondo della foto. E troppo spesso non ci rendiamo conto delle difficoltà che colpiscono gli spettatori.
Ad esempio, difficilmente noi pensiamo al fatto che un signore si è svegliato alle sei del mattino, è andato al lavoro affrontando un'ora o più di traffico, è tornato a casa, dopo avere litigato con colleghi, capo ufficio, utenti allo sportello, riaffrontando lo stesso biblico viaggio, si è cambiato, è arrivato a teatro, ha cercato un posto per l'auto e l'indomani mattina si risveglierà alle sei per un'altra giornata di lavoro.
Questo dovrebbe farci sentire profondamente responsabili, soprattutto se si aggiunge che, l'eroico spettatore ha speso mediamente sui € 25,00 a biglietto moltiplicato almeno per due (parlo di Prosa, per la Lirica la media si alza vertiginosamente).
Ma ci sono altre difficoltà che il povero spettatore incontra, e le trova all'interno del teatro stesso.
Da qualche anno, infatti, una balorda normativa sulla sicurezza ha imposto di piazzare nei palchi delle fastidiosissime sbarre che rendono difficoltosa la fruizione dello spettacolo.
In alcuni casi, molti, sono poste al di sopra del "parapettino" del palco, in altri, come in questo nella foto (Teatro Carignano), addirittura all'interno.
Il risultato è che, per chi è fronte palco, si è costretti all'interno dello stesso, avendo così un effetto di limitazione sonora (fate il semplice esperimento di lasciare la testa dentro e di sporgerla poi fuori un attimo, e vi accorgerete della enorme differenza); per coloro che finiscono in palchi laterali è ancora peggio poiché la visione viene ad essere fortemente limitata.
C'è poi il posticino nell'angolo, quello dove in genere noi, da bambini, coricavamo la testa, riuscendo così a vedere meglio senza impedire la vista agli adulti che erano allineati al bordo della balaustra.
Non a caso, quello, a Napoli, viene definito come "'o posto d''o guaglione".
Come si può facilmente notare dalla foto, tale possibilità viene a scomparire, e in generale, quello che del palco si vede, è all'incirca quello che vedete nella foto.
E dalla foto potete notare che lo spazio perso è decisamente tanto. Circa 25 cm.
Risultato: chi non ha i soldini per comprate un biglietto di platea o di un palco fronte scena, viene decisamente penalizzato. Anche in questo caso si può rilevare che la forbice tra chi ha i soldi e chi non li ha viene ad allargarsi. Se puoi comprare godi, altrimenti soffri. Solo simbolico, si dirà, ma... tout se tient.
Il fatto è che, mentre tali barriere esistevano da sempre per i posti di loggione, giustamente, oggi si ritrovano anche sui palchi di prima fila.
Ora, a parte il fatto che trovo difficile che qualcuno cerchi di suicidarsi buttandosi da un palco di primo ordine dal quale al massimo si può incrinare una costola, sopra tutto mi preme segnalare all'improvvido legislatore che, così come non c'è un solo teatro al mondo che sia mai andato a fuoco per una sigaretta, non c'è mai stato un solo caso di suicidio gettandosi da un palco, e non sarà certo un'asta di ottone ad impedire di compiere, a chi lo decida, l'improvvido gesto. Nè si hanno notizie, a memoria di teatrante (decisamente solida) di sfortunate cadute!
Ci fa piacere per i costruttori di barre di ottone che avranno incassato qualche soldino, ma questa come mille altre cose, è una norma contraria alla storia, alla tradizione, alla consuetudine.
Le sbarre nei palchi sono come uno sfregio sul volto del Teatro, pare assurdo che tutti lo abbiano trovato normale.
Non lo è.